Fabrizio Carcano.
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GLI ANGELI DI LUCIFERO.
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2011. Ugo Mursia Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Giugno 2009. Una cappa d'afa soffoca Milano. Nel periferico cimitero di Chiaravalle mani ignote profanano una tomba seicentesca e trafugano le spoglie del marchese Ludovico Acerbi, passato alla storia come il Diavolo di Porta Romana. Sembra un banale episodio di teppismo ma nei giorni successivi, sotto la Madonnina, si verificano in rapida successione tre misteriosi omicidi, compiuti e rivendicati dalla stessa mano. Le vittime portano tutte cognomi di casate che, nella Milano del Seicento, ebbero rivalit con quella del marchese Acerbi.
A far luce su questa misteriosa vicenda sono impegnati il commissario Bruno Ardig, freddo e taciturno, e l'amico giornalista Federico Malerba, solare ed espansivo. Diversi come il giorno e la notte, ma uniti dalla stessa voglia di arrivare alla verit, si addentrano nei meandri oscuri e inquietanti della Milano esoterica, dove nulla  come sembra.
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L'AUTORE.
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FABRIZIO CARCANO (Milano, 1973)  giornalista professionista, scrive per Il Giorno, Superbasket, Bergamo&Sport e Affari Italiani.
 uno dei giallisti pi apprezzati dal pubblico milanese e lombardo nell'ultimo decennio. Il cacciatore di Caino  il suo dodicesimo romanzo noir dedicato ai misteri e al fascino di Milano dopo Gli Angeli di Lucifero (2011), La tela dell'eretico (2012), Mala Tempora (2014), L'ultimo grado (2014), L'erba cattiva (2015), Una brutta storia (2016), Il Mostro di Milano (2017). In nome del male (2018). Il codice di Giuda (2018), Milano Assassina (2019) e Nemesi Nera (2019), tutti pubblicati con Mursia.
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GLI ANGELI DI LUCIFERO.
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Il diavolo, nudo e trionfante, con le ali e gli artigli neri, campeggiava in posizione dominante sui tre arcangeli sconfitti.
Tre, come le vite che in altrettante settimane si erano portati via gli Angeli di Lucifero.
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Dedica. Ai miei genitori, Antonio e Marinella, e alla mia musa ispiratrice, Liliana.
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PROLOGO. Milano, 13 dicembre 1976.
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Soltanto gli stivali, marroni, di pelle, si erano salvati.
Il resto del corpo era ridotto a un unico ammasso nero.
Una sorta di grosso tizzone da poco spentosi per via della pioggia torrenziale che flagellava i malcapitati presenti in quel luogo buio e inquietante.
A una distanza indefinita, forse un centinaio di metri, si intravedeva la sagoma scura del muro di cinta del cimitero di Chiaravalle.
Ordin di ricoprire il cadavere e si volt nella direzione opposta. Aspir a pieni polmoni l'aria fredda e umida della notte, cercando di isolarsi dai tanti rumori, troppi, che martellavano i suoi timpani.
Rumori insopportabili.
Le voci degli agenti, i commenti di quelli della Scientifica, il suono meccanico degli scatti flash eseguiti a raffica per immortalare ogni dettaglio. E poi quella maledetta pioggia, fitta, che tamburellava ossessivamente sull'ombrello e sul terreno duro, producendo un ticchettio assordante.
Commissario Sacchetti.
Una voce lo richiam al presente, al tragico istante che gli toccava vivere ogni volta in cui si trovava in quella situazione. Era l'ispettore Lamberti, il suo vice.
Commissario, guardi... abbiamo trovato questa... a una trentina di metri dal corpo.
Una borsa da donna. Fradicia. Marrone, color pelle. Come gli stivali.
Cerca il portafoglio.
Un attimo...
I peggiori dubbi stavano per trovare conferma.
Lamberti inizi a frugare: la carta d'identit era mischiata alle banconote, ai gettoni, alle tessere. Tasselli semplici, quotidiani, di una vita spezzata in un modo orribile.
Ecco qui. Chiara Turconi, studentessa. Nata nel 1955. Abita a Milano in via...
Sacchetti alz gli occhi al cielo.
Scuro, buio, senza una stella, senza luna.
Soltanto quella pioggia che cadeva incessante. Come spilli lanciati dagli di, per punire la crudelt dei mortali.
Aveva voglia di vomitare, di piangere, di urlare, di andarsene, ma soprattutto di prendere il responsabile di quel massacro e scaricargli nella pancia tutto il caricatore della sua Beretta d'ordinanza.
Commissario...
Eh?, rispose stizzito.
Intorno al corpo, ci sono delle tracce sul terreno. Dei segni strani.
Si rassegn a tornare al presente, a quell'orrore.
Sbuff. Una nuvoletta di condensa sal rapida, sfiorandogli il naso.
Le torce elettriche illuminavano il terreno con i loro fasci.
Si chin per guardare meglio. Un brivido gli corse lungo la schiena.
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Milano, 27 giugno 2009.
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Anche l'Arcangelo San Michele - nonostante l'aurea marziale che emanava, con le sue ampie ali rosso scarlatto e lo spadone saldamente impugnato nella mano destra - era stato sconfitto.
Ora Lucifero si ergeva fiero e trionfante.
Ai suoi piedi i tre Arcangeli. Battuti e ormai inermi. Il triangolo si era chiuso.
La busta di plastica, trasparente, era stata adagiata a distanza di pi di un metro dal martoriato corpo della vittima, sul terriccio circostante la fontana, in modo che l'acqua zampillante non penetrasse, rovinando l'immagine impressa sul foglio stampato a colori.
Il commissario Ardig, incurante degli schizzi che lo infradiciavano, continuava a fissare, senza tradire alcuna emozione, la singolare rivendicazione lasciata sulla scena criminis: la versione modificata della Pala dei tre Arcangeli, la celebre opera di Marco d'Oggiono.
La quarta versione modificata che si era trovato di fronte in queste assurde e concitate tre settimane.
La quarta. E forse l'ultima.
Perch adesso Lucifero aveva sconfitto tutti i suoi avversari. Eppure qualcosa non lo convinceva. La voce del dottor Brasca, alle sue spalle, lo fece quasi sobbalzare.
Non ci sono dubbi.  il nostro solito assassino. La stessa mano e, quasi certamente, a giudicare dalle ferite, la stessa arma dei due precedenti delitti, chios il medico legale, mentre si toglieva i guanti in lattice, infastidito dalla troppa acqua che ancora li circondava e che bagnava il sottile strato di nylon con cui, come da regolamento, avevano coperto le scarpe per non contaminare il quadro dell'area del delitto.
Hanno cambiato modus operandi. Prima colpivano all'aperto, in pubblico. Questa volta, invece, hanno scelto di sequestrare la vittima, ucciderla altrove, in qualche luogo tranquillo, al riparo da occhi indiscreti, e trasportare poi il cadavere qui, per farcelo trovare in pieno centro, osserv Ardig.
Tra lo stupore dei collaboratori che lo attorniavano.
Commissario, perch utilizza il plurale?, domand l'ispettore Velluti.
Per portare il corpo - rispose indicando il terreno sabbioso che circondava la fontana - dovevano essere almeno in due.
Nessuno dei presenti aveva qualcosa da obiettare.
Concordo, non ci sono segni di trascinamento, conferm il responsabile della Scientifica, Daniele De Piccoli, appena rientrato da un accurato sopralluogo nell'area criminis, recintata dal nastro isolante per impedire l'accesso agli estranei.
Non abbiamo trovato nulla di interessante, finora. Comunque abbiamo gi fatto delimitare l'area e ora iniziamo i rilievi.
Ardig scosse la testa.
Dubito scoprirete qualcosa. E sono pronto a scommettere che, come sempre, non ci saranno telecamere di sorveglianza in questa zona, comment scettico.
Hanno corso un grosso rischio. Sembra quasi una sfida, forse rivolta proprio a noi, prosegu il responsabile della Omicidi, riflettendo ad alta voce.
I giardini Vergani, uno dei pochi polmoni verdi di Milano, erano splendidi, a quell'ora, nonostante il sole che iniziava a picchiare.
L'eco del brusio dei tanti curiosi ammassati a qualche metro di distanza lo distolse dai suoi pensieri.
Guard l'orologio. Doveva recarsi in Questura.
Salut, incamminandosi verso la macchina.
Prima di chinarsi, per oltrepassare il nastro isolante, si volt di scatto verso i colleghi, per lanciare un'ultima occhiata alla cartelletta, stretta nelle mani di un agente della Scientifica.
Lucifero, nudo, con le ali e gli artigli neri, campeggiava in posizione dominante sui tre Arcangeli sconfitti.
Tre, come le vite che in altrettante settimane si erano portati via gli Angeli di Lucifero...
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1. Milano, 7 giugno 2009.
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Per gli inquirenti resta da chiarire se la profanazione della cappella funeraria della famiglia Acerbi possa essere opera di un gruppo di teppisti o di balordi, in cerca di macabre emozioni, o se, invece, sia da attribuire a personaggi gravitanti intorno ad ambienti esoterici.
Sistem meglio l'auricolare. Poi riprese a dettare.
La mancanza di telecamere nell'area centrale del cimitero di Chiaravalle, dove sono situate le cappelle pi vecchie, tra cui quella danneggiata, complicher ulteriormente le indagini.
Un'altra pausa.
Chiss se di questo particolare poteva esserne a conoscenza anche chi ha deciso di turbare l'eterno riposo del Diavolo di Porta Romana... Quanto ho scritto?
3340 battute. Quasi 55 righe.
Bene. Direi che pu bastare. Non saprei davvero cosa aggiungere.
Basta cos, allora?
S, basta cos. Se poi mi venisse in mente altro, vi richiamo. Bacio.
Malerba conged Cristina, la dimafonista, tra l'altro piuttosto carina, cui aveva appena finito di dettare l'articolo.
Sfil l'auricolare, avvertendo un lieve dolore all'orecchio sinistro. Si mise a frugare sotto il sedile in cerca di una bottiglietta d'acqua. Faceva davvero caldo.
La citt era stretta in una morsa asfissiante: l'estate era gi esplosa, con qualche giorno di anticipo.
E l'estate, a Milano, significa afa e umidit quasi insopportabili.
Aveva parcheggiato la macchina all'ombra di alcuni filari che delimitavano il parcheggio esterno del cimitero di Chiaravalle, appena fuori Milano, nella periferia sud ovest.
Campi, qualche roggia maleodorante per via degli scarichi industriali, sparuti boschetti e una manciata di vecchie cascine.
Una zona di campagna, con stradine poco battute, tranne il sabato e la domenica, quando la gente andava a far visita ai propri defunti in questo cimitero - storico e piuttosto ampio - salvo poi fermarsi a bere qualcosa nel chiosco situato davanti all'omonima abbazia cistercense.
E, infatti, in quella calda domenica di giugno, Chiaravalle brulicava di insolita vita.
Famiglie a passeggio dirette verso l'abbazia, gruppi di giovani accampati nei prati a prendere il sole, sportivi che transitavano in bici. Ancora un paio d'ore e se ne sarebbero andati tutti.
Lasciando il cimitero e l'abbazia nel silenzio e nella solitudine abituali.
Tranne la domenica non c'era molto passaggio da quelle parti, non c'era traffico, non c'era anima viva.
Condizioni ideali per mettere a segno una bravata come quella della notte precedente.
L'apertura della vecchia porta di ferro della cappella mortuaria della famiglia Acerbi, una delle famiglie storiche di Milano, e la distruzione della lapide che ospitava i resti, probabilmente solo polvere, del marchese Ludovico Acerbi.
Un personaggio piuttosto curioso e bizzarro, un nobile dai lineamenti severi, che se ne andava in giro vestito sempre di nero, a bordo di una carrozza trainata da sei cavalli, anch'essi rigorosamente neri, circondata da numerosi paggi, vestiti sempre di velluto verde!
Di anni cinquanta in circha con barba quadra et longa, n magro n grasso, n bianco n nero. Comparisce ogni giorno in carrozza superbissimo con sedici staffieri giovani, sbarbati, vestiti di livrea verde dorata et con assai copia di gioie e sei cavalli tirano la sua carrozza.
Cos lo descriveva un anonimo cronista milanese del Seicento, uno di quelli che se l'era trovato di fronte, di notte, spaventandosi.
Chiaro che uno cos non potesse che far morire di paura l'ignorante e superstizioso popolino che, nel buio notturno, si vedeva spuntare nelle male illuminate vie milanesi un simile corteo.
Un eccentrico e inquietante personaggio che, grazie a queste sue manie, si era guadagnato la fama di essere niente meno che il Diavolo in persona, tornato dall'inferno per calcare le strade cupe della Milano seicentesca, della Milano della paura, della Milano dilaniata dalla peste raccontata dal Ripamonti e poi romanzata dal Manzoni, una malattia che colpiva tutti, nobili e poveri, e che, alla fine, si era portata via un milanese su due.
Eppure nessuno degli Acerbi aveva contratto il morbo, come non l'aveva contratto nessuno della sua sterminata servit e, neppure, nessuno della cerchia di nobili che frequentavano la sua splendida casa in Porta Romana, dove quasi ogni sera si tenevano feste sontuose, con musica e balli, mentre la peste infuriava per la citt, contagiando e uccidendo tutti tranne, per l'appunto, il Diavolo di Porta Romana e chi gli stava intorno.
Era questo che Malerba aveva scritto nel suo articolo, copiando, senza controllare, tutto quello che sul marchese Acerbi aveva trovato su Google.
Abbastanza per mettere insieme una cinquantina di righe di colore, raccontando una banale storia di cronaca nera, un semplice atto teppistico senza danni veri, condendola con il mistero e l'inquietudine che circondavano il personaggio al centro di questa vicenda.
Ne era venuto fuori un buon articolo e Malerba era decisamente soddisfatto.
Tutto sommato quella che sembrava una bufala si era rivelata una buona occasione per scrivere qualcosa di nuovo e interrompere la monotonia professionale di quell'afosa domenica e in generale degli ultimi mesi.
Pochi omicidi, quasi tutti tra extracomunitari implicati in giri malavitosi, e nessun vero giallo che interessasse i suoi lettori, se non l'ormai trito e ritrito omicidio di Garlasco, con i soliti personaggi e un processo a senso unico.
Prima di risalire in macchina e andarsene, il cronista lanci un'ultima occhiata alla volante dei Carabinieri della vicina stazione di Poasco.
Si erano sistemati all'ombra: erano tranquilli e parlottavano con uno dei custodi del cimitero.
In giro non si vedevano altri giornalisti: probabilmente nessuno era interessato a questa profanazione e poi, in fin dei conti, non era successo nulla di rilevante.
Se non c' il sangue non c' la notizia, amava ripetere cinicamente il suo caporedattore, Beppe Brigante.
Una massima che Malerba aveva fatto sua da anni.
Lanci un'ultima occhiata ai Carabinieri, poi si convinse: non c'era altro da annotare.
Poteva rientrare in redazione.
Non c'erano segni di frenata. Sull'asfalto, bollente per la calura, erano rimasti impressi, indelebilmente, i segni pi scuri lasciati dai pneumatici per via della brusca virata effettuata dal veicolo, che aveva improvvisamente cambiato corsia, zigzagando da sinistra a destra, andando a investire disastrosamente lo scooter e il suo proprietario.
Il commissario Ardig guardava impassibile ci che rimaneva del ciclomotore.
I pezzi di plastica e di vetro erano sparsi per un raggio di almeno una decina di metri, la benzina era fuoriuscita dal serbatoio creando un'immensa pozza scura, mentre lo scooter - uno di quei grandi e moderni scooter nipponici, a due posti - era ridotto a un ammasso quasi irriconoscibile.
La ruota posteriore era stata completamente distrutta nell'impatto, il manubrio si era spezzato nell'urto contro il muretto che delimitava il cavalcavia, il vano porta-oggetti, sotto il sellino, si era frantumato: il libretto, un catenaccio con lucchetto e alcune strumenti metallici per la manutenzione erano disseminati intorno ai rottami.
Insieme al contenuto di una sacca sportiva. Racchetta da tennis, scarpe, barattoli di shampoo e bagno schiuma erano rotolati nei punti pi disparati.
Il corpo della vittima era stato portato via da pochi minuti dagli uomini del 118, intervenuti rapidamente quanto inutilmente.
L'uomo, Roberto Micheletti - un docente universitario milanese di 54 anni - era deceduto sul colpo e d'altronde non poteva essere diversamente considerando la velocit, e la potenza, a cui era avvenuto l'urto, devastante.
A quanto andava? Lo avete capito?
Almeno a cento. Forse anche centoventi all'ora.
Pazzesco.
La sopra-elevata di piazzale Corvetto era stata chiusa al traffico da pi di un'ora, per permettere ai soccorritori, prima, e alla Polizia Stradale, poi, di compiere il proprio lavoro.
Sotto il cavalcavia il traffico, in viale Lucania, era collassato.
Ardig si accese una sigaretta e si sporse dal parapetto, per guardare i tanti automobilisti incolonnati qualche metro pi in basso.
Dalla strada sottostante salivano caldo, smog e rumore.
Nonostante fosse domenica il traffico non mancava mai.
Torn a concentrarsi sull'incidente.
Ancora un pirata della strada, l'ennesimo a Milano negli ultimi tempi.
Alla fine si scopriva che questi criminali del volante erano o giovanissimi, spesso sotto l'effetto di alcool o sostanze stupefacenti, oppure extracomunitari, a volte privi di patente e di frequente alla guida di mezzi rubati.
Come in questo caso probabilmente.
Che il mezzo fosse rubato lo sapevano gi.
Il proprietario aveva sporto denuncia due giorni prima.
Diversi automobilisti, che avevano assistito al sinistro, erano riusciti a prendere alcuni numeri della targa del Ducato bianco responsabile dell'incidente e i terminali della centrale avevano confermato che il furgone era stato rubato tre giorni prima, nell'area industriale di via Stephenson.
Una terra di nessuno, una terra senza legge: situata nella periferia nord ovest, zeppa di capannoni e magazzini, priva di residenti e negozi, frequentata solo da camionisti e dalle prostitute africane che battevano a qualsiasi ora, dal mattino fino a tarda sera.
Un'area di fatto disabitata, degradata e pericolosa, schiacciata tra due grandi campi nomadi, quello di via Triboniano e quello di Baranzate, e delimitata dallo scalo ferroviario della zona Certosa, dove correvano i binari della Milano-Torino, e dal grande raccordo autostradale dove la Torino-Venezia si intersecava con la Milano-Laghi, nei famigerati cinque chilometri a pi alta densit di traffico d'Europa. Il famoso tratto Pero-Cormano, quello citato con la solita formula - si procede con rallentamenti e code a tratti - in qualsiasi notiziario radio, a qualunque ora della giornata.
Abbiamo gi fatto avvertire la famiglia. Poveraccio, aveva moglie e una figlia. Facile che il furgone lo abbiano rubato gli zingari di Triboniano o quelli di Baranzate. Lo avranno poi rivenduto o prestato a qualche altro balordo, che si  messo a correre come un pazzo, ha centrato lo scooter ed  scappato via per non farsi prendere, prov a teorizzare il sovrintendente della Stradale, Simone Ferroni, mentre a sua volta si accendeva una sigaretta, appoggiandosi al parapetto al fianco di Ardig.
Bah... probabile che sia andata cos..., comment, laconico, il capo della Omicidi.
Non sei convinto?
Per niente. Correre a pi di cento all'ora alle 4 del pomeriggio, in un punto cos trafficato. Non so... Ma poi come ha fatto a non vederlo?, domand il commissario, indicando i rottami dello scooter.
Guarda, secondo me quello ha sbandato per qualche ragione, magari perch parlava al cellulare o si stava accendendo una sigaretta anche lui: ha perso il controllo e gli  finito addosso. E ha tirato dritto come se nulla fosse. Punto, rispose Ferroni con una sicurezza degna di un professore che spiega il teorema di Pitagora a un alunno delle elementari.
Il trillare del cellulare del commissario interruppe la conversazione.
S, Velluti, dimmi. Era incensurato? Nessun sospetto, niente? Capisco... OK, meglio cos. Allora torno in centrale. A dopo.
I due poliziotti si scambiarono un tacito sguardo d'intesa.
Va bene. Mi sembra che il caso sia di vostra competenza. Quel pover'uomo non aveva scheletri nell'armadio, era un insegnante universitario alla facolt di Storia ed era a posto. Si  trattato di un incidente. Anzi un omicidio colposo, con l'aggravante dell'omissione di soccorso. Trovare il colpevole, a questo punto,  compito vostro, concluse Ardig, dando una pacca sulla spalla al collega.
Ferroni torn dai suoi uomini per completare i rilievi.
Il commissario prosegu a piedi sulla sopraelevata deserta, nel senso di marcia che portava alla discesa in direzione di piazzale Bologna, dove aveva lasciato l'auto di servizio.
La suoneria del cellulare inizi a salire di tono, sovrapponendosi alla voce del conduttore radiofonico che fuoriusciva dalle casse dell'autoradio.
Federico Malerba stava ascoltando la trasmissione sportiva del tardo pomeriggio.
Le partite dell'ultima giornata di campionato si erano concluse da poco.
Era il momento dei commenti, delle interviste post-gara, delle polemiche sugli arbitraggi.
Inizi ad armeggiare con i tasti per abbassare il volume, quindi afferr il cellulare, ovviamente senza auricolare.
Stava percorrendo la circonvallazione Ovest e aveva gi superato i Navigli.
Fede, dove sei?
Era Brigante.
Non poteva che trattarsi di una rogna.
Sono in circonvallazione, sto rientrando. Perch?, prov a mettere le mani avanti, temendo gi la risposta.
Che peraltro intuiva.
C' un morto sulla sopraelevata di Corvetto. Tu non sei di quella zona?
Nato e cresciuto in viale Brenta! Per non ci abito da quasi trent'anni, cerc di defilarsi.
Fa lo stesso. Fai un salto e vediamo cosa ne tiri fuori. Detti il pezzo sempre a Cristina. Poi va' pure a casa e per oggi hai finito, ordin il caporedattore.
Il cronista sbuff rassegnato.
Mise la freccia e gir in una viuzza laterale.
Doveva tornare indietro e invertire la rotta.
Ci avrebbe messo almeno venti minuti.
Inizi a riflettere: se c'era un morto, c'era Ardig.
Quasi certamente era gi ad attenderlo in Corvetto.
Il vicequestore Bruno Ardig, nonostante i suoi soli 36 anni, da poco pi di un anno e mezzo dirigeva la sezione Omicidi della squadra Mobile di Milano, e, soprattutto, era uno dei pochi veri amici di Malerba: avevano fatto il liceo insieme, per cinque anni, poi si erano iscritti a Giurisprudenza.
Pi che amici, quando erano ragazzi, erano semplicemente compagni di classe: si vedevano tutti i giorni sui banchi, ma usciti da scuola ognuno aveva il suo giro.
Poi negli anni di universit si erano avvicinati, anche se la vera amicizia era arrivata qualche anno dopo, superata la soglia dei 30, quando si erano ritrovati per ragioni professionali: uno giornalista e l'altro poliziotto.
Diversi, come il giorno e la notte.
Ardig, taciturno e ombroso, era il classico spartano: rigido, indistruttibile, uno di quelli che in inverno vanno in giro senza sciarpa e con il giubbotto leggero, che si lava con l'acqua fredda, che salta pranzi e cene, che dorme senza cuscino, che non si ammala e soprattutto non si lamenta mai.
L'esatto contrario di Malerba, molto pi ateniese, ciarliero ed espansivo, romantico, ingenuo, sognatore, un po' viziato, abituato a non fare rinunce e a non farsi mancare nulla.
Diversi. Eppure simili.
Due malati, anzi due ossessionati, per il proprio lavoro.
Zelanti, cocciuti, ambiziosi, permalosi. Entrambi devoti alle loro professioni e alle rispettive regole da rispettare, ma pronti a collaborare con vantaggio reciproco.
Anche se a ben vedere, in tutta onest, il vantaggio maggiore lo aveva tratto Malerba, sempre in cerca di notizie o conferme.
Prov a chiamarlo. Niente.
Il cellulare suonava libero.
Il commissario non rispondeva.
Volutamente, pens Malerba.
Il furgone, con diverse ammaccature e il paraurti anteriore distrutto sul lato destro, venne ritrovato gi nel tardo pomeriggio, abbandonato alla periferia nord est, in zona Cascina Gobba, vicino alla Tangenziale Est.
Casualmente vicino a un altro grande accampamento di nomadi, in un'altra area industriale, degradata e fatiscente.
Nessuna traccia interessante all'interno: nessuna sigaretta spenta, nessuna caramella o cicca, nessuna bottiglietta vuota.
Addirittura, dai primi riscontri effettuati dalla Scientifica, risultavano sul cambio e sul volante impronte di un solo tipo: presumibilmente quelle del legittimo proprietario.
Strano - ragionava Ardig - perch questo significava una cosa sola, ovvero che il guidatore, il ladro in questo caso, aveva indossato dei guanti: abbastanza insolito per un nomade o un clandestino in cerca di un facile guadagno di giornata.
Qualcosa non quadrava: Ardig avrebbe voluto approfondire maggiormente questo caso, ma la competenza era ormai passata alla Stradale.
Gelosa delle sue prerogative, come ogni altro corpo di Polizia, del resto.
E comunque a lui il lavoro non mancava: appena due giorni prima avevano trovato un romeno, tale Radov Plesan, agonizzante, dopo aver ricevuto una coltellata in pieno petto da alcuni connazionali, davanti a un bar in viale Padova. L'immigrato era morto la notte successiva.
Aveva degli assassini da arrestare: al pirata di Corvetto ci avrebbero pensato Ferroni e i suoi.
La puntata a Corvetto si era rivelata un viaggio totalmente a vuoto. Non c'era molto da sapere rispetto a quello che avevano gi scritto le agenzie.
Si era trattato di un tragico quanto normale incidente stradale.
Il solito pirata della strada che si era portato via una vita.
Nulla di pi.
E Ardig non rispondeva al cellulare, come sempre in questi casi.
Butt gi le solite quaranta righe di cronaca spicciola e le dett al dimafono. Poi, finalmente, si avvi verso casa.
Erano le 19,45 e l'afa cominciava a diminuire.
Le strade erano libere, tuttavia non spinse sul gas.
Non aveva alcuna fretta.
Non lo aspettava nessuno.
E come sempre non aveva impegni.
Un senso di solitudine e tristezza lo assal.
Capitava spesso ultimamente.
Inizi il solito esame di coscienza, il solito approfondimento che lo avrebbe portato come sempre alla stessa conclusione: aveva una vita vuota, piatta, triste.
Eppure Malerba poteva definirsi il classico single invidiabile e appetibile per molte donne - visto il suo status e il suo conto in banca - ma, soprattutto, un uomo fortunato, anche se raramente riusciva a rendersene conto.
Aveva un lavoro che lo prendeva, non gli pesava ed era pure discretamente retribuito, non aveva una moglie a stressarlo e neppure dei figli che lo obbligassero ad assumersi delle responsabilit o a fare delle rinunce, cosa che aveva accuratamente evitato di fare fino a quel momento.
L'unica sua vera responsabilit era occuparsi di dar da mangiare a Ottone, il suo coinquilino, un gattone rosso, sovrappeso e con un carattere da despota, che aveva ormai superato i 15 anni, eppure sembrava intenzionato a campare almeno per qualche altro lustro.
Sfamare un gatto obeso.
Era quella la sua sola incombenza.
La sua esistenza, pur avendo superato da qualche mese la fatidica soglia del mezzo del cammin di nostra vita, continuava a scivolare, facile e semplice.
Milanese doc, figlio unico di una famiglia della classica buona borghesia cittadina, con un padre - vicino alla pensione - titolare di un'avviata farmacia in corso Lodi, ereditata a sua volta dal nonno, e una mamma casalinga che divideva il suo tempo libero tra le piante sul terrazzo, la passione per i gatti, un po' di pettegolezzi telefonici e lo shopping, Federico aveva avuto la fortuna di non doversi mai preoccupare troppo.
In casa sua i soldi non erano mai mancati, si era laureato senza spendere troppo sudore, e senza particolare passione, in Giurisprudenza e poi per caso, se non per gioco, aveva intrapreso, con discreto successo, la carriera giornalistica.
Una professione, quella del cronista, a cui si era avvicinato senza nessuna aspettativa, o ambizione, e senza alcuna vocazione particolare: studiando Legge aveva iniziato a frequentare il tribunale per cominciare ad annusarne l'aria, insieme ai compagni di corso.
L aveva conosciuto un anziano inviato di un importante quotidiano che gli aveva proposto di diventare suo collaboratore.
E Federico aveva accettato, giusto per guadagnare qualche soldino da studente, non perch ne avesse alcun effettivo bisogno, soltanto per non sentirsi ripetere dai genitori, che ovviamente lo mantenevano in tutto e per tutto, che l'universit era il suo unico impegno e, pertanto, avrebbe potuto e dovuto darsi pi da fare, in una parola studiare di pi, senza accontentarsi di vivacchiare facendo quel minimo indispensabile che gli bastava, avendo una memoria a dir poco fotografica, per tenersi a galla con una media accettabile.
Aveva cominciato scrivendo qualche articolo nelle pagine di cronaca e aveva guadagnato sempre pi spazio, non per meriti particolari, ma per il semplice fatto che, da studente, aveva la disponibilit a trascorrere qualche ora in tribunale, quando gli altri giornalisti erano in redazione, e questo gli permetteva di trovare materiale per qualche articolo in pi.
Non avrebbe mai pensato di fare il reporter, comunque: immaginava che, nel giro di un paio di anni, una volta ottenuta la tanto attesa laurea, avrebbe chiuso quella parentesi giornalistica per infilarsi giacca e cravatta e cominciare la pratica da avvocato.
La sua vita era stata pianificata qualche anno prima, quando aveva rifiutato di iscriversi a Farmacia e seguire le orme di suo padre e di suo nonno: per scampare a un dorato, seppur routinario, destino tra gli scaffali colmi di medicinali, gi scritto dalla sua famiglia per lui, aveva optato senza troppa enfasi per una possibile carriera nel campo giuridico, con gli studi in Giurisprudenza e poi la scelta tra la Magistratura o, pi probabilmente, un posto da avvocato, magari nello studio legale del suo padrino di battesimo.
Era tutto gi scritto.
E invece, quando ormai mancavano soltanto pochi esami e la tesi a completare il suo corso universitario, il destino gli aveva offerto una chance inattesa, che aveva colto al volo.
L'esplosione di Tangentopoli, la sua frequentazione del tribunale, quel po' di competenza in materia processuale acquisita con gli studi, gli avevano permesso di diventare una sorta di esperto in materia, utile per qualunque giornale in un periodo in cui gli avvisi di garanzia erano emessi a getto continuo e non erano in tanti, nelle redazioni, quelli in grado di confrontarsi con magistrati e avvocati in questioni tecniche.
Cos aveva interrotto la collaborazione con il quotidiano per cui scriveva saltuariamente e aveva accettato, a nemmeno 23 anni, l'offerta della vita: essere assunto da un quotidiano appena nato, La Voce Lombarda, un giornale formato tabloid che si proponeva di diventare il giornale per tutti i lombardi, l'alternativa naturale ai grandi quotidiani tipo Corriere della Sera o la Repubblica.
Non era andata proprio cos e la testata, dopo un boom iniziale, favorito proprio da Tangentopoli e dal vento di rinnovamento che aveva spazzato via tutta la classe politica di quel periodo, aveva finito per perdere copie, soprattutto a Milano, dovendo ridimensionare strada facendo le sue ambizioni e il suo organico: Malerba per era sopravvissuto a questa fase difficile e oggi si ritrovava ad essere inviato, anzi l'Inviato, con la I maiuscola come amava ripetere lui stesso, per la redazione di cronaca, per questo giornale che, tra alti e bassi, si era comunque ritagliato una sua nicchia di affezionati lettori in tutte le principali realt lombarde.
Uno zoccolo duro, attratto soprattutto dalla completezza dell'informazione fornita nelle pagine di cronaca e di sport: era, insomma, il tipico giornale che si leggeva nei bar, soprattutto in provincia, e nelle piazze, specialmente il sabato e la domenica mattina.
Terminato il filone di Tangentopoli il buon Malerba si era convertito, o meglio riciclato, come lui stesso amava dire talvolta esagerando, spostandosi dalla giudiziaria alla cronaca, nera soprattutto, che in Lombardia non mancava mai di offrire spunti interessanti.
E Malerba, nel suo piccolo, si era fatto valere, bastava guardare la bacheca che, al posto di un quadro o di un arazzo, ornava la parete principale del suo salotto.
L, appesi con delle puntine, c'erano gli articoli pi importanti che aveva scritto negli ultimi anni, sui casi pi cruenti ed efferati accaduti in Lombardia: l'uccisione della suora in Val Chiavenna, i delitti delle Bestie di Satana nel varesotto, la ragazzina barbaramente massacrata in quella cascina del bresciano da un branco di suoi coetanei, i due coniugi tagliati a pezzi dal nipote sempre nel bresciano, fino al pi recente delitto di Garlasco.
Erano le punte dell'iceberg, visto che di omicidi ne aveva seguiti tanti in quasi tre lustri, da quelli legati a moventi passionali a quelli che si consumavano nella cerchia familiare, per arrivare a quelli riguardanti la criminalit comune, come le rapine ai negozi che a volte sfociavano, purtroppo, in tragedia.
La sua specialit era saper ricostruire i profili dei protagonisti, prima quelli delle vittime, poi quelli dei sospettati e quindi quelli degli indagati e dei condannati.
Il suo lavoro, alla fine, era sempre lo stesso: arrivava sul luogo del delitto poco tempo dopo gli inquirenti, inquadrava le figure pi interessanti per i suoi lettori, come i vicini di casa, gli amici o i negozianti, e da l partiva con la sua indagine parallela.
Era quello che appassionava chi leggeva il suo giornale: la gente, specie in provincia, quando c'era un omicidio a interrompere la routine quotidiana, non faceva altro che parlarne, fornendo ognuno il suo parere nelle discussioni che animavano bar o piazze.
E gli articoli di Malerba offrivano spunti per queste discussioni in quantit industriale, tirando fuori retroscena che attiravano la curiosit dei lettori, come se fosse miele per gli orsi.
Le forze dell'ordine dovevano trovare e arrestare l'assassino, lui invece doveva svolgere un'altra indagine, comunque complessa e intrigante.
Doveva scovare le persone che conoscevano la vittima o il carnefice, o entrambi se quest'ultimo era gi stato identificato, e farsi raccontare tutto, anche le loro ipotesi, quelle che poi giravano appunto nei bar o in piazza.
Ricostruire la vita dei protagonisti della vicenda, i loro mondi, i loro obiettivi, i loro sogni, il loro passato: era questo il suo lavoro.
E chiss perch qualcosa di interessante saltava sempre fuori. E non lo pensava solo lui.
I suoi articoli piacevano alla gente, lo confermavano le tante lettere o telefonate che arrivavano in redazione.
Alla fine lui dava ai suoi lettori quello che loro volevano: le impressioni, i pettegolezzi e i ricordi di chi, pur non essendo un testimone oculare del delitto, poteva dirsi comunque coinvolto, anche solo perch al mattino serviva il caff o faceva il pieno di benzina al killer o al morto ammazzato.
Con lui la gente si apriva, senza il timore che poteva avere davanti a un giudice o a un poliziotto.
E raccontava, ritagliandosi cos un piccolo momento di celebrit, spesso l'unico in una vita tranquilla, in provincia, all'ombra dell'anonimato.
E chi parlava con Malerba, per un suo articolo, a sua volta finiva sempre poi per appendere l'articolo che lo riguardava, nel salotto di casa propria o sulla parete dietro al bancone del proprio negozio.
In questo modo un dramma, quale un omicidio, si trasformava per molti nell'episodio da raccontare per una vita, potendo dire io c'ero, io li conoscevo, io quel giorno ero l e via dicendo...
E cos Malerba e i suoi articoli erano diventati una sorta di cornice a questi tragici casi.
Ma non solo: qualche volta i suoi scoop avevano permesso agli inquirenti di trovare qualche indizio o, addirittura, qualche pista da seguire.
Come nel delitto di quel ristoratore nella bassa mantovana, ucciso per rapina dopo aver chiuso il suo locale: mentre la Polizia cercava dei balordi che potevano avergli spaccato la testa con una mazza o una spranga, soltanto per rubare un misero bottino, un migliaio di euro e qualche oggetto di valore, Malerba si era imbattuto in un benzinaio che gli aveva raccontato che il morto aveva da qualche mese allacciato una storia con una donna sposata che abitava, guarda un po' il caso, proprio vicino al suo esercizio.
Una donna con un marito geloso, un balordo di mezza tacca, con qualche precedente penale, che in passato aveva pi volte minacciato, o addirittura picchiato, dei corteggiatori della sua vistosa e sensuale consorte.
Figuriamoci cosa avrebbe fatto se avesse scoperto che aveva un amante, aveva sentenziato il benzinaio, regalando a Malerba un titolo magnifico per il suo articolo e agli inquirenti una traccia per risolvere il caso in meno di un pomeriggio.
E il suo amico Ardig ricordava ancora come proprio un articolo di Malerba, un'intervista a un vicino di casa della povera sposina uccisa da un misterioso assassino entrato dal balcone al quarto piano, in pieno centro a Cinisello Balsamo, aveva permesso alla Mobile di avere i primi sospetti per smontare l'alibi di quel marito in apparenza cos disperato per la tragedia...
Una strombazzata di un automobilista alle sue spalle interruppe bruscamente il flusso dei suoi ricordi.
Aveva girato senza mettere la freccia e un concittadino, troppo zelante al volante, glielo faceva impietosamente notare.
Malerba si scus alzando la mano destra, quindi torn a concentrarsi sulla guida.
Stava percorrendo viale Mascheroni: era quasi a casa.
Lo attendeva una serata solitaria.
O meglio in compagnia del fidato Ottone.
L'immagine dello scooter distrutto sul cavalcavia era rimasta impressa nella sua mente per tutto il pomeriggio, senza mai abbandonarlo.
Soltanto adesso, mentre dava le ultime disposizioni ai suoi collaboratori attraverso il walkie-talkie di servizio, era riuscito a togliersi dalla mente il disastroso schianto di Corvetto, costato la vita a quel docente universitario.
Una moglie e una figlia stavano piangendo per una morte assurda, che non lo convinceva.
Scacci i pensieri e si concentr sull'azione che li attendeva.
Viale Lessona, periferia Nord, nel famigerato quartiere di Quarto Oggiaro, l'ex Bronx, insieme al Gratosoglio, di Milano. Case popolari, palazzoni alti e fatiscenti, un nugolo di bar infestati da delinquenti di mezza tacca, ricettatori e spacciatori.
In uno di questi bar - la dritta arrivava da un informatore fidato - la sera si riuniva un gruppetto di rumeni.
Pericolosi, aggressivi, coinvolti in loschi traffici.
Temuti persino dai malavitosi storici del quartiere.
Sigarette, grappe e vodka, partite a biliardo tra urla e schiamazzi. Il gruppetto, di sei o sette componenti, non passava inosservato.
E dalla sera precedente si erano aggregati anche due volti nuovi, due giovani, sui trent'anni: non molto alti, capelli lunghi, espressioni truci, tatuaggi ovunque.
In particolare, sulla spalla sinistra di uno dei due, c'era un'enorme aquila dalle ali spiegate. Avrebbe dovuto tenerla ben nascosta, ma il cretino girava in canottiera senza curarsene.
Un errore che avrebbe pagato a caro prezzo.
I due ragazzi della Digos infiltrati nella zona non avevano dubbi. La descrizione dei due nuovi arrivati calzava a pennello con quella, sommaria ma comunque attendibile, fatta da uno dei baristi di viale Padova che aveva assistito alla mortale rissa di due sere prima, in cui era stato ucciso Radov Plesan.
Uno dei due agenti, in scarpe da tennis, jeans sporchi, canottiera aderente, muscoli e tatuaggi in bella vista, barba di tre giorni e capelli lunghi sulle spalle, era appena uscito dal bar per ricongiungersi con gli uomini della squadra Omicidi, all'interno del giardino pubblico di viale Lessona.
Erano quasi le 22 ma il parco era pieno di gente.
Giovani, ma non solo.
Nessuno aveva dubbi: quel gruppetto di uomini che confabulavano intorno alle panchine erano poliziotti.
La voce nel quartiere era corsa in fretta, ma non era stata fatta giungere, volutamente, fino al bar frequentato dai rumeni.
Alla malavita locale, quasi tutti siciliani e calabresi, i rumeni non piacevano: una concorrenza pericolosa e non gradita.
Per questo la soffiata era arrivata in fretta.
Nessuno, nel quartiere, avrebbe mosso un dito per aiutare i due ricercati.
Sono tutti intorno al biliardo. Sono una decina. Ci sono anche i nostri due amici..., spieg l'agente.
Ardig riguard velocemente la scheda segnaletica dei due soggetti.
Petraz Lacatus, 29 anni, precedenti per aggressione e furto, e Marius Ionescu, 30 anni, precedenti per lesioni.
Entrambi gi espulsi dal territorio italiano rispettivamente nel 2005 e nel 2006. Due tipi da prendere con le molle.
Sicuramente armati, quanto meno dello stesso coltello con cui avevano ucciso il loro connazionale.
Si sparpagliarono dirigendosi verso l'entrata del bar.
Due agenti si infilarono nel cortile dello stabile su cui si apriva la porta laterale del bar.
Lasciarono i due uomini della Digos all'esterno, davanti all'entrata principale. Due volanti, con quattro uomini in borghese, erano posizionate sui due lati della strada, a circa una cinquantina di metri dal locale.
Alcuni avventori, notando la manovra dei poliziotti, si erano affrettati ad andarsene.
I rumeni, vocianti, circondavano il tavolo da biliardo, in una saletta invisibile dall'entrata.
Ardig e la sua squadra, otto agenti in tutto, fecero irruzione, pistole in pugno.
Entrarono di corsa, raggiungendo la sala biliardi. Urlando, e qualificandosi, ordinarono ai presenti di stare fermi.
Quasi nessuno tent una reazione, soltanto quello con l'aquila tatuata sulla spalla sinistra cerc di divincolarsi e fuggire verso l'uscita posteriore. Due agenti riuscirono a braccarlo e a immobilizzarlo con un placcaggio in stile rugbistico.
La scena si era consumata in pochi secondi.
Il commissario soddisfatto, ripose la pistola nel fodero, mentre ammirava i suoi uomini che ammanettavano, senza troppi complimenti, i due ricercati.
Gli altri rumeni erano tutti intorno al tavolo: le braccia aperte, con i palmi delle mani appoggiati sul panno verde del biliardo, le gambe divaricate.
Cominciarono a perquisirli.
Nel frattempo erano stati raggiunti anche dagli uomini rimasti fuori.
Le manette iniziarono a scattare.
Tre di loro erano armati di coltelli a serramanico, altri due erano privi di documenti e fingevano di non capire l'italiano.
Sia Lacatus che Ionescu avevano in tasca un coltello.
Portiamoli in Questura, ordin Ardig.
L'interrogatorio fu pi rapido del previsto.
Avevano alcune testimonianze che avrebbero potuto inchiodare i due criminali, ma il commissario preferiva presentarsi dal magistrato con una confessione.
Cominciarono con Ionescu che, secondo la ricostruzione, aveva aggredito il connazionale ma senza colpirlo con nessun fendente: il vero omicida era Lacatus, che avrebbero torchiato successivamente.
Il giovane, arrogante e spavaldo, dopo l'arresto aveva abbassato la cresta rapidamente. Alle prime domande aveva risposto insultando i poliziotti e spuntando in faccia a uno di loro.
Qualche frustata ben assestata tra le scapole, con lo straccio, bagnato, per lavare i pavimenti, aveva calmato i bollenti spiriti del delinquente.
Ma a farlo crollare era stato un banale bluff di Ardig che aveva finto di ricevere una telefonata.
Ragazzi basta, non serve andare avanti. Dal laboratorio ci hanno detto che sul suo coltello sono state trovate tracce di sangue e il suo compare ha gi confessato.
Il rumeno era sbiancato.
Ionescu sei fregato. Ti beccherai trent'anni di galera. Il tuo coltello ti inchioda. E il tuo amico, Lacatus, di l...
Non aveva neppure potuto terminare la frase.
Bastardo. No vero. Lui ucciso, no io.
Non persero tempo, introdussero Lacatus nella stanza ottenendo la reazione sperata da parte di Ionescu che, seppur ammanettato, aveva tentato di aggredire il compare, inveendo contro di lui e accusandolo di essere l'assassino di Plesan.
Riportarono Lacatus nella stanza attigua, per riprendere a interrogarli separatamente. I due rumeni crollarono rapidamente.
Meno di un'ora dopo le confessioni dei due delinquenti, abbastanza collimanti, erano gi sul tavolo di Ardig.
Commissario, mandiamo i coltelli sequestrati alla Scientifica?, chiese l'agente Pinton.
Ovviamente.
E se poi non trovano tracce di sangue?
Ardig sorrise dando una pacca sulla spalla al giovane sottoposto.
Le trovano, vedrai che le trovano...
Finalmente poteva rilassarsi.
Accese una sigaretta e si affacci alla finestra.
Piazza san Sepolcro, illuminata dalla luce dei lampioni, era ancora pi suggestiva.
Guard il telefonino.
Diverse chiamate perse, alcune provenienti da Malerba.
C'era anche un sms dell'amico giornalista.
Sei stato in Corvetto? Sai nulla dell'incidente mortale di oggi?
L'immagine dello scooter distrutto torn a imprimersi nella sua mente.
Il buonumore era svanito...
...
.
...
2. Milano, 8 giugno 2009.
...
.
...
Alberto Annoni era il classico post-yuppie cinquantenne.
Bella presenza, elegante, giovanile.
Titolare di una ben avviata agenzia di pubbliche relazioni e pubblicit - una di quelle agenzie che organizzano convegni, conferenze, e che collabora con eventi fieristici e mondani mettendo in contatto persone tra loro - lavorava con ritmi frenetici, senza orario.
Cominciava alle 9 e finiva alle 20, quando andava bene, o pi facilmente alle 21, o persino alle 22 nelle giornate normali. Orari canonici per chi, a Milano, fa il manager o l'imprenditore.
Abitava in un elegante condominio in zona Fiera, mentre il suo ufficio era nel centralissimo corso Garibaldi, uno dei punti caldi della movida serale milanese, in una palazzina da poco ristrutturata in stile liberty.
Il tragitto da casa all'ufficio era abbastanza breve, in linea d'aria: poco pi di un chilometro che, nel traffico milanese, in macchina, si traduceva in circa venti minuti di code e ingorghi. Avrebbe fatto prima camminando.
Il pubblicitario, per, si muoveva con una potente Saab scura, che parcheggiava in un'area riservata ai residenti in piazzale Marengo, una piccola isola pedonale, caratterizzata da una piazzetta in cemento, situata alle spalle del teatro Strehler, in pratica di fronte al parco Sempione e all'Arena Civica. Una zona tranquilla, residenziale, esclusiva, con poco passaggio, anche pedonale, trovandosi stretta tra due vie senza uscita.
Quella sera, terminato l'orario di lavoro, poco dopo le 20, Annoni chiuse il portone della palazzina dove aveva sede il suo ufficio, salut una delle ragazze del suo studio e, senza fretta, si avvi verso l'auto parcheggiata, percorrendo corso Garibaldi e deviando poi in via Luchino Visconti.
Tir fuori dalla tasca i due cellulari, ultra piatti, iniziando a visionare i tanti sms ricevuti, mentre camminava lentamente nell'area pedonale, ormai quasi deserta.
Annoni aveva una vita piena, da trentenne pi che da cinquantenne: cene nei ristoranti alla moda, aperitivi nei locali trendy, weekend nelle localit pi gettonate.
Un uomo affascinante: curato nell'abbigliamento, perennemente abbronzato, mai con un capello fuori posto, fisicamente ancora prestante.
Raramente era solo: ad accompagnarlo, quasi sempre, era la sua giovane collaboratrice, trentenne, sexy, dall'aria piuttosto stronza, capelli nero corvino, curve formose, strizzata in abiti aderenti e arrampicata su sandali con tacchi da vertigine.
Una ragazza curatissima in ogni dettaglio, forse pi appariscente, e costruita, che bella, a guardarla bene: una donna con cui il pubblicitario divideva la vita professionale e una parte di quella privata. I due spesso rincasavano insieme nell'appartamento di Annoni a notte fonda.
Uno dei pochi momenti della giornata in cui si separavano, per, era alla fine dell'attivit lavorativa, quando il professionista recuperava la macchina e rincasava, probabilmente per una doccia e un breve riposo, prima di uscire nuovamente per i suoi vari impegni serali.
In questo modo la breve passeggiata che lo separava dall'ufficio al parcheggio, alcune centinaia di metri, si rivelava uno dei pochi momenti di libert, o di solitudine, senza collaboratori intorno a disturbarlo.
Soltanto lui, con la calma di una Milano che, a quell'ora, si zittiva e si svuotava per qualche minuto, con la gente chiusa in casa o nei tanti ristoranti e bar per consumare l'unico vero pranzo della giornata, la cena, dopo il tramezzino o l'insalata ingurgitati nella pausa pranzo.
Un momento particolare della giornata, unico, di quiete silente e relax, per una Milano sempre di corsa, caotica e frenetica.
La Saab scura era sistemata sul lato destro del parcheggio arrivando dalla strada principale alle sue spalle, via Legnano e aveva il muso rivolto verso la fila di alberi che separava lo spiazzo dal teatro Strehler.
Annoni, come sempre, aveva posteggiato di muso, per poi fare retromarcia uscendo e andarsene aggirando l'aiuola che delimitava le due diverse aree in cui era diviso simmetricamente l'esclusivo parcheggio.
C'erano soltanto un paio di posti liberi: i possessori dell'ambito spazio di sosta per l'auto, del resto, erano quasi tutti residenti nelle palazzine circostanti e a quell'ora erano gi rincasati.
Alle 20,20 l'uomo fece la sua comparsa in piazzale Marengo: la sua figura diventava sempre pi nitida man mano che avanzava.
Addosso portava un completo con giacca e pantaloni blu, con una camicia celeste chiara, senza cravatta: stava armeggiando con la tastiera del suo iPhone e sembrava non prestare attenzione a quanto poteva accadere intorno a lui.
Superata la statua in bronzo, dedicata ai caduti, che ornava il centro del piazzale, aveva continuato a camminare a passo deciso, dirigendosi verso la vettura, sempre con lo sguardo rivolto al display del suo cellulare.
Il pubblicitario intravide la Saab qualche metro prima, avanz ancora qualche passo poi azion il telecomando dell'antifurto, facendo scattare le luci di attivazione e sbloccando le chiusure centralizzate delle portiere.
Soltanto in quel momento vide un foglio appoggiato sul parabrezza: una multa o la solita pubblicit?
Istintivamente Annoni, telefonino ancora saldamente nella mano sinistra, aggir il cofano e si port sul lato destro della sua vettura: si chin, allung il braccio destro e prese il foglietto inserito nella spazzola tergicristalli.
Era un foglio bianco, un normale A4, e non sembrava una contravvenzione.
Non si era accorto che, alle sue spalle, a meno di due metri, una sagoma scura si era materializzata dietro di lui, silenziosamente.
Apr il foglietto e rimase per una frazione di secondo perplesso: era un'immagine stampata, un'immagine di...
Un brivido gelido gli percorse la schiena.
Per un secondo sent le gambe cedere.
Le sue orecchie percepirono un fruscio, un calpestio, un rumore indefinibile.
Per un istante ebbe la sensazione di una persona immediatamente alle sue spalle.
Fece per girarsi. Non ne ebbe il tempo.
Una mano vellutata lo aveva gi afferrato da dietro, energicamente, tappandogli la bocca, mentre un fortissimo odore di chimico, di medicinale, gli riemp le narici.
Poi cal il buio: black out. Non riusc a reagire o a dimenarsi.
Il corpo afflosciato del professionista scivol a terra, su un fianco.
La mano guantata lo gir, velocemente, facendolo rotolare con la schiena sul terreno, incastrato tra la sua Saab e l'altro veicolo.
Un secondo dopo una lama enorme cal dall'alto, centrando in pieno il petto del pubblicitario inerme: uno, due, tre, quattro colpi in sequenza. L'effetto fu devastante.
Annoni era a terra in una pozza di sangue scuro, il corpo era scosso da alcuni singulti, come se fosse sotto l'effetto di scariche elettriche.
La lama cal nuovamente, questa volta in pieno collo, aprendo un altro squarcio enorme.
La sagoma scura si allontan, diretta verso i binari del tram che separavano quell'area chiusa al traffico da quella adiacente al teatro, scomparendo rapidamente.
Nel parcheggio regnava il silenzio.
Nessuno aveva visto o sentito nulla.
Accanto al cadavere, ancora tremante, c'era una cartelletta di plastica trasparente.
Filetti di platessa o cotolette alla milanese?
Federico Malerba era di fronte a uno dei suoi classici dilemmi quotidiani.
Maneggiava le due confezioni surgelate, soppesandole, in cerca di un'ispirazione. Il freddo stava gi trasmettendo impulsi dolorosi alle dita.
Non era una gran scelta quella su cui si dilemmava: due pietanze pronte, semplicemente da scartare e cuocere in padella con un filo d'olio a fuoco lento, per cinque minuti, e poi da guarnire con l'immancabile porzione di maionese.
Calorie e conservanti a volont.
Il peggio del peggio per il suo stomaco.
Sbuff. Per noia.
Del resto le sue cene, quando era a casa, ovvero un paio di sere alla settimana, erano piuttosto prevedibili.
Un secondo gi pronto e un contorno di verdura, quasi sempre un'insalata con pomodori e mais, e un buon bicchiere di vino, possibilmente bianco, a innaffiare il tutto.
L'alternativa era rompere qualche uova, aggiungere del prosciutto e fare un'omelette.
Men incolore, quasi deprimente.
Non che non sapesse cucinare. Anzi.
Tra i fornelli se la cavava pi che egregiamente.
Quello che gli mancava era la voglia. Di utilizzare troppe pentole, di ritrovarsi poi tegami vari da lavare e via dicendo. O meglio, la motivazione, prodotta da una mancanza di compagnia.
Erano le 20 passate da un pezzo a giudicare dai servizi del Tg5, che parlavano del caro ombrelloni che attendeva gli italiani nell'estate ormai alle porte. Un argomento secondario: i servizi principali erano gi andati in onda.
Infatti l'orologio della cucina indicava le 20,25.
Ora di cena.
Apparecchi la tavola con una bottiglia di vino bianco stappata alcuni giorni prima, una tovaglietta di plastica e un bicchiere. Cominci a tagliare i pomodori.
Paradossalmente, ragionava, avrebbe preferito essere al lavoro: almeno avrebbe avuto qualcosa da fare e qualcuno con cui andare poi al ristorante.
Le volanti della Polizia di Stato, partite dal commissariato Centro Storico - situato in piazza San Sepolcro, una splendida piazzetta incastonata nell'area pedonale, alle spalle della Pinacoteca Ambrosiana, tra via Torino e piazza della Borsa - infilarono in senso contrario la parte terminale di via Legnano, laddove una ventina di minuti prima, una pattuglia dei vigili urbani, casualmente di passaggio in quel momento, aveva intercettato una coppia di fidanzatini a dir poco agitati.
I giovani li avevano fermati sbracciandosi, sostenendo di aver appena scoperto un morto tra le auto in sosta sotto gli alberi.
Gli agenti della Municipale erano scesi dall'auto con un misto di curiosit e disappunto, incapaci di comprendere se i due ragazzi avessero assunto qualche sostanza allucinogena o fossero realmente sotto choc per avere assistito a qualcosa di impressionante.
La risposta era arrivata nel giro di pochi secondi: tra due auto parcheggiate c'era effettivamente il corpo di un uomo apparentemente senza vita.
Lo spettacolo era terribile: il morto - perch non potevano esserci dubbi sul fatto che quell'uomo non potesse essere ancora vivo - aveva una camicia chiara, ormai completamente inzuppata dal proprio sangue, quasi nero.
L'abbondante emorragia sentenziava, gi a una prima occhiata, che era stato colpito pi volte. Non da una pistola.
Non bisognava certo essere Sherlock Holmes per immaginare cosa dovevano aver fatto a quel disgraziato.
Tutto lasciava pensare a una feroce esecuzione, quasi certamente un regolamento di conti.
Un machete o un'accetta per tagliare la legna, fu il primo pensiero che attravers la mente del commissario Bruno Ardig, tutto sommato abituato a trovarsi di fronte a dei cadaveri, sia sul luogo del delitto che sul tavolo del medico legale.
Tanto avvezzo che nemmeno la vista di quel poveretto, cos martoriato, lo impression eccessivamente.
Anche se la scena era davvero raccapricciante.
Logico che i due fidanzatini, autori della macabra scoperta, fossero in preda a una crisi isterica, soprattutto la ragazza. Meglio mandarli a casa.
Per sentire la loro testimonianza c'era tempo.
E poi, tanto, cosa avrebbero potuto dire di pi?
Stavano camminando sul marciapiede opposto, avevano intravisto qualcosa per terra, avevano realizzato che si trattava di un uomo, forse un barbone, si erano avvicinati imbattendosi in quell'orrore. Basta, nessun altro dato da segnalare.
Intanto alle prime domande aveva gi dato una risposta esauriente il portafogli della vittima, all'interno del quale c'erano i suoi documenti.
Quell'ammasso di carne, intestini esposti sangue era Alberto Annoni, nato a Milano il 28 febbraio 1955, libero professionista, celibe, residente in piazza Buonarroti.
Per il momento poteva bastare.
Ardig si accese una sigaretta guardandosi intorno.
Gli agenti stavano gi isolando la zona con il nastro di nylon, quelli della Scientifica cominciavano a effettuare i primi rilievi, mentre il dottor Brasca, il medico legale di turno, era in arrivo.
Un agente della Scientifica si avvicin al suo responsabile, Daniele De Piccoli, un cinquantenne, comasco, da quasi quindici anni assegnato alla Questura del capoluogo milanese e, da quattro anni, responsabile della sezione.
Un tipo pratico, che parlava poco e lavorava parecchio.
Dai suoi laboratori le risposte arrivavano presto e non si verificavano errori.
Ad Ardig piaceva molto e tra i due, nel corso degli anni, nonostante una certa differenza di et e di carattere, si era instaurato un consolidato feeling professionale.
Bruno, abbiamo qualcosa di interessante per te, disse salutandolo.
Il commissario guard la cartelletta trasparente che il collega sventolava con la mano destra, avvolta dai guanti in lattice da indossare obbligatoriamente in queste situazioni.
Questa - spieg, indicandola - era quasi conficcata sotto la macchina. Sul lato sinistro del corpo della vittima.
Il responsabile della squadra Omicidi sollev la cartellina trasparente per poterla vedere ancora meglio.
Era un normalissimo foglio A4 di Word, sputato da una stampante a colori.
Si trattava della riproduzione di un dipinto rinascimentale o barocco, con degli angeli impegnati in una sorta di duello. Non era un esperto di arte, ma ne comprendeva il significato: la lotta degli Arcangeli per cacciare Lucifero dal paradiso.
Forse l'aveva in mano Annoni quando  stato aggredito, ipotizz De Piccoli.
Potrebbe darsi. In fin dei conti era un pubblicitario.
Prima di aggiungere dubbioso: Ma potrebbe anche non c'entrare nulla con il delitto ed essere stata perduta da qualcun altro, qualche ora prima. Repertatela ed esaminatela il pi in fretta possibile. Vediamo cosa salta fuori.
De Piccoli torn dai suoi uomini senza commentare.
In realt non c'era urgenza.
Non avrebbero preso il colpevole quella sera.
Non c'erano testimoni, per il momento, non c'era nessuna pista da seguire, almeno non da subito.
Il delitto era avvenuto da pi di un'ora.
L'assassino aveva avuto tutto il tempo per allontanarsi.
Oppure, chiss, tra il gruppetto di curiosi che si era radunato poco distante, per assistere alla scena, c'era anche lui. Non poteva escluderlo, era solo una supposizione come un'altra.
Torn a fissare il cadavere e nella sua mente presero forma le prime ipotesi. O meglio, le prime piste da scartare: una su tutte, quella della rapina.
L'uomo aveva al polso un Rolex dorato - valore intorno ai 4-5mila euro - e il portafogli, oltre tutto molto ben fornito, era stato rinvenuto nella tasca della giacca, insieme a due modernissimi cellulari. Senza contare la macchina, gi aperta, con l'antifurto disattivato, pronta per essere rubata, visto che le chiavi erano l per terra, vicino al corpo.
Un rapinatore, un balordo o un tossico ne avrebbero approfittato.
No, non era questa la pista da seguire, perch nessun ladro o disperato avrebbe massacrato di colpi un malcapitato, in pubblico, all'aperto, cos a lungo, senza neppure portargli via la macchina e il resto.
E nemmeno la pista della lite istantanea, magari per motivi futili, per un diverbio stradale o su un banale parcheggio, sembrava da seguire, perch chi aveva ucciso aveva voluto infierire su quell'uomo.
Non aveva dubbi: erano di fronte a un delitto pianificato e ben organizzato. Impensabile, quindi, che l'omicida non si fosse gi dileguato.
Poteva comunque essersi tradito, lasciandosi dietro delle tracce che gli esperti della Scientifica avrebbero potuto individuare. Senza contare che un testimone, ancora non uscito allo scoperto, poteva averlo visto durante l'azione o mentre si allontanava dalla scena del delitto.
Era anche possibile che si fosse imbrattato con degli schizzi del sangue della vittima, considerando lo scempio compiuto.
Il cervello dell'investigatore aveva gi cominciato a viaggiare a pieno regime. Per lasciare via libera ai suoi pensieri il commissario si allontan di qualche metro, superando il cordone di nylon gi tirato dai suoi agenti.
I lampeggianti e le sirene in lontananza lo destarono da quella sorta di trance: il magistrato e il medico legale stavano arrivando.
Il cellulare di Malerba cominci a trillare mentre stava seguendo il talk show politico su Telelombardia.
Si erano da poco chiuse le urne per le elezioni amministrative: Guido Podest, candidato sfidante per il centrodestra, e Filippo Penati, presidente uscente per il centrosinistra, si stavano contendendo, in un duello fino all'ultimo voto, la presidenza della provincia di Milano.
Malerba, appassionato di politica, imprec, seccato per l'interruzione.
Guard il numero apparso sul display: era la redazione.
Rispose: c'era Donatella, la segretaria.
Ciao Fede, ti passo Brigante, lo salut in tono sbrigativo.
Beppe Brigante era il caporedattore centrale della Voce Lombarda.
Sessantenne, dopo una vita passata tra ospedali, caserme e tribunali a caccia di storie da raccontare, da alcuni anni era una sorta di numero tre del giornale, dopo il direttore e il suo vice: era il classico uomo di macchina, come si dice in gergo giornalistico, ovvero quello che sa sempre tutto del giornale, degli articoli di ogni singola pagina, delle caratteristiche e delle peculiarit di ogni giornalista dell'organico.
Ciao capo, che succede?, chiese Malerba, consapevole del fatto che, se lo chiamavano nel suo giorno di riposo, a quell'ora tarda, era per un'urgenza.
Hanno ucciso uno, meno di un'ora fa. Vicino a casa tua.
In effetti poco prima aveva sentito arrivare, dalla finestra aperta, l'eco lontana di numerose sirene.
Si sa chi ?, ribatt curioso il giornalista.
No, perch non vai subito a vedere?  vicino a casa tua, ci vai anche a piedi.  successo in via Legnano, davanti all'Acquario Civico, dove c' l'Arena. Vai l, scopri chi  la vittima, scova qualche particolare e detta una sessantina di righe, cos ci apriamo la cronaca di Milano e facciamo una placca in prima pagina. Ti mando anche un fotografo.
In realt, almeno in linea d'aria, il luogo dell'omicidio era pi vicino alla redazione, situata in piazza Cavour, che all'abitazione del cronista.
Se Brigante lo chiamava, per, era perch, evidentemente, voleva che fosse proprio lui a occuparsene.
Un attestato di stima che lo inorgogliva.
Malerba, che gi temeva un'inutile e vuota serata di riposo, sul divano, con un bicchiere di vino e lo sguardo seccato del gatto Ottone a tenergli compagnia, fu lieto di accettare l'ordine.
In fin dei conti l'omicidio sarebbe potuto capitare in qualsiasi provincia lombarda e in quel caso, come era capitato altre volte, avrebbe dovuto mettersi in macchina, farsi cento chilometri e dormire in qualche albergo sfigato.
Cos se la sarebbe cavata in poco pi di un'ora e avrebbe potuto chiedere di recuperare la giornata di riposo perduta per questa emergenza.
Va bene, corro, acconsent.
Bravo, fa' in fretta, concluse Brigante.
Nemmeno cinque minuti dopo scendeva le scale.
Da via Vincenzo Monti si incammin verso il Castello Sforzesco.
Aveva infilato nella leggera giacca estiva di cotone, che si era appena buttato sulle spalle, il registratore e il taccuino.
Intanto cominci a elucubrare: s, tutto sommato, meglio cos.
Poteva rivelarsi un caso interessante, poteva venirne fuori un bell'articolo. Sorrise: alla fine era sicuramente meglio cos.
Dopotutto era meglio lavorare, soprattutto per chi, come lui, amava essere sempre sulla notizia, sapendo che l'indomani in edicola lo avrebbero letto in tanti.
E poi, onestamente, non aveva di meglio da fare.
O meglio non aveva niente da fare. In pratica non aveva una vita, una vera vita, se non quella lavorativa.
Da sei mesi non aveva pi una donna con cui dividere le sue emozioni, il suo tempo libero, le sue notti.
Silvia, la sua storica fidanzata, lo aveva piantato dopo quasi nove anni, stufa di aspettare che le proponesse di sposarsi, stanca di un ragazzo che non si decideva mai a diventare uomo, che conservava gelosamente il suo status di bamboccione, che aveva una paura terribile a compiere qualsiasi grande passo, compreso quello di avere un figlio e prendersi le conseguenti responsabilit.
Cos, dopo mesi di litigi e incomprensioni, lei lo aveva lasciato. Da solo, con soltanto il suo lavoro e il suo gatto a tenergli compagnia. Troppo poco.
A Federico questa solitudine pesava: soprattutto mancava lei, Silvia. Banalmente soltanto dopo averla persa aveva capito quanto teneva a lei.
Scacci i cattivi pensieri che lo stavano assalendo.
La telefonata di Brigante poteva rivelarsi un jolly inatteso pescato dal mazzo: era meglio scrivere un bell'articolo su un omicidio che passare la serata in casa da solo davanti alla tiv, accarezzando il vecchio Ottone.
Chiss cosa avrebbero pensato i parenti del morto se avessero potuto ascoltare questi suoi ragionamenti...
Il magistrato di turno, Ivano Perilli, aveva preferito non fissare troppo quel corpo cos straziato.
Non aveva mai seguito un caso di omicidio fino a quel momento e di cadaveri non poteva certo definirsi un esperto. Passare dalle centinaia di cause che aveva seguito per i pi svariati reati, soprattutto di genere amministrativo o finanziario, a un omicidio, rappresentava per lui una novit che gli creava qualche legittimo timore.
Aveva 44 anni e un'esperienza decennale nella magistratura: negli ultimi cinque anni era salito agli onori delle cronache mediatiche per le sue inchieste su una serie di conti cifrati in Liechtenstein e Lussemburgo, dove numerosi politici e imprenditori lombardi avevano portato un ingente fiume di denaro, sfuggendo cos alle maglie del fisco nostrano.
Dopo alcuni arresti roboanti, per, l'indagine si era un po' arenata.
Le rogatorie internazionali tardavano a produrre esito, gli istituti di credito avevano opposto il segreto bancario e alcune pressioni politiche trasversali avevano smorzato la sua inchiesta.
Un caso di omicidio, per, poteva riaccendere i riflettori sul suo operato: questa considerazione lo rinfranc, facendogli superare i timori derivanti dalla mancanza di dimestichezza con indagini di questo genere.
Decise, comunque, che si sarebbe mosso con enorme cautela, affidandosi, almeno inizialmente, agli investigatori che, di sicuro, ne sapevano pi di lui.
Conosceva soltanto di vista il giovane responsabile della squadra Omicidi della Mobile - un ragazzo non ancora quarantenne a prima vista, abbastanza alto, fisico magro e asciutto, gli occhi neri come i capelli corti, mascella contratta, aria decisa e seria, sguardo acceso, quasi rabbioso - che si present, con un'espressione comunque cordiale e disponibile, con un semplice: Bruno Ardig.
Senza aggiungere la qualifica o piazzare il solito Dottore davanti alle generalit.
Ivano Perilli, ribatt il magistrato.
Mi pu dire gi qualcosa?, chiese il sostituto procuratore.
Ardig elenc rapidamente le generalit del morto e qualche dettaglio gi emerso, tra cui il ritrovamento di una cartelletta contenente un'immagine stampata, una riproduzione di un quadro rinascimentale, non necessariamente collegata alla vittima o al delitto.
Il dottor Brasca aveva terminato il suo primo sommario esame sul martoriato cadavere.
Per me potete rimuovere il corpo, lo vedr meglio in istituto, rifer, dopo essersi presentato al magistrato che avrebbe diretto le indagini.
Alcuni barellieri dell'istituto di medicina legale iniziarono a sollevare delicatamente il cadavere, coperto da un telo di plastica, cercando di contaminare il meno possibile la scena criminis.
Commissario, pu venire un istante?
La voce di un agente della Scientifica richiam l'attenzione di Ardig.
Stava raccogliendo un pezzo di carta, letteralmente imbevuto del sangue della vittima.
Era nascosto dal corpo, sotto la schiena. Con il sangue si era appiccato ai vestiti, per questo non lo abbiamo notato, si giustific l'agente, che aveva condotto i primi accertamenti sul cadavere del pubblicitario.
Va bene, va bene, fai vedere, lo zitt Ardig, facendosi passare la busta trasparente in cui era stato inserito il nuovo reperto.
Il foglio era quasi illeggibile, stropicciato e rovinato.
Il commissario lo sollev in direzione del lampione per farsi luce. L'immagine non era chiara. Sembrava una foto, scannerizzata o fotocopiata. L'oggetto era confuso.
Cosa significa?, domand curioso Perilli, che si era avvicinato.
Non ne ho idea, non  nemmeno detto che appartenga ad Annoni. Forse questo foglio si trovava gi per terra quando il corpo del pubblicitario gli  finito sopra. Come del resto quella strana immagine degli angeli che duellano con Satana. Faremo tutti gli accertamenti del caso, tagli corto.
I tre rimasero l ancora per qualche minuto, poi il drappello si sciolse: Ardig e Perilli si diedero appuntamento direttamente in Questura, per fare un primo punto della situazione mezz'ora pi tardi.
Malerba aveva impiegato una decina di minuti per raggiungere l'incrocio tra via Legnano e piazzale Marengo.
Dal suo angolo di visuale, distante una ventina di metri dal luogo del delitto, non vedeva praticamente nulla.
Soltanto gli agenti, gli uomini della Scientifica e il magistrato impegnati in chiss quale sopralluogo, coperti dagli alberi, dalle vetture in sosta e dagli agenti che formavano un cordone umano intorno al punto in cui doveva trovarsi il corpo.
Il suo fotografo, munito di teleobiettivo, non riusciva a fare altro che immortalare la scena da lontano, senza poter inquadrare qualcosa di utile per i lettori: prov a issarsi sull'esile ringhiera che delimitava i binari del tram, senza ottenere maggiore visuale.
Il giornalista cominci a buttare l qualche domanda al gruppetto di persone che stava curiosando, ma fu un fiasco.
Nessun testimone oculare del delitto, nessuno che sapesse chi fosse stato ucciso, nessuno che potesse raccontare niente di interessante. Attravers la strada e si un a un altro gruppetto: il risultato fu il medesimo.
Intanto erano sopraggiunti colleghi di altri quotidiani, di alcune agenzie stampa e di un paio di emittenti televisive con tanto di telecamere accese e microfoni spianati.
Addio fattore sorpresa, addio speranza di poter cavare qualche parola agli inquirenti.
Vide l'amico Ardig incamminarsi nella loro direzione: Malerba fu il primo ad avvicinarsi al nastro che li separava dalla zona delimitata. Immediatamente lo seguirono anche i colleghi.
Il capo della Omicidi li not e per un secondo fu tentato dall'idea di assecondarli, rivelando le generalit della vittima e qualche altro particolare, ma ci ripens.
Non posso dirvi nulla, lo sapete, si limit a dichiarare.
Poi, con un eloquente gesto della mano teso a fermare le loro richieste e suppliche, aggiunse: Rivolgetevi al magistrato incaricato di seguire le indagini.
Se ne and, fingendo volutamente di non sentire gli appelli dei giornalisti, ignor lo sguardo complice dell'amico Malerba e fil dritto sulla vettura di servizio. Qualche istante dopo il dottor Perilli fece altrettanto, limitandosi a invitare i cronisti a raggiungerlo pi tardi in Questura.
Malerba attese qualche minuto, poi si rassegn all'idea che quel presidio fosse totalmente inutile: magistrato e investigatori se ne erano andati, stavano caricando il cadavere sull'ambulanza e nessun agente avrebbe fornito loro le generalit della vittima. Raggiunse quindi i colleghi e concord insieme a loro una strategia comune: sarebbero andati davanti alla Questura, per farsi rilasciare un comunicato o qualche dichiarazione dal magistrato competente. Gli inviati delle agenzie chiamarono le rispettive redazioni per cercare il numero di cellulare del sostituto procuratore.
Non sarebbe stata una bella serata e Malerba, mentre saliva sullo scooter del suo fotografo per farsi accompagnare in via Fatebenefratelli, inizi a rimpiangere il suo divano e il suo gatto.
Nella sala riunioni della Questura si teneva il primo vertice sul caso Annoni. Dal momento del delitto, approssimativamente, erano trascorse poco pi di due ore e non erano emerse novit di rilievo.
Ardig fece una rapida relazione ai presenti: un paio di suoi collaboratori, tra i pi fidati, il Questore e ovviamente il sostituto procuratore che avrebbe seguito le indagini in prima persona, coadiuvandosi con il commissario stesso, come venne stabilito durante la riunione.
Terminato il vertice il poliziotto impart una serie di ordini ai suoi uomini, in modo che potessero muoversi dal mattino successivo, nel momento in cui avrebbero riaperto gli uffici, con la massima efficienza e rapidit.
Bisognava sapere tutto sulla vittima: avrebbero fatto accertamenti sulla sua situazione patrimoniale e sulla sua attivit professionale, mentre lui stesso si sarebbe occupato della sfera personale.
In parte avevano gi iniziato questo meticoloso lavoro.
Proprio il commissario aveva avuto un breve colloquio telefonico con la segretaria-braccio destroamante del pubblicitario, Manuela Castoldi, la quale, intorno alle 22, aveva chiamato sul cellulare del suo principale, ignara di quanto accaduto, sentendosi rispondere dallo stesso Ardig che, con il dovuto tatto, le aveva comunicato la tragica notizia.
La conversazione con la Castoldi era durata meno di una decina di minuti: la donna, comprensibilmente scossa, aveva chiesto di rimandare tutto al giorno successivo, limitandosi soltanto a premettere che Annoni era un uomo stimato da tutti, senza nemici, senza pendenze economiche e senza scheletri nell'armadio.
Ardig aveva deciso di recarsi a casa del pubblicitario quella notte stessa, per un primo sopralluogo, mentre avrebbe aspettato il giorno successivo per ascoltare i parenti, l'anziana madre e un fratello che, peraltro, era gi stato velocemente ascoltato dai suoi collaboratori che gli avevano comunicato la notizia del ritrovamento del cadavere, omettendo il particolare del torace cos ferocemente massacrato dalla furia omicida.
Questo particolare lo avrebbero comunicato ai parenti soltanto al momento del riconoscimento del corpo, quindi il giorno successivo, ma fino ad allora era un segreto da custodire, nella speranza che gli esami della Scientifica potessero rivelare qualche importante traccia da seguire immediatamente. Non avrebbero detto una parola, ai congiunti del pubblicitario, circa il ritrovamento di quell'enigmatica immagine rinascimentale e dell'altrettanto enigmatica immagine schiacciata dal corpo della vittima e macchiata dal suo sangue.
Attendeva delle risposte, a riguardo, dalla Scientifica.
E importanti sarebbero stati anche gli accertamenti bancari e patrimoniali che i suoi uomini, su mandato del magistrato, avrebbero effettuato il mattino seguente.
Quasi tutti gli omicidi, rifletteva mentre scendeva nel parcheggio, avvengono per motivi passionali ed economici: avrebbero battuto entrambe le piste fin da subito, interrogando la Castoldi e ricostruendo il quadro finanziario della vittima. Prima, per, avrebbe cercato, perquisendo l'abitazione, di ricostruirne un profilo, nella speranza di capire il perch di un simile delitto.
Malerba rincas stanco e deluso.
Il magistrato, il dottor Perilli, di cui erano riusciti a fatica a reperire il numero di cellulare, li aveva tenuti sulla corda fino quasi a mezzanotte, dimostrando una pignoleria e una prudenza che li aveva a dir poco depressi.
Poi, una volta certo che i parenti dell'uomo ucciso fossero stati informati dell'accaduto, il pm aveva provveduto a far redigere una breve nota, contenente le generalit del morto, e poche altre scarne informazioni sull'accaduto, che aveva fatto distribuire da un agente ai tanti giornalisti che si erano radunati sotto gli uffici della Questura.
Nessuno tra i reporter accorsi sotto gli uffici di via Fatebenefratelli conosceva la vittima: nelle redazioni, per, a qualcuno, quel nome, Alberto Annoni, era noto.
Cos il suo pezzo, piuttosto striminzito, 50 righe o poco pi, era stato rimpolpato da una scheda, un coccodrillo, preparato in tutta fretta da una giovane collega esperta di moda e fashion e corredato con una foto, in cui il pubblicitario, sorridente ed elegantissimo, partecipava all'inaugurazione di una mostra fotografica di grande interesse, avvenuta un anno prima allo spazio espositivo della Triennale.
L'avvio non era stato certamente dei migliori, anzi... ma Federico si considerava un diesel.
Nei primi giorni gli capitava di dover sgomitare con i colleghi per spolparsi l'osso con loro, senza riuscire a ingranare la marcia giusta, a distanza, per, sarebbe venuto fuori, grazie alla sua perseveranza e a quella giusta dose di fortuna che in genere lo assisteva.
Forte di questa convinzione, era rincasato verso le due, filando a dormire e confidando nella buona sorte per il giorno successivo.
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3. Milano, 9 giugno 2009.
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Era stata la classica nottataccia insonne per Ardig.
Passata rovistando nei cassetti, frugando sulle mensole, aprendo armadi e scaffali, perquisendo scrupolosamente quell'abitazione elegante, fredda e impersonale.
Non cercava nulla di particolare: sperava, rovistando come un gatto tra i rifiuti, di trovare qualche traccia interessante. Alla fine, stanco di ficcare il naso nella routine di un uomo che appena poche ore prima aveva lasciato con il torace squartato, in un lago di sangue, coperto da un telo impermeabile della Mortuaria, aveva affidato ai suoi uomini la conclusione della perquisizione domiciliare, optando per rientrare a casa.
Voleva concedersi un paio di ore di sonno, una doccia e una rapida colazione. Viveva da solo. Da tanto, da quando era poco pi che maggiorenne.
Per via del suo carattere da montanaro, silenzioso e un po' orso, non aveva mai voluto aprire la sua vita a una presenza femminile. La sua ultima vera storia risaliva a quasi cinque anni prima.
Inanellava brevi avventure, frequentazioni di due o tre settimane al massimo, che si interrompevano sempre allo stesso punto: quando la lei di turno gli proponeva di compiere il primo gradino che porta alla costruzione di una relazione di coppia. Tipo dormire insieme per l'intera notte e fare colazione al risveglio.
Insomma cominciare a entrare l'uno nella vita dell'altra.
Era quello il punto di non ritorno, quando decideva di staccare la spina e difendere il suo piccolo mondo chiuso per l'esterno.
Di passatempi ne aveva pochi, come del resto aveva poco tempo libero. Lavorava 15 ore al giorno, quasi sempre sette giorni su sette.
Quando aveva un giorno libero se ne andava in montagna, a farsi lunghe passeggiate nella natura, tra i boschi e i torrenti. Oppure, se restava in citt, si chiudeva nella palestra della Questura, per sfogarsi con i pesi e tenersi in forma con le arti marziali tailandesi.
Divorava libri, gialli soprattutto, ma non solo: da qualche anno si era avvicinato al buddismo e tomo dopo tomo cercava di addentrarsi sempre pi in quella che non era soltanto una religione ma anche una disciplina di vita.
Dormiva poche ore: quattro, cinque se andava bene.
Fumava. Tanto, troppo.
Era quella la sua vita, soprattutto da quando era tornato a Milano - dopo aver girovagato per un decennio in lungo e in largo per lo Stivale - dove si era sistemato prima in una stanza della Questura, quindi, da circa due anni, in un monolocale in zona viale Abruzzi, in uno stabile elegante, non certo una reggia, ma neppure una stamberga.
Adesso, nel buio e nel silenzio della sua camera da letto, cercava di prendere sonno e dormire un'ora.
Tentativo inutile.
Il suo riposo venne interrotto dopo nemmeno venti minuti dal rumoroso vibrare del cellulare appoggiato sul comodino.
Il commissario si dest, balzando come una molla.
Prima di rispondere guard velocemente il display fosforescente della sveglia. Erano le 6,15.
Commissario, abbiamo trovato qualcosa di interessante: resti di cocaina su un piccolo specchio chiuso in un contenitore in bagno.
Ah...
E non solo. Abbiamo trovato del denaro contante, circa 8mila euro, in banconote di vario taglio chiuse in una busta sigillata, in una cassaforte nascosta sempre in bagno, in uno scaffale.
Come avete fatto ad aprirla?
Le chiavi erano inserite nel mazzo di quelle dell'abitazione.
Raggiungetemi in ufficio tra mezz'ora.
L'agente Scalise era stato di poche parole, sufficienti, per, a farlo esplodere come una palla di cannone.
Eccolo il probabile movente a questa assurda mattanza: la cocaina.
Il tempo di farsi una doccia e radersi e, poco dopo le sette, l'investigatore era di nuovo nel suo ufficio, nella centralissima piazza San Sepolcro, per una prima riunione operativa, nel moderno commissariato che aveva sede in un'elegante dimora quattrocentesca, Palazzo Castani.
La mattina pass veloce, tra una telefonata e un resoconto dei vari collaboratori inviati in tutti i luoghi dove, presumibilmente, poteva esserci qualcosa che li potesse aiutare a ricostruire la vita del malcapitato Annoni.
Erano quasi le 12 quando ricevette la telefonata pi attesa, quella dell'istituto di medicina legale.
Il dottor Brasca, come da sua richiesta, prima dell'esame autoptico, aveva effettuato gli esami tossicologici sui capelli della vittima.
Ebbene?, chiese Ardig fremendo.
Era un consumatore abituale di cocaina, non ci sono dubbi. Ci sentiamo nel tardo pomeriggio per i risultati dell'autopsia, lo conged l'anatomopatologo.
Il commissario gett un'occhiata fuori dalla finestra del suo ufficio: la splendida basilica medievale di San Sepolcro si ergeva maestosa, illuminata dal sole, che faceva brillare anche la statua del cardinale Borromeo, situata nel cortile adiacente, all'uscita della Biblioteca Ambrosiana, uno dei luoghi pi suggestivi della metropoli.
In piazza, complice il caldo e l'afa, si vedevano soltanto piccioni.
Ardig sorrise: qualcosa iniziava a muoversi, forse un raggio di sole era gi spuntato anche per lui, per fare luce su questo delitto assurdo.
I morti ammazzati, in provincia di Milano, sono meno di quanto si possa immaginare: una media di 35-40 l'anno.
In pratica tre morti ogni mese, oltre la met dei quali sono extracomunitari implicati in qualche losco affare, dalla prostituzione alla droga, oppure nomadi o clandestini di vario genere o ancora semplici balordi.
Gli altri delitti, quasi sempre, avvengono invece nella stretta cerchia familiare e sono determinati da ragioni passionali o da raptus improvvisi, e spesso imprevedibili dell'omicida ma, di norma, il colpevole viene assicurato alla giustizia in tempi brevissimi. Logico, quindi, che un delitto di questo genere, compiuto all'aperto, in una via centralissima e con una simile brutale violenza, non potesse essere in alcun modo trascurato o sottovalutato.
Per questo, intorno alle 15, in una saletta riunioni della Questura, si tenne un vertice ristretto tra il Questore, i responsabili della squadra Mobile e il magistrato incaricato di dirigere le indagini, per fare il primo punto sui risultati ottenuti dalle ricerche effettuate nelle ore successive al delitto.
Ardig si present con una cartelletta sotto il braccio e inizi a distribuire a tutti i presenti una breve scheda riassuntiva, prima di esporre quanto emerso dai primi accertamenti.
Alberto Annoni, classe 1955, milanese, celibe, di professione imprenditore, stando alla carta d'identit che non lo menzionava come pubblicitario, incensurato, aveva un'attivit professionale ben avviata e una situazione patrimoniale solida.
Su quest'ultimo aspetto sembravano non esserci dubbi.
Grazie ai primi riscontri avuti dai colleghi della Guardia di Finanza, gi allertati fin dalla primissima mattina, il quadro di cui erano in possesso era abbastanza chiaro: la vittima aveva diversi conti correnti, per un ammontare, tra denaro e titoli vari, di circa 600mila euro, tre appartamenti di propriet, quello che utilizzava come abitazione personale, quello adibito a sede per la sua agenzia pubblicitaria e quello in cui ospitava la sua segretaria e amante, gratuitamente, a titolo di amicizia.
Nessuna ombra sull'origine di questa invidiabile situazione patrimoniale?, butto l il sostituto procuratore Perilli.
Sembrerebbe di no, dottore - garant il commissario - nessuna ombra perch la famiglia Annoni, peraltro piuttosto conosciuta a Milano, nel corso delle generazioni ha messo insieme un cospicuo patrimonio, soprattutto a livello immobiliare, tra appartamenti in citt e ville in campagna o al mare. La scomparsa negli ultimi anni di fratelli piuttosto avanti con gli anni ha permesso alla madre della vittima, rimasta precocemente vedova all'inizio degli anni Ottanta, dopo che il marito, un affermato imprenditore, era deceduto al termine di una rapida malattia, di entrare in possesso di diverse propriet immobiliari, che ha girato ai figli. Concludendo: nulla di sospetto.
Di questa famiglia cosa sappiamo?, interloqu il Questore.
Ardig scosse la testa, bloccando sul nascere ogni ipotesi.
La madre, una donna che aveva superato gli ottant'anni, lucida e ancora in gamba, viveva da sola, con l'assistenza domiciliare di una giovane ucraina, in regola con i permessi e, a prima vista, estranea a brutti giri.
Il secondogenito, cinquantunenne, era un dentista, titolare di uno studio ben avviato in centro, sposato, con due figli poco pi che adolescenti: con il fratello Alberto avevano rapporti normali, anche se non si frequentavano molto, anche per via dei diversi stili di vita.
Avrebbero fatto qualche accertamento anche sulla sua situazione patrimoniale, professionale e privata, ma a un primo sommario esame era fuori da ogni sospetto.
Le novit interessanti, per - prosegu il responsabile della Omicidi - sono altre. Nel corso della perquisizione eseguita durante la notte nell'abitazione privata della vittima abbiamo trovato alcune tracce di cocaina e una discreta somma di denaro contante, circa 8mila euro.
Interessante, comment il Questore, esortando il sottoposto a proseguire.
E non  tutto. Controllando i conti correnti dell'Annoni abbiamo scoperto che ogni mese effettuava con regolarit dei consistenti prelievi di denaro contante: tra i tre e i quattromila euro mensili.
Potevano servirgli per le spese correnti, no?, osserv il magistrato.
Ne dubito, perch l'estratto conto della sua carta di credito presenta pagamenti regolari e praticamente quotidiani. Benzinai, ristoranti, negozi, librerie: Annoni doveva essere una di quelle persone che utilizzava poco i contanti per i pagamenti, preferendo usare le carte. Evidentemente i soldi che prelevava in contanti erano destinati ad altre finalit.
La cocaina?, ipotizz il Questore.
Direi proprio di s. I risultati degli esami tossicologici effettuati questa mattina dall'anatomopatologo non lasciano dubbi: era un consumatore abituale.
Eppure... tre o quattromila euro mi sembrano troppi. Un consumatore, seppur abituale, per uso personale potrebbe arrivare a spenderne un migliaio, forse millecinquecento. Non crede?, sugger ancora il Questore.
 quello che abbiamo pensato anche noi. Per questo riteniamo ipotizzabile che Annoni non ne facesse soltanto un utilizzo personale.
Avete altri riscontri? domand Perilli.
Da alcune voci raccolte, e comunque da verificare, pare che il pubblicitario avesse intorno molte donne, o meglio molte ragazze, alcune giovanissime. Per essere chiari - si schiar la voce Ardig - oltre ai soldi aveva un giro di conoscenze importanti nel mondo della moda, della televisione e della pubblicit e come sapete, al giorno d'oggi, ci sono tante ragazzine, a volte persino minorenni, che, pur di fare carriera in fretta, sono disposte a tutto. E pare che Annoni fosse piuttosto abile nello sfruttare questa sua situazione e non avesse poi molti scrupoli. Dai vicini abbiamo avuto la conferma che nella sua abitazione si svolgevano spesso delle feste, quasi sempre fino a tarda sera. Ma, ripeto, sono prime informazioni sommarie che stiamo ancora verificando.
E una pista passionale? - ipotizz il magistrato. - Non potrebbe essere plausibile? Un'altra donna? Un marito geloso?
Tutto pu essere, ovviamente: al momento non abbiamo riscontri in tal senso, comunque approfondiremo.
Certo rimaneva la pista del delitto occasionale: un pazzo che per chiss quale motivo lo aveva preso di mira o, ipotesi ancora pi ardua da fondare, che lo avesse scelto come bersaglio senza alcun motivo.
Ma in questo caso...
Cosa ci dice della sua collaboratrice?, chiese ancora il magistrato.
Ci stavo giusto arrivando, rispose Ardig, che stava proprio per illustrare la pista investigativa che conduceva alla segretaria-braccio destro-amante: Manuela Castoldi.
Stamattina abbiamo sentito le collaboratrici dell'agenzia di Annoni. I due avevano una relazione, pi da amanti che da fidanzati, tutto sommato abbastanza alla luce del sole, indifferenti ai pettegolezzi. E a tutti e due andava bene cos.
Lei, comunque, in un primo interrogatorio avuto in mattinata con l'ispettore Santoni, era stata chiarissima nel descrivere il loro rapporto: lui era un uomo affascinante, pi vecchio di venticinque anni, desideroso di mantenere i suoi spazi personali inviolati, senza trovarsi una donna in casa, e per lei si trattava della classica relazione perfetta, visto che Annoni, oltre a passarle un congruo stipendio per la sua collaborazione professionale con l'agenzia, le permetteva di usufruire, gratuitamente, di un elegante appartamento di sua propriet in viale Corsica, dove la ragazza abitava da un paio d'anni. Senza contare la proficua esperienza professionale che stava maturando.
In teoria la Castoldi aveva solo da smenarci dalla morte di Annoni e, infatti, pi che per la perdita dell'amante, sembrava in crisi soprattutto per le ripercussioni materiali che questa tragica fine inevitabilmente comporter per la sua carriera e per la sua comoda sistemazione professionale e abitativa, aveva concluso Ardig, prima di aggiungere: Non abbiamo volutamente chiesto nulla alla ragazza circa l'eventuale utilizzo di cocaina da parte del suo amante e datore di lavoro, anche perch non avevamo ancora avuto la conferma a riguardo dal medico legale. Adesso la risentiremo: difficilmente poteva ignorare questo costoso vizio dell'uomo con cui divideva la sfera professionale e privata.
Va bene, andiamo avanti con le indagini e facciamo un altro punto domani. A meno che non emergano rilevanti novit prima, termin il Questore, sciogliendo la riunione.
Malerba era piuttosto abbacchiato. Al giornale si attendevano qualcosa in pi da lui, il classico guizzo che lo aveva sempre contraddistinto in casi simili.
Questa volta, per, era tutto pi difficile: l'omicidio Annoni era avvenuto a Milano, per di pi in pieno centro, dove la gente  molto pi restia a parlare con i cronisti e per nulla desiderosa di apparire sulle pagine di un quotidiano, a differenza di quanto pu accadere in un piccolo centro di provincia, dove un trafiletto su un giornale vale quanto un cimelio da esibire in ogni occasione pubblica, tenendolo gelosamente custodito e sempre pronto da esibire, stipato in tasca o nel portafogli.
Senza contare un'altra differenza rispetto a quanto accade nelle piccole citt di provincia: in una metropoli, infatti, difficilmente si riscontra quel tipo di rapporto confidenziale che le persone creano quotidianamente con i negozianti, con il benzinaio, con il barista, con l'edicolante o via dicendo.
Per un milanese spesso un'edicola vale l'altra, un distributore di benzina vale l'altro, un bar vale l'altro.
Figuriamoci poi in questo caso, in cui la vittima era un manager, sempre preso tra mille telefonate e mille impegni.
Difficile che uno cos potesse dare confidenza al suo benzinaio o al suo barista, difficile che sapesse persino che volto avessero...
E infine a complicare tutto era proprio il fatto che Annoni, pur non essendo un vip nel senso letterale del termine, era comunque qualcuno, per cui, anche se nel suo ambiente il gossip era un'abitudine quotidiana, sarebbe stato molto difficile tirare fuori qualcosa di particolare: difficile che qualcuno si lasciasse andare a pettegolezzi dopo un omicidio cos efferato.
Dagli inquirenti, inoltre, non trapelava nulla.
Il magistrato, troppo zelante, si limit a promettere una conferenza stampa nei giorni successivi, quando il quadro investigativo e probatorio sarebbe stato pi definito.
E all'amico Ardig non riusciva a carpire nemmeno una sillaba.
Invoc la dea bendata, sperando in un suo improvviso regalo...
Le servir un esperto di armi, forse uno storico.
Il commissario storse il naso, scettico.
Queste ferite, cos profonde e traumatiche... riteniamo siano state causate da una lama pesante e appuntita. Molto pesante. E anche larga: direi circa quindici centimetri di larghezza e almeno tre di spessore.
Un'accetta?
Troppo lunga e meno spessa. No, non  un'accetta o una mannaia.
E allora?
Una spada.
Sta scherzando?
Il dottor Umberto Brasca scosse il testone pesantemente e allung ad Ardig il fascicolo contenente la relazione dell'esame necroscopico che, insieme al suo staff, aveva condotto sul martoriato corpo di Alberto Annoni.
Una spada? Non un machete? O un'ascia?, rispose meccanicamente l'incredulo responsabile della Omicidi, mentre cominciava a esaminare i risultati dell'autopsia.
No, le lame di un'ascia o di un machete non sarebbero compatibili con le ferite. Sono squarci enormi, profondi, devastanti. Non ci sono dubbi, si tratta di una spada. Lunga, pesante, liscia.
Come siete precisi, ironizz il poliziotto.
Sono le ferite a parlare: sono nette e, per cos dire, pulite. Non solo. Abbiamo rilevato la presenza di frammenti di polvere di ferro e ruggine. Le ripeto: le servir una perizia da un esperto di armi antiche. Intanto, se vuole la mia opinione, da profano in materia, le ribadisco che l'assassino ha utilizzato un vecchio spadone medievale o gi di l.
Non potrebbe trattarsi di uno di quei coltelloni, tipo spiedi, con cui spesso si affrontano le gang di africani? Nigeriani, senegalesi e via dicendo. Hanno un diametro largo. No?
Il medico scosse la testa.
No, non ha capito. Queste ferite non le ha prodotte un machete o uno di quegli affari con una lama ricurva o uno spiedo: queste sono troppo larghe. Lo ha visto anche lei il morto, no?
Ardig restava in silenzio, continuando a scorrere velocemente la relazione medica.
Uno spadone? E dove lo si pu trovare?  facile da reperire? E da trasportare? chiese l'investigatore.
Brasca allarg le braccia.
Commissario, l'investigatore  lei... Io sono soltanto un medico... Personalmente suppongo che una spada sia facilmente reperibile. Ci sono migliaia di appassionati di armi antiche. In quasi tutte le piazze del Nord ogni fine settimana, si fanno rievocazioni di battaglie storiche. E con Internet oggi trovi tutto facilmente.
Il capo della Omicidi rest qualche istante in silenzio, poi fece cenno al dottore di continuare nella sua relazione.
Il morto - osserv Brasca - non presentava nessuna patologia anomala. La morte  avvenuta per arresto cardiocircolatorio. Un fendente lo ha centrato proprio nel miocardio, causandone l'arresto immediato e quindi il decesso. Un altro colpo ha lesionato il midollo. Un altro ha tranciato la giugulare. Gli altri due sono penetrati senza provocare danni particolari, lacerando i tessuti. In realt, considerando la forza di impatto dell'arma utilizzata, sarebbe bastato un solo colpo, uno soltanto, per causare il decesso, per via dell'enorme emorragia che avrebbe causato. La vittima si  praticamente esanguata sul luogo del delitto. Non occorrevano cinque colpi. Evidentemente l'assassino  voluto andare sul sicuro.
Gi, comment laconico Ardig.
C' un particolare interessante, prosegu il medico.
La vittima era narcotizzata, lo anticip Ardig.
Esatto. Come faceva a saperlo?
Quando abbiamo osservato il cadavere per la prima volta, ieri sera, abbiamo avuto la sensazione di sentire ancora dell'odore di cloroformio nell'aria. Forse era rimasto impregnato sui vestiti della vittima.
Intuizione confermata. Non sto a tediarla con i particolari, che peraltro sono contenuti nella nostra relazione: abbiamo rinvenuto tracce di una fortissima quantit di cloroformio sul viso, sulla bocca e persino all'interno delle narici della vittima, dove c'erano anche pezzi di stoffa.
Stoffa?
S della comune stoffa. Possiamo ipotizzare che l'assassino abbia imbevuto uno straccio con un'abbondante dose di cloroformio e lo abbia poi premuto con forza sulle vie respiratorie, a giudicare da alcune abrasioni riscontrate sui tessuti nasali, sulle labbra e anche sulle gengive della vittima, che in pochi secondi ha perso i sensi.
E questo spiega perch il morto non abbia riportato ferite sulle braccia. Non ha neppure potuto tentare di difendersi.
Esattamente. Del resto i colpi sono stati inferti dall'alto, da almeno un metro d'altezza, per caricare di potenza la spada. Presumibilmente l'assassino era posizionato verticalmente rispetto alla vittima.
Ardig sembrava quasi distratto, assorto come doveva essere a seguire i suoi pensieri.
Ricapitolando, l'assassino ha colto la vittima alle spalle, gli ha strofinato sul viso una pezza imbevuta di un forte quantitativo di cloroformio e poi, quando Annoni  crollato a terra esanime, lo ha ripetutamente colpito, infierendo pi del necessario.
 probabile che sia andata cos.
S, voleva infierire. E del resto, esaminando le ferite - prosegu il coroner - si capisce che ha colpito con una violenza pazzesca. Come se fosse in preda a un raptus, accecato da una folle ira incontrollabile.
Ne dubito. Questo omicidio... non ritengo sia opera di un pazzo. Ho l'impressione che sia stato pianificato nei minimi dettagli. Prova ne  il fatto che non abbiamo un testimone e non c' una telecamera che abbia ripreso la scena, lo corresse Ardig.
L'assassino deve disporre di una forza notevole, ragion il medico.
Il che esclude che si tratti di una donna, ribatt Ardig.
Assolutamente. A meno che non si tratti di una culturista o di una lanciatrice del peso. Tipo quelle bestione che si vedono alle Olimpiadi, quelle dopate dell'ex Germania Est.
L'investigatore sorrise scettico, allungando la mano verso il medico per congedarsi. Terminato il colloquio con l'anatomopatologo il commissario scese in cortile a recuperare l'auto.
Mentre affrontava il traffico milanese, diretto verso gli uffici della Scientifica, si arrovellava su un dubbio che lo stava tormentando da quando Brasca aveva iniziato a esporre i risultati dell'autopsia.
Che senso aveva quello scempio sul cadavere?
Nel mondo della mala, un'esecuzione cos feroce poteva rappresentare una punizione, per la vittima, e un avvertimento e un monito, per chi doveva riceverlo.
Ma quel delitto non era certo opera di un professionista: nessun sicario avrebbe ucciso cos, in mezzo alla strada, in piena luce e con una spada.
No, questa mattanza sembrava pi che altro opera di un killer improvvisato, qualcuno che doveva provare un odio profondissimo, un odio cos grande da averlo portato a scaricare una gragnola di fendenti su Annoni dopo averne studiato gli spostamenti e aver atteso il momento propizio.
Questo, per, non bastava a rispondere alle troppe domande rimaste in sospeso. Perch usare una spada?
E perch colpire all'aperto con il rischio di farsi vedere da qualcuno?
Negli uffici della sezione Scientifica Ardig trov ad attenderlo il responsabile.
Capelli abbastanza folti, castani ma con diverse chiazzature di grigio, non molto alto, con un viso solare, fresco e liscio: De Piccoli sembrava il fratello maggiore di Pupo, il cantante toscano riconvertitosi con successo, negli ultimi anni, nel ruolo di presentatore televisivo.
Qualche centimetro in pi, qualche chilo in pi: per il resto sembravano due gemelli separati alla nascita.
Ho gi qualcosa per te, esord Pupo.
Ho parlato con Brasca, mi ha detto della spada, lo ferm Ardig.
Eh... mi ruba il lavoro, il nostro medico. Allora ti avr gi detto che abbiamo rinvenuto frammenti di ruggine e piccole schegge di ferro. Difficile datarli, ma ritengo si tratti di un oggetto piuttosto vecchio. Almeno di qualche secolo.
Nessuna impronta, ovviamente?, lo anticip il commissario.
Nessuna. Per c' una cosa interessante. La vittima...
Lo so, me lo ha gi spiegato Brasca:  stata narcotizzata con del cloroformio...
Va be'... se sai gi tutto allora cosa sei venuto a fare qui?, domand con un'espressione un po' stizzita, il capo della Scientifica.
Scusami, non volevo metterti pressione. Mi chiedevo soltanto se avevi qualcosa in pi.
No, nient'altro, rispose De Piccoli abbastanza brusco.
Davvero, scusami, non volevo essere insolente, si giustific nuovamente Ardig, assestando un pugno amichevole sulla spalla del collega.
Che abbozz un sorriso.
Prima di aggiungere: Volendo c' dell'altro. Sempre che Brasca non legga nel pensiero e ti abbia gi informato anche di questo.
Come sei permaloso... Di. Ti ascolto.
Ti ricordi quel foglio stampato trovato in quella cartelletta di plastica trasparente?
Certo.
Intanto n sulla cartelletta n sul foglio abbiamo trovato impronte digitali. Nessuna, neppure della vittima.
Ardig fiss il responsabile della Scientifica con sguardo accigliato.
Questo significa che la vittima non ha mai maneggiato quel foglio, perch certo non lo avrebbe fatto con i guanti in pieno giugno, e che nessun passante lo ha perduto per la stessa ragione, perch mai e poi mai si sarebbe infilato i guanti con questo caldo torrido.
Mentre chi lo ha maneggiato ha voluto prendere tutte le opportune precauzioni per non lasciare le proprie impronte, continu De Piccoli.
E se lo ha fatto avr avuto il suo perch, chios Ardig, prima di chiedere lumi su quell'enigmatico disegno rinvenuto vicino al corpo del pubblicitario.
Siete riusciti a capirne di pi sul quel disegno con gli angeli che duellano?
Per chi ci hai presi? Abbiamo effettuato delle ricerche su Internet e non  stato molto difficile. Si tratta della versione manipolata di una celebre opera cinquecentesca: la Pala dei tre Arcangeli. Si trova esposta alla Pinacoteca di Brera, a dieci minuti a piedi da qui.
Manipolata?
De Piccoli gli allung un foglio.
Rispetto all'immagine vista la notte precedente c'era qualcosa di anomalo.
 l'originale, spieg De Piccoli, vedendo il commissario della Mobile osservare l'immagine con aria stupita.
E questa  la copia modificata ritrovata a fianco del cadavere di Annoni, aggiunse.
Il giovane responsabile della Omicidi mise una accanto all'altra le due immagini, speculari tra loro.
Nella versione originale c'erano tre angeli eretti davanti a uno sfondo con colline lontane e nubi dense: quello in mezzo, il pi grande, dotato di ampie ali color rosso scarlatto, brandiva nella mano destra uno spadone.
Ai suoi piedi una figura scura, nuda, con delle ali pi piccole, nere, e dei lugubri artigli al posto dei piedi, stava precipitando in un buco sottostante.
Ai due lati altri due angeli, anch'essi alati, senza armi, dall'aria raccolta e devota, quasi femminile, assistevano alla scena.
 la cacciata di Lucifero dal paradiso, giusto?, azzard.
Suppongo di s - conferm De Piccoli, prima di aggiungere in tono didascalico -  un'opera di Marco d'Oggiono, un pittore lombardo del Cinquecento che si form alla scuola di Leonardo Da Vinci durante il periodo trascorso a Milano dall'artista. Pare fosse uno dei suoi discepoli prediletti. Addirittura l'effigie di Marco d'Oggiono  scolpita in uno dei lati della base della statua dedicata al Genio, che si trova al centro di piazza della Scala, davanti a Palazzo Marino. Hai presente?
Ardig annu: ricordava bene la statua, piuttosto alta, collocata al centro della piazza che separa il Comune dal Teatro.
Prese il secondo foglio allungatogli dal collega.
L'immagine riprodotta nella stampa lasciata vicino al corpo del pubblicitario era stata alterata: lo sfondo e i due angeli erano identici, ma la scena principale era stravolta.
Lucifero, eretto e combattivo, con lo spadone saldamente impugnato con la mano sinistra, fronteggiava due Arcangeli, mentre il terzo, quello di destra, precipitava al suo posto nella voragine sottostante.
Il commissario stropicci gli occhi: non riusciva a comprendere il significato dell'assurda variazione di quel quadro.
Era un messaggio lanciato dall'assassino?
E di quale messaggio si trattava?
Non c'era una rivendicazione. Non una parola o un numero. Nulla.
Per modificarla devono aver usato un programma grafico tipo Photoshop. Non  difficile, lo distolse dai suoi pensieri De Piccoli.
Francamente non capisco il nesso.
Forse ti converrebbe interpellare uno storico o un esperto di simbologia.
 quello che mi ha proposto anche Brasca a proposito della spada. Penso che vi dar retta, convenne il commissario.
OK, di, adesso lasciami lavorare e chiss che qualcos'altro non salti fuori, concluse il capo della Scientifica.
Speriamo, altrimenti mi servir un veggente..., ammicc Ardig, mentre si incamminava nel corridoio.
Nei pochi metri che lo separavano dall'uscita tracci un rapido bilancio di quanto rivelatogli da Brasca e De Piccoli. La spada, i troppi colpi inferti, la riproduzione modificata del quadro cinquecentesco, il cloroformio...
C'era qualcosa di insolito, qualcosa di inspiegabile.
Si impose di essere razionale e pragmatico.
La notizia pi importante, senza dubbio, era la conferma dell'abitudine ad assumere stupefacenti da parte della vittima.
E se tutto il resto fosse soltanto una montatura artificiosa per coprire un banale delitto per i motivi pi ovvi, come i soldi o la cocaina?
La cocaina. Doveva partire da l.
Impossibile che la sua amante non ne sapesse nulla.
Prese il cellulare e chiam in ufficio.
Cercatemi la Castoldi. Devo vederla immediatamente. Fatevi dire dove si trova. La raggiungo io.
Il telefono sulla scrivania stava squillando gi da un po'.
Malerba, pigramente, si allung per rispondere.
Stava scrivendo e non voleva essere disturbato.
Che succede?
Ho un professore per te. Vorrebbe parlarti. Puoi?, rispose Cinzia, una delle segretarie di redazione, pi carina e simpatica di Donatella. E, soprattutto, decisamente pi gentile.
S, passamelo.
Per un istante le note dell'Aida risuonarono meccanicamente nella cornetta.
Pronto? Dottor Malerba?
Eccomi. Buongiorno.
Buongiorno a lei. Sono il professor Corrado Monti. Perdoni se la disturbo.
Professore di quale universit?, lo interruppe Malerba.
Ahim, di nessuna prestigiosa universit. Modestamente sono un semplice professore di un altrettanto semplice liceo di provincia. Insegno storia e filosofia, chiar il docente, con un tono di voce calmo, pacato e una parlata lenta e ottimamente scandita.
Ho poco tempo. Come posso esserle utile?, sbuff scortesemente il cronista.
Le porto via soltanto due minuti. Sono un lettore del suo quotidiano e in questi ultimi giorni ho letto con grande interesse i suoi articoli relativi alla profanazione della tomba del marchese Ludovico Acerbi.
Malerba ascoltava in silenzio con poco interesse.
Dopo l'omicidio Annoni quell'atto teppistico era ovviamente passato in secondo piano.
Il professore prosegu.
Come le ho gi detto, insegno storia e, aggiungo, sono uno studioso della storia milanese. Sto anche preparando un saggio riguardante le abitudini, i costumi e le tradizioni della Milano seicentesca. Si tratta di un periodo storico di grande fascino per la nostra citt...
Mi perdoni - lo interruppe nuovamente Malerba - torno a ripeterle: in cosa posso aiutarla?
Per la verit confidavo, e confido, di poter essere io, modestamente, a poter aiutare lei, dottore, interloqu l'insegnante, sempre con tono calmo e rassicurante, nonostante la brusca accoglienza ricevuta dal giornalista.
Che accus il colpo.
Mi scusi per i miei modi sgarbati. Come immaginer sono veramente incasinato e mi chiamano tanti millantatori e perditempo. Per questo sono un po' scettico. Mi scusi ancora.
La comprendo perfettamente. Nessun problema.
Dunque, lei potrebbe aiutarmi a capirne qualcosa in pi su questo Acerbi? Sa professore, su Internet non si trova molto.
Le ripeto: modestamente ritengo di poterla aiutare, se me lo consentir.
Le andrebbe di vederci, per un caff e due chiacchiere?
Con grande piacere, dottore, quando vuole.
Senta, io sono in zona piazza Cavour, lei domani potrebbe fare un salto da queste parti?
Non c' problema, ma posso fare di meglio. Se vuole posso essere in zona da lei tra meno di un'ora. Magari le posso fornire qualche utile dettaglio per il prossimo articolo.
Il giornalista valut rapidamente la proposta: non aveva novit interessanti sul caso Annoni.
Un piccolo scoop sulla profanazione della tomba Acerbi lo avrebbe messo al riparo dai soliti rimbrotti dell'incontentabile Brigante. E aveva proprio bisogno di una pausa.
Be', perch no? Allora approfitto della sua disponibilit. C' un bar in piazza Cavour all'angolo con via Turati. Le va se ci vediamo l intorno alle 18,30?
Traffico permettendo, va benissimo.
Un'ultima cosa. Come la riconosco?, domand Malerba.
Dottore, non si preoccupi. L'ho vista pi volte in tiv. La riconoscer io. A dopo, si conged Monti.
La sede dell'agenzia A-Agency era situata in un luminoso appartamento situato al quarto piano di un elegante stabile all'angolo di corso Garibaldi con via dell'Anfiteatro.
Dalle finestre si poteva godere di un'ampia vista sul corso, un'isola pedonale costellata di ristorantini ed enoteche, sempre animate a qualsiasi ora del giorno e della sera.
L'ambiente era ampio e moderno: l'ingresso dava su un open space dove lavoravano alcune segretarie, mentre un corridoio laterale, delimitato da un bancone di teak, conduceva verso alcune porte chiuse, presumibilmente uffici.
Gli infissi e i mobili erano quasi tutti dipinti di bianco, forse per far risaltare la luce proveniente dalle grandi vetrate e per creare un piacevole effetto ottico con il blu della moquette e il verde delle tante piante disseminate tra una scrivania e l'altra.
La Castoldi aveva dato appuntamento ai poliziotti direttamente sul luogo di lavoro dove, inevitabilmente, regnava una certa confusione.
I telefoni squillavano impazziti: il piccolo mondo, milanese e non solo, del fashion e della pubblicit chiamava per avere notizie sull'accaduto. L'attivit professionale si era bruscamente fermata e le dipendenti erano tutte choccate per la tragica scomparsa del loro principale, e preoccupate per le prevedibili negative conseguenze lavorative che la prematura scomparsa di Annoni avrebbe comportato.
Difficilmente, infatti, l'agenzia sarebbe sopravvissuta senza il suo fondatore e titolare.
Ad accogliere Ardig - accompagnato dal suo pi stretto collaboratore, Massimo Santoni, un ispettore ligure quarantenne, in servizio a Milano da sei anni dopo aver fatto alcuni anni di esperienza in provincia di Napoli, in piena zona di guerra tra cosche camorristiche - si present una giovane segretaria, una ragazza di circa 26-27 anni, con unghie rosso vermiglio, scarpe laccate fucsia, gonna corta, camicetta lilla senza maniche, piuttosto scollata.
Un look aggressivo e sensuale che contrastava con il viso acqua e sapone.
Guardandola con pi attenzione si resero conto che era totalmente priva di trucco.
Osservarono con altrettanta attenzione le altre impiegate: erano tutte piuttosto carine, con un abbigliamento ricercato e vistoso, e nessuna di loro aveva un filo di trucco.
Tutte acqua e sapone. Evidentemente avevano appreso la notizia dell'uccisione del loro datore una volta arrivate in ufficio, quando ormai avevano gi scelto l'abbigliamento curato e seducente con cui erano solite presentarsi sul luogo di lavoro.
Probabilmente avevano convenuto di togliersi il trucco soltanto dopo aver saputo dell'omicidio del loro principale, per cercare di assumere un'aria pi consona all'ambiente scosso e in lutto.
La ragazza chiese ai due poliziotti se desiderassero bere qualcosa, quindi li fece accomodare nella sala riunioni, spiegando loro che la Castoldi era in arrivo.
L'attesa dur una decina di minuti.
La Castoldi sembrava molto diversa dalla femme fatale hollywoodiana inquadrata da Ardig la notte precedente in una foto trovata a casa di Annoni.
Mora, capelli abbastanza lunghi, viso pallido e smunto, anche lei senza un filo di trucco.
Indossava un paio di scarpe ballerine, bianche, senza tacco, pantaloni bianchi aderenti e una maglietta nera, abbellita da alcune decorazioni in paillette, sobria, ma abbastanza attillata da far risaltare comunque il seno giunonico.
L'unico tocco griffato era rappresentato da un paio di occhialoni da sole neri, da diva, di marca, tenuti per sopra la testa. Il responsabile della Omicidi la soppes, indugiando con lo sguardo sui seni che ondeggiavano sotto la T-shirt per qualche secondo.
Nonostante l'abbigliamento volutamente dimesso, la donna aveva una bellezza particolare, intrigante, felina.
Scusatemi, non ho chiuso occhio stanotte, come potrete immaginare.
Parl con voce flautata, rivolgendosi al solo Ardig, visto che Santoni l'aveva gi incontrata in mattinata, in occasione del primo interrogatorio sostenuto.
Sono il vicequestore Bruno Ardig, delegato dalla Procura della Repubblica di Milano a condurre questa indagine. So che ha gi parlato con il mio collega - disse indicando Santoni - ma dobbiamo rivolgerle altre domande.
Prego, faccia pure, rispose con un filo di voce, quasi a voler marcare il patema che stava vivendo.
Perch questa mattina non ci ha messi al corrente del fatto che il dottor Annoni era un consumatore abituale di cocaina?, part diretto il commissario.
La ragazza cerc di assumere un'espressione a met tra lo scandalizzato e il sorpreso.
Ma cosa dice?, ribatt teatralmente, con un'espressione stizzita.
Replic con sguardo duro. Senta, non perdiamo tempo. Sappiamo che Annoni utilizzava cocaina. Ne abbiamo trovato tracce nella sua abitazione, dove, da quel che ci risulta, lei era spesso presente. E l'autopsia ha confermato che si trattava di un consumatore abituale. Inoltre, esaminando i movimenti dei suoi conti correnti, abbiamo individuato prelievi mensili di importo elevato. Le devo spiegare a cosa servivano tutti quei soldi?
La ragazza non ribatt nulla, limitandosi ad abbassare lo sguardo. Stava studiando la migliore strategia difensiva.
Ardig la incalz subito senza lasciarle il tempo di riflettere.
Possiamo fare in due modi. Il primo. Lei collabora e ci racconta tutto: noi la lasciamo in pace e tutto finisce qui. Il secondo: nel giro di due ore le faccio perquisire l'abitazione, l'ufficio, l'auto, l'armadietto in palestra, tutto. Poi controllo i suoi conti bancari, la sottopongo agli esami tossicologici e vediamo cosa salta fuori. Cosa ne pensa?
La giovane esit. Intimorita dal tono perentorio del poliziotto.
Non potete farlo. Non ne avete diritto, balbett.
Poco convinta.
Possiamo, possiamo...  un'indagine per omicidio, signorina, non lo dimentichi.
Incroci lo sguardo con gli occhi del commissario.
Occhi rabbiosi, carichi.
Non ci interessa se lei sniffa o meno. Mi creda. Cerchiamo un assassino, non un pusher. Collabori, le conviene, aggiunse tranciante.
La donna abbass la testa.
Cosa volete sapere?, sibil a bassa voce. Questa volta remissiva.
Soltanto chi forniva la roba al suo capo.
Premendo i polpastrelli, preservando le unghie - lunghe, lucide e ben curate - la copywriter si mise a tracciare degli immaginari ghirigori sulla superficie plastificata del tavolo.
Allora?
Sospir. Poi si decise.
 un tipo che gira in alcuni locali in zona Ticinese.
Ha un nome?
La ragazza continuava a fissare il tavolo lucido, seguendo le immaginarie linee geometriche lasciate dai suoi polpastrelli.
Forse non mi ha capito. Abbiamo l'agendina del suo ex capo, abbiamo il suo telefonino: controlleremo tutti i nominativi e le utenze telefoniche con cui ha effettuato telefonate o scambiato sms. Nel giro di qualche ora risaliremo comunque al nome. Ci faccia risparmiare tempo. Anche nel suo interesse.
Mi pare che si chiami... Russo.
Russo come? Di cognome o perch  russo davvero?
No, penso sia... dovrebbe essere il cognome.  un siciliano. Un giovane, avr la mia et.
Dove lo troviamo?
Alberto lo vedeva spesso all'Electric o all'Himalaya.
Not le espressioni interrogative dei due poliziotti.
Sono due locali vicini alla Darsena.
Qualcos'altro?
Non saprei cos'altro dirvi. Dovete credermi.
Va bene, per il momento pu bastare. Ma si tenga a disposizione.
Si alzarono senza nemmeno salutarla.
Mentre stavano per uscire dalla stanza Ardig si volt.
Per un istante i suoi occhi incrociarono quelli della pubblicitaria. Uno sguardo attrattivo li catalizz per una frazione di secondo.
Durata un'eternit...
Chiuse la porta bruscamente, infilando il corridoio percorso poco prima.
Appena usciti i due poliziotti contattarono subito i colleghi della Narcotici. Dovevano sapere tutto il possibile, e in fretta, su questo Russo.
Malerba si accomod in uno dei tavolini all'aperto del bar dove aveva fissato l'appuntamento con il professore.
Nell'attesa aveva ordinato un succo di pompelmo: intanto squadrava ogni figura maschile che transitava nei paraggi del locale, provando a individuare la figura del professore.
In realt, pi che sui potenziali docenti di storia, fin per concentrarsi sulle tante belle ragazze, in abbigliamento succinto, complice l'afa, che passavano in quella centralissima zona di Milano, in un orario di punta come quello.
Stava ammirando una mora, con i capelli raccolti a coda di cavallo, in infradito, gonna corta e canottiera, quando una voce marcata, alle sue spalle, lo fece sobbalzare.
Buonasera dottore, vedo che mi ha preceduto. Mi perdoni per il ritardo.
Malerba si gir di scatto e sulla sua sinistra si trov un uomo vicino alla cinquantina, abbastanza alto, con una corporatura robusta e un panciotto prominente, in un atipico completo leggero estivo, color canarino, con camicia a righe blu e celesti, capelli scuri, con qualche evidente striatura grigia, ondulati e tirati all'indietro, occhiali un po' retr, a goccia, con lenti con riflesso azzurrognolo e un pizzetto foltissimo, anche quello scuro ma con qualche striatura brizzolata, a coprirgli interamente mento, bocca e persino parte delle guance.
Si sarebbe aspettato di trovarsi di fronte una persona di tutt'altro genere: probabilmente un omino di bassa statura, magro e miope, come ricordava la maggioranza dei suoi professori di liceo.
Invece stava fronteggiando un omone che, se non fosse stato per gli abiti borghesi e per i capelli un po' troppo lunghi, avrebbe potuto scambiare per uno di quei robusti frati benedettini o francescani, che si potevano trovare nei conventi o nelle abbazie disseminate sull'Appennino.
Il professore sorrise, consapevole di aver stupito il giornalista che lo squadrava da cima a fondo.
Malerba se ne rese conto e pass subito all'attacco per uscire dall'angolo in cui si era goffamente infilato.
Mi scusi lei, professore, non mi aspettavo arrivasse puntuale, visto il traffico, e mi ha colto sovrappensiero. E, se posso essere sincero, mi attendevo di incontrare il classico topo di biblioteca, se mi passa il termine. Ma prego, si accomodi, prosegu indicandogli la sedia al suo fianco.
Non si preoccupi, la capisco.  un luogo comune quello per cui chi, come me, ama studiare, approfondire, dedicarsi alla lettura e alla ricerca, deve necessariamente avere una fisicit alla Leopardi, abbozz ironico Monti.
Cosa beve?
Lei cosa ha preso, dottore?
Un succo di pompelmo.
Allora - si rivolse al cameriere appena sopraggiunto - le chiedo cortesemente un succo di pompelmo anche per me.
La bibita arriv nel giro di un minuto.
Bene, cosa mi sa dire del nostro Diavolo di Porta Romana?, attacc Malerba.
Cosa c'era di vero? Era un adoratore del maligno?
Il professore termin di sorbire un sorso del succo prima di rispondere.
Andiamo con ordine. Il personaggio del marchese Acerbi  di una particolare complessit, che merita di essere ben spiegata. L'Acerbi non era di Milano, era ferrarese e arriv in citt nei primi anni del Seicento su incarico dei governatori spagnoli. Milano versava in una gravissima crisi finanziaria e il marchese, ricchissimo, aveva gi dimostrato di essere un abile uomo d'affari e un potenziale uomo di governo durante un precedente incarico svolto a Napoli, sempre su mandato dei regnanti iberici. Era un uomo intelligente e pratico. E a Milano mantenne le aspettative che gli spagnoli avevano riposto in lui. Divenne giureconsulto, senatore e membro del consiglio cittadino.
Una mano si alz a stopparlo.
Professore - lo ferm garbatamente Malerba - lungi dal volerla interrompere, ma pi che della carriera politica del marchese Acerbi sarei pi interessato a sapere se...
Non tema - lo tranquillizz Monti, alzando a sua volta una mano per rabbonirlo - non volevo annoiarla con i particolari. Volevo soltanto farle comprendere che l'Acerbi era prima di tutto un uomo pubblico, un uomo potente. E temuto. Dalle cronache di quegli anni, raccolte diligentemente da alcuni suoi predecessori, dai testimoni oculari di quella Milano devastata dalla peste e attanagliata dal terrore, possiamo desumere che l'Acerbi ebbe importanti responsabilit nel governo cittadino, proprio nel 1630, nel momento in cui il morbo raggiunse il suo apice. Le informazioni sulla sua figura, per, sono spesso discordanti: secondo alcuni storici, comunque, il marchese fu in prima linea nel perseguire, con ogni mezzo, i potenziali untori. Pi che perseguire potremmo dire persino perseguitare. Addirittura avrebbe avuto un ruolo nelle barbare uccisioni di alcuni poveri malcapitati, che seguirono il triste destino del Piazza e del Mora sul prato di piazza Vetra.
Quelli della Colonna Infame, annot il giornalista.
Proprio loro. I due poveri malcapitati scambiati per due untori, per questo ingiustamente accusati, incarcerati, torturati, quindi costretti a confessare una colpa mai commessa e per questo uccisi e bruciati in piazza Vetra. Dove fu poi appunto eretta la famosa Colonna Infame descritta dal Manzoni.
Malerba ricordava bene la vicenda, non soltanto per averla studiata a scuola: suo nonno, il classico milanese con la M maiuscola, durante le tante passeggiate che allietavano i loro pomeriggi dopo l'asilo o dopo le scuole elementari, lo erudiva continuamente sulla storia e sui luoghi pi significativi della loro citt.
Cos gli aveva fatto scoprire Milano, ed ogni suo angolo pi caratteristico, raccontandogli il passato - seppur condendolo con un po' di fantasia e a volte anche con qualche bugia - rendendo delle storie vere, con i loro drammi, come quelli appunto del Piazza e del Mora, quasi delle favole, leggere, piacevoli da ascoltare per un bambino, mentre solcavano i marciapiedi cittadini.
Gutta cavat lapidem.
E la goccia, nel caso di Malerba, aveva scavato nella pietra: ogni aneddoto, ogni racconto, ogni scorcio di quella Milano lontana e remota, era rimasto l, nei file della memoria del piccolo Federico che, crescendo, aveva assorbito ognuna di quelle piccole gocce, scoprendo l'amore e la passione per la propria citt.
La grigia e caotica Milano, con tutta la sua storia e i suoi misteri. Come quelli della Colonna Infame.
Ovviamente conosco bene quella storia. Mi perdoni - sbuff il giornalista - ma cosa c'entra tutto questo con l'Acerbi?
Mi perdoni lei, ha ragione, cercher di non dilungarmi in particolari eccessivi e di non tediarla inutilmente. Nel 1630 Piazza e Mora, come dicevamo, vennero per errore accusati di essere untori e costretti a confessare sotto tortura le loro presunte azioni di contagio sui muri cittadini. La decisione di mandarli al patibolo - vista l'assenza di vere prove a loro carico, se non per l'appunto una contraddittoria confessione estorta sotto tortura - venne assunta, non senza patemi e divergenze di vedute, dal consiglio cittadino, di cui faceva parte anche l'Acerbi, descritto come un uomo freddo e glaciale, praticamente privo di sentimenti. I due furono torturati con ferri e pinze roventi per ore, in piazza Vetra, davanti a una folla inorridita per le crudelt a cui erano sottoposti, ma al contempo appagata per la terribile punizione inferta a chi ritenevano colpevole di aver diffuso la mortale malattia nelle loro strade e nelle loro case. La tortura pubblica dur alcune ore, poi ai due poveretti venne tagliata la mano destra, quindi vennero issati su una ruota di un carro, dopo che il boia aveva fracassato loro le ossa deformandone gli arti. Infine vennero bruciati sul rogo.
E i due poveretti invece erano innocenti..., rimarc il cronista.
Esattamente. Ma nei mesi a seguire molti altri disgraziati subirono la stessa crudele sorte. Del resto le autorit milanesi decisero di utilizzare il pugno duro perch fosse da monito per tutti, in modo da far vedere alla cittadinanza verso quale terribile destino sarebbero andati coloro che, anche senza prove inconfutabili, fossero stati anche solo sospettati di essere untori.
Malerba lo fiss incuriosito, mentre finiva di vergare alcuni appunti.
Il professor Monti riprese a spiegare: Sembra inoltre che il marchese Acerbi sia stato tra coloro che ebbero un ruolo decisivo, qualche anno prima, nel 1617, nel condannare al rogo un'altra innocente: Caterina de' Medici.
De' Medici? Una nobile parente del Magnifico se non sbaglio, no?, butt l Malerba, senza eccessiva sicurezza.
No, non la celebre regina di Francia, assurta agli onori delle cronache per la sua malvagit e i suoi comportamenti austeri. In questo caso si trattava soltanto di una sfortunata omonima, del tutto priva di lignaggio nobiliare, altrimenti non sarebbe finita arsa viva. In realt si tratta di una vicenda simil boccaccesca, con un finale tragico. Pare infatti che la poverina, che lavorava come serva presso una nobile famiglia milanese, quella dei Melzi, avesse respinto la corte di un capitano il quale, per vendicarsi, convinse il padrone, il senatore Alvisio Melzi, ammalotosi di una malattia grave e sconosciuta, di essere rimasto vittima di un maleficio procuratogli appunto dalla sventurata serva, additata come strega. Che venne quindi arrestata e interrogata, o meglio torturata, esattamente come il Mora e il Piazza.
E come loro fu costretta a confessare anche quello che non aveva commesso, ragion Malerba.
Proprio cos. La poveretta, stremata dai tormenti, confess di essere colpevole dei pi gravi delitti e di aver venduto la sua anima al demonio, di conseguenza fu condannata al rogo in piazza Vetra. Cos - prosegu tirando fuori un appunto - fu descritto il rogo di Caterina in una pubblicazione del tempo: 1617 ad 4 marzo. Giustizia fatta sulla Vetra: fu abbrugiata una Cattarina de' Medici, p. strega, la quale aveva malefiziato il Senatore Melzi et fu fatta una baltresca sopra la casotta: fu strangolata su la detta baltresca all'atto che ogn'uno poteva vedere et prima fu menata sopra un carro et tenagliata; questa fu la prima volta che si facesse baltresca. E tra gli accusatori della malcapitata Caterina figurava anche il nome del marchese Ludovico Acerbi, peraltro amico del senatore Melzi.
Dunque l'Acerbi era un inquisitore?
Non proprio. Era tra coloro che decretavano le sentenze di morte. Aveva il potere di decidere chi mettere nelle mani del boia. E possiamo immaginare che utilizz questa sua carica anche per sbarazzarsi di qualche nemico. Per questo era particolarmente temuto. Il fatto poi che avesse lineamenti particolarmente severi, ragionevolmente, contribu a fargli affibbiare lo scomodo appellativo di Diavolo di Milano, con cui  poi passato alla storia.
Ho letto che nessuno del suo seguito si ammal di peste. Come  possibile?
Anche questo ha contribuito,  probabile, ad alimentare la leggenda del Diavolo di Porta Romana. Le cronache dell'epoca non danno una risposta al nostro quesito. Di certo l'Acerbi era colto, oltre che ricco. Possiamo ritenere che in qualche modo abbia sviluppato studi, o persino pratiche, nel campo dell'alchimia e della medicina, trovando forse un rimedio al terribile morbo. Per lui e per i suoi congiunti.
E, sempre rimanendo nel campo delle supposizioni non suffragate da prove, potrebbe aver sviluppato studi e pratiche anche nel campo dell'occultismo, no?
Non possiamo escludere nemmeno questo. Potrebbe aver davvero portato avanti simili studi, in maniera assolutamente riservata, per non attirare l'attenzione della Santa Inquisizione che, all'epoca, a Milano, era certamente efficiente e informatissima, anche se difficilmente avrebbe puntato il suo inflessibile occhio indagatore su un personaggio cos importante.
Malerba ascoltava con attenzione, prendendo qualche appunto ogni tanto.
C' un ultimo particolare interessante.
Dica pure, lo invit a proseguire il cronista.
Da quel che ho letto nelle cronache dell'epoca pare che l'Acerbi anche da morto riusc a stupire i milanesi, con un corteo funebre sfarzoso e la sua immancabile carrozza trainata dai soliti cavalli neri ad accompagnare la sua bara riccamente addobbata. E nella sua tomba si fece seppellire con alcuni dei suoi oggetti pi cari: il suo elegante abito nero, la sua spada spagnola in acciaio e un libro, una sorta di diario, in cui sembra fossero contenuti i suoi segreti e persino le sue ultime volont. Da quel che ho letto nel suo articolo non viene menzionato nessuno di questi oggetti, dunque deduco che le forze dell'ordine non abbiano dato notizia della loro presenza nella tomba profanata.
O saccheggiata. Forse questi oggetti sono stati trafugati dai teppisti che hanno fracassato la tomba, osserv il reporter.
Potrebbe essere andata cos, non ci avevo pensato, convenne il professore dando un'altra sorsata alla sua bibita.
Per la verit non ho nemmeno capito se abbiano trafugato o meno i resti del marchese. Come potr immaginare, gli inquirenti non danno molte informazioni.
Mestiere duro quello di voi giornalisti, ridacchi il docente.
Imitato da Malerba, soddisfatto per l'incontro. Monti si stava rivelando un'autentica miniera di informazioni: era certo che da questa chiacchierata avrebbe tratto qualche spunto interessante per un buon articolo. Anche se questa vicenda per lui era diventata sicuramente secondaria dopo l'omicidio Annoni.
Per qualche istante i due restarono in silenzio, inseguendo i rispettivi pensieri.
Da dietro gli occhiali azzurrati il professore scrutava il cronista, quasi a leggergli nella mente. Come ebbe a pensare lo stesso giornalista qualche istante dopo.
Ho letto che si sta occupando del caso dell'omicidio del pubblicitario. Annoni, giusto?, cambi argomento, quasi distrattamente, lo studioso, mentre continuava a sorseggiare la sua bevanda.
Esatto. Un omicidio con contorni ancora piuttosto oscuri. Come mai le interessa, se posso domandarglielo?
Vede - riprese a parlare con tono serafico il professor Monti - per una curiosa coincidenza, azzarderei quasi uno scherzo del destino, lei sta lavorando su due vicende che in qualche modo potrebbero avere radici lontane. Radici comuni, intendo dire.
Non la seguo.
Ha ragione. Mi lasci proseguire e le illustro tutto. Come le dicevo, per uno strano caso del destino questo brutale omicidio ha avuto per vittima un pover'uomo che, per l'appunto, per coincidenza, porta lo stesso cognome - un cognome diffuso qui a Milano - della casata rivale, per non dire nemica giurata, degli Acerbi: gli Annoni.
Malerba drizz le orecchie, senza proferir parola.
Il professore riprese con la solita calma.
Dalle cronache dell'epoca risulta infatti che tra il marchese Acerbi e gli Annoni non corresse per nulla buon sangue... Anzi! Per anni furono grandi avversari, in perenne competizione. Pensi che facevano a gara a chi esibiva pi sfarzo, pi lusso, pi ricchezza. Rivaleggiavano nell'ostentare opulenza e nei fatti traducevano questa incredibile competizione nel tentativo di avere la dimora pi sontuosa. E cos le loro abitazioni, due palazzi antistanti proprio all'inizio di corso di Porta Romana, crescevano e si abbellivano di giorno in giorno, mentre a Milano la gente pativa la fame o moriva di peste. Facile capire il perch l'Acerbi fosse tanto odiato, no?
Professore... mi sta dando una traccia importantissima da seguire...
Ne sono lieto. Per questo le parlavo di un curioso scherzo del destino. A pochi giorni dalla profanazione della tomba dell'Acerbi viene ucciso un Annoni. Curioso davvero, no? Certamente si tratta solo di una bizzarra coincidenza, nient'altro..., termin il professore, mostrando indifferenza e senza trarre alcuna conclusione.
Le conclusioni, invece, le aveva gi tratte Malerba che decise di non perdere neppure un istante.
Salut il docente, dopo essersi scambiati rapidamente i numeri telefonici, e fil dritto al giornale.
La squadra Narcotici aveva prestato la massima collaborazione possibile.
Il pusher indicato dalla Castoldi si chiamava Angelo Russo, un catanese di trentun anni con una discreta carriera criminale alle spalle: ex buttafuori di locali, un paio di denunce per lesioni e percosse, qualche mese di carcere prima a Brescia e poi a Bologna per spaccio di sostanze stupefacenti e associazione a delinquere.
I suoi fornitori, da quel che era stato riferito da un informatore, erano dei tunisini che bazzicavano la zona dei giardinetti di fronte alla basilica di Sant'Eustorgio.
Un pesce piccolo, non legato ad alcuna organizzazione, da quel che ci risulta, concluse il dirigente della Narcotici.
Dovremo far scattare la trappola con attenzione e prepararla come si deve. Consiglio di attivarci per domani, si accord Ardig.
Mmm.
Brigante si pass una mano sulla pelata. Senza esprimere alcun commento. Malerba aveva appena terminato il resoconto del suo incontro con il professor Monti e delle novit emerse.
Il caporedattore rimuginava in silenzio.
Poi prese il telefono della scrivania di Malerba e form il numero della segreteria di redazione.
Fai venire qui subito Borroni.
Guido Borroni era il dirimpettaio di scrivania di Malerba. Suo collega da un decennio, uno dei suoi pochi amici in redazione.
Un tipo eccentrico e particolare. Discendente di una delle famiglie storiche di Milano: i suoi avi erano dei conti e lui, effettivamente, oltre al titolo, aveva ereditato lo stile e l'eleganza nobiliare.
Difficile vederlo senza giacca e cravatta, o con un ricercato foulard, con l'immancabile pipa che gli conferiva un'aria da saggio studioso, anche se alla fine era solo un 35enne e sotto l'apparenza di bravo professorino celava un'indole piuttosto guascona e godereccia.
Reduce dalla macchinetta del caff Borroni arriv nel giro di pochi secondi. Il tempo di tornare alla sua scrivania e Brigante lo assal di domande.
Tu che sai tutto della storia di Milano: sai chi erano gli Acerbi e gli Annoni?
Borroni alz gli occhi dalla tastiera e guard un po' seccato, in tralice, con i suoi spessi occhiali da miope, il suo caporedattore.
Ci sono tantissime famiglie con quei nomi, nella storia di Milano.
Parlo di quell'Acerbi la cui tomba  stata profanata l'altro ieri a Chiaravalle.
Non so molto pi di quello che ha scritto Federico.  stato uno dei governanti di Milano nella prima met del Seicento. Mi pare fosse ferrarese o ravennate di origine. Era molto ricco e aveva una casa lussuosissima in pieno centro, quello che oggi si chiama Palazzo Volpi, se non sbaglio.
Guido fai subito una ricerca accurata su questo Acerbi e sugli Annoni, vedi se c' davvero un nesso tra le due famiglie come sostiene questo qui, gli ordin, indicando Malerba.
Intanto - concluse il caporedattore - vado dal direttore a sentire cosa ne pensa di questa follia...
...
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4. Milano, 10 giugno 2009.
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...
Omicidio Annoni: l'ombra di un antico mistero.
Il titolo era criptico e lo fece preoccupare.
Un collegamento con la profanazione della tomba Acerbi?
Il catenaccio lo fece sobbalzare sulla sedia.
Possibile un inquietante legame tra i due delitti.
L'occhiello lo fece imbufalire.
Le 8 erano da poco passate. Il commissario Ardig, in ufficio gi da un'ora, stava esaminando la rassegna stampa dei giornali nazionali e locali selezionata con gli articoli dedicati all'omicidio del pubblicitario.
La lettura dei primi pezzi, estratti dai quotidiani nazionali, non aveva riservato sorprese. Poi era arrivato all'articolo della Voce Lombarda, vergato del suo amico Malerba.
Trasal, scorrendo le righe, dove si ipotizzava un assurdo collegamento tra la profanazione della tomba del marchese Acerbi, avvenuta pochi giorni prima nel periferico cimitero di Chiaravalle, e l'efferato delitto di piazzale Marengo.
Un legame che il cronista basava sul presupposto di una possibile acredine, risalente al Seicento, tra la famiglia degli Annoni e quella degli Acerbi.
Scarse le prove portate a suffragio della tesi sostenuta.
Secondo la ricostruzione di Malerba, il marchese Acerbi e il conte Annoni avrebbero dato vita, intorno al terzo decennio del Diciassettesimo secolo, a una sorta di sfida a chi ostentava pi ricchezza, abbellendo le proprie dimore nei modi pi sontuosi, sfoggiando lussi e denari e organizzando feste sfavillanti. Nel pezzo si menzionava persino un duello all'arma bianca tra i due rivali, pur mancando prove certe a riguardo.
Quindi l'affondo nelle ultime righe.
Per una strana e bizzarra concatenazione degli eventi qualcuno ha disturbato l'eterno riposo dell'irascibile marchese Acerbi proprio pochi giorni prima del barbaro assassinio di un discendente della casata rivale degli Annoni. Una semplice coincidenza? Una suggestione? O qualcosa di pi inquietante e oscuro? Agli inquirenti il compito di fare chiarezza. Auspicabilmente nel pi breve tempo possibile.
Ardig sbuff, sbatacchiando una mano sulla scrivania.
Prese il telefonino e compose immediatamente il numero di Malerba.
Suonava libero. Uno, due, tre. Quattro squilli.
Che succede?
La voce era impastata dal sonno.
Siete impazziti? Dove avete tirato fuori questa idiozia?
Ah... Bruno... Di cosa parli?
L'articolo di oggi. Vi siete bevuti il cervello?
Malerba inizi a uscire dal torpore. Comprese che l'amico non era tanto furibondo quanto stupito.
Va be'... avanziamo solo delle ipotesi.
Eh no... Tirate delle conclusioni.
Non  vero. Abbiamo usato il condizionale.
S... va be'... Punti interrogativi e tutto il vostro solito repertorio. Intanto ipotizzate un collegamento tra i due reati. Ma cosa vi salta in mente?  una bufala incredibile. Capisco il dover vendere pi copie, per...
Bruno, ti ripeto, sono delle ipotesi. Tutto l. Non credo di aver danneggiato le vostre indagini.
Cos create solo confusione. Ed  proprio quello che non ci serve. Piuttosto, da dove arriva questo scoop fenomenale?
Malerba attese un secondo prima di rispondere.
Da Internet. Per caso abbiamo fatto una ricerca sull'Acerbi e abbiamo cos scoperto che lui e gli Annoni erano grandi nemici.
Un momento. Ammettiamo che realmente gli Acerbi e gli Annoni quattro secoli fa fossero nemici. Almeno avete appurato che la vittima, Alberto Annoni, fosse effettivamente un discendente della casata Annoni?
Veramente...
No?
Cerca di capire. A noi interessava solo... sai... l'articolo....
Sei un cialtrone... Va bene, non farmi perdere altro tempo. Immagino ci vedremo oggi alla conferenza stampa in tribunale. A dopo.
Ciao.
Riappeso il telefono Ardig si spost verso la finestra, per osservare il rilassante panorama di piazza San Sepolcro.
La collera del marchese Acerbi quattro secoli dopo...
Doveva proprio ammetterlo: l'inventiva di Malerba non conosceva limiti. Cosa mai poteva c'entrare la profanazione della tomba di un nobile seicentesco con il brutale assassinio di un pubblicitario nel 2009?
Mah... Sorrise pensando all'amico giornalista e alla sua leggerezza, anche professionale. Tuttavia nella sua testa inizi a suonare un piccolo campanello d'allarme, che la sua coscienza di investigatore gli imponeva di ascoltare.
C'era un regola a cui non poteva trasgredire in un'indagine: non trascurare mai nessun indizio, nessuna circostanza, nessuna possibile pista, neppure la pi assurda.
Come questa.
Lasci scorrere i pensieri, consapevole che la razionalit e la concretezza finiscono per avere, sempre, il sopravvento.
Chi uccide, chi toglie una vita, sapendo di rischiare vent'anni di galera, o agisce per un improvviso raptus, per le pi svariate ragioni, oppure pianifica un delitto cercando di limitare al massimo i rischi che si possa risalire a lui quale responsabile.
Considerate le tante precauzioni prese dall'assassino di Annoni poteva escludere il primo caso, quello del raptus non prevedibile.
Restava il secondo: un omicidio volontario, premeditato, costruito e organizzato, con un movente solido alle spalle.
Passionale o economico ma, nel caso di Annoni, visto il suo patrimonio e la sua condotta di vita, era pi propenso a puntare sul secondo e la cocaina era un carico da novanta messo sul tavolo, un carico che faceva nettamente pendere la bilancia da questa parte.
Un movente legato ai soldi, forse a dei debiti, forse a dei pagamenti non effettuati, forse a un'estorsione.
E a tutte queste domande avrebbe potuto dare risposte quel pusher, Russo, una volta catturato.
Le ore successive Ardig le trascorse con i colleghi della Narcotici, a definire i dettagli dell'operazione che avrebbe dovuto portare alla cattura dello spacciatore che, secondo un informatore attendibile, sarebbe passato a fare rifornimenti dai suoi fornitori magrebini in piazza Sant'Eustorgio entro un paio di giorni al massimo.
Non poteva, per, indirizzare l'indagine in una sola direzione, quella della cocaina. Per non avere dubbi doveva passare al pettine tutta la vita della vittima.
Concentriamoci sulle frequentazioni del pubblicitario. Nel pomeriggio ho intenzione di risentire la sua amante, la Castoldi, e magari le sue dipendenti, che finora hanno detto poco. Voi lavorate sui tabulati telefonici e vediamo se salta fuori qualcosa di interessante, spieg il commissario ai suoi pi stretti collaboratori, gli ispettori Massimo Santoni e Lino Velluti.
Due personaggi agli antipodi.
Santoni, poco pi che quarantenne, un atipico ligure di confine, di Sarzana, l'ultimo comune spezzino prima della Toscana, era un tipo espansivo, amante della buona tavola e della compagnia femminile, a suo agio tra la gente, con una buona parlantina e un sorriso accattivante: doti che gli regalavano un'invidiabile abilit nelle chiacchierate informali con testimoni o persino potenziali indagati.
Velluti, un 55enne pugliese trapiantato in Lombardia da un trentennio, due figlie ancora in cerca di marito e vicino all'agognata pensione, era il prototipo del poliziotto vecchia maniera, scrupoloso nei sopralluoghi, attento nell'esame dei documenti, poco propenso a familiarizzare con le novit tecnologiche e abbastanza restio ad abbandonare il suo amato ufficio: non assumeva mai iniziative personali, in compenso era un meticoloso esecutore di ordini.
Tutto sommato i due si integravano alla perfezione, con il loro mix di pregi, difetti e limiti.
Sempre convinto della pista che ruota intorno alla droga e forse alla prostituzione?, domand proprio Velluti.
Al momento  quella pi attendibile. Resta da capire se tra le sue frequentazioni ci fossero anche delle minorenni. E magari qualche genitore infuriato. O qualche fidanzatino geloso che su Internet si  trovato una spada e ha deciso di fare il samurai. Occupatene tu, disse a Velluti.
Prima di congedarli entrambi.
Non c'era la ressa delle grandi occasioni.
Nell'ufficio di Perilli, al quinto piano del Palazzo di Giustizia, dove si stava tenendo la conferenza stampa promessa dal magistrato la notte dell'omicidio di Annoni.
I cronisti presenti erano appena una decina: qualche quotidiano, qualche agenzia e due televisioni locali.
Segno evidente che il caso dell'uccisione del pubblicitario interessava a pochi, ragionava Malerba mentre, rosicchiando nervosamente il tappino della penna, ascoltava distrattamente le ovviet che il sostituto procuratore stava esponendo.
E lo pensava anche Ardig, silenzioso come sempre, seduto al fianco del procuratore che, da una decina di minuti, senza addentrarsi nei dettagli, stava elencando pomposamente le modalit del delitto.
L'assassino ha freddato la vittima con diversi fendenti prodotti con un'arma bianca, estremamente affilata, e si  quindi allontanato in tutta fretta. Non abbiamo alcun testimone al momento.
Verso quale direzione avete impostato l'inchiesta?
Stiamo indagando a 360 gradi sulla vita di Alberto Annoni, sia sulla sfera privata che su quella professionale. Possiamo aggiungere che, finora, non sono emersi elementi particolari che ci possano far prediligere nessuna ipotesi investigativa specifica.
E riguardo al possibile movente?
Tendiamo a escludere la rapina, in quanto i beni personali, mi riferisco all'orologio o al portafoglio, non sono stati sottratti alla vittima.
Non potrebbe essersi trattato di un delitto a fondo passionale? Magari per una storia di donne?, azzard l'inviato di un quotidiano online molto letto negli orari di ufficio.
Ho gi chiarito che le indagini sono in corso. Ripeto: per il momento non abbiamo nessun elemento, come potr confermarvi il dottor Ardig, che possa farci privilegiare un'ipotesi delittuosa rispetto a un'altra.
Seguirono ulteriori domande di rito da parte dei cronisti presenti, ma il magistrato non si lasci scappare praticamente nulla. Il capo della Omicidi, che lo marcava a vista, tir un sospiro di sollievo alla fine della conferenza stampa, invitando quindi tutti i cronisti ad andarsene.
Malerba, poco soddisfatto del materiale raccolto, decise di provarci: voleva fare fessi i suoi colleghi e piazzare il colpaccio. Scese con gli altri fino all'uscita di via Freguglia, poi si scus spiegando che doveva andare in bagno e si conged, quindi risal al quinto piano nella speranza di riuscire, passando inosservato, a strappare qualche altra parola al sostituto procuratore, magari in un momento in cui poteva abbassare la guardia, per esempio davanti a una macchinetta del caff.
Ma la fortuna non era dalla sua.
Appena uscito dall'ascensore si imbatt proprio in Ardig che, avendo intuito le intenzioni dei cronisti, e soprattutto quelle del vecchio amico e compagno di studi, aveva preferito restare a presidiare il corridoio.
Federico, vattene al giornale, qui perdi solo tempo.
Il cronista mugugn.
Ti prometto che appena sappiamo qualcosa ti chiamo. Ma per oggi basta cos. Sul serio.
Il tono dell'amico poliziotto era chiaro e non ammetteva repliche. Si allontan prendendo le scale.
Prima di tornarsene in redazione, per, Malerba decise di farsi due passi negli affollati corridoi del Palazzo di Giustizia, dove, negli anni incredibili, e adesso lontani, di Tangentopoli, aveva trascorso giornate interminabili, come osservatore, narratore e testimone privilegiato di un periodo che aveva cambiato il Paese, la politica e, nel suo piccolo, anche la sua vita.
Mentre girava per quei corridoi in jeans neri e camicia bianca con maniche arrotolate, con un abbigliamento informale, quasi da tempo libero, si sent sollevato, vedendo i tanti coetanei imprigionati in giacca e cravatta, tutti uguali e anonimi, come se portassero divise o uniformi, grigie e tristi come gli uffici da cui entravano e uscivano.
Qualcuno tra quei legali, una quindicina di anni prima, era stato suo compagno nelle aule di Giurisprudenza della Statale.
Forse anche lui avrebbe potuto essere un buon avvocato, se avesse deciso di seguire quella strada: l'acume e la dialettica, in fin dei conti, non gli avevano mai fatto difetto.
Ma non aveva alcun rimpianto, proprio nessuno, per la scelta professionale compiuta.
Stava dirigendosi verso l'uscita del Palazzo di Giustizia, quando una voce squillante lo richiam.
Era Carlo Restelli, un suo vecchio compagno di universit. Non lo incrociava da almeno sei o sette anni.
Lui, s, era diventato un avvocato, tra l'altro abbastanza quotato.
Se lo ricordava, intorno alla met degli anni Novanta, quando faceva il praticante per due lire e si lamentava per il suo status di povero di sfruttato, anche se poi tanto aveva sempre il portafoglio strapieno grazie ai soldi di pap che non mancavano mai. Adesso, per, aveva svoltato.
Una volta superato il tanto temuto esame di Stato, passato trasferendosi per sei mesi in Calabria e sostenendo l sia le prove scritte che quelle orali, appoggiandosi a uno studio legale della zona, come del resto erano costretti a fare molti aspiranti avvocati milanesi, vista la complessit dell'esame, e il bassissimo numero di promossi, nel capoluogo lombardo.
Una volta abilitato, Restelli era entrato a fare parte di un importante studio legale, poi, qualche anno dopo, non senza il decisivo aiuto economico dei genitori, aveva aperto uno studio tutto suo, dove aveva fatto confluire la cospicua clientela acquisita nella sua precedente esperienza professionale, diventando cos un avviato professionista legale.
Esauriti i saluti di rito, l'avvocato propose al giornalista un caff.
Andiamo nel mio studio,  qui a due passi. Ci facciamo portare il caff dal bar, intanto vedi le mie segretarie. Oggi sono davvero uno spettacolo, garant il legale, ridendo.
Era sempre il solito. Abbronzato, in forma, elegante e con la consueta faccia tosta da vendere.
Aveva i capelli pi diradati, ma del resto gi da studente era stempiato: poco male, il pelato da qualche anno andava di moda e lui si era rasato alla Ronaldo, lasciando solo una sorta di cenere biondina sopra la cute.
No, non era proprio cambiato.
Malerba lo ricordava come il classico tipo brillante che riusciva in tutto: super negli studi, simpatico in compagnia, rimorchiatore professionista con le donne, capace in tutti gli sport, sempre alla moda, a suo agio ovunque lo mettevi e con chiunque si trovava.
Forse lo enfatizzava, eppure lo ricordava proprio cos, come quello che dormiva pochissimo senza essere mai stanco, quello che riusciva a fare tutto, lavorare, studiare, divertirsi, fare sport, uscire la sera, come se per lui le giornate durassero 48 ore e non 24 come per gli altri comuni mortali.
Malerba non aveva mai capito, sinceramente, cosa pensasse davvero di lui.
Un po' lo invidiava, perch sembrava avere una marcia in pi. Al contempo un po' detestava quel suo far sembrare facile ogni cosa, da un esame universitario a una conquista femminile.
In fondo, onestamente, lo ammirava, perch poteva sembrare un pallone gonfiato, per i suoi modi di fare, ma era anche uno che sapeva il fatto suo e che le cose riusciva poi a farle per davvero. Si erano frequentati un po', negli anni dell'universit, qualche uscita insieme, qualche volta a San Siro a vedere l'Inter o il basket al Forum.
A un certo punto, per, Malerba, infastidito dalla sua eccessiva esuberanza, aveva preferito allentare il rapporto, fino a perdersi di vista.
Raggiunsero lo studio legale: un trilocale in un vecchio stabile di via Podgora, la via che scorre sul lato destro del tribunale. L'ambiente era arredato in stile moderno.
Un lungo corridoio, illuminato da faretti potenti, si snodava tra scaffali leggeri presi all'Ikea, sculture di plastica di dubbio gusto e difficile interpretazione, quadri di artisti contemporanei e qualche pianta di plastica.
Le tanto millantate segretarie erano effettivamente ragazze carine e appariscenti, ma un po' troppo giovani per i gusti di Federico.
Presero il caff e chiacchierarono una mezz'oretta, facendo il punto delle rispettive vite.
Anche Restelli era single, seppur per una scelta precisa, e quando smetteva di indossare i panni impeccabili dell'avvocato si divideva tra mille cose: shopping nei negozi di marca, sedute di abbronzatura, aperitivi e serate nei locali di tendenza, partite di calcetto, tennis, palestra, sci d'inverno nella casetta di famiglia a Bormio e mare d'estate nella villetta, sempre di famiglia, sulla costa romagnola. Sempre il solito Carlo, per cui le giornate sembravano durare almeno il doppio degli altri e il sonno era un optional.
I rispettivi impegni professionali li costrinsero a concludere l'incontro, ma Restelli fu inflessibile: Una di queste sere usciamo. Aperitivo in piazza Vetra e giro sui Navigli: ci troviamo due bimbe giuste e chiudiamo la serata da me.
Nel tuo scannatoio?
Bravo, vedo che hai capito. Pensa che ho fatto mettere il letto a due piazze anche nella stanza per gli ospiti! Anzi, perch non ci vediamo gi domani sera? Come sei messo? Di, non paccarmi come sempre.
Malerba acconsent, per inerzia, anche se appena uscito dallo studio legale cominci a elaborare una scusa per bidonare il vecchio compagno di studi.
L'operazione per catturare lo spacciatore era pianificata.
Dovevano solo attendere: entro un paio di giorni, o pi probabilmente gi il giorno successivo, Russo avrebbe necessitato di rifornimenti per la sua clientela.
E a quel punto la trappola sarebbe scattata.
I particolari erano tutti definiti.
Possiamo andare a casa, se non c' altro, propose Ardig ai suoi vice.
S, Bruno, qualcosa ci sarebbe, intervenne Santoni.
Procedi pure, ti ascolto, rispose Ardig, mentre si avviava verso la finestra per rilassarsi ammirando il panorama della splendida piazzetta sottostante, ancora illuminata dall'ultima luce del giorno.
Ti ricordi quel foglio, sporco e stropicciato, che abbiamo rinvenuto sotto il corpo del pubblicitario?
Ah... s. Dunque? Hanno trovato qualche impronta?
Solo quelle del pubblicitario. Nient'altro, replic Santoni.
Ti pareva... E cos'altro hanno trovato?
La Scientifica lo ha accuratamente ripulito con dei solventi chimici. Il foglio nella parte superiore era di fatto illeggibile. Era totalmente macchiato di sangue misto a terriccio. Nella parte bassa, invece,  stato pi facile pulirlo in quanto...
Massimo! Per favore... vieni al sodo, lo incit.
OK... per farla breve, si tratta di una riproduzione di una fotografia, fotocopiata e pertanto di qualit molto scadente.
Aspetta, non ti seguo bene..., lo interruppe Velluti.
In pratica hanno preso una foto e l'hanno semplicemente fotocopiata su un normale foglio A4.
E non potevano scannerizzarla e poi stamparla?
Magari non avevano uno scanner, ribatt Santoni.
Figuriamoci, uno come Annoni, con quel tipo di agenzia... Vuoi - puntualizz il collega - che non abbia uno scanner?
Va bene, va bene. Cosa ritraeva questa foto?, intervenne Ardig.
Pur mancando la parte superiore - inizi a rispondere Santoni - secondo i nostri tecnici si tratta della riproduzione di una vecchia foto di un uomo in tenuta sportiva, probabilmente da calciatore.  probabile che la riproduzione sia soltanto un estratto di una foto pi ampia, visto che  scontornata.
Insomma, se ho ben capito, hanno estratto da una foto un particolare?  cos?, si inform il commissario.
S, secondo i nostri tecnici. Considerando la postura rigida del soggetto  presumibile che l'uomo si trovasse in piedi, in uno spazio stretto. Come se fosse in fila. Potrebbe trattarsi di una foto di gruppo, magari della foto di una squadra, visto l'abbigliamento del soggetto ritratto.
Che abbigliamento?, domand Velluti.
Scarpe basse e sportive, per non si riesce a risalire al modello. Calzettoni spessi, di spugna, tubolari, rigidi, di quelli che gli sportivi usavano molti anni fa. E pantaloncini molto corti, quasi all'inguine, bianchi come i calzettoni. E sopra c' una maglietta piuttosto aderente, di un colore intenso difficilmente definibile, trattandosi di una riproduzione in bianco e nero.
Roba da anni Ottanta, ipotizz Ardig.
Anche da anni Settanta. Comunque  impossibile risalire all'identit del soggetto immortalato. Dal petto in su il sangue ha macchiato irrimediabilmente tutto.
Quindi - riassunse il capo della Omicidi - sappiamo che si tratta di una foto di una trentina di anni fa. E che forse si tratta della foto di un calciatore. Mi pare poco...
O di chiunque in tenuta da calciatore, lo corresse Santoni.
Come cercare un ago in un pagliaio.
Infatti - convenne Santoni - potrebbe essere una foto di Annoni, di un suo amico o parente, o di un calciatore qualsiasi.
Potrebbe averla stampata per ragioni di lavoro. In fin dei conti Annoni era un pubblicitario e il vintage va di moda ultimamente, no?
Cosa?, strabuzz gli occhi Velluti.
Il vintage, roba datata, che decenni prima non ha avuto una grande fortuna e oggi torna sul mercato, spesso scambiata nei mercatini o su Internet. Tipo i calzoncini cortissimi da sportivo, per esempio. Dobbiamo ricordarci di chiedere alla Castoldi se ne sa qualcosa, tagli corto Ardig.
Stava per rientrare in redazione quando un sms lo blocc proprio davanti al portone d'ingresso.
Non c'era un numero di provenienza e gi questo, per Malerba, rappresentava un'assoluta novit.
Ignorava che si potessero inviare messaggini anonimi.
Lo apr per leggerne il contenuto.
Rimase pietrificato per qualche secondo.
Uno scherzo? No, non sembrava proprio.
Ogni delitto ha il suo perch. Se vuoi capirne di pi appoggia l'orecchio dove potrai ascoltare il rumore dell'inferno e respirare l'odore di zolfo.
No, non era uno scherzo.
Tent di concentrarsi sul significato del messaggio.
Il rumore dell'inferno, l'odore dello zolfo.
Poteva riguardare l'Acerbi.
Ma certo. Il Diavolo di Porta Romana.
Forse quello che cercava si trovava proprio l, in Porta Romana. A piedi, da piazza Cavour, dove aveva sede La Voce Lombarda, era una discreta passeggiata.
Doveva muoversi alla cieca.
Cosa avrebbe dovuto cercare?
E perch avrebbe dovuto annusare l'odore di zolfo?
Il professor Monti non gli aveva forse detto che chi passava sotto le finestre di Palazzo Acerbi sentiva odore di zolfo?
Decise di seguire l'istinto. Si incammin di buon passo, tagliando per via Manzoni.
Dieci minuti dopo era in piazza della Scala, costeggi la statua di Leonardo e si infil nella Galleria, intasata dai soliti turisti nipponici e da una fiumana di colletti bianchi: quasi tutti avvocati che sciamavano nei vari bar per l'immancabile aperitivo di fine giornata.
Un'occasione per rilassarsi e fare pubbliche relazioni, fissare appuntamenti lavorativi, scambiarsi dritte o consigli.
Allung il passo, sollevato all'idea di non dover friggere nei completi grigi sfoggiati dai professionisti che vedeva intenti ad azzannare olive e a tracannare Campari.
Sbuc in piazza del Duomo, aggir il lato destro dell'enorme statua equestre di Vittorio Emanuele II puntando verso piazza Diaz.
Altra zona di incravattati, questa volta pi sbracati, con maniche di camicia rigorosamente rimboccate al gomito e cravatte slacciate: erano broker e operatori finanziari che popolavano gli uffici dei palazzi circostanti.
Ancora qualche minuto di camminata e finalmente si trov all'ingresso di corso di Porta Romana.
Individu subito il numero 3.
Per la prima volta si trovava di fronte a quella che, quattro secoli prima, era stata la sfarzosa dimora del marchese Acerbi.
Di sfarzoso, per, era rimasto poco.
Chiss quante volte era passato davanti a quell'edificio senza mai prestargli attenzione.
L'immobile, oggi denominato Palazzo Volpi-Bassani, sfoggiava una facciata scolorita, su tre piani, di colore ocra.
Il pesante portone conservava l'aspetto originale seicentesco. Austero, imponente, decorato con sculture intarsiate, raffiguranti musi di belve ferine, quasi demoniache.
Sul lato opposto della strada, con tanto di cartello identificativo giallo del Comune, a fronteggiarlo, ecco Palazzo Annoni.
Altrettanto austero e imponente. Anche in questo caso il tempo aveva cancellato la sfarzosit seicentesca.
Prov a immaginarsi quei due palazzi ai tempi della rivalit tra il marchese Acerbi e i conti Annoni. Le luci delle candele che brillavano dall'interno, la musica e le risate che echeggiavano nella strada polverosa, il popolino che passava veloce, timoroso che il Diavolo potesse comparire all'improvviso, con il suo abito nero.
Si guard intorno con attenzione, sentendosi al contempo ridicolo. Al posto del superstizioso popolino seicentesco, oggi, su quel marciapiede, sfilavano ragazze in tacchi alti e uomini con telefonino incollato all'orecchio, incuranti di tutto quanto li potesse circondare.
Qualunque ipotetico rumore infernale si potesse udire era coperto da quello del traffico. Quanto all'odore di zolfo... anche in questo caso lo smog milanese celava qualsiasi altro eventuale effluvio.
Rimase sbigottito e sconcertato. Per la troppa fretta si era avventurato fin l, senza nemmeno sapere cosa cercare.
Forse l'eventuale orifizio da cui ascoltare i rumori infernali e le esalazioni di zolfo si trovava all'interno dell'ex Palazzo Acerbi.
Come avrebbe fatto a entrare? E che spiegazioni avrebbe dato? Prima di arrendersi decise di fare un ultimo tentativo: la rete.
Apr il palmare per connettersi a Google, immettendo alcune parole per la ricerca. Milano, zolfo, rumori inferno.
Qualche secondo di attesa ed ecco la risposta.
Tutti i link parlavano di una Colonna del Diavolo.
Clicc per provare a leggere ma le pagine non si aprivano: evidentemente avevano delle immagini troppo pesanti da scaricare per il limitato software del suo palmare.
Doveva ragionare. La Colonna del Diavolo...
Nella sua memoria era scattato qualcosa, anche se faticava a metterlo a fuoco.
Guard l'orologio: le 17,49.
Al giornale lo stavano aspettando da un pezzo e sicuramente Brigante si stava infuriando non vedendolo arrivare.
Non perse tempo e chiam la segreteria. Rispose Monica, una ragazza educata anche se non particolarmente sveglia.
Sono Federico, scusami, sto facendo un lavoro che mi ha rifilato Brigante - ment - e mi serve una ricerca al volo su Internet.
Dimmi, se posso... volentieri, rispose lei titubante.
Vai su Google e cercami Milano, Colonna del Diavolo.  importante.
La ragazza digit le parole chiave.
Trovato?
Penso di s.
Me lo leggi, per favore?
Allora, c' scritto: tale monumento  una colonna romana eretta nella piazza della basilica di Sant'Ambrogio, con due fori circolari che emanano perennemente un forte odore di zolfo.
E la chiamano per questo la Colonna del Diavolo? - domand stupito Malerba. - Perch odora di zolfo?
Aspetta, fammi finire, replic Monica.
OK, fa' pure.
Secondo la leggenda, la piazza fu luogo di scontro tra Sant'Ambrogio e il Diavolo. Le diverse tradizioni concordano nell'affermare che durante una fase della concitata lotta, il demonio, tentando di incornare il religioso, fin lui stesso incastrato nella colonna: su come questo accadde, i diversi racconti popolari differiscono. Il diavolo potrebbe essere finito contro la colonna grazie alla velocit di Ambrogio che - forse grazie all'aiuto divino - riusc a scansarsi appena in tempo, oppure - in una versione molto pi divertente - a causa di un formidabile calcio sferratogli dal religioso.
La ragazza prese fiato, poi riprese a leggere.
In ogni caso, il risultato fu che il demonio rimase incastrato con le corna alla colonna per un'intera giornata, riuscendo poi a scappare solamente infilandosi in uno dei buchi creati dalla sua stessa cornata, che avevano aperto un mistico varco verso l'inferno. Ancora oggi,  possibile vedere i due fori che le corna del demonio avrebbero lasciato nella pietra della colonna. Secondo la tradizione, infilando le dita nei fori si attira la fortuna, ma accostandovi l'orecchio  anche possibile sentire rumori provenienti dall'inferno e qualcuno dice si senta anche odore di zolfo.
Quindi si trova al fianco di Sant'Ambrogio?
C' scritto cos.
Perfetto, grazie. Ciao.
La basilica di Sant'Ambrogio. Non era lontanissima.
Un chilometro e mezzo circa, anche se ne aveva gi accumulati altri quattro o cinque, di chilometri, in quel caldo pomeriggio milanese. Per fortuna era allenato: un'altra camminata non lo spaventava.
Avviandosi di buon passo, Federico ripart, tagliando per alcune viuzze strette del centro storico che ben conosceva.
Intersec via Torino, dove centinaia di giovani, soprattutto adolescenti, stavano consumando le suole nel consueto struscio pre-aperitivo, guardando vetrine e fumando sigarette.
Svolt in piazza San Giorgio, entrando nella zona meno battuta dal traffico: percorse le vecchie vie milanesi, strette, rigorosamente a senso unico, con il pav per terra e le case senza balconi. Pass di fronte a piazza Borromeo prima di deviare in via Nirone e dirigersi verso l'Universit Cattolica del Sacro Cuore, alle spalle del giardino della basilica di Sant'Ambrogio.
Aggir il perimetro del chiostro, senza avere bene in mente dove potesse trovarsi la fatidica colonna.
Era passato migliaia di volte dalla piazza che circondava la basilica e altrettante migliaia di volte aveva attraversato l'arco in pietra, che fronteggiava l'ingresso recintato dell'area sacra, e mai si era accorto di una colonna.
Si lasci alle spalle l'entrata dell'universit e svolt a sinistra, indirizzando lo sguardo sulla piazza adiacente alla basilica. Intravide istantaneamente la colonna.
Alta circa quattro metri, di marmo bianco, anzi bianchissimo, stranamente pulitissima, poggiata su un basamento circolare: ecco la Colonna del Diavolo.
Mentalmente si maled. Chiss quante volte c'era passato davanti durante le sue corse e le sue passeggiate: eppure non ci aveva mai fatto caso.
Si avvicin con circospezione, guardandosi intorno.
Nei giardinetti, distanti un centinaio di metri, alcuni giovani erano impegnati a infilare il tabacco nelle cartine.
Nient'altro.
And dritto al basamento rialzato della colonna ed esegu un giro completo intorno al suo perimetro circolare, con un diametro corto, inferiore ai due metri.
Non vide nulla. La colonna era liscia, senza incavi.
Solo i due fatidici forellini demoniaci.
Infil dentro le dita.
Quello di sinistra era vuoto.
In quello di destra c'era una piccola pallina di carta.
Forse uno scontrino appallottolato.
Lo apr speranzoso. Bingo.
Guarda nel cestino di fianco al muretto.
Il raccoglitore dei rifiuti distava appena un paio di metri.
Lo raggiunse e, incurante delle pi banali norme igieniche, infil una mano dentro, senza neppure sapere cosa stava cercando. Tast cartacce, lattine, mozziconi di sigaretta e qualcosa di solido e leggero, dalla forma cilindrica.
Lo afferr, tirandolo fuori.
Aveva estratto un rotolo di carta, di un colore giallo sbiadito, con un curioso laccio nero a sigillarlo.
A prima vista sembrava una partecipazione per un matrimonio o una cerimonia solenne, forse un'inaugurazione o un evento culturale.
Tir il cordino nero per sfilarlo. Il rotolo si apr docilmente.
La pergamena si dipan: Malerba strabuzz gli occhi per la sorpresa.
Eccitati da frivole cause esacerbarono in guisa gli animi, che non tard a scoppiare la tempesta.
Il testo era scritto in corsivo, probabilmente con della china e la calligrafia era piccola.
Federico avvicin la pergamena quasi all'altezza del naso. Sentiva la mano che gli tremava, per l'eccitazione.
Si impose di calmarsi.
Non era in grado di dare un senso a quelle poche parole. Gli serviva un aiuto.
Si incammin verso la fermata della metropolitana di Sant'Ambrogio: doveva tornare al giornale.
Rientrato in redazione, Malerba punt verso il suo ufficio.
Guido, il suo dirimpettaio di scrivania, stava parlando al telefono. Federico sollev il leggero involucro e lo sventol in modo da attirare l'attenzione del collega.
Che per un attimo allontan la cornetta dall'orecchio.
Mi serve la tua opinione.  urgente.
Sembra un papiro, comment Borroni che, nel frattempo, aveva terminato la telefonata.
Malerba srotol la pergamena passandola al collega che inforc gli occhiali e, dopo averla presa con cautela, inizi a esaminarla.
 una carta pregiata e antica. Di quelle che puoi trovare nei negozi specializzati, fu la prima diagnosi di Guido.
Federico annu: stimava molto il suo collega, per la sua conoscenza della storia e delle tradizioni milanesi e per la sua passione per l'antiquariato.
Del resto la sua scrivania parlava da sola: una pipa intarsiata a mano era sempre appoggiata su un posacenere ornato da incisioni raffiguranti il biscione visconteo, simbolo di Milano. E persino al fantacalcio, dove la fantasia in redazione si sprecava, Guido aveva scelto un nome sobrio, elegante e significativo per il suo team: Milano 1848, in riferimento ai moti rivoluzionari, alle famose Cinque giornate, che segnarono la rivolta dei milanesi contro l'oppressione austriaca.
Per qualche istante Malerba attese in ossequioso silenzio che il collega, concentratissimo, terminasse l'esame del documento. Soltanto quando lo vide sfilarsi gli occhiali si rivolse curioso: Allora, cosa c' scritto?.
Se sono riuscito a leggere bene, considerando la scrittura piuttosto minuta, c' scritto: Eccitati da frivole cause esacerbarono in guisa gli animi, che non tard a scoppiare la tempesta.
Malerba ripet, meccanicamente, ad alta voce, la frase appena ascoltata: Eccitati da frivole cause esacerbarono in guisa gli animi, che non tard a scoppiare la tempesta.
Ma cosa significa?, chiese.
 ovvio che non ne ho la minima idea. Dovresti dirmelo tu.
Non so, l'ho ricevuta in forma anonima, tergivers Federico.
Se l'hanno inviato a te significa che reputano che tu sia in grado di interpretare correttamente queste parole.
Malerba si fece ripassare il foglio.
Lo contempl per qualche secondo.
Per me  arabo totale. Chi avrebbe esacerbato gli animi? Di quale tempesta parlano?
Se non lo sai tu... Ragiona: chi pu avertelo mandato?
Lo ignoro completamente. Suppongo sia legato - rispose indicando il papiro - all'omicidio Annoni. E alla profanazione della tomba del marchese Acerbi. A quello che ho scritto nel mio articolo di oggi.
Proviamo - sugger speranzoso - a digitare queste parole su un motore di ricerca.
Guido pigi sulla tastiera.
Mah... Ci sono tanti richiami. Per la frase completa non  riportata.
Malerba a sua volta digit le parole su Google.
Sto guardando i vari richiami. Citano il Ripamonti, il Rivolta, il Cusani, ma anche Manzoni, Cattaneo e Beccaria, continu Borroni.
Dunque?
Dunque si tratta di parole di uso comune nel linguaggio milanese dei secoli scorsi.
Dell'Ottocento?
Non solo. Ripamonti  del Seicento, Beccaria del Settecento.  il milanese che si parlava tra il Cinquecento e l'Ottocento, probabilmente sia durante la dominazione spagnola che sotto quella austriaca.
La mente di Malerba torn subito al marchese Acerbi.
Era sulla pista giusta? Per chi aveva esacerbato gli animi?
E se fosse uno scherzo?, azzard Federico.
Pu essere. Ma quella  una carta pregiata e ha un suo costo. E non si trova nella cartoleria sotto casa. Se ti hanno fatto uno scherzo significa che in giro ci sono dei burloni con molti soldi da gettare, chios Guido.
Per oltre venti minuti Malerba prosegu nella sua ricerca su Internet. Alla fine, non avendo trovato nulla, si arrese.
L'unico in grado di aiutarlo era il professor Monti.
Erano le 20 da poco passate. Un orario ancora accettabile.
Prov a chiamarlo.
Libero. Uno, due, tre, quattro squilli.
Pronto?
Professore buonasera, perdoni l'ora. Credo sia urgente, si giustific il giornalista.
Ah... dottor Malerba,  lei? Che piacere. Qual buon vento la porta a chiamarmi?
Senza accennare alla misteriosa pergamena Federico spieg che, da fonti anonime vicine agli inquirenti, aveva scoperto una frase, forse di rivendicazione, che, effettivamente, sembrava riportare al marchese Acerbi.
Inizi a leggerla piano, scandendo lentamente ogni parola. Monti si prese qualche secondo di riflessione, prima di esprimere il suo parere.
Se il contesto in cui ricondurre questa frase sibillina  quello che mi ha descritto, allora  possibile ritenere - anche se lo ritengo inverosimile - che sia attribuibile a Ludovico Acerbi. Una frase pronunciata, presumibilmente, nei confronti di suoi avversari non meglio specificati.
Non potrebbero essere gli Annoni?
Potrebbero. Di sicuro non erano gli unici nemici, o rivali, del marchese. Anche se, indubbiamente queste parole sembrano proprio essere un riferimento agli Annoni, convenne Monti.
Evidentemente gli Annoni, attraverso dei pettegolezzi, magari diffusi ad hoc, erano riusciti a danneggiare il marchese Acerbi, screditandolo e forse aizzandogli contro qualche potente o addirittura il popolo.
Mi pare che lei stia correndo troppo con la fantasia, dottor Malerba, lo rintuzz il docente.
Se ben ricordo  stato proprio lei a rivelarmi che l'Acerbi si era fatto tumulare con alcuni dei suoi oggetti pi cari, tra cui una sorta di diario. Se questa frase fosse stata estrapolata proprio da uno dei suoi scritti...
Dottor Malerba, le ripeto: lei corre troppo con la fantasia.
S, forse ha ragione. In ogni caso ho la sensazione che si stia rafforzando l'ipotesi di un collegamento tra la profanazione della tomba degli Acerbi e l'omicidio Annoni. Professore, la ringrazio e mi scusi per il disturbo.
Nessun disturbo, mi richiami quando vuole.
Prima di andarsene a casa, Ardig tenne il consueto briefing serale con Santoni e Velluti.
Che gli comunicarono una novit.
Il probabile pirata della strada che, qualche giorno prima, aveva travolto e ucciso un padre di famiglia sulla sopraelevata di Corvetto era stato individuato e fermato dai Carabinieri.
Leggendo da un appunto Velluti cominic a snocciolare il curriculum del fermato.
Si chiama Stojan Mirceanu. Un moldavo di 32 anni con precedenti in patria per furto e rapina e qui da noi per aggressione e per una tentata violenza sessuale. Si  fatto due anni poi  uscito ed  stato espulso nel 2005. Due anni dopo, con l'entrata della Romania nella Ue,  potuto tornare come comunitario. Lo hanno cuccato alla guida di un furgone rubato. Ha investito un ciclista, ferendolo in modo non grave, dopo essere passato con il rosso a un incrocio sulla statale Comasina tra Cormano e Novate.
Un momento, sono sicuri che si tratti dello stesso pirata?
Non ha ancora confessato. Per guidava in stato di ebbrezza, il mezzo era stato appena rubato, guarda caso in via Eritrea, non lontano da viale Stephenson, dove era stato rubato il furgone che aveva travolto quel poveretto a Corvetto e, dulcis in fundo - chios Velluti - il nostro Mirceanu era al volante con dei guanti da lavoro, di quelli da manovale. Come il pirata di Corvetto.
Mmm... solo indizi. Potrebbe essere lui. O potrebbero essere solo delle coincidenze... Va be', se ne occuperanno i Carabinieri e la Stradale. Torniamo ai nostri problemi.
I due ispettori lo guardarono.
Domani speriamo di riuscire a mettere le mani su questo Russo. Poi dovremo farlo parlare. In ogni caso voglio approfondire un dettaglio: quell'immagine del quadro seicentesco modificata con Photoshop. Pi ci penso e pi mi convinco che quel foglio non sia collegato alla vittima, ma all'assassino. Dobbiamo riuscire a capirne di pi. Avete qualche idea?
I due ispettori scossero la testa.
Quel tuo amico, che era in Questura a Varese quando hanno arrestato quelli delle Bestie di Satana, non ti aveva parlato una volta di un criminologo esperto nel settore dell'occulto e dell'esoterismo in forza, se non sbaglio, alla Questura di Torino?, chiese Ardig a Santoni.
S, me lo ricordo. Uno che ha frequentato dei corsi di specializzazione a Quantico in una sede FBI. Mi pare si chiami Vazzoler. Aspetta che controllo.
Santoni si fece allungare la tastiera del pc.
Ecco, trovato. Si chiama Vanner, Dario Vanner.  un occultologo, insegna all'Universit di Torino e da anni  un consulente Digos.
Proviamo a contattarlo. Abbiamo bisogno della sua collaborazione al pi presto. Cerca di inviargli via email l'immagine del quadro. Vediamo - concluse Ardig - se potr dirci qualcosa di utile.
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5. Milano, 12 giugno 2009.
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L'sms con l'orario di ritrovo era arrivato gi da qualche minuto. Urgeva rispondere.
Malerba, pigramente sprofondato sul divano, rifletteva.
Era di riposo e se la stava prendendo comoda.
Era andato a correre al parco Sempione, poi era rientrato per una doccia, un pranzo leggero e un riposino.
Ora, senza grande interesse, stava leggendo un romanzo ambientato nell'antica Roma. Non aveva assolutamente nulla da fare per tutta la giornata.
E neppure la sera, se non starsene a casa a guardare la tiv con il fido Ottone: l'alternativa era andare a casa dei suoi, a scroccare una cena e magari un servizio tintoria, visto che aveva qualche camicia sporca.
L'invito del vecchio amico, o meglio compagno di universit, Carlo Restelli era interessante: aperitivo al Mamba e serata sui Navigli.
Se il lupo non aveva perso n il pelo n il vizio, e l'impressione era che Restelli non avesse perso proprio nulla, probabilmente avrebbero rimediato compagnia femminile durante la serata.
Compagnia improvvisata, visto che Restelli da ragazzo era un mago del rimorchio e adesso, da classico rampante in carriera, con il portafoglio ben fornito, era ancora pi sicuro dei suoi mezzi. Avrebbe quasi certamente trovato qualche ragazza per allietare la serata.
Era proprio quello che a Malerba serviva.
Era single da pochi mesi, ma il suo essere single significava non avere una vita sociale.
Usciva da una storia durata nove anni, un'eternit, e aveva un'et in cui era difficile avere amici single. Soprattutto nel suo caso: aveva frequentato per anni le stesse coppie, e ora, rimasto solo, era logicamente tagliato fuori dal suo giro.
Tanto pi che la sua cronica indecisione nel mettere su famiglia, nel prendersi responsabilit e nel fare grandi passi non era apprezzata dalle compagne, fidanzate o mogli dei suoi amici, tutte restie a far frequentare ai loro uomini un soggetto cos poco affidabile.
E cos era rimasto solo, con il suo gatto, con i suoi pochi hobby, come la lettura o andare a correre al parco per tenersi in forma. Qualche volta usciva con i colleghi del giornale, ma si finiva sempre per parlare solo di lavoro.
Per tutte queste ragioni la proposta di Carlo era davvero allettante. E forse era pi facile accettare che inventarsi una scusa credibile.
Decise di rispondere al messaggio: si sarebbero incontrati davanti alla Borsa intorno alle 18,30.
Il primo che arrivava avrebbe aspettato l'altro.
Santoni era appena rientrato dal funerale di Alberto Annoni, tenutosi in una piccola chiesetta di quartiere situata nei pressi di via Marghera.
Con una macchinetta fotografica digitale l'ispettore aveva immortalato i partecipanti al corteo funebre. Alle esequie del pubblicitario non avevano presenziato in molti.
Una cinquantina di persone in tutto, la maggior parte delle quali sembravano parenti, che si erano stretti intorno all'anziana madre, sorretta dalla badante ucraina, e dal figlio minore.
Il drappello delle impiegate dell'A-Agency, guidato da Manuela Castoldi, elegante e sobria, con i soliti occhialoni neri da diva, era rimasto piuttosto in disparte, quasi per non disturbare.
Ardig esaminava i volti immortalati dall'obiettivo.
Nei film l'assassino  sempre mescolato tra i presenti alle esequie. La realt, per,  ben diversa.
Valeva comunque la pena osservare con attenzione i volti dei partecipanti al funerale.
Sembra che quasi nessuno del dorato mondo della pubblicit e della moda abbia trovato il tempo per dare l'ultimo saluto all'Annoni. E meno male che era stimato e ben voluto da tutti!, esclam sarcastico Ardig.
Sai come vanno le cose in quel tipo di mondo. Quando va bene ti sono tutti amici, quando cadi in disgrazia spariscono tutti. E andare al funerale di uno sventrato su un marciapiede probabilmente non  il massimo per chi lavora nella pubblicit o nella moda, osserv Santoni.
Bah... probabilmente hai ragione. Non mi pare che sia saltato fuori qualcosa di interessante. Peccato non ci fosse Russo, altrimenti avremmo potuto arrestarlo gi all'uscita della chiesa e torchiarlo subito, chiuse scherzando Ardig, con la mente gi rivolta all'operazione serale.
Con quasi un'ora di anticipo Malerba si incammin verso piazza degli Affari. Una passeggiata abbordabile dalla sua abitazione: meno di un chilometro.
Ricordava Restelli come un ritardatario incallito: probabilmente non si sarebbe visto prima delle 19.
Il giornalista decise cos di prendersela ancora pi comoda e di deviare verso la centralissima via Dante dove, a quell'ora, infuriava la movida, per usare un termine tanto caro all'avvocato Restelli.
L'afa era asfissiante.
Turisti in ciabatte e bermuda avevano preso d'assalto i tavolini all'aperto dei tanti bar dislocati nell'area pedonale. Dentro i negozi di abbigliamento si intravedevano giovani commesse in abiti succinti che fronteggiavano i clienti.
Sui marciapiedi i soliti venditori ambulanti proponevano braccialetti e mercanzia di vario genere.
Malerba si rilass lasciando vagare gli occhi su quello spaccato di vita allegra e colorata.
Intorno alle 18,30 una quindicina di agenti in borghese, alcuni della Omicidi, altri della Narcotici, erano gi sparpagliati intorno a piazza Sant'Eustorgio.
Ardig, teso e preoccupato, guardava da una finestra del suo privilegiato punto di osservazione il viavai nella strada sottostante.
Corso di Porta Ticinese, una della vie pi trendy di Milano, una delle dorsali della movida meneghina: poche centinaia di metri con un'altissima densit di locali, bar e ristoranti. I milanesi, finita un'altra giornata del lavoro, si stavano riversando in strada.
Il commissario e Santoni si trovavano al secondo piano di un edificio che fronteggiava la facciata della splendida basilica di Sant'Eustorgio, eretta nel IV secolo: una chiesa con una storia importante.
Tra quelle colonne, per diversi secoli, avevano trovato ospitalit le spoglie dei re Magi, prima che l'imperatore Federico Barbarossa, nel 1162, durante il saccheggio di Milano, le depredasse portandole a Colonia.
Dal loro punto di osservazione - nell'ufficio di un assicuratore che, gentilmente, aveva accettato di collaborare con le forze dell'ordine mettendo a disposizione le sue stanze per qualche ora, senza fare troppe domande - i due poliziotti osservavano la piazza, piuttosto animata a quell'ora.
Si vedevano molti giovani, qualche turista e un gruppetto di punkabbestia accampati con i loro cani sulle panchine dei giardinetti situati sulla sinistra dell'ingresso della basilica.
Qualche metro pi in l, su un'altra panchina, due ragazzi, piuttosto malvestiti, lei con diversi piercing, lui con tatuaggi colorati sul collo e sulle braccia, si scambiavano calde effusioni.
Era quella l'ora canonica del piccolo spaccio, della vendita del fumo e delle pasticche. E quella zona, a ridosso tra due punti caldi della vita serale milanese, piazza Vetra e i Navigli, era diventata inevitabilmente il cuore dello smercio.
I primi pusher magrebini fecero la comparsa pochi minuti dopo.
Malerba aveva avuto ragione: il suo vecchio amico Restelli era in ritardo enorme. Lo aveva avvisato via sms, scusandosi, e alla fine si erano trovati direttamente sotto il suo studio, vicino al tribunale, intorno alle 19,30.
Puntualit a parte, Restelli era davvero incredibile: completo leggero, color cenere, senza cravatta, camicia blu elettrico perfettamente stirata e pulita, probabilmente indossata appena prima di scendere, sbarbato, profumato e perfetto come se fosse appena uscito di casa.
E soprattutto fresco, pimpante e pieno di energie.
Come se avesse fatto una salutare dormita e una doccia rinfrescante.
E invece era reduce da una lunga, e probabilmente noiosa, giornata di lavoro in tribunale o in studio.
Va be'...  veramente inarrivabile, valut Malerba che si sentiva gi stanco, nonostante avesse beneficiato della giornata di riposo.
Salirono sul suv dell'avvocato, una Bmw nuovissima, diretti verso piazza Vetra.
Allora Fede? Pronto per la seratina? Guarda che stasera il pargolo torna a lavorare, esord il legale, cercando di stringergli le parti intime.
Il giornalista, che ben ricordava questi suoi scherzetti, fu lesto a precederlo, bloccandogli la mano malandrina.
Ho chiuso i rubinetti per restauri. E per il disuso.
Me l'hai gi detto, vecchietto che non sei altro. Adesso ti rimetto in pista io.
Basta che non sia quella pista, intesi? ribatt il cronista.
No, niente bamba, per chi mi hai preso?
Non si sa mai, non ti vedo da tanto. Come si dice: uomo avvisato, mezzo...
Che bacchettone che sei! Cazzo, ma goditi la vita! Sei single, fai il giornalista, sei in formissima e il grano non ti manca.
S, proprio...
Va bene taccagno, tanto paga il sottoscritto stasera. E non rompere le palle con l'ora a cui devi rientrare come quando eravamo studenti. Tanto tu domani dormi come al solito.
Al pomeriggio devo andare al giornale. E poi sto seguendo un caso interessante...
E rilassati, di. Al lavoro ci pensi domani, chiuse Carlo assestandogli un bel pugno sulla spalla sinistra.
Alcuni dei tanti ragazzi che giravano per la piazzetta di Sant'Eustorgio si spostarono verso il lato sinistro della basilica, prendendo la viuzza posteriore che costeggiava la fiancata e il chiostro per infilarsi poi nel parco pubblico che conduceva a piazza Vetra.
Il mercatino del fumo si svolgeva l, dietro alla basilica.
Un agente in borghese, con un labrador al guinzaglio, transit camminando spedito per non dare nell'occhio.
Uno degli spacciatori magrebini, dopo qualche minuto, rientr nuovamente in piazza Sant'Eustorgio: evidentemente aveva finito la merce e se ne tornava verso la Darsena, da dove era venuto.
Passando attraverso il giardinetto, super la coppietta di alternativi, sempre impegnati in audaci effusioni, e sfil davanti al gruppetto di punkabbestia proprio nel momento in cui uno di loro si alzava dalla panchina.
I due corpi quasi si urtarono e si sfiorarono per un istante: l'extracomunitario prosegu dritto senza degnare di uno sguardo i giovani e i loro cani.
Il punkabbestia and ad adagiarsi sul terriccio dell'aiuola, raccogliendo da terra un quotidiano gratuito: lo sfogli qualche istante, poi al posto di gettarlo malamente lo ripose con un'insospettata delicatezza su una panchina di fronte alla sua, prima di tornare a sdraiarsi sull'erba con il suo cane.
Nella viuzza posteriore, intanto, continuava il viavai di giovani. Un secondo agente, questa volta in tenuta da atleta, pass velocemente, con le cuffiette nelle orecchie.
Per trovare parcheggio nei dintorni di piazza Vetra, nonostante fosse un gioved sera, impiegarono pi di venti minuti.
Dopo alcuni tentativi riuscirono a piazzare l'ingombrante fuoristrada dell'avvocato in una viuzza che da piazza Vetra porta verso via Torino.
Senza immaginarlo Ardig e Malerba si trovavano a meno di ducento metri di distanza, separati dalle mitiche colonne di San Lorenzo e da quel marciapide punteggiato da bar, gelaterie, ristoranti e locali.
Risolto il problema del parcheggio, Carlo prese immediatamente in mano le redini della serata, avviandosi a passo spedito verso il Mamba, i cui tavolini all'aperto, sparsi un po' ovunque, arrivavano a lambire le ringhiere metalliche che delimitano il parco della basilica di piazza Vetra.
Pochi metri e arrivarono a destinazione: il Mamba.
Era il cosiddetto locale di tendenza della Milano da bere, della Milano che ancora sopravvive e resiste, con la sua patina di fashion, di vita mondana e modaiola e di divertimento, all'altra Milano, quella delle periferie degradate, dove decine di migliaia di extracomunitari si ammassavano in palazzoni fatiscenti, baraccopoli varie e campi nomadi incontrollati e incontrollabili.
Due facce completamente diverse della stessa medaglia.
Il primo impatto, quello visivo, con il Mamba fu comunque interessante, per non dire incoraggiante: si trattava di un open space costellato da microscopici tavolini per due persone, alti pi di un metro e mezzo, corredati da altrettanto alti sgabelli su cui arrampicarsi per poterne usufruire e cercare di consumare il proprio drink.
Malerba non tard molto a capire il perch di quella bizzarra scelta: gli sgabelli, ovviamente, erano tutti appannaggio delle tante ragazze presenti e tutte, ma veramente tutte, sfoggiavano micro-gonne, con abbondante visione di gambe chilometriche, abbronzate e splendenti, che andavano a infilarsi in sandalini di marca, argentati o neri per la maggior parte, con tacchi lunghi e affilati come punteruoli, o in scarpe chiuse sulle dita ma dcollet, quasi sempre colorate, lucide e altrettanto taccate.
Da un po' di tempo non gli capitava di vedere tutta insieme tanta grazia di Dio...
L'arredamento del locale era all'altezza della sua fama e della fauna che lo popolava: piante esotiche e acquari sparsi in alcuni angoli, un bancone di mogano, o di qualche altro legno pregiato, lunghissimo, a forma di ferro di cavallo all'interno del quale i sei o sette barman, in divisa chiara con camicia stile jungle, si affrettavano nel cercare di soddisfare le richieste dei tanti avventori che pigiavano il bancone, creando una ressa insormontabile.
Il tipico posto fighetta-style, ragion il giornalista che, come previsto, si sentiva gi fuori luogo per mille e uno motivi diversi.
Intorno a lui centinaia di teste ridevano, eppure aveva la sensazione che nessuno parlasse e che, vista la musica alta sparata nell'intero ambiente, nessuno potesse capire quanto l'interlocutore di fronte a lui stesse dicendo.
L'impressione che ne traeva era che il vero divertimento, per i presenti, probabilmente tutti frequentatori abituali di locali milanesi di quel target, fosse soltanto esserci e apparire: pazienza, poi, se tornavano a casa con lo stomaco semi vuoto, dopo aver bevuto un drink fatto sostanzialmente di ghiaccio, dopo essere stati in piedi tutta la sera e con il portafoglio indubbiamente pi leggero, dato che le consumazioni erano tutte a un prezzo standard di 12 euro, sia che si trattasse di un cocktail fatto con chiss cosa sia che fosse una birra o una Coca-Cola.
Doveva riconoscere, almeno a se stesso, che la popolazione femminile presente era di un livello strepitoso: un agente dello spettacolo, o al limite anche un impresario del mondo a luci rosse, avrebbe avuto solo l'imbarazzo se avesse dovuto scegliere aspiranti attricette, veline, vallette, escort o gi di l.
Probabilmente pi di una, tra le ragazze presenti, faceva parte del mondo della moda o della pubblicit.
Ancora una volta, per, vedeva quella parte della Milano tutta lustrini e paillette, la Milano della moda, la Milano by night, che non gli piaceva e in cui non si sentiva a suo agio, la Milano in cui bisogna esserci e basta, in cui si esce non per mangiare bene o fare conversazione con persone con cui hai argomenti per dialogare, ma solo per sfoggiare i risultati di faticose sedute nelle palestre, nei centri estetici o nelle file dei negozi del centro affollatissimi di sabato pomeriggio.
Che ne dici?, lo stuzzic Carlo, mentre con gli occhi scrutava la fauna femminile presente.
Che non vedo la giuria che dovr scegliere le veline per la prossima edizione di Striscia. Quando vengo in questi posti mi sento vecchio, rispose Malerba, che continuava a guardarsi intorno provando sensazioni anomale e contrastanti, un mix tra la curiosit per l'ambiente che lo circondava, l'insicurezza che lo assaliva ogni volta che non si sentiva in sintonia con la situazione e la voglia, che saliva di secondo in secondo, di provare a tuffarsi in quel variopinto e rumoroso mondo luccicante.
Perch, anche se non si sentiva in linea con il target dei fighetti che pullulavano in quel locale, era indubbio che avrebbe ben volentieri avviato un dialogo con una di quelle tante ragazze: tutte perfette, dalla punta dei piedi ai capelli, dalla scarpa alla pettinatura, passando per la carrozzeria.
Sorrise. Gli sembrava di esaminare della merce esposta in una vetrina, articoli di alta qualit ovviamente, per non dire di lusso, ma pur sempre articoli.
Certo mancavano le etichette con i prezzi...
L'et media femminile era abbastanza bassa, le ragazze, a occhio e croce erano tutte tra i 25-35 anni, probabilmente si trattava di studentesse universitarie o neo laureate, di segretarie di importanti aziende, magari di multinazionali, oppure p.r. e via dicendo.
Era il tipico posto frequentato anche da giornalisti e si stup per il fatto che, guardandosi intorno, non vedesse nessuna faccia conosciuta. Chiss forse erano tutti in redazione a lavorare...
Il target maschile era invece un po' pi stagionato, l'et media si aggirava tra i 28-30 anni e i 42-45 che qualche matusa dimostrava: anche in questo caso si trattava probabilmente di professionisti invidiabili, che, evidentemente, avevano lo status e il conto in banca all'altezza della situazione e non si sentivano quindi pesci fuor d'acqua come Malerba.
Ma nel complesso anche gli uomini brillavano di luce propria. Quasi nessuno esibiva la pancetta che invece contraddistingueva molti loro coetanei che in quel momento erano a casa con le mogli e i bambini davanti alla tiv, le abbronzature da lampada erano la regola e non l'eccezione e l'abbigliamento era curato anche l dalla testa ai piedi in ognuno di loro.
Malerba, milanese doc, nato e cresciuto a Milano, ancora una volta constatava con rinnovato stupore di sentirsi forestiero in una citt da cui non si era mai spostato, se non per le vacanze e per le trasferte di lavoro.
Nel frattempo anche Restelli aveva studiato l'ambiente e i suoi occhi radar avevano gi intercettato due ragazze all'apparenza da sole: il legale gli fece cenno di seguirlo e si avvi verso le due procaci e giovani possibili prede...
Ci siamo.
Una voce ronz nel walkie-talkie di servizio.
Ardig si fece pi attento. Russo stava arrivando.
Dal lato sinistro della piazza, dove  situato il McDonald's, era comparso un giovane che, a prima vista, pareva marocchino o comunque magrebino.
Abbronzatissimo, pelle ambrata, capelli rasati, brillante all'orecchio sinistro, camicia nera che metteva in risalto il fisico muscoloso.
Era leggermente diverso dalle foto segnaletiche che impugnava Ardig, dove aveva i capelli ricci e una carnagione pi chiara.
Il giovane arriv in piazza a passo deciso, con il cellulare incollato all'orecchio destro: rideva e sembrava assorto in una conversazione piacevole.
Si port alle spalle del gruppo dei punkabbestia e li aggir prendendo il sentiero in lastricato che conduceva alle panchine. Continuando a parlare al telefono si and a sedere proprio sulla panchina dove era stato lasciato il free press poco prima sfogliato dal punk.
Rimase seduto qualche istante, poi si alz raccogliendo il giornale con indifferenza e, sempre con il cellulare attaccato all'orecchio, fece per allontanarsi, dirigendosi questa volta verso la basilica.
Adesso, gracchi il walkie-talkie.
Russo si trovava a un paio di metri dalla panchina dove furoreggiavano i due giovani alternativi, avvinghiati come polipi.
Lui si alz di scatto e lo placc con mossa fulminea, lei gli si par davanti esibendo il distintivo identificativo.
Lo spacciatore non riusc a opporre alcuna resistenza e si lasci docilmente accompagnare verso corso di Porta Ticinese dove, intanto, era giunta un'auto di servizio.
I punkabbestia non tentarono nemmeno la fuga. Rimasero a guardare la scena, domandandosi per quale ragione i poliziotti non li avessero neppure considerati.
Il primo tentativo di abbordaggio era fallito nel giro di pochi secondi.
Le due ragazze, dopo aver sfoggiato i soliti sorrisi di ordinanza, si erano intrattenute in una rapida e superficiale conversazione con Carlo, mentre Federico, pi timidamente, era rimasto a fare da spettatore semi-silente, ma appena il brillante avvocato aveva proposto loro di bere qualcosa insieme le due avevano levato gli scudi, comunicando che erano in attesa di un gruppo di loro amici che sarebbe arrivato a breve. In realt per diversi minuti le due continuarono a rimanere da sole.
Intanto il legale, certo del fatto suo, aveva gi individuato altre due prede da braccare. Raggiunto il tavolo delle due ragazze Restelli ripropose il solito repertorio di abbordaggio sciorinato dieci minuti prima con le due precedenti avventrici.
A Malerba, piuttosto imbarazzato e impacciato, sembrava di rivivere un dj vu, una scena gi vista e vissuta una dozzina di anni prima, quando i due erano studenti universitari con meno soldi in tasca e un po' di faccia tosta in pi.
Per la verit la faccia tosta di Restelli era rimasta immutata, anzi si era persino rafforzata con il passare degli anni, a quanto vedeva. Si aspettava una scusa diplomatica da parte delle due giovani donne e un dignitoso invito a congedarsi, invece, alla solita proposta del legale di bere qualcosa insieme, giunse inattesa una risposta positiva.
Intercettarono una delle poche cameriere che giravano tra i tavoli - anche lei piuttosto carina e in abiti striminziti - e fecero le ordinazioni: mojito per tutti, tranne che per Malerba che preferiva un cocktail analcolico alla frutta.
Scattarono i soliti banali convenevoli di rito: come ti chiami? Cosa fai? Sei di Milano? Vieni qui spesso?
Le due donne, entrambe emiliane, dividevano un monolocale in zona Porta Genova: la prima, Marica, 32enne, lavorava in uno studio di architettura, l'altra, Patrizia, 33enne, era copywriter in una nota agenzia di pubblicit.
Una coincidenza piuttosto singolare, rivel Malerba, che decise di sfruttare questo casuale incontro, per fini professionali: cos, pur consapevole che l'argomento non era affatto adatto al tipo di conversazione che si stava avviando, domand subito a Patrizia se conoscesse Annoni e, ricevendo una sua risposta affermativa, cosa ne pensasse di questo delitto.
Giocava a carte coperte: la pubblicitaria non era a conoscenza della sua professione di cronista.
Mah... lo conoscevo pi che altro di nome. L'ho visto di persona qualche volta, per non ci ho quasi mai parlato. Nell'ambiente comunque era stimato. Aveva un giro di clienti importanti.
E non aveva nemici?
No, non credo. Come mai ti interessa?, ribatt prontamente la ragazza.
Malerba esit un secondo, soppesando il da farsi.
Decise: era meglio scoprire le carte.
Sono un giornalista della Voce Lombarda e sto seguendo questo caso. Pensa che sono arrivato sul luogo del delitto circa venti minuti dopo l'omicidio, aggiunse per cercare di fare colpo sull'interlocutrice.
Non soltanto per ragioni professionali.
Patrizia non era uno schianto, non era perfetta come potevano essere le altre donne presenti in quel locale, eppure era ugualmente carina: capelli scuri, lunghi, lisci, occhi marroni, un filo di trucco nero sugli occhi e una generosa scollatura, a compensare un fondoschiena abbastanza largo. La tipica bellezza mediterranea.
Finora non si  saputo molto, perch gli inquirenti sono muti come pesci, la famiglia non dice niente e dal vostro ambiente non trapela nulla.
Lei abbozz una smorfia.
Comunque - sottoline per tranquillizzarla - stasera sono di riposo. La mia  solo curiosit, ti assicuro.
Patrizia tentenn per qualche istante, cos fu ancora Malerba a prendere l'iniziativa.
Va be', di cambiamo discorso, non voglio parlare sempre di lavoro, tagli corto.
La mossa si rivel azzeccata.
Tu cosa ne sai di questa storia? Sai, non ho letto molti articoli e nemmeno il tuo, scusami..., si giustific Patrizia, palesando una certa curiosit.
Non molto. Anche se come ti ho detto sono arrivato sul luogo del delitto dopo pochissimi minuti. Lo hanno ucciso colpendolo pi volte, con un coltello o un punteruolo.
Le espressioni delle ragazze si indurirono ascoltando questi particolari.
L'assassino - prosegu imperterrito Malerba - si  dileguato immediatamente, non ci sono testimoni e la polizia non sta fecendo progressi nelle indagini. Da quel che ho capito brancolano nel buio anche sul movente, si dilung Malerba, utilizzando volutamente termini il pi professionali e tecnici possibili, per risultare cos ancora pi credibile e autorevole.
Le parti, al tavolo, si stavano inaspettatamente ribaltando. Era Patrizia a incalzare il cronista per strappargli il maggior numero di informazioni possibili.
Federico parl per diversi minuti, riepilogando quello che aveva scritto nei suoi articoli. Si accorse che la serata stava prendendo una piega inaspettatamente favorevole: era chiaro che Patrizia era interessata a lui, sicuramente era riuscito a incuriosirla, ma non solo.
L'attenzione delle due donne era tutta per il giornalista, che si trovava a reggere la conversazione: era lui a fare la locomotiva e non il rimorchio come aveva sempre fatto con Carlo in passato.
L'avvocato, per, non era tipo da farsi mettere in secondo piano. Mai. Voleva i riflettori tutti per s, sempre, e per ribaltare la china presa dalla serata tir fuori dal mazzo il suo immancabile jolly, per riprendere il controllo della situazione e soprattutto il ruolo di protagonista.
Non mi avevi detto che stavi seguendo il caso dell'omicidio del pubblicitario, si intromise.
 quello - continu il legale - che hanno assegnato al sostituto procuratore Perilli.
Proprio lui, lo conosci?
Restelli sorrise sornione.
Eccome... e ho un retroscena da darti che nessuno conosce. Guarda che  davvero una notizia bomba. Sai... sono in confidenza con molti suoi colleghi e con i suoi pi stretti collaboratori, accenn serio.
Che notizia?, rispose Federico, con poca convinzione.
Conosceva l'ex compagno di universit e immaginava si trattasse del solito espediente per attirare su di s tutta l'attenzione.
Te l'ho detto,  davvero una bomba. Non te ne ho parlato perch non mi avevi detto che seguivi questa inchiesta. Per le notizie, soprattutto certe notizie, hanno un prezzo. Molto elevato, rilanci gigioneggiando Carlo.
L'obiettivo era stato raggiunto: adesso l'attenzione delle due ragazze era tutta per lui.
Facciamo cos - riprese - io ti passo la notizia e tu mi dai la parola che mi trovi due biglietti per la tribuna per il prossimo gran premio di Formula 1 a Monza. Tanto i tuoi colleghi allo sport avranno sicuramente modo di procurarmi i biglietti. Che ne dici? Qua la mano...
Prima sputa la notizia. Se vale hai la mia parola che mi impegno a farti avere i biglietti, tagli corto Federico, ancora pi scettico nei confronti dell'amico.
Alle 20,30 Ardig e i suoi erano gi in Questura in via Fatebenefratelli. Il fermato, Angelo Russo, era impegnato con le normali operazioni routinarie di identificazione. Ancora qualche minuto e avrebbero cominciato a spremerlo.
Ma cosa dici? Sei sicuro?, domand Federico in un tono misto tra lo scettico, lo stupito e l'arrabbiato.
Parola mia, credimi, si batt il petto sorridente Carlo.
Fammi capire: Annoni sarebbe stato massacrato con una vecchia spada?
Con uno spadone di quelli che si usavano nelle battaglie medioevali, da quel che ho capito. Tanto che nelle ferite hanno trovato della ruggine. L'assassino gli ha letteralmente aperto il torace, sentenzi l'avvocato, prima di rivolgersi alle due ragazze.
Scusatemi, non vorrei essere troppo brutale nel riportare i fatti. Addirittura, da quel che ne so, non hanno fatto neppure vedere il corpo ai familiari per il riconoscimento. Hanno tenuto un lenzuolo steso fino al collo, in modo che non vedessero come era stato martoriato quel povero disgraziato, ribad con tono convinto.
Carlo, guarda che se scrivo questa cosa e non  vera passo dei guai molto seri. Sei davvero sicuro?
Senti... fai come ti pare, io ti ho detto quello che mi hanno riferito. Poi vedi tu cosa fare. Affari tuoi, non mettermi in mezzo. Ma se scrivi mi devi i biglietti per Monza. Ricordatelo, replic quasi stizzito.
Forse qualcosa di vero poteva esserci, riflett Malerba.
Quella sera i poliziotti avevano tenuto la gente molto lontano dal luogo del delitto, in modo che non si vedesse davvero nulla. Avevano chiuso tre o quattro vie bloccando il traffico in tutta la zona: perch tutto quello spiegamento di precauzioni?
La conversazione al tavolo riprese.
La mente del cronista era ormai altrove. Ragion qualche istante ancora, quindi prese l'unica decisione che gli sembrasse sensata.
Scusate, devo fare subito una telefonata, annunci lapidario, mentre abbandonava il tavolo.
Uscito dal Mamba, allontanatosi di qualche decina di metri dal locale, prese il cellulare e chiam la redazione.
Rispose Donatella.
Ciao, sono Federico, passami Brigante,  importante.
 in tipografia, stanno facendo la prima pagina.  meglio non disturbarlo.
 importantissimo, se si incazza mi prender io gli insulti. Altrimenti lo chiamo sul cellulare, fai tu.
Va bene, aspetta in linea.
Per qualche istante sent la solita musichetta, erano le note dell'Aida a tenere compagnia a chi era in attesa dall'altra parte della cornetta.
A interrompere la sinfonia telefonica fu la voce seccata di Brigante.
Cosa c'?
Ho una notizia importante sul caso Annoni, esord Malerba.
Che notizia hai? domand brusco il caporedattore.
Mi serve un minuto per spiegarti tutto. So che devi fare la prima, ma  importante.
Raccontami tutto in fretta.
Omettendo di citare la fonte, come deontologicamente deve fare sempre ogni buon giornalista, Malerba raccont velocemente del cadavere di Annoni devastato da una spada medievale.
E che razza di notizia sarebbe questa?, domand seccato Brigante.
Be'... ti sembra poco un assassino che va in giro per Milano con uno spadone stile Highlander?
E allora?
Come allora?  una notizia importante, non credi?
Non pi di tanto. Pensavo avessi una pista da seguire, un movente, un possibile sospettato. E poi almeno hai la certezza di questa notizia bomba?, si inform il caporedattore.
No,  una voce raccolta nei corridoi del tribunale.
E allora ne parliamo domani, con calma, tanto non mi pare che ci sia fretta di pubblicarla. Nel frattempo trova qualche pezza d'appoggio che la confermi, concluse Brigante, che riattacc senza nemmeno salutarlo.
Malerba imprec e torn nel locale di pessimo umore.
Carlo lo accolse prendendolo in giro: Basta lavorare, sei pure di riposo, no?
Certo, anzi scusatemi. Credevo di dovermi mettere all'opera, dettando qualcosa, invece quei geni dei miei capi al giornale sostengono che questa notizia non interessa. Va be'... godiamoci il meritato riposo, comment sbuffando.
Le due ragazze sorridevano un po' imbarazzate.
Tocc al solito Carlo a rilanciare brillantemente la conversazione cambiando argomento. Inizi a raccontare del viaggio fatto a gennaio alle Maldive.
Intanto aveva ordinato dei margaritas per tutti.
Federico ringrazi, prese il bicchiere e cerc di tornare con la testa alla compagnia e alla conversazione di cui avrebbe dovuto fare parte in quel momento.
Cominci a fare a pugni con l'unica alternativa che aveva: chiamare Ardig per cercare una conferma alla notizia che aveva appena avuto.
Prov a trattenersi. Poteva aspettare qualche ora, chiamarlo la mattina successiva. Era la cosa giusta da fare, non forzare, far passare la notte e...
Tutto inutile.
Si alz nuovamente dal suo sgabello e, dopo essersi frettolosamente scusato ancora una volta, usc nuovamente dal Mamba per fare un'altra telefonata, accompagnato dallo sguardo a dir poco furibondo di Restelli.
Il cellulare suonava libero. Uno, due, tre, quattro, cinque squilli.
Malerba camminava nervosamente lungo il marciapiede contando mentalmente il numero degli squilli.
Al nono si arrese: il commissario della Mobile non rispondeva.
Il giornalista sbott. Prov a richiamare il commissario.
Niente: Ardig non rispondeva. Altra colorita imprecazione.
L'interrogatorio di Russo era in pieno svolgimento in un ufficio della Questura.
Il giovane pusher stava confermando la sua aria da duro.
Nemmeno il fatto che fosse stato fermato con otto grammi di cocaina sembrava spaventarlo eccessivamente.
 per uso personale, fatemi l'esame del capello, fatemi gli esami medici: sono un cocainomane, lo ammetto. Ma sono affari miei, no?
Ardig aveva scelto la tattica di provare a cuocerlo a fuoco lento.
Lasci che fossero i colleghi della Narcotici a tartassarlo per oltre un'ora, consentendogli di difendersi, per l'appunto, con una certa disinvoltura.
Quando intravide i primi segnali di cedimento, dovuti alla stanchezza e alla tensione, decise di passare all'attacco.
Caro Russo, temo che tu non abbia capito proprio nulla. Con quella roba che ti abbiamo trovato addosso possiamo garantirti qualche annetto di soggiorno a spese dello Stato. Considerati i tuoi precedenti un paio d'anni te li faresti. E questa volta non ci sar indulto. Contento te...
Lo spacciatore siciliano deglut senza rispondere e senza abbassare lo sguardo di sfida.
Per... vedi... noi ti abbiamo portato qui per un'altra ragione. Ti dice niente il nome di Alberto Annoni?
Il pusher non rispose, ma l'espressione di sicurezza ostentata fino a quel momento scompar dal suo volto.
Ah... bene... deduco che il nome ti suggerisca qualcosa, sentenzi soddisfatto Ardig.
Il margarita era ancora l, che lo attendeva: meno freddo di prima e pi acquoso.
Malerba si scus per l'ennesima volta.
 un malato del lavoro,  ossessionato. Dovrebbe andare da un analista e farsi curare, lo giustific, ironizzando, Restelli.
Non aveva tutti i torti, il cronista doveva riconoscere che si sentiva a disagio per il bizzarro atteggiamento avuto nell'ultima ora.
Scusatemi, non mi comporto cos tutte le sere, ve lo assicuro, aggiunse mortificato.
Non importa, con il lavoro che fai... non preoccuparti, lo assolse Patrizia che sembrava colpita dallo zelo e dalla passione con cui il cronista viveva il suo lavoro.
La conversazione riprese nuovamente, senza argomenti specifici, saltando di palo in frasca; parlarono delle prossime vacanze estive e di altre amenit, chiacchierando per oltre un'ora, fino a quando giunse il momento di andare.
Appena fuori dal Mamba le due ragazze si congedarono rapidamente da Federico e Carlo. Avevano parcheggiato la macchina vicino e preferivano andare da sole.
Salutarono con i canonici bacini sulla guancia e si allontanarono. Patrizia, per, gli strinse forte la mano mentre lo salutava.
Il solito due di picche, pens Malerba.
Carlo, che sembrava avergli letto nel pensiero, tir fuori dalla tasca un bigliettino.
Il numero di cellulare di Marica. La serata non  stata persa, annunci, sventolando il pezzetto di carta.
Almeno per te...
Tranquillo brontolone, loro hanno i nostri numeri, gli ho dato anche il tuo. E Patrizia lo ha memorizzato sul suo telefonino. Contento?
Va be'... di, vediamo se mi chiamer. Piuttosto - esit Federico - sei davvero sicuro che Annoni sia stato colpito con una spada?
Ancora? Ma s, che cavolo, ti ho detto che  vero e che le fonti sono attendibili. Fidati. E rilassati soprattutto. Hai lavorato tutta la sera. Devi imparare a staccare la spina ogni tanto, altrimenti scoppi.
Hai ragione, scusami. E grazie per la dritta, tagli corto Malerba.
Figurati, mi ripagherai con i biglietti per la Formula 1, fu la pronta risposta del legale.
Solo una cosa?
Di, dimmi.
Come lo hai saputo? Sinceramente...
Non ci crederesti, anche se ti dico la verit.
Tu dimmela.
Le porte dell'ascensore in tribunale sono molto lente ad aprirsi e l'ascensore, quando arriva al piano, rallenta per qualche secondo prima di arrestarsi...
E allora?
E allora se dentro c' qualcuno che sta parlando chi  fuori, sul pianerottolo, ascolta tutto perfettamente. Come  successo a me ieri pomeriggio, poco prima di incontrarti.
E sull'ascensore chi c'era?
Una persona che penso lavori per l'Istituto di Medicina Legale.  un poliziotto che ho visto spesso anche in tiv nelle immagini sulle conferenze stampa dopo gli arresti.
Non era Ardig?
Fede ci sei o ci fai? Ardig lo conosco bene. Abbiamo fatto l'universit con lui. No, era uno sulla cinquantina, dall'abbigliamento dimesso.
Si chiama Velluti,  un ispettore capo. Lo affianca quasi sempre nelle indagini.  uno con l'accento pugliese?
Che ne so? Comunque il medico, o il perito, stava spiegando al poliziotto che occorre trovare un esperto di spade medievali per sottoporgli le foto delle ferite presenti sul cadavere.
E poi?
E poi l'ascensore si  arrestato e hanno capito che le porte si stavano per aprire e il medico si  zittito. Quindi sono usciti e se ne sono andati per i fatti loro. Fine della storia. Ma se uno pi uno fa ancora due, mi pare evidente che se parlavano di ferite su un cadavere e di una spada...  facile capire il perch.
S,  cos, hai ragione. Tanto pi che quei due stavano scendendo dagli uffici del procuratore, pi o meno quando lui era in conferenza stampa con noi. Probabilmente avevano fatto una riunione poco prima di affrontare i giornalisti. Be'... direi che il biglietto per Monza te lo sei proprio guadagnato.
I biglietti! Sono due, taccagno. Non fare lo smemorato con me. Non ti conviene.
Giusto, te li sei davvero meritati.
Per la dritta o perch ho dato il tuo numero a Patrizia?
Per tutte e due le cose. Grazie, concluse Federico, allungando la mano a Carlo, prima di salutarlo e scendere dall'auto.
Ci sentiamo. Magari la settimana prossima facciamo un'altra uscitina, butto l Federico.
S, magari con Marica e Patrizia. Magari a casa mia. Che dici? Per stavolta spegni il cellulare, termin l'avvocato, prima di mettere in moto e ripartire.
Malerba salut e si avvi verso il portone soddisfatto.
Patrizia era carina e simpatica, ma a fargli girare l'adrenalina era la notizia che aveva appena raccolto.
Non vedeva l'ora di essere al giornale, l'indomani, per mettersi a scrivere un articolo dei suoi...
Ho un alibi per quella sera. Non potete accusarmi di nulla. Mi hanno visto decine di persone. Dalle 19 alle 22 sono stato all'Electric per un aperitivo. Ho tanti amici che possono confermarlo, replic, con arroganza, lo spacciatore.
Chi credi di prendere in giro? Se ti muovi con uno scooter dalla Darsena a piazzale Marengo, a quell'ora, ci vai in dieci minuti. Puoi esserti allontanato dal locale, aver ucciso Annoni ed essere tornato in meno di mezz'ora. O i tuoi amici possono giurare che non sei mai uscito?
Fatemi la prova della paraffina. Controllate se c' traccia di polvere da sparo nelle mie mani. Fate la prova, rispose Russo, fingendo volutamente di non sapere che la vittima, come diffusamente spiegato da giornali e tiv, era stata uccisa con un'arma da taglio e non con una pistola.
L'assassino aveva i guanti, lo rintuzz Ardig.
Ma che motivo avrei avuto di uccidere Annoni?
Magari non ti aveva pagato negli ultimi tempi. O magari voleva passare alla concorrenza e hai deciso di dargli una bella lezione.
Voi siete matti!
Modera i termini, se non vuoi passare guai anche peggiori. E ora dicci quello che sai, tagli corto Ardig, con tono duro e asciutto.
Lo spacciatore si arrese. Gli conveniva collaborare, lo aveva capito.
Va bene. OK. Vi racconto tutto. Ogni tanto gli vendevo della polvere,  vero. E lui mi pagava sempre regolare, in contanti. Basta. Tutto qui. Non c' altro.
Come ti contattava?
Per telefono, mi chiamava lui quando aveva bisogno.
Ogni quanto?
Pi o meno ogni settimana o due, dipendeva da quanta roba acquistava. Non so altro, non sapevo nemmeno che lavoro facesse o dove abitasse.
Dove vi vedevate?
Nei locali dove bazzico. O nelle vie vicine.  tutto, veramente.
Cosa se ne faceva di tutta quella roba?
E che volete che ne sappia? Era uno che girava con modelle e attrici, forse organizzava serate o festicciole. Come tanti altri. Ma io non ne so niente.
Come fai a sapere che girava con modelle? Non hai appena detto che non sapevi neppure che mestiere facesse? Russo ti stai contraddicendo...
So che girava con le modelle perch diverse volte l'ho visto con delle fighe, insomma... con delle zoccole. Tutto qui. Immaginavo facesse l'agente o il produttore. Non so che altro dirvi, davvero.
Era chiaro che il pusher non avrebbe detto altro e il suo alibi probabilmente avrebbe trovato conferme.
Va bene, basta cos. Portatelo via, chiuse Ardig rivolgendosi ai due agenti di servizio.
A San Vittore c' sempre posto per uno spacciatore in pi.
...
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6. Milano, 15 giugno 2009.
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...
Il centralissimo parcheggio a pagamento di via Vittor Pisani, snodandosi in quattro piani sotto il livello del suolo, aveva sempre qualche posto libero, anche negli orari di punta. Occorreva soltanto cercare con attenzione e munirsi di un po' di pazienza.
E infatti, dopo aver girato inutilmente nel secondo e nel terzo piano inferiore, l'immobiliarista Lorenzo Orrigoni era riuscito a trovare un posto proprio all'ultimo piano, il quarto sotterraneo.
Infil la sua Volvo tra altre due berline, usc a fatica dall'esiguo spazio che separava i due veicoli e si avvi senza fretta verso l'uscita pedonale.
Erano quasi le 15. Mancavano pi di venti minuti al suo appuntamento e poteva prendersela comoda.
La sua mente era rivolta alle impiegate moscovite dell'agenzia finanziaria russa in cui era atteso.
Sempre in tiro, sempre sorridenti e sempre disponibili.
Le immaginava mentre si muovevano sinuose, slanciate sui loro tacchi alti, con le loro divise attillate, ondeggiando da uno scaffale all'altro, o intrattenendosi a chiacchierare davanti alle vetrate, ammirando il passeggio sottostante dei tanti viaggiatori provenienti dalla stazione Centrale.
Attravers il parcheggio, accompagnato soltanto dal rimbombo dei suoi passi, addocchiando distrattamente le altre vetture parcheggiate.
Al termine del garage c'era una porticina in ferro dipinta di giallo, con la scritta uscita pedonale vergata su un foglio di carta bianco.
L'apr e si trov in un vano di pochi metri quadrati, una decina al massimo: sulla sua sinistra c'era la porta dell'ascensore, sulla destra la porta dei servizi igienici, mentre di fronte c'era un'altra porticina di ferro un po' arrugginita, sempre gialla, che dava sulle scale.
Nell'ambiente aleggiava odore di urina e di cenere.
Sul pavimento c'erano molti mozziconi.
La spia dell'ascensore lampeggiava indicando occupato.
Non amava gli ascensori, eppure l'idea di fare quattro piani di scale in salita, con l'afa che lo avrebbe atteso una volta risalito in superficie, non lo sfior minimamente.
Doveva attendere qualche istante.
Il commissario Ardig stava riordinando le idee, confrontandosi con il suo vice Santoni.
Il pusher siciliano che avevano fermato, Angelo Russo, aveva trascorso la sua prima notte a San Vittore e in mattinata aveva incontrato il suo avvocato, che aveva prontamente avviato le pratiche per l'istanza di scarcerazione.
Difficilmente, per, il giudice avrebbe avallato la richiesta: la quantit di cocaina trovatagli addosso era pi che sufficiente per trasformare il fermo in un arresto.
E dopo qualche giorno di carcere, con la prospettiva di avere davanti qualche anno di detenzione, visti i suoi precedenti penali, lo spacciatore probabilmente avrebbe iniziato ad ammorbidirsi e ad assumere un atteggiamento pi collaborativo.
Eppure Ardig si sentiva scettico.
Il pusher, arrogante inizialmente, pi disponibile alla fine dell'interrogatorio, sembrava abbastanza sincero.
E tutto sommato doveva riconoscere che non aveva un movente valido per un omicidio di questo genere.
Certo l'assassinio poteva comunque essere maturato negli ambienti dello spaccio e Russo, in qualche modo, ne era coinvolto.
In ogni caso qualcosa non quadrava.
E poi, a tormentarlo come una spina nel fianco, c'era sempre il rebus di quell'assurda immagine trovata nella cartelletta di plastica trasparente a fianco del corpo della vittima. Quella lotta furiosa tra angeli e demoni, anzi tra gli angeli e il demonio.
Aveva studiato, insieme ai suoi uomini, la storia di quel dipinto e del suo pittore, Marco d'Oggiono, uno degli allievi prediletti di Leonardo Da Vinci.
Il particolare di quel quadro modificato non lo aveva abbandonato per un secondo: perch la scena principale era stata mutata? Perch Lucifero era stato fatto rialzare dal misterioso manipolatore? Perch aveva sconfitto uno degli Arcangeli che stava precipitando negli abissi al suo posto?
Era stata un'idea di Annoni? E per cosa?
Per una campagna pubblicitaria?
Non aveva senso.
Come non aveva nemmeno senso l'idea che a lasciare quel foglio fosse stato un pusher come Russo.
Ovviamente non potevano scartare l'ipotesi che quella cartelletta fosse stata abbandonata o perduta da un passante prima dell'omicidio. Una singolare coincidenza, che non si poteva escludere.
Anche se non lo convinceva.
Quel quadro modificato sembrava richiamare ambienti esoterici. Dovevano saperne di pi.
Per questo si erano gi attivati. Sperava di avere notizie, quanto prima, dal criminologo torinese che avevano contattato.
Nel frattempo l'unica strada da seguire era sempre quella delle frequentazioni, soprattutto femminili, del pubblicitario: avevano avuto una segnalazione su un locale bazzicato da modelle, fotografi e prezzemoline del mondo dello spettacolo. Ci sarebbe andato gi quella sera.
Orrigoni sbuff davanti alla porta dell'ascensore.
Quanto ci voleva? Mentre controllava la spia, sempre lampeggiante, con la mano destra - quella libera poich con l'altra reggeva delle voluminose cartellette - inizi ad armeggiare con il nodo della cravatta per sistemarlo.
Tastando, si rese conto che il nodo si era allentato.
L'ascensore continuava ad essere occupato.
Decise di prendersi un altro minuto per recarsi nel gabinetto antistante per darsi una sistemata.
Entr e chiuse la porta metallica alle sue spalle.
La latrina era piccola, sporca e maleodorante: si sentiva ovunque puzza d'urina. Ebbe la tentazione di uscire, avendo sentito rumori nel vano alle sue spalle.
Forse l'ascensore era sceso al piano.
Guard allo specchio il nodo della cravatta: no, era meglio rifarlo. Alz il colletto della camicia e infil due dita nel nodo iniziando a sfilarlo.
Sent cigolare la porta in ferro del pianerottolo: un altro cliente stava transitando. Qualche passo pesante e la porta cigol nuovamente, questa volta sbattendo mentre si richiudeva: il cliente evidentemente aveva fretta.
Terminato di rifare il nodo cominci a riabbassare il colletto della camicia.
Ancora passi pesanti nel vano: la porta in ferro esterna sbatt di nuovo, ancora con violenza, per la terza volta nel giro di pochi secondi.
Perfetto, cravatta e colletto della camicia erano impeccabili. Ud ancora dei passi pesanti nel vano.
Raccolse le cartellette appoggiate sul lavandino.
Con la coda dell'occhio intravide la porta spalancarsi violentemente. Si gir di scatto, istintivamente, prima che una sagoma scura, pesante, lo travolgesse, facendogli perdere l'equilibrio e spingendolo con forza contro la parete.
Urt la schiena e la testa contro le piastrelle del muro, ma non fece neppure in tempo ad avvertire n il dolore per la botta n la paura per quanto stava accadendo.
Una mano vellutata gli si stamp in pieno volto.
Non respirava e non vedeva. Prov a divincolarsi, ma le forze lo abbandonarono velocemente.
Dopo qualche secondo il corpo di Orrigoni scivol sul pavimento della toilette, adagiandosi sul lato destro.
La lama cal dall'alto, centrandolo in pieno sul fianco, all'altezza del ventre, spappolando il fegato.
Poi un altro colpo, sempre sul fianco, questa volta pi in alto, nell'area toracica. Il corpo, sussultante, si spost innaturalmente, girandosi e offrendo la schiena all'assassino.
Il terzo colpo affond in pieno tra le scapole, il quarto and a trafiggere l'area lombare, causando un'altra copiosa fuoriuscita di liquidi.
Nella latrina l'odore di urina si mescol a quello del sangue e al fetore delle maleodoranti sostanze intestine liberate dai terribili ed enormi squarci inferti dalla lama.
Il quinto colpo arriv sempre dall'alto in basso: non in penetrazione come i precedenti, bens lateralmente, come una mazza, provocando un urto devastante sulla nuca della vittima.
Soltanto a quel punto la furia omicida si plac e la sagoma scura abbandon la toilette, facendo rotolare qualcosa sul pavimento.
La compressa effervescente cominci a sciogliersi, sfrigolando.
Ardig sembrava imbambolato, o meglio intontito, mentre fissava, con lo sguardo assente, il fenomeno chimico che si stava ripetendo nel bicchiere di plastica davanti a lui. Era stanco, di pessimo umore e con un crescente mal di testa. Una buona dormita avrebbe rimesso a posto tutto le cose, ma non ne aveva la possibilit.
Doveva accontentarsi di eliminare almeno il mal di testa, almeno quello. Cos trangugi l'antidolorifico sciolto nell'acqua sperando in un suo rapido effetto.
Riprese in mano quell'assurda immagine, contenuta nella cartelletta di plastica trasparente lasciata abbandonata a pochi centimetri dal corpo della vittima: all'interno un solo foglio A4, una stampa a colori di un'opera rinascimentale.
Lucifero, con il suo corpo nudo, la sua spada nera, come le sue piccole ali, aveva sconfitto anche il secondo Arcangelo pregante, facendolo precipitare negli abissi, e si preparava ad affrontare l'ultimo, quello pi minaccioso, con le ali rosse spiegate e lo spadone nella mano destra.
Le tempie pulsavano, il mal di testa cresceva di minuto in minuto. Si accasci sulla sedia del gabbiotto della biglietteria del parcheggio, dove era entrato per riordinare le idee.
Poco dopo le 17, un cliente del parcheggio, un dirigente delle Ferrovie dello Stato, era entrato nel bagno del quarto piano sotterraneo e l aveva trovato il corpo di un uomo ridotto, per usare il termine dell'operatore telefonico della centrale operativa, a una poltiglia.
Alla Mobile avevano subito intuito di cosa potesse trattarsi e Ardig ne aveva avuto conferma nemmeno venti minuti pi tardi. La scena criminis, con le dovute differenze, era identica a quella che si era trovato di fronte una settimana prima sotto gli alberi di piazzale Marengo.
Un corpo massacrato con violenza inaudita, certamente con un'arma da taglio, quasi sicuramente con la stessa arma con cui era stato trucidato il pubblicitario.
Lo stesso dottor Brasca, dopo un primo superficiale esame del corpo, aveva confermato le impressioni di Ardig: lo stesso spadone medievale, probabilmente anche la stessa mano, almeno a giudicare dal tipo di colpi inferti.
E, sempre sommariamente, in attesa della conferma degli esami, l'anatomopatologo aveva anticipato un altro particolare importante: la vittima era stata stordita con del cloroformio.
Questa volta l'odore non si sentiva.
In piazzale Marengo, trovandoci all'aperto, l'odore del sangue e dei gas intestini era attenuato dall'aria fresca, mentre qui, in questo spazio angusto, percepiamo con maggiore intensit questi effluvi che coprono quello del cloroformio, fu la spiegazione del medico legale a riguardo.
L'ulteriore conferma, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, che la mano che aveva commesso questo omicidio era la stessa che cinque giorni prima aveva ucciso Alberto Annoni, era riposta nella cartelletta trasparente abbandonata a pochi centimetri dalla vittima.
Rispetto al primo delitto, per, questa volta c'erano delle concrete possibilit di avere in mano qualche elemento utile per risalire all'assassino. Il garage era zeppo di telecamere a circuito chiuso, senza contare gli inservienti che stazionavano alle porte di entrata e uscita.
Ardig aveva chiesto la consegna dei nastri che, gi in serata, sarebbero stati visionati in Questura: intanto aveva fatto cercare i due guardiani che, finito il loro turno, erano andati via.
Un agente interruppe il filo dei suoi pensieri richiamandolo: Dottore, ecco uno degli addetti alle sbarre di entrata e uscita che ha effettuato il turno pomeridiano. Questo  quello che stava all'entrata.
Il commissario usc dal gabbiotto dirigendosi verso un uomo dall'aspetto trasandato, intorno ai 45 anni, in scarpe da tennis, jeans e maglietta chiara gonfiata da un addome prominente.
Buongiorno, sono il vicequestore Ardig.
Piacere. Pasquale Lo Nigro, si present il custode.
Lei  stato in servizio fino alle 17? Fino a due ore fa?
S, rispose l'altro, evitando il suo sguardo.
Notato niente?
Niente, lo giuro, si difese con un allarmismo ingiustificato.
Lasci perdere i giuramenti, non la sto accusando di nulla.
Il custode era visibilmente nervoso, con la fronte imperlinata di sudore.
Non ha nulla da temere, no?
Lo Nigro rimase silente, con la testa bassa.
Il capo della Omicidi prov a tastare il terreno.
Lei... durante il suo turno di servizio... non si  mai assentato dalla sua postazione. Vero?
No... be'... insomma... quasi mai.
Si spazient.
Senta, l sotto c' un morto. Non sono venuto qui per farle un rapporto disciplinare. Ho soltanto bisogno di sapere se lei  sempre stato presente durante il suo turno di lavoro, come avrebbe dovuto, e se pertanto ha visto entrare tutti i clienti, almeno quelli che hanno avuto accesso dalle 13 in poi, chiese il commissario rendendosi conto, per, della lacunosit della sua domanda.
L'assassino poteva essere entrato gi al mattino o persino il giorno precedente e aver atteso la sua vittima per ore, se fosse stato a conoscenza dei suoi spostamenti.
Se invece avesse pedinato l'Orrigoni, cogliendo al volo l'occasione di eliminarlo tranquillamente negli abissi del garage sotterraneo, allora quasi sicuramente le telecamere di sorveglianza avrebbero dato un volto, e forse anche un nome, al killer.
Torn a fissare il guardiano che tergiversava nel rispondere.
Vede dottore... Molti clienti hanno una loro tessera ed entrano nel parcheggio senza nemmeno girarsi verso la cassa. Gli altri premono un pulsante e ricevono il biglietto automaticamente. Noi ci limitiamo a seguire la cassa, per non siamo tenuti a guardare chi entra o chi esce. Non  il nostro lavoro, biascic Lo Nigro, mentre si torceva le mani.
Va bene. Se avr bisogno di parlarle nuovamente la convocher nei nostri uffici.
Lo conged, per poter rivolgere le sue attenzioni al responsabile della sorveglianza, Gianni Di Staso, un 55enne, pure lui dall'aspetto trasandato ma dall'aria sveglia e dai modi spicci.
Dove sono posizionate le telecamere?, lo incalz Ardig.
Ne abbiamo una cinquantina. I nastri vengono sostituiti ogni 72 ore e archiviati dalla societ che ha l'appalto per la sorveglianza, inizi a raccontare.
Ne abbiamo due qui all'entrata, prosegu il custode, indicando le telecamere appese nell'angolo destro e sinistro dell'ingresso.
Sono fisse, puntate verso la sbarra d'accesso, in questo modo riprendono la parte posteriore del veicolo. Mentre nella rampa d'uscita le telecamere sono posizionate analogamente per riprendere la parte anteriore del veicolo.
Dunque inquadrano anche l'abitacolo, oltre alla targa. Giusto?
Certamente.
E nei sotterranei?
Ne abbiamo una decina per piano. Venga, l'accompagno.
Scesero dalle scale pedonali fino al primo piano sotterraneo, quasi esclusivamente riservato agli abbonati.
Abbiamo una telecamera fissa posizionata all'ingresso del garage e una all'uscita, disse mentre superavano l'arco di entrata.
Il garage aveva una struttura circolare, i parcheggi erano a pettine, ognuno delimitato da una striscia bianca: un colonnato divideva le due aree di sosta, circondate da una striscia di piloni disposti in maniera circolare, mentre un percorso di transito si dipanava dall'entrata all'uscita, permettendo agli automobilisti in cerca di parcheggio di effettuare il classico girotondo.
Le telecamere interne sono posizionate negli angoli del garage. Hanno un movimento limitato da un'angolatura fissa, in modo da coprire sempre lo stesso spazio di visuale, oscillando prima in un senso e poi nell'altro.
Il poliziotto inizi a spostarsi da una telecamera all'altra, cercando di individuarne il raggio d'azione. Se erano tutte funzionanti, e in teoria dovevano esserlo, lo spazio del garage avrebbe dovuto essere interamente sorvegliato.
Qualcuno guarda i monitor durante l'orario di lavoro?
Non  cos semplice, rispose Di Staso.
Abbiamo i monitor collocati in portineria. Ma il traffico dei veicoli in entrata e uscita  molto intenso. In linea di massima i nostri sorveglianti dovrebbero tenere d'occhio i monitor, per lei capisce, con il viavai di macchine... Inoltre abbiamo dei rilevatori acustici che ci segnalano, tramite degli altoparlanti, se suonano degli antifurti.
Insomma non guardate tutto quello che accade 24 ore su 24.
Non proprio. Ma come le ho detto li teniamo abbastanza sotto controllo.
E le rampe d'accesso ai piani? Sono video sorvegliate?
No, quelle no. Per ogni veicolo transitante sulle rampe  gi stato filmato dalle telecamere di entrata.
Un'ultima domanda: nel corridoio dell'ascensore e delle scale non ci sono telecamere?
Ovviamente no. La sorveglianza  mirata a evitare danneggiamenti o furti dei veicoli parcheggiati e sulle scale pedonali questo non  previsto.
La ringrazio per le informazioni. Torni pure al suo lavoro.
In Questura avevano gi iniziato a visionare i filmati: Ardig decise di rientrare.
Risal al piano terra dove aveva parcheggiato l'auto di servizio e un agente gli venne incontro.
Dottore, fuori ci sono giornalisti e fotografi. Hanno anche le telecamere.
Gi, i giornalisti.
Sepolto nel garage il commissario aveva scordato di questo problema che ora, necessariamente, doveva affrontare.
Il sostituto procuratore, Perilli, si trovava ancora nei piani inferiori, insieme agli uomini della Scientifica impegnati nei rilievi sul corpo della vittima.
Poteva attendere il magistrato e affrontare la stampa insieme a lui, ma prefer liberarsi del problema da solo.
Imbocc la rampa che portava all'esterno, in via Vittor Pisani. La luce del sole quasi lo accec.
Dopo due ore trascorse nelle viscere del garage sotterraneo i suoi occhi avevano perso l'abitudine alla luce.
I giornalisti gli si fecero incontro trattenuti a stento da alcuni agenti.
State buoni. Vi racconto quello che posso, a condizione che poi ve ne andiate e ci lasciate lavorare tranquilli. Va bene?
I cronisti si zittirono per un istante.
Abbiamo rinvenuto il corpo di un uomo, ucciso con diversi colpi inferti da un'arma da taglio. Lo abbiamo gi identificato, tramite i suoi documenti, anche se non possiamo fornirvi le generalit, in quanto non siamo ancora riusciti ad avvisare i familiari. Stiamo acquisendo i filmati delle telecamere a circuito chiuso del garage e confidiamo di poter trovare degli elementi importanti per la nostra indagine.  tutto.
Lo hanno derubato?
Tendiamo a escluderlo.
Ci sono testimoni?
Al momento non ci risultano.
La raffica di domande invest il commissario mentre indietreggiava verso il garage, dove aveva parcheggiato l'auto di servizio.
Commissario, ci sono collegamenti con il delitto Annoni?
Non vi posso dire altro.  tutto, chiuse. Si volt e percorse il breve tratto in discesa verso l'entrata del parcheggio. Il brusio dei giornalisti diminu.
Malerba, che era rimasto in disparte ad ascoltare le scarne dichiarazioni di Ardig, decise di precederlo.
Inforc il motorino che si era fatto dare al giornale e che utilizzava, insieme ad altri colleghi, per i brevi spostamenti metropolitani e si diresse direttamente verso la vicina Questura. Voleva precedere l'amico commissario e intercettarlo al suo arrivo per parlargli da solo, in disparte.
Pochi minuti dopo, l'Alfa 156 di servizio svoltava l'angolo di via Fatebenefratelli, riportando il responsabile della squadra Omicidi in Questura.
Malerba, appostato sul marciapiede di fronte, lo vide e acceler il passo, attraversando la strada e facendosi quasi investire dalla macchina.
Ardig imprec e fu tentato di tirare dritto.
Invece chiese all'autista di accostare e farlo scendere.
Ci mancavi giusto tu, fu il freddo saluto che rivolse al cronista.
Ti rubo un secondo, non voglio scrivere cazzate.
Sentiamo.
 stato ucciso anche questo con una spada medievale?
Il poliziotto trasal, senza proferire parola.
Malerba non si arrese.
Allora? Lo ha massacrato come quell'altro?  lo stesso assassino, vero?
Non lo sappiamo ancora.
Lo ha ucciso con una spada?
Fede...
Tanto  quello che scriver.
Tu cosa ne sai di questa storia? Chi ti ha detto della spada?
Ho le mie fonti, lo sai. Non posso dirti di pi.
E nemmeno io posso dirti nulla. Lo sai, ribatt l'investigatore.
Io stasera scrivo che il primo  stato ucciso con una spada medievale e che il secondo  stato ucciso con un'arma bianca che potrebbe essere una spada.
Il poliziotto fissava l'amico reporter, scrutandolo attentamente.
Dove diavolo aveva saputo della spada? Chi si era fatto sfuggire un dettaglio di questa importanza? Il procuratore Perilli? O qualcuno dei suoi?
Il danno ormai era fatto.
Conosceva bene Malerba: avrebbe scritto comunque della spada. Tanto valeva cercare di limitare i danni.
Prese per il gomito il giornalista e lo trascin pi in l di una decina di metri. Erano troppo vicini al portone della Questura e non voleva dare nell'occhio eccessivamente.
Questa storia della spada la sai solo tu o ne  a conoscenza qualche altro giornalista?
Dovrei saperlo soltanto io.
Allora ti faccio questa proposta: per oggi non scrivere nulla della spada. Domani, quando avremo i risultati dell'autopsia del secondo cadavere, ti potr far sapere se anche questo  stato ucciso con una spada o meno. Cos almeno mi lasci 24 ore di tempo in pi.
Non posso, l'ho gi detto al direttore. Se non lo scrivo io lo fa scrivere a un altro. Indietro non si torna.
Cos non mi aiuti.
Bruno... faccio il mio lavoro, come tu fai il tuo.
Ardig rimase a riflettere per qualche secondo.
OK, scrivi quello che vuoi, per stai attento a non esagerare. La faccenda  grossa davvero.
Ricevuto. Ci vediamo domani per un panino o un caff e parliamo un po'?
No, meglio di no. Ognuno qui ha il suo ruolo. Quando questa storia sar risolta andremo a farci una bistecca all'argentino. Per adesso non confondiamo i ruoli.
Messaggio chiarissimo.
Ti saluto, vado a scrivere.
Ardig rimase perplesso a guardare Malerba che si dirigeva verso viale dei Giardini.
A distoglierlo fu il vibrare del cellulare in tasca.
Dottore sta rientrando?, era uno dei suoi agenti.
Sono qui al portone.
Allora le suggerisco di venire su di corsa, abbiamo qualcosa di grosso da farle vedere.
Il dottor Perilli, convocato d'urgenza in Questura, stava guardando lo schermo con aria sbalordita.
Era impietrito e non parlava.
Anche Ardig era ammutolito di fronte a quelle immagini, tratte da pochi secondi di registrazione.
Sul display l'orologio della telecamera fissa segnava le 15,03.
La scena era veloce ma nitida.
Si vedeva una macchia scura - senza dubbio un uomo, considerata la prestante corporatura - uscire dal vano dell'ascensore: era coperto con un pesante mantello nero, con un cappuccio, simile al saio di un frate francescano.
Ai piedi indossava degli stivali scuri, da cavallo presumibilmente, anche i pantaloni, larghi, erano neri e sembravano vellutati, come il corpetto che portava sotto il mantello e come i guanti che gli fasciavano le mani.
Il particolare pi inquietante, per, era il viso, che di fatto non si vedeva.
O meglio si vedeva, ma privo di lineamenti, privo di bocca, privo di naso, di zigomi, di sopracciglia e forse anche di orecchie, anche se le immagini, seppur scansite e approfondite, non permettevano di avere tutte le risposte.
Come si  travestito? Chi diavolo ?, domand interdetto il magistrato, senza staccare gli occhi dal video.
Sembra un travestimento da guerriero o da cavaliere medievale. Se ne vedono tanti di questi costumi quando vengono organizzate rievocazioni storiche di battaglie o giuramenti, abbozz Ardig, prima di essere interrotto da Santoni.
Se posso permettermi sembra uno degli assassini dei Fiumi di Porpora 2. Quel film francese con Jean Reno uscito qualche anno fa.
Santoni si interruppe in attesa di osservazioni, quindi prosegu.
Gli assassini si travestivano da frati, con il saio nero, per depistare le indagini e avevano il volto dipinto di nero per non essere riconoscibili e incutere ancora pi timore. Come questo qui.
Gi, proprio come questo qui, convenne meccanicamente il capo della Omicidi, seccato per l'inutile considerazione cinematografica del suo sottoposto.
E il volto?
Probabilmente lo ha reso irriconoscibile con qualche trucco carnevalesco o cinematografico. Avr utilizzato qualche crema e dei cerotti, replic distrattamente il commissario, i cui occhi continuavano ad essere incollati al video, a quei pochi fotogrammi immortalati dalla telecamera di sorveglianza.
La sagoma scura, dopo essere uscita dal vano scale, si era soffermata per un secondo circa davanti alla porta, quindi, a passo spedito, si era portata verso lo scivolo per le auto, prima di scomparire dopo qualche passo.
Stiamo continuando a visionare tutti i nastri e li rivedremo anche mille volte, se sar necessario. Ma dal primo esame sembra che questa... questa persona o cosa diavolo sia non ricompaia pi in nessun'altra immagine, li inform Santoni.
Fai prima a chiamarlo assassino, lo redargu Ardig, infastidito dal fatto che il suo vice tentennasse dando cos adito, in qualche modo, all'assurda idea che il killer non fosse un essere umano, in carne e ossa, come tutti loro.
L'assassino?  sicuro che sia lui?, domand il magistrato.
O al limite un suo complice. Non vedo alternative. L'ora del delitto, secondo il dottor Brasca, sarebbe da comprendere tra le 14,30 e le 15,30. Le immagini si riferiscono proprio al quarto piano sotterraneo e aggiungo che il travestimento, soprattutto il mantello, consente di celare una spada piuttosto ingombrante come quella che dovrebbe essere stata utilizzata dall'omicida. Mi sembra che ci siano pochi dubbi: o questo - disse indicando la figura sullo schermo -  il nostro assassino oppure  un suo complice.
Come ha fatto a sparire? - lo incalz il sostituto procuratore. - E come ha fatto a entrare senza essere ripreso?
Chiaramente dovremo fare degli accurati sopralluoghi nello scivolo del garage, dove purtroppo non sono posizionate le telecamere, e nelle scale pedonali. E dovremo sezionare fotogramma per fotogramma le immagini di ogni piano del garage. Quelle precedenti e quelle successive al delitto, almeno fino al nostro arrivo, intorno alle 16,45.
Si  gi fatto un'idea, commissario?
Un'idea di massima, totalmente priva di riscontri.
Me la anticiperebbe cortesemente?
Suppongo che il nostro assassino sia entrato e uscito dal garage in borghese, senza alcun travestimento. Non ci sono telecamere n sulle rampe che portano da un piano all'altro n all'interno delle scale pedonali. Evidentemente lo sapeva e avr usato questi luoghi per spostarsi e cambiarsi, senza farsi riprendere. Per....
Per?, chiese speranzoso il dottor Perilli.
Un errore potrebbe comunque averlo fatto. Entrando o uscendo le telecamere dovrebbero comunque averlo ripreso. Adesso si tratta di visionare ogni singola immagine: presumibilmente il nostro uomo sar sceso da un veicolo e avr avuto con s una borsa, uno zaino o un pacco per nascondere il suo travestimento. Anzi... magari - concluse Ardig - visto che ama i travestimenti potrebbe essersi camuffato da operaio, da facchino o da trasportatore, in modo da dare meno nell'occhio con un pacco o un borsone. Ritengo che nel giro di poche ore avremo delle risposte da darle.
S, mi sembra una ricostruzione plausibile. Ed effettivamente - prosegu il magistrato - una traccia alle spalle potrebbe essersela lasciata. Le faccio un'ultima domanda.
Prego.
Secondo lei, perch ha scelto questo travestimento? E perch uccide con una spada e non pi semplicemente con un pugnale o con un'arma da fuoco, pi efficace e trasportabile?
Non so ancora cosa dirle. Sta iniziando a venirmi un'idea, ma davvero  troppo presto per esternarla ad alta voce. La terr informato.
Ovviamente. Piuttosto...
Dica.
Avete gi avvertito la famiglia della vittima?
Da pi di un'ora ormai.
Bene, allora appena rientrato in ufficio far diramare una breve nota per la stampa, per comunicare almeno le generalit della vittima, senza altri dettagli.
Il magistrato si conged per rientrare in tribunale.
La serata e la notte si prospettavano lunghe. Ardig non aveva nessuna intenzione di perdere tempo prezioso.
Divise i suoi uomini in alcune squadre, incaricandoli di continuare a visionare le immagini registrate e di iniziare a trascrivere numeri di targa e tutto quanto potesse servire per censire i veicoli, e successivamente i loro proprietari, che erano transitati nel garage di via Pisani.
Guardate i filmati dalle 10 della mattina in poi. Anche se dubito che il nostro assassino sia rimasto per sette o otto ore chiuso in un bagno oppure in auto in attesa della sua vittima, spieg il commissario.
Poi chiam Velluti.
Contatta subito quel criminologo, mandagli via email la nuova immagine del quadro che abbiamo trovato. E pregalo di venire qui a Milano gi domani se riesce.
Il comunicato del sostituto procuratore arriv sui tavoli delle redazioni poco dopo le 21.
Malerba, con l'aiuto di alcuni colleghi, effettu un'attenta ricerca sui trascorsi della vittima.
Nell'archivio del giornale e nell'immensit di Internet c'era parecchio materiale su Lorenzo Orrigoni: costruttore edile noto in citt, con affari in Russia dove sembrava essere di casa, coinvolto in alcune inchieste penali senza essere mai stato condannato.
Non proprio uno stinco di santo, a un primo screening.
L'articolo era comunque pi che buono e alle 22,30 Malerba era pronto a chiudere la pagina, con quasi un'ora di anticipo rispetto alla tassativa e inderogabile scadenza delle 23,20: la dead line del quotidiano che chiudeva intorno alle 23,40 per poi andare in stampa.
Il suo cellulare squill in piena zona Cesarini.
Malerba sbott, prima di osservare il display su cui lampeggiava la scritta MONTI PROF.
Il giornalista rispose con tono cordiale.
Professore, che sorpresa. Buonasera.
Dottore, buonasera a lei e mi scusi se la disturbo in un momento che immagino altamente impegnativo.
In effetti sono quasi impiccato. Per sentiamo, come posso aiutarla?
Per la verit mi sono permesso di disturbarla semplicemente per soddisfare la mia umanissima curiosit. Ho saputo dai notiziari che nel pomeriggio a Milano c' stato un altro omicidio, ma suppongo ci sia il massimo riserbo da parte degli inquirenti, si dilung con il consueto tono pacato il professore.
Qualcosa  gi trapelato, professore, e le posso anticipare che ci sono diverse affinit tra il primo delitto, quello di Alberto Annoni, e quello di oggi, rispose con tono sbrigativo il cronista.
Se posso permettermi,  gi stata resa nota l'identit della vittima?
Malerba tergivers per qualche istante.
Mi perdoni dottore, so bene che queste sono informazioni riservate e che le sto sottraendo del tempo prezioso per il suo lavoro..., si scus il professore.
No professore, non si preoccupi. Il magistrato ha gi comunicato alla stampa le generalit della vittima, dunque si tratta di una notizia di dominio pubblico. Il morto  un palazzinaro, un certo Lorenzo Orrigoni.
Come ha detto?
Ho detto che la vittima era un palazzinaro, un costruttore.
No dottore, mi scusi. Come ha detto che si chiama?
Orrigoni. Lorenzo Orrigoni. Per caso lo conosce?
Questa volta fu il professore a esitare per qualche istante.
No, per...
Per? chiese Malerba incuriosito.
Non vorrei far correre troppo l'immaginazione. In fin dei conti si tratta solo di una coincidenza. Anzi, sicuramente  una coincidenza. Non pu che essere cos, tentenn Monti.
Professore mi vuole spiegare? Di quale coincidenza sta parlando?, sbott spazientito il giornalista.
Certo, certo... Lei per deve assumere con il beneficio d'inventario le informazioni che le fornir, si cautel lo studioso.
Malerba era sull'orlo di esplodere, tuttavia acconsent pur di farlo parlare.
Va bene, ora mi dica tutto, per cortesia.
S, come le accennavo si tratta di una strana coincidenza. Le avevo gi raccontato nel corso del nostro precedente incontro che il marchese Acerbi risiedeva in una sontuosa palazzina in Porta Romana che aveva abbellito e arredato con il massimo sfarzo.
Ho presente, sono stato persino a vederla qualche giorno fa, lo interruppe il giornalista.
Ebbene - riprese il docente - come le dicevo, dopo la sua morte la dimora era passata agli eredi, precisamente al nipote, ma successivamente il nucleo familiare degli Acerbi si  estinto nel giro di poche generazioni. E anche l'ingente patrimonio economico si  rapidamente dissolto. Cos, nei primi anni del Settecento, a rilevare la palazzina di Porta Romana  stata un'altra casata, pi facoltosa e in grado di mantenere una cos dispendiosa abitazione: gli Orrigoni.
Aspetti, mi faccia capire. Mi sta dicendo che anche gli Orrigoni erano nemici dell'Acerbi?, si infervor Malerba.
No, caro dottore, non le ho detto questo. Ho detto che gli Orrigoni subentrarono agli Acerbi nella propriet di Porta Romana. Certo non possiamo escludere che, quasi un secolo prima, il marchese abbia avuto rapporti con questa casata, una delle pi importanti di Milano durante la dominazione spagnola.
Prima Annoni, poi Orrigoni.
Malerba non credeva per nulla alle coincidenze. E certamente non aveva interesse a crederci in questo caso.
Altro che coincidenza, altro che informazione da prendere con il beneficio d'inventario: sarebbe andato dritto dritto in prima pagina.
Ringrazi frettolosamente il professore e chiam immediatamente Brigante.
Capo: fai rifare la prima! Mi devi dare spazio.
Hai gi spazio.
Me ne servir di pi, credimi.
Che notizia hai?
Vengo e ti racconto tutto. Poi vedrai se non ci apriamo il giornale...
La notte per Ardig non era ancora finita.
Con il capo della Mobile e i suoi pi stretti collaboratori stavano facendo l'ennesimo punto della situazione.
Era chiaro che il pusher siciliano, Russo, non poteva avere nulla a che fare con questo secondo delitto: avrebbe dovuto rispondere delle accuse di detenzione e spaccio di stupefacenti, ma per quanto riguardava l'indagine per l'omicidio Annoni lo spacciatore di fatto usciva di scena.
E con lui la pista che portava al mondo della cocaina e della prostituzione, che li stava conducendo in un vicolo cieco. Dovevano ripartire da zero.
O meglio dovevano ripartire dai pochissimi indizi lasciati dall'assassino su entrambi gli omicidi.
...
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...
7. Milano, 16 giugno 2009.
...
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...
...E anche fingendo di non prendere in considerazione il fatto che la casata degli Annoni, come abbiamo gi scritto su queste colonne, fosse nemica viscerale del marchese Acerbi, con questo secondo e altrettanto efferato delitto il quadro si complica ulteriormente, aggiungendo nuovi fatti che sembrano rappresentare delle prove inconfutabili per una tesi inquietante e per certi versi assurda, ovvero che la guerra tra l'Acerbi e i suoi nemici sia ripresa, nella stessa citt, Milano, a quasi quattro secoli di distanza.
Si ferm un istante per riprendere fiato.
Anche la famiglia della seconda vittima, Lorenzo Orrigoni, affonda le sue lontane radici nella Milano del Seicento, nella Milano degli Acerbi e degli Annoni. E per un altro strano incrocio del destino furono proprio gli Orrigoni, alla scomparsa dell'Acerbi, a subentrare nel suo sontuoso palazzo in corso di Porta Romana 3. Un'altra semplice coincidenza? Pu darsi... Ma Sherlock Holmes sosteneva che un fatto  un fatto, che due fatti sono una coincidenza, che due coincidenze sono un indizio e che due indizi formano una prova. E in questo caso i fatti, le coincidenze e gli indizi iniziano a sembrare davvero troppi...
Finito. Il silenzio torn a rimbombare tra le pareti.
Finalmente Ottone fu in grado di chiudere gli occhi e appisolarsi, senza essere disturbato dalla voce energica e squillante della sua vecchia padrona, la signora Margherita, la mamma di Federico, piombata a casa del suo unico figlio poco dopo le 9 del mattino, con in mano una copia fresca fresca della Voce Lombarda.
Le 9 del mattino. L'alba per un giornalista che ha tirato le ore piccole per scrivere un articolo, quasi tutto spalmato in prima pagina e rientrante poi nelle pagine di cronaca, dove era stato trovato uno spazio adeguato per sfogare la voracit espositiva del prolisso Malerba.
Avrebbe voluto dormire un'ora in pi, invece la Iva - come amava scherzosamente chiamarla per via di una discreta somiglianza con la cantante Iva Zanicchi - lo aveva scaraventato gi da letto quasi un'ora prima. Costringendolo a sorbirsi la lettura, ad alta voce, per intero, del suo articolo, mentre ancora sonnecchiante si preparava la colazione.
Soltanto dopo aver trangugiato una tazza di caff il cronista riusc a mettere in moto il cervello.
Bello. Bravo. Per sei stato un po' troppo lungo, come sempre, fu il puntiglioso e imparziale giudizio della mamma.
Grazie. Perch sei venuta a quest'ora?
Come, non ti ricordi che giorno  oggi?
No, perch?
Proprio vero che non mi ascolti mai quando parlo. Ti ho chiamato l'altro ieri per dirti che ho preso l'appuntamento per questa mattina.
L'appuntamento... per cosa?
Per Ottone, no? Lo porto dal veterinario. Se aspettiamo che ci pensi tu...
Perch, deve fare il vaccino?
Figurati... a 17 anni i gatti non si vaccinano pi.  per un bel controllo. Alla sua et ne ha bisogno...
Mi pare stia benissimo.
Dove hai la gabbietta? lo incalz la Iva.
Penso... in cantina.
Come, pensi?
Mamma, non lo so. Lo sapr la donna delle pulizie, ma viene domani.
Senza nemmeno rispondere la madre si alz dirigendosi verso la porta, con in mano il mazzo delle chiavi della casa di Federico.
Vado a prendere la gabbia.
Cinque minuti dopo la Iva entr in casa con la gabbietta, senza tentare di nasconderla.
Il vecchio Ottone fulmineamente, fiutata la minaccia, salt dalla sedia della cucina dove si era accovacciato e spar nel corridoio che portava alla camera da letto.
Malerba sorrise.
Il gatto, furbo com'era, si era gi rintanato sotto il letto, da dove sarebbe stato impossibile farlo uscire, senza rimediare qualche graffio.
Ne era consapevole anche la Iva che, sbuffando e lamentandosi, rinunci al suo programma e si rassegn ad andarsene senza il gatto.
Federico, finalmente, poteva rilassarsi. Afferr il giornale e si spaparanz sul divano, seguito dal fido Ottone, prontamente riemerso da sotto il letto dopo aver intuito che il pericolo era cessato. Dispieg la prima pagina, compiacendosi.
Il titolo era una bomba.
Uccisi con una spada, Milano ha paura.
Il cellulare del commissario Ardig era squillato intorno alle 8,30.
Perilli era da poco arrivato in tribunale, quando era stato informato dell'articolo pubblicato dalla Voce Lombarda. Lo aveva letto velocemente, prima di chiamare il commissario.
Ho urgente bisogno di vederla. Venga subito da me.
Alle 9,15, davanti a due bicchierini di carta fumanti, rispettivamente di t e caff, il magistrato e il poliziotto iniziarono a confrontarsi.
L'ha gi letto?, domand il dottor Perilli.
Ardig annu, mentre con la palettina mescolava lo zucchero.
Questo giornalista, questo Malerba, come ha fatto a sapere che il primo delitto  stato commesso con una spada? Aspetti a rispondermi. Non voglio avviare un braccio di ferro tra la Procura e la Polizia per sapere chi si  fatto sfuggire qualche parola di troppo. Non cerco un capro espiatorio. Tuttavia ritengo sia giusto verificare, senza indugi, da dove arrivi l'informazione.
Nessun problema. Concordo con lei.
Meglio cos. Allora questo Malerba da chi potrebbe aver saputo...
Malerba sa il fatto suo: vive per questo lavoro, ne  ossessionato ed  in gamba. Chiaramente ha le sue fonti. Non  la prima volta che pubblica notizie riservate e anticipazioni.
 lo stesso giornalista che da giorni sostiene che ci sia un legame tra la profanazione della tomba di Chiaravalle e il primo omicidio. Giusto?
Giusto.
Sbaglio o  uno che sa troppe cose? Curioso no?, chiese con fare inquisitorio il magistrato.
Senta, conosco bene Federico. Abbiamo fatto il liceo e l'universit insieme.  uno che si infila dappertutto.  uno bravo, ma spesso le spara grosse, anche senza prove, pur di andare in prima pagina. Il collegamento tra la tomba dell'Acerbi e il delitto Annoni  stata una sua pensata. Sulla spada non so cosa dirle. Un mio collaboratore, un suo collaboratore. Uno dei periti dell'ufficio di Medicina Legale...
In ogni caso questo signore ci deve delle risposte. Lo convocher oggi stesso in Procura con un mandato di comparizione urgente.
Mah... dubito possa sapere qualcosa. Comunque sentirlo pu sempre servire. Piuttosto la aggiorno sul lavoro di questa notte.
La ascolto.
Abbiamo terminato di controllare i nastri del garage e le confermo che il nostro misterioso uomo nero non compare in nessun'altra inquadratura. Si  letteralmente volatilizzato.
Da qualche parte sar pure dovuto passare, per entrare e per uscire.
Su questo non ci sono dubbi. Stanotte ho controllato personalmente tutte le entrate e le uscite del garage, sui vari livelli. Dalle scale pedonali si pu accedere allo scivolo per le auto tramite le uscite di sicurezza. In teoria si pu soltanto uscire dalle scale pedonali, spingendo l'apposito maniglione antipanico, mentre dagli scivoli le porte sono sbarrate con una serratura automatica.
E quindi?
E quindi con un ferro da professionista la porticina si apre facilmente e dallo scivolo si entra nelle scale. E viceversa.
E sullo scivolo come ci  arrivato il nostro demonio?
Possiamo soltanto dedurlo, non essendoci telecamere posizionate sulle varie rampe. Ipotizziamo che sia stato portato da un cavallo di Troia..., butt l il commissario.
Non la seguo, si spieghi meglio, cortesemente.
Probabilmente il nostro uomo era in qualche auto, forse nel bagagliaio. Potrebbe essere sceso sullo scivolo ed essersi infilato nelle scale pedonali, dopo aver forzato la porticina anti incendio.
Utilizza il condizionale. Non  convincente. Non del tut to.
Il punto  che le porte sullo scivolo non sembrano forzate.
Non penso le abbia trapassate come un fantasma. Che avesse una chiave?
Ne dubito. Pi semplicemente suppongo che il nostro uomo sia un tipo esperto e sappia come scassinare una serratura senza forzarla. Tutto qui. Adesso dobbiamo interrogare tutti i dipendenti del garage e vedere se l'ipotesi regge, conferm il poliziotto.
E la macchina che lo avrebbe scaricato? Abbiamo un so spetto?
Ancora no. Da una prima stima sembra che tra le 10 e le 16,30 sui quattro livelli siano transitati circa 400 veicoli, di cui almeno una trentina di furgoni. Le immagini non offrono nessuno spunto di interesse. Potrebbe essere salito su qualsiasi veicolo.  come cercare un ago in un pagliaio.
Le telecamere, per, hanno ripreso i guidatori, i numeri di targa, lo incalz il magistrato.
Per questo stiamo continuando a visionare i filmati, nella speranza di trovare qualche elemento di interesse. Ma ci vorr tempo.
Va bene... io nel frattempo convoco quel giornalista.
Io invece andr alla stazione dei Carabinieri di Poasco, per sapere a che punto sono le indagini sulla profanazione della tomba di Acerbi.
Per Malerba la giornata stava prendendo una piega soddisfacente. Dopo il secondo omicidio, lo scoop sul possibile collegamento tra la profanazione della tomba dell'Acerbi e i delitti Annoni e Orrigoni, le quotazioni del cronista erano tornate a impennarsi.
Nel giro di poche ore aveva ricevuto inviti per due talk show serali su emittenti private lombarde, lo aveva intervistato un network radiofonico nazionale e forse avrebbe partecipato anche a una trasmissione Rai, di fascia notturna, che si dedicava ai misteri e ai delitti insoluti.
Il suo piccolo mondo stava riprendendo a girare intorno a lui, e tutto sommato, di questo, doveva ringraziare il vecchio Restelli - che aveva sempre considerato solo un pallone gonfiato, un simpatico sbruffone, comunque qualcosa di diverso da un amico - ma soprattutto il professor Monti, il vero assist-man per i suoi scoop.
Per la verit non lo aveva ancora ringraziato, se non con uno stringato sms cui il docente aveva gi risposto complimentandosi per i suoi articoli.
Si ripropose di invitarlo a cena appena possibile, per ringraziarlo nel modo pi opportuno, davanti a un'orecchia di Elefante, la tipica cotoletta di vitello alla milanese, di forma larga e appiattita, come appunto l'orecchia di un pachiderma, accompagnata da un buon rosso pastoso.
Al momento era troppo impegnato con il lavoro al giornale e con le varie interviste, ma appena diminuito il clamore intorno a lui avrebbe certamente offerto una lauta cena al professore.
E l'avrebbe offerta anche all'ex compagno di universit, magari in compagnia delle due ragazze conosciute qualche sera prima al Mamba. Tanto pi che Patrizia si era fatta sentire: gli aveva inviato un paio di sms, per informarlo che aveva letto i suoi articoli, e gli aveva proposto persino di vedersi per un aperitivo.
Federico, abituato a correre dietro alle ragazze e poco avvezzo alle loro iniziative, era rimasto spiazzato. Avrebbe voluto incontrarla, anche subito, per il lavoro in questa fase lo assorbiva completamente e l'esperienza accumulata nei quasi quindici anni di giornalismo gli aveva insegnato che il ferro va battuto sempre finch  caldo.
E questo, senza dubbio, era il momento di Malerba.
Era il momento di battere il ferro. Eppure, come spesso gli era capitato da quando la storia con Silvia si era chiusa, o meglio da quando Silvia lo aveva lasciato, si sentiva solo e questa sensazione, per nulla piacevole, era ancora pi opprimente, per paradosso, nei momenti professionalmente felici, quando non c'era nessuno con cui festeggiare le soddisfazioni lavorative, gli scoop e la popolarit.
Fu tentato dal chiamare Patrizia, ma si ferm. Non voleva complicazioni, non voleva ingarbugliarsi la mente in un momento in cui doveva essere assolutamente concentrato, lucido e razionale. Questo caso cos intricato poteva regalargli grandi soddisfazioni professionali.
A Patrizia, o a qualcun'altra, avrebbe pensato dopo.
Abbandon tutte queste divagazioni per concentrarsi su quanto di pi urgente lo attendeva.
La segreteria del giornale lo aveva appena informato che in redazione era stato consegnato un mandato di comparizione urgente da parte della Procura di Milano.
Nel pomeriggio era atteso a Palazzo di Giustizia, davanti al pm Ivano Perilli.
Intu in un baleno il perch di quella convocazione: il magistrato voleva sapere come fosse venuto a conoscenza di alcune informazioni riservate. Non si scompose.
Lo aveva preventivato ed era pronto al faccia a faccia.
Il nuovo avvocato lo attendeva nell'ufficio del responsabile dell'amministrazione.
Non c'erano ragioni per preoccuparsi.
Malerba non avrebbe aperto bocca, si sarebbe trincerato nel silenzio, avvalendosi della possibilit di non rivelare le sue fonti grazie alla copertura garantita ai giornalisti dal segreto professionale, e Perilli non avrebbe avuto alcuna possibilit di farlo parlare.
Tuttavia al giornale avevano deciso di non correre rischi, garantendogli l'affiancamento con un legale.
 Galletti?, aveva chiesto Federico, rivolgendosi a Donatella, la segretaria di redazione che lo stava informando telefonicamente, immaginando che ad assisterlo ci sarebbe stato il solito avvocato che, gi in diverse circostanze, lo aveva difeso nelle varie cause per diffamazione in cui frequentemente incappano i giornalisti incauti e spesso imprudenti come lui.
No, viene un suo assistente di studio.
Come un assistente? Cosa fa? Mi manda un ragazzino? Almeno lo sa perch sono stato convocato?, replic stizzito il cronista.
La risposta di Donatella fu piccata.
Non devi chiederlo a me. Mi hanno solo detto di avvisarti di passare al giornale un'ora prima di andare in tribunale, in modo da poter fare una breve riunione con l'avvocato e concordare la linea, tagli corto la segretaria.
Riattacc sbuffando.
Voleva chiamare il direttore ma si rassegn.
In fin dei conti doveva solo stare zitto e fare muro opponendo il segreto professionale, per cui non gli serviva nessun avvocato.
Anzi, una volta al giornale lo avrebbe detto in faccia al ragazzino in giacca e cravatta e a quegli imbalsamati dei suoi capi. Da Perilli ci sarebbe andato da solo.
La lapide  stata distrutta con qualcosa di pesante. Uno di quegli strumenti professionali che si utilizzano nelle cave o nei cantieri per spaccare le pietre. Tenga conto che la tomba era di granito. Granito vero, mica quelli contaminati con polvere scadente, che oggi si vendono a costo pi basso. Il maresciallo Giuseppe Terlizzi, comandante della stazione di Poasco, alla periferia sud-ovest di Milano, incarnava alla perfezione lo stereotipo del militare dell'Arma.
Sulla cinquantina, con i capelli radi, brizzolati, baffi pi grigi che scuri, non tanto alto, fisico robusto con un accenno di pancia, una parlata tutt'altro che fluida, con vocaboli semplici e un accento marcatamente meridionale, forse lucano, forse calabrese.
Ardig lo ascoltava paziente.
Per rompere la lapide devono aver usato una mazza: ci avranno messo qualche minuto e avranno fatto anche molto rumore.
Eppure nessuno li ha sentiti..., interloqu il commissario.
L'effrazione  avvenuta in piena notte, l nel cimitero non ci sono custodi e in quella parte nemmeno le telecamere di video sorveglianza.
Il maresciallo apr un cassetto, prese una scatola di caramelle alla liquirizia e ne offr una al collega poliziotto.
No, grazie, declin cortesemente, tentando di celare l'irritazione che sentiva crescere.
Il carabiniere sembrava centellinare le informazioni, dimostrando una scarsa volont di collaborare e palesando uno scarso interesse per la vicenda.
Si rese conto, tuttavia, che non poteva completamente biasimarlo. In fin dei conti per loro si trattava soltanto di un atto di vandalismo routinario, la profanazione di una vecchia tomba. Tutto l.
Per un istante si sent quasi ridicolo.
Il suo interesse per questo episodio tutt'altro che rilevante, sotto il profilo penale, era giustificato soltanto dalla necessit di eliminare un dubbio quasi assurdo: fugare ogni ipotesi di un collegamento tra gli omicidi Annoni e Orrigoni e quanto accaduto nel cimitero di Chiaravalle.
Un'assurdit, per l'appunto, sostenibile soltanto dalla fantasiosa mente di un giornalista come Malerba.
Esort Terlizzi a proseguire nel racconto.
Non ho molto altro da aggiungere. Non mi sono nemmeno occupato personalmente dell'indagine, abbozz.
Nessun problema, se vuole posso rapportarmi con un suo sottoposto.
Il comandante della periferica stazione dell'Arma si lisci i baffi con le dita, cercando di interpretare la richiesta del poliziotto.
Per quale ragione un commissario, addirittura il responsabile della squadra Omicidi di Milano, con tutto il casino che stava accadendo in citt, con due morti misteriose su cui fare luce, era sceso l, tra campi e vecchi cascinali abbandonati, per avere notizie su un atto teppistico di cui non interessava a nessuno, nemmeno ai discendenti del defunto?
Decise di prendere tempo. Si alz dirigendosi verso la porta che dava sul corridoio dove c'era il piantone.
Peluso... mandami Rivolsi.
Adesso arriva l'appuntato che ha seguito le indagini, bofonchi un po' seccato.
Ardig annu.
Due colpi secchi si abbatterono sulla porta.
Vieni.
Un giovane carabiniere, sui 25 anni circa, viso sbarbato e aria sveglia, salut sbattendo i tacchi militarmente, prima di presentarsi al poliziotto milanese.
Appuntato Gianluca Rivolsi.
Vicequestore Bruno Ardig.
 stato Rivolsi a recarsi al cimitero quella notte. Lui sa tutto di questa storia, assicur Terlizzi.
Perfetto. Appuntato, cosa avete trovato nella tomba?
Il ragazzo soppes le parole prima di rispondere.
Be'... Nulla. Cio... Solo polvere e ragnatele.
E le ossa del morto?
Non... non c'erano ossa.
I due carabinieri si scambiarono un'occhiata perplessa.
Dunque i ladri hanno trafugato le ossa del morto?
Be'... s, penso di s, titub Rivolsi.
Terlizzi intervenne per togliere dall'imbarazzo il sottoposto.
Siamo sicuri che dopo tutti questi secoli ci fossero ancora le ossa? Se le saranno mangiate i tarli, no?, disse ridendo.
Il responsabile della Omicidi non raccolse e prosegu.
E le altre lapidi ospitate all'interno della cappella funeraria? Sono state danneggiate?
No, assolutamente. Solo quella dell'Acerbi Ludovico.
La cappella avr avuto un portone o un cancello...
C'era una porta in ferro, con le inferriate, rispose Rivolsi.
E l'hanno forzata?
Questo  il particolare pi strano. La serratura era vecchia e arrugginita ma non  stata forzata.
E i profanatori come sarebbero entrati?
Vede... la porta  stata scardinata dal lato di destra, quello dell'apertura.  questo che  strano. Non era pi facile forzare la serratura?, si chiese il carabiniere, rivolgendo la domanda pi a se stesso che all'interlocutore.
Mi perdoni, ma non la seguo.
Voglio dire... potevano aprire la serratura con un cacciavite o un coltello. Invece sembra quasi che l'abbiano... che...
Che cosa?, si infervor il commissario.
Che l'abbiano aperta dall'interno. E l'hanno quasi divelta.
Un primo flash illumin la mente dell'investigatore.
Doveva togliersi un dubbio.
Non avete nessuna traccia da seguire?
Dottore - questa volta intervenne Terlizzi - non  mica cos facile. Non ci sono telecamere, non ci sono testimoni. Intorno ci sono soltanto campi e strade poco battute.
Allarg le braccia, prima di sentenziare: Per me  stata una bravata di qualche gruppetto di giovani. Sa come vanno queste cose, si annoiano e una scorribanda di notte in un cimitero  una cosa da raccontare poi agli amici.
Il giovane commissario scosse la testa.
Avrebbero potuto danneggiare altre tombe. Invece hanno scelto proprio quella. Sono andati a colpo sicuro, perch?
I due carabinieri tacevano. Probabilmente ignoravano persino chi fosse l'illustre ospite di quella cappella profanata.
Non voleva insistere nel timore di insospettirli.
Chiuse con un'ultima domanda.
In questa zona si fanno messe nere? Avete mai trovato strani segni o animali sgozzati?
Il sottoposto accenn a intervenire, Terlizzi lo anticip prontamente.
Ma quali messe nere? Qui di notte ci sono solo albanesi e rumeni che ogni tanto vengono con le prostitute e al mattino lasciano bottiglie e sigarette dove si sono fermati a fare festa...
L'appuntato aveva abbassato lo sguardo. Imbarazzato.
Era chiaro che aveva altro da aggiungere ma non poteva farlo davanti al superiore.
Ardig sent la rabbia montargli dentro.
Maresciallo, per favore. Non mi prenda per il culo!
L'ufficiale si irrigid sulla sedia.
Non le permetto...
Lo zitt alzando la mano.
Sto indagando su due omicidi. Proviamo a collaborare. Senza mettere in mezzo i nostri vertici o la Procura.
Terlizzi lo fiss con aria di sfida.
Che non avevate indagato su questo piccolo reato l'ho capito. E di questo non me ne frega niente.
Vide che il comandamte della stazione di Poasco non replicava. Affond il colpo: Allora, mi dite la verit o me la cerco da solo?.
Il maresciallo fece cenno al sottoposto.
Vai a prendere la roba di Chiaravalle.
L'appuntato usc dalla stanza.
Rientr dopo meno di un minuto. In mano aveva tre buste di nylon, contenenti del materiale repertato. Le appoggi sulla scrivania.
La rabbia che stava crescendo si trasform in furia.
Che cazzo aspettavate a mostrarmele?, sbott il capo della Omicidi.
Nonostante il tono sprezzante i due carabinieri non ribatterono nulla.
Nella prima cartelletta, contrassegnata con una vistosa etichetta con la lettera A, scritta in maiuscolo con un pennarello, erano contenuti dei pezzi di legno e metallo scuri.
La prese in mano, tastando il nylon per esaminarli meglio: era ci che restava di un piccolo crocifisso spezzato, con un Cristo scuro.
Nella seconda cartelletta, contrassegnata con la lettera B, c'erano dei pezzi di cera nera: quello che rimaneva di una candela o di un cero, piuttosto grande a giudicare dall'abbondante colata che aveva lasciato sul terreno.
La terza busta, la C, senza dubbio, era quella di maggiore interesse. E provoc nel commissario il classico brivido di eccitazione e adrenalina...
All'interno era repertato un foglio, ritrovato proprio davanti ai detriti della tomba profanata, fissato con un sasso, anch'esso repertato, presumibilmente per fare in modo che il vento non lo portasse lontano.
Il responsabile della squadra Omicidi della Questura milanese sollev la cartelletta in controluce, per poterla vedere ancora meglio.
Aveva la pelle d'oca. Non c'era nessun dubbio.
Si trattava di una stampa a colori identica alla riproduzione modificata della Pala dei tre Arcangeli, rinvenuta vicino ai cadaveri di Annoni e Orrigoni.
Anche in questo caso si trattava di un comunissimo foglio A4, scritto con Word e sputato da una stampante a colori. Soltanto che, in questa versione modificata, Lucifero, alzatosi in piedi, dalla voragine sottostante, fronteggiava i tre Arcangeli pronto a sfidarli in duello.
Il Maligno non aveva ancora affrontato e sconfitto i due angeli preganti situati sulla destra e sulla sinistra dell'Arcangelo con lo spadone e le ali scarlatte.
Tutto tornava. Chi aveva ucciso Annoni e Orrigoni aveva voluto lasciare la sua firma. Rivendicando, chiaramente, la profanazione della tomba.
Non soltanto. Questa versione del quadro, con Lucifero pronto a sfidare i tre Arcangeli, rappresentava qualcosa in pi. Quasi una sfida.
L'assassino gli stava comunicando che i tre delitti erano opera della stessa mano e che l'irruzione nel cimitero di Chiaravalle rappresentava il primo capitolo della sua storia delittuosa.
Per un secondo nella mente gl balen l'articolo di Malerba.
Doveva ammetterlo: l'amico giornalista aveva ragione.
Il maresciallo, intanto, lo fissava curioso.
Ardig non batt ciglio. Volutamente. Meno persone possibili dovevano sapere di questa storia.
Pass quindi a esaminare l'enigmatica scritta sottostante al disegno, eseguita in stampatello nero e recitante: 7 GIU-GNO, IL MALE  TORNATO.
Nelle altre rivendicazioni non c'erano scritte.
E perch proprio il 7 giugno?
Il messaggio era criptico: serviva un esperto per decifrarlo. Torn alla realt.
Ho un fondato motivo per ritenere che questi reperti siano di fondamentale importanza per l'indagine che sto svolgendo.
Terlizzi si irrigid nuovamente.
Devo chiedere al magistrato un'autorizzazione per farmeli consegnare?
Il carabiniere scosse la testa, seppur con espressione accigliata.
Non serve. Mi occorre solo una sua... ricevuta.
Le firmo tutto e mi prendo tutte le responsabilit.
Il capo della Omicidi usc dalla caserma di Poasco e infil la strada provinciale che si dipanava tra i campi e i filari della periferia sud ovest di Milano.
Guidava come un automa, con la testa altrove.
Sul sedile del passeggero aveva appoggiato uno scatolone contenente i reperti che aveva preso in consegna, dopo aver rilasciato una dichiarazione scritta che sollevava Terlizzi da ogni responsabilit.
Intanto i pensieri correvano liberi.
Il crocifisso spezzato, la cera nera, Lucifero che combatte contro gli angeli, la tomba profanata del marchese Ludovico Acerbi, il famigerato Diavolo di Porta Romana, le sue ossa trafugate.
Tutti gli elementi portavano verso una sola direzione: un gruppo esoterico. Anzi, una setta satanica.
Malerba giunse in redazione con qualche minuto di anticipo. Il tempo di scaricare la posta elettronica e scambiare due battute con qualche collega e sal verso l'amministrazione, dove lo attendevano il responsabile del personale e il legale. Immaginava che l'avvocato fosse gi l ad attenderlo.
Percorse le scale e il corridoio. Fece per bussare alla porta degli uffici amministrativi, ma si arrest un istante prima di colpire la porta con le nocche.
Il direttore del personale era gi nel corridoio, davanti alla macchinetta del caff, in compagnia di una giovane donna, sui 32-33 anni, molto attraente, probabilmente una rappresentante o una commercialista, a giudicare dall'abbigliamento formale e curato.
Avvicinandosi ai due, Malerba la vivisezion con estremo interesse e indubbia competenza.
Alta, almeno un metro e settanta, con un fisico longilineo e armonioso. Sulle spalle cascavano splendidi capelli biondi, lunghi, un po' come quelli della Barbie.
Il viso era stupendo: una pelle chiara, lunare, dava risalto a un nasino alla francese e a due occhi color nocciola.
Il direttore del personale, Lamberto Pirola, effettu al volo le presentazioni.
Federico, impegnato come era nello scrutare la ragazza, non prest neppure ascolto alle parole del dirigente, non riuscendo cos nemmeno a capire il nome di quella splendida creatura.
Aveva solo captato che si trattava di una dottoressa.
Non importa, rifletteva con amarezza, tanto di l a qualche secondo le loro strade e i loro destini si sarebbero separati, come accade quasi sempre, quotidianamente, nei tantissimi incontri fugaci e irripetibili che la vita ci regala.
Peccato, rimuginava, avrebbe voluto saperne di pi di quella ragazza, soprattutto una cosa, quella pi importante: se fosse fidanzata o meno. Nel primo caso pazienza, nel secondo, invece, avrebbe voluto poterla conoscere meglio, parlarle, e magari, chiss, trovare anche il modo per scambiarsi i rispettivi numeri di telefono. Avrebbe voluto dire qualcosa subito, per rompere il ghiaccio.
Ma in quel momento nella sua mente c'era il vuoto totale e dalla sua bocca usc solo un banale piacere, seguito da un altrettanto meccanico no grazie alla richiesta di un caff da parte del direttore del personale che a quel punto l invit a seguirli nell'ufficio riunioni.
Inebriato dal suo profumo e con gli occhi incollati sulla sua figura, snella e sinuosa, Malerba segu docilmente, quasi in trance, la ragazza e l'amministratore nel locale attiguo.
Soltanto a quel punto, quando i suoi interlocutori si andarono a sedere al tavolo delle riunioni, dove avevano gi sistemato fogli e carte di vario genere, Federico ricord per quale motivo si trovasse l e quali incombenze lo attendessero. E cos, una volta riattivata la corrente nel suo cervello, il giornalista realizz che stava attendendo un legale e che aveva poco tempo da perdere.
Dottor Pirola, vedo che il nuovo avvocato non  arrivato. Le ricordo che devo essere tra meno di un'ora dal giudice...
Mentre pronunciava quelle parole, osservando la borsa professionale in pelle della giovane donna, la Montblanc e la copia del decreto di comparizione appoggiata sul tavolo, si rese conto di quale figuraccia stesse infilando.
Come prontamente fece notare Pirola.
Malerba, cosa dice? Lei non mi ascolta mai! La dottoressa Romeo  il suo avvocato. Perch crede che sia qui?
Federico avrebbe voluto sprofondare sotto il tavolo per la vergogna. L'ironia lo aiut a uscire dall'angolo.
Che figura, povero me. Non ne imbrocco una. Mi scusi, guardi non sono sempre cos, tent di giustificarsi.
No,  anche peggio, rincar la dose Pirola.
Non si preoccupi, non importa, ribatt il giovane avvocato, abbozzando un sorriso che esprimeva un mix di sentimenti contrastanti: seccatura, imbarazzo, divertimento e compatimento per il pessimo esordio del suo assistito.
Che al posto di stare zitto riusc persino nell'impresa di peggiorare la gaffe.
Mi scusi davvero, avevo capito che si trattava di un avvocato... be'... insomma di un avvocato... uomo... e quindi... quando l'ho vista non credevo, non ho capito..., balbett, confusamente, il cronista.
Non c' davvero nessun problema, capita, non si preoccupi, replic la dottoressa Romeo, dalla cui espressione, per, trapelava un evidente risentimento.
Malerba si era comportato come il pi idiota dei maschilisti, altro che rompere il ghiaccio.
Adesso stava camminando sulla distesa artica.
Imperforabile.
L'avvocato pass oltre, andando dritta dritta al cuore del problema professionale che doveva affrontare.
Abbiamo pochi minuti, la ragguaglio su come dovr comportarsi davanti al sostituto procuratore.
Il giornalista annu e, con gli occhi bassi, inizi ad ascoltare il legale.
Come lei sapr l'articolo 200 del Codice di Procedura Penale prevede l'istituto del segreto professionale per una serie di categorie..., part a raffica la Romeo, mentre Malerba, pur facendo finta di seguire con attenzione le sue parole, fissava con ostinazione ogni particolare della sua interlocutrice.
Era davvero bella, forse troppo bella. Anzi troppo bella.
E sicuramente era fidanzata. Non poteva non esserlo e la conferma arriv qualche secondo dopo: sulla mano destra, all'anulare, c'era una vera, dorata e stretta, accompagnata da altri anelli distribuiti sugli indici e sui medi delle due mani.
Meglio gettare subito la spugna.
La delusione lo assal.
Se non altro dava l'impressione di essere un valido avvocato. Almeno quello. Magra consolazione.
Venti minuti dopo il cronista e il suo nuovo legale salivano sul taxi, diretti in via Freguglia, all'entrata laterale del tribunale. Durante il breve percorso tra le vie del centro la Romeo riassunse alcuni concetti e Malerba, cortesemente, le ribad di avere tutto chiaro in mente.
Sono stato per anni un cronista di giudiziaria e poi, anche se sono passati oltre dieci anni, ho studiato Giurisprudenza. Pensi che i miei genitori mi volevano avvocato. Forse avrei fatto meglio ad ascoltarli, le spieg.
Ritengo che abbia fatto bene a seguire la sua vocazione, se ho ben capito lei  un giornalista apprezzato e mi sembra che svolga questo mestiere con grande passione. Ho letto qualche suo articolo, prima di assumere l'incarico, e li ho trovati molto precisi. E piacevoli da leggere, interloqu il legale.
Davvero?  davvero una mia lettrice?
Be'... proprio sua lettrice no, non direi. Per la verit non ho molto tempo da dedicare alla lettura dei quotidiani. Ho un lavoro altamente impegnativo, mi alzo presto la mattina e ho atti e relazioni da leggere per tutta la giornata. Sinceramente non abbiamo mai comprato il suo quotidiano, precis, calcando il tono su quell'abbiamo, che pareva rimandare a un compagno, un convivente, forse anche un marito.
Comunque poco fa ho letto con attenzione un dossier con tutti gli articoli che lei ha scritto in questi ultimi giorni, in modo da avere il quadro completo della situazione.
Giusto, per ragioni professionali, replic Malerba, mentre estraeva dal portafoglio una banconota da 10 euro da lasciare al taxista, che si ferm proprio davanti all'ingresso di via Freguglia.
L'avvocato scese rapidamente, il cronista si attard qualche istante per prendere la ricevuta da riportare poi al giornale. Una volta sul marciapiede si ritrov di fronte alla Romeo.
Torn ad ammirarla. Non poggiava su tacchi molto elevati e la gonna, leggermente sotto il ginocchio, le fasciava, avvolgendole dolcemente, le gambe lunghe e affusolate.
Fortunato chi aveva conquistato il cuore di quella splendida creatura...
Avrebbe voluto prenderla per mano e portarla a passeggio in qualche luogo carino, invece si avviarono decisi verso l'entrata del Palazzo di Giustizia.
 sposata, ha figli?, chiese Federico, senza quasi nemmeno accorgersene.
Stavano attraversando la strada e la domanda probabilmente era inopportuna in quel frangente. E invadente.
No. E lei?
No, niente moglie, niente figli e nemmeno una fidanzata, chiar Malerba.
Per ho un magnifico gatto: Ottone.
E immediatamente spalanc lo sportello del telefonino illuminando il display per mostrare l'immagine del gattone spaparanzato sul divano.
Bellissimo. Ora sbrighiamoci a salire, non possiamo presentarci in ritardo, concluse, brusca, l'avvocato.
Il faccia a faccia dur appena dieci minuti: come previsto Malerba si trincer dietro il segreto professionale e il magistrato fu costretto a desistere. Mentre scendevano le scale del Palazzo di Giustizia l'avvocato Romeo sembr distendersi.
 andata bene,  stato bravo, comment lei, aprendo uno spiraglio per una conversazione in cui il reporter si tuff a mani basse.
Come torna in studio?, le chiese.
Generalmente a piedi. Siamo in via Vivaio. Sono poche centinaia di metri.  una buona passeggiata di una decina di minuti e mi aiuta a rilassarmi.
Se vuole l'accompagno, faccio due passi volentieri anch'io, ne approfitt lesto il machiavellico giornalista.
La ragazza tergivers per qualche istante, che al cronista parve interminabile.
Va bene, se le fa piacere.  sicuro di non allungare troppo la strada e di non perdere tempo? Dovr tornare al lavoro, no?
Aspetteranno. Tanto il giornale va avanti anche senza il sottoscritto.
Uscito Malerba nell'ufficio del sostituto procuratore entr Ardig.
Il poliziotto fece un rapido resoconto di quanto scoperto dai Carabinieri di Poasco in relazione alla profanazione della tomba del Marchese Acerbi, mostrando al magistrato la copia della riproduzione del quadro rinascimentale trovata davanti alla tomba danneggiata.
E cos abbiamo la prova di un diretto collegamento tra la profanazione della cappella funeraria dell'Acerbi e i delitti Annoni e Orrigoni, chios il pm.
Cos sembrerebbe, convenne l'investigatore.
Il magistrato lo guard con un lampo di collera.
Questo significa che finora abbiamo perso soltanto del tempo stando dietro a quel pusher.
Con tutto il rispetto, non potevamo trascurare la pista della cocaina. E soltanto questo secondo delitto, paradossalmente, ci ha permesso di comprendere quale direzione investigativa privilegiare.
La tensione tra i due era palpabile.
Bene - spezz il silenzio Perilli - e adesso come intende procedere?
Avvalendomi della collaborazione di esperti del settore. Uno storico, per avere maggiori delucidazioni sulla figura del marchese Acerbi, un esperto di armi antiche, per individuare l'arma utilizzata, e soprattutto un criminologo che conosca gli ambienti satanisti ed esoterici.
Perilli lo scrut attento.
Ho gi individuato un criminologo che collabora da anni con la Questura di Torino, si chiama Dario Vanner, spero ci possa raggiungere domani. La sua collaborazione - concluse Ardig - potrebbe rivelarsi fondamentale.
Va bene, proceda in questo modo. Aggiorniamoci domani, lo conged il sostituto procuratore.
Erano quasi le 18 e le vie del centro di Milano erano invase da passanti e pendolari che sciamavano sui marciapiedi dopo una giornata trascorsa in ufficio.
Le strade erano intasate e il traffico lentissimo.
La morsa dell'afa si era allentata un po' e questo rendeva particolarmente gradevole passeggiare a quell'ora.
Figuriamoci, poi, in compagnia di una donna cos piacevole.
Malerba sapeva di avere pochi minuti per tentare il tutto per tutto.
 da molto che fai l'avvocato? Intendo dire,  da molto che hai passato il concorso? Sai, mi sembri cos giovane!, part Federico, passando volutamente al tu.
Prima di aggiungere prontamente.
Non ti dispiace vero se ci diamo del tu? Sai io utilizzo il tu con tutti sul lavoro e non sono molto abituato al lei.
Concesso. Anche se in genere ai clienti tendo sempre a dare del lei, puntualizz con tono formale la Romeo.
Prima di aggiungere a sua volta: Sono avvocato da quasi cinque anni e ho sempre lavorato nello studio Fileni.
Lo stesso dell'avvocato Galletti, che in genere ci segue per le nostre querele.  uno studio molto importante vero?, precis Malerba.
 uno studio prestigioso, abbiamo clienti impegnativi, abbozz lei.
Soltanto in quel momento Malerba realizz di non ricordare il nome di quella splendida ragazza, su cui stava disperatamente cercando di fare breccia.
Prefer puntare sulla sincerit.
Senti, non so come dirtelo: non mi ricordo il tuo nome di battesimo. Scusami.
Lucrezia.
Lucrezia... bellissimo nome.
Come Lucrezia Borgia, specific lei, perfidamente.
Uhm... suona come un minaccioso avvertimento. La moglie del principe Sforza. Quella che avvelenava i suoi nemici, puntualizz Malerba, sempre pi affascinato dalla sua interlocutrice, che, in comune con l'omonima principessa, aveva anche il colore dei capelli.
Federico, infatti, ricordava bene quando, molti anni prima, in una bacheca della Pinacoteca Ambrosiana, aveva osservato un reperto singolare: una ciocca dei capelli di Lucrezia Borgia. Erano chiari, stopposi, di un colore quasi arancione, ancora lucenti dopo secoli passati dietro quel vetro.
Le raccont l'aneddoto, aggiungendo un complimento goffo, ma sincero.
I tuoi capelli, ovviamente, sono molto pi belli.
Lei ricambi con un sorriso imbarazzato.
Stavano camminando veloci, aveva ancora poco tempo, dunque decise di lanciarsi: doveva togliersi il dubbio, appurare se Lucrezia fosse fidanzata o meno.
Ma non voleva apparire troppo invadente.
In che zona abiti?
In zona Citt Studi.
Bella zona. Da quando tempo sei l?
Dal '94, da quando mi sono iscritta all'universit, prima abitavamo a Pavia. Ci siamo trasferiti qui a Milano per ragioni professionali, mio padre era stanco di fare avanti e indietro da Pavia ogni giorno, io dovevo frequentare i corsi alla Statale e cos siamo venuti a Milano.
Ah, sei di Pavia... sei della bassa...
Molto della bassa... sono siciliana. O meglio i miei sono siciliani, di Agrigento, io invece sono nata e cresciuta a Pavia, fino al trasferimento a Milano.
Abita ancora con i genitori, ma potrebbe comunque essere fidanzata, valut Malerba, scrutando preoccupato gli anelli alle dita. Tent il tutto per tutto.
Sei fidanzata?
Silenzio. Cap di essere stato troppo indiscreto e precipitoso.
No, scusami, non volevo essere cos invadente.  che ho notato quell'anellino che porti e allora ho pensato...
Anellino? Me lo ha regalato mia zia e non  affatto un anellino!, replic Lucrezia, con un piglio deciso.
Un'altra delle mie leggendarie gaffe, prov a salvarsi in corner.
Sai, faccio figuracce a getto continuo, sono uno specialista. Anzi un professionista.
Lei sorrise.
Davvero?
Purtroppo s. Giusto per farti capire. Qualche giorno fa ho salutato una collega dell'amministrazione che non vedevo da un po'. Stava parlando con un'altra di calorie, di pesare la pasta e di dieta. Poi si  accarezzata la pancia. Mi sembrava tutto evidente, no? E cos ho ritenuto opportuno farle un complimento e salutandola le ho detto congratulazioni, vedo che sei in dolce attesa, mi fa piacere. Un istante di silenzio e poi lei mi gela: Sono soltanto ingrassata e stavamo appunto parlando di una nuova dieta. Mi ha paralizzato. Ti lascio immaginare.
La ragazza esplose in una risata cristallina.
Poi si arrest: Il mio studio ha sede in quell'edificio.
Malerba guard senza interesse lo stabile dall'altra parte della strada. Avrebbe voluto vederlo esplodere, per poter restare ancora l, su quel marciapiede, a chiacchierare con lei.
Non ud nessuna deflagrazione: l'edificio era in piedi, pronto a fagocitarsi Lucrezia. Erano al capolinea.
L'accompagn dall'altro lato del marciapiede senza parlare, arrivarono davanti al portone e lei, con estrema professionalit, gli allung la mano per salutarlo.
Contraccambi con poca convinzione.
Mi ha fatto piacere fare due passi in tua compagnia.
Anche a me. Senti...
Lucrezia lo dardeggi con lo sguardo.
Federico si fece coraggio e prosegu.
Mi lasceresti il tuo numero di cellulare?
Non ho un gran rapporto con il telefonino, lo tengo quasi sempre spento.
Non si scoraggi.
Be', allora lasciami la tua email.
L'email?
S, cos ci scriviamo. Mi farebbe piacere proseguire in qualche modo questa nostra prima chiacchierata. Sempre se il tuo fidanzato non  geloso...
L'avvocato rimase in silenzio per qualche istante, soppesando le parole di Federico.
Non sono fidanzata.
Malerba si sent rinascere alla notizia.
Va bene, hai da scrivere?
Come?
Ho chiesto se hai dai scrivere. Non mi hai chiesto il mio indirizzo email?
Vuoi che un giornalista non abbia da scrivere?, rispose estraendo dalla tasca della giacca un piccolo block notes e una comune penna da cartoleria.
Dimmi pure.
Calipso75@libero.it.
Quindi con un cenno della mano salut, si gir e si infil nel portone dell'elegante stabile.
Il cronista rest per qualche istante perplesso, a guardare l'appunto appena vergato.
Calipso?
Tir fuori dalla giacca l'inseparabile palmare, che si connetteva alla rete con incredibile velocit, e digit la parola Calipso su Google.
Era una ninfa amata e abbandonata da Ulisse. Possibile?
Un indirizzo email piuttosto bizzarro.
Pieg il foglietto e lo ripose con attenzione nel portafoglio.
Poi, soddisfatto, inizi a camminare pigramente in direzione inversa.
Aveva mille pensieri che affollavano la sua mente e correvano veloci, sovrapponendosi l'uno con l'altro.
Per la prima volta da quando Silvia lo aveva lasciato solo, a vagare senza una rotta e senza un approdo, in un mare in tempesta, almeno sentimentalmente, era comparsa l'unica donna in grado di non fargli pensare, per qualche ora, alla sua ex.
Nemmeno Patrizia, che sembrava piuttosto interessata a lui, aveva minimamente suscitato un simile corollario di emozioni.
Non si sentiva cos, euforico, timido, impacciato, insicuro, felice e al tempo stesso preoccupato per un eventuale, e probabile, mancato lieto fine, da tanto, troppo tempo.
Si impose di non illudersi, di non galoppare con la mente.
Quasi sicuramente sarebbe andato incontro a una delusione colossale.
Doveva restare con i piedi per terra.
Invece, camminando, aveva gi iniziato a sognare Lucrezia...
...
.
...
8. Milano, 16 giugno 2009.
...
.
...
Nella casella di posta in arrivo c'erano una ventina di messaggi. Malerba si limit a scorrere sui titoli senza nemmeno aprire le email.
Si accorse subito che gli aveva scritto Patrizia, con un titolo ammiccante: Hola!.
Apr l'email.
Ciao Federico come stai? Ho recuperato il tuo indirizzo email sul sito del tuo giornale e ne ho approfittato per scriverti. Ho letto i tuoi ultimi articoli: stai andando alla grande, complimenti. Io tutto OK, sempre busy sul lavoro. Un bacio. Patrizia.
Federico sorrise nel vedere che la copywriter aveva lasciato sotto il testo della email la canonica firma aziendale con nome e cognome, qualifica professionale e indirizzi completi, cellulare incluso. Una svista o lo aveva fatto apposta per lasciarle il suo numero?
Sorrise compiaciuto: Patrizia era carina, simpatica, sexy.
Fino a qualche ora prima avrebbe voluto avere il suo numero per chiamarla.
Adesso, invece, aveva in testa soltanto Lucrezia e avrebbe tanto desiderato avere il suo di numero di cellulare.
Abbandon l'email di Patrizia senza risponderle e velocemente riprese l'esame dei titoli e dei mittenti delle altre email rimaste.
La penultima era senza titolo, mentre il mittente era Anonimo Testimone. Un virus? Il solito spam?
Nel dubbio clicc e apr, iniziando a leggere sempre pi incredulo man mano che scorreva con il mouse.
Dottor Malerba, non so se faccio bene a rivolgermi a lei. Ho bisogno di raccontare la verit, di togliermi un peso e preferisco dire tutto a lei che alla Polizia, che potrebbe non credermi o peggio ancora credermi complice dell'assassino.
La sintassi era piuttosto elementare, la punteggiatura un optional.
Ero nel garage di via Vittor Pisani quando  stato ucciso quell'uomo. Tutto quello che le dico  vero, anche se non ho prove per confermarlo. Ma ha la mia parola:  vero. Io ho visto l'assassino, l'ho visto da vicino, da pochi metri di distanza.
Il giornalista trasal. Poi riprese a scorrere la lettura sul terminale.
Non posso spiegarle i dettagli, perch non voglio che possiate risalire a me. Le dico per tutto quello che ho visto, sperando che mi possa credere: l'assassino non  un uomo. Mi creda. L'assassino  un mostro. Alto, grosso, vestito completamente di nero, con uno spadone insanguinato.
Continu nella lettura, sempre pi esterrefatto.
 privo di una faccia, senza naso, senza bocca. Nulla. Un mostro, un demone. So che faticher a credermi ma  cos.  la verit. E la polizia pu confermarglielo. Le telecamere interne al garage hanno sicuramente ripreso l'assassino. Decida lei come utilizzare l'informazione che le ho dato.
Quindi un'avvertenza da parte dell'anonimo delatore.
Le chiedo solo di non dire a nessuno di questa mia email. In ogni caso in alcun modo potrete risalire a me. Mi sono tolto un peso e le ho fatto un enorme favore. Ora lei lo faccia a me e mantenga il totale silenzio su questa mia denuncia. Buon lavoro. Un anonimo testimone.
Il cronista rimase imbambolato davanti allo schermo per qualche istante.
Poi si mise a rileggere l'email per tre volte.
Era eccitato, ma lucido.
La fortuna stava girando dalla sua.
Sollev il telefono e compose l'interno di Brigante.
Beppe  importante. Posso parlarti?
Vieni pure.
L'esperto caporedattore si accarezz la pelata.
 attendibile questa tua fonte?
Non so, sinceramente non so, ammise Federico.
Se fosse una bufala facciamo una figura di merda. Lo sai?
Lo so, ma se fosse vero?
Non puoi parlarne con Ardig? Se  vero che hanno gi visto i filmati del garage...
Non mi direbbe nulla.
Uff... Parlo con il direttore e ti dico tra poco.
Malerba rientr nella sua stanza.
Borroni lo fissava da dietro i suoi spessi occhiali.
Che succede?
Forse ho una traccia importante, per non  sicura e non posso verificarla.
Cosa hanno detto i capi?
Sono in conclave. Mi fanno sapere tra poco.
A proposito... Come  andata oggi in tribunale?
Bene, me la sono cavata in fretta.
Che avvocato c'era con te?
Il solito, tagli corto Malerba.
Che stronzo. Bugiardo anche con gli amici, lo rintuzz Guido.
Da chi l'hai saputo?, chiese stupito Malerba.
Le voci corrono. Vi abbiamo visto uscire insieme e ci siamo chiesti chi fosse quella deliziosa fanciulla bionda. E ci siamo informati.  il nostro lavoro no?
No,  quello dei giornalisti di gossip. Dei pettegoli, ribatt seccato Federico.
Non farla tanto lunga, avrei voluto vedere te al nostro posto. Comunque torniamo alla bionda. Chi ?
Un avvocato dello studio Fileni.
Mica male. Se  anche brava allora mi faccio querelare immediatamente, a patto che mi difenda lei, comment sarcastico Borroni.
Brava mi pare lo sia. Bella lo  di sicuro. Anzi bellissima.
Accidenti... Sei gi partito in quarta?
S, certo, con la mente. Dubito di avere molte speranze. Comunque ci provo. Anzi voglio scriverle subito un'email.
Il telefono inizi a squillare. Era la segreteria di redazione.
Vai dal Dir, ti stanno aspettando.
Malerba si alz prontamente, avviandosi verso l'ufficio del direttore.
Ardig si girava e rigirava tra le mani, nervosamente, le stampe degli ingrandimenti dei fotogrammi della telecamera di sorveglianza che aveva ripreso il volto del probabile assassino di Orrigoni.
Volto... si poteva definirlo tale solo ricorrendo a un eufemismo.
Lo fiss attentamente.
La scadente qualit delle riprese e l'illuminazione scarsa rendevano impossibile cogliere dei particolari, senza contare il cappuccio calato sulla fronte.
Sbuff infastidito. Torn a concentrarsi sulle immagini.
Il viso appariva sostanzialmente privo di naso, pur presentando una vistosa asperit nel profilo, proprio nell'area centrale: come se il setto nasale spingesse da sotto pelle per aprirsi una via d'uscita.
La bocca sembrava pi che altro una sottile fessura scura. Quasi dipinta.
Anche gli occhi sembravano piccoli, simili a due tagli.
Senza dubbio l'assenza di ciglia e sopraciglia contribuiva a confondere i connotati, rendendo questo volto simile a quello di una maschera carnevalesca.
Come quelle riproducenti il celebre Urlo di Munch, gettonatissime ad Halloween o a Carnevale.
Avr utilizzato del cerone o comunque del trucco pesante e forse dei cerotti per nascondere le narici e la forma del naso, ragionava il commissario.
Velluti, a sua volta, stava utilizzando una lente d'ingrandimento.
Non sembra una maschera, non vedo rilievi o sporgenze nella parte del collo o del mento o sotto l'attaccatura dei capelli. S, ha ragione: potrebbe trattarsi di un trucco da attore, di quelli utilizzati in teatro, convenne l'ispettore.
Prima di sbilanciarsi.
Mi ricorda un po' quegli extraterrestri che facevano vedere in X Files.
Perfetto, dai film dell'orrore alla fantascienza, tutto e il contrario di tutto.
Se l'assassino puntava a confondere le idee e depistarli ci stava riuscendo perfettamente.
Chapeau!
L'umore del commissario diventava sempre pi nero.
Questo Vanner quando arriva? Torino  a un'ora di macchina da qui. Quanto ci vuole?
C' un problema, nicchi Velluti.
Quale?
Quando lo abbiamo contattato ha risposto che era fuori Torino, senza specificare dove.
Quindi?, chiese Ardig, sempre pi arrabbiato.
Il criminologo non ci ha informato che si trovava a Praga per un seminario. Torner questa sera a Torino e domani sar qui. Intanto ha garantito che si studier gli incartamenti.
Il responsabile della Omicidi reag con un gesto di stizza della mano. Altro tempo prezioso perduto...
Piuttosto, abbiamo ricostruito gli spostamenti di Orrigoni?, domand irritato, rivolgendosi a Santoni.
Fatto. L'immobiliarista era un abitudinario. Passava negli uffici della finanziaria russa ogni luned pomeriggio, per effettuare delle operazioni, rispose prontamente il sottoposto.
E lasciava sempre l'auto nel garage sotterraneo di via Pisani, immagino..., argoment il commissario.
Proprio cos. E c' di pi. Orrigoni aveva anche un pass per la sosta gratuita, un pass di quelli in dotazione alla Regione Lombardia, per i funzionari e i dirigenti.
Non capisco.
L'area di sosta riservata alla Regione Lombardia  quella dell'ultimo piano, il quarto piano sotterraneo.
Tutto chiaro.
L'assassino non possedeva nessuna dote di veggente.
Semplicemente doveva aver pedinato accuratamente il costruttore, almeno per qualche settimana, scoprendo cos che ogni luned, nel primo pomeriggio, avrebbe potuto sorprenderlo agevolmente in quel parcheggio sotterraneo.
Facile e pulito.
Nell'ufficio del direttore l'aria sembrava sospesa.
Nessuno salut Malerba quando entr.
Nessuno lo invit a sedersi. Nessuno profer alcuna parola.
Federico si and ad appoggiare con la schiena a uno scaffale-biblioteca, in attesa che uno dei suoi superiori prendesse l'iniziativa.
A rompere il ghiaccio fu Brigante.
Scrivi 70 righe, sar l'apertura di pagina 5, con richiamo in prima.
Il cronista annu, avviandosi verso l'uscita.
Federico.
Il tono di Brigante era stentoreo.
Piedi di piombo. Capito? Prendi tutte le precauzioni possibili, si raccomand.
Il direttore si limit ad annuire a sua volta.
Il cronista si conged e torn a scrivere senza perdere tempo.
Anche nella sala riunioni della Questura l'aria era piuttosto tesa.
Alla luce del secondo omicidio era chiaro che la direzione, che conduceva principalmente al mondo legato allo spaccio della cocaina, in cui Ardig aveva incanalato l'indagine, non era pi percorribile.
Ormai era assodato e lampante che a uccidere Orrigoni era stata la stessa mano che si era presa la vita di Annoni.
E il bandolo della matassa sembrava proprio quello: ripartire dalle due vittime, da quello che dovevano avere in comune.
Un filo conduttore, forse esile, forse persino invisibile, che le aveva unite in vita e le aveva accompagnate fino a questa terribile morte.
Proprio a tale scopo Ardig stava riassumendo il contenuto del fascicolo relativo alla seconda vittima.
Si era presentato accompagnato dal capo della Mobile, Marcello Siracusa, e dal suo vice Velluti.
Lorenzo Orrigoni, classe 1954, di professione costruttore edile, divorziato dal 1994. Aveva due figli, un maschio e una femmina, di 26 e 22 anni, entrambi studenti universitari. Nessun precedente penale, pur avendo collezionato diversi carichi pendenti.
Si schiar la voce sorseggiando dell'acqua, poi riprese.
 stato iscritto nel registro degli indagati, per il presunto reato di corruzione, nel 1998, per un'indagine sulla concussione di un assessore ai lavori pubblici di un comune dell'hinterland che avrebbe agevolato, in cambio della solita mazzetta, la vittoria nella gara di appalto per la costruzione di una palazzina in un'area da poco convertita da agricola a edilizia dal consiglio comunale con i voti decisivi dei consiglieri comunali, guarda caso, dello stesso partito dell'assessore. Il procedimento  stato pi volte interrotto, per l'apertura di nuovi filoni di indagine paralleli, e in primo grado l'Orrigoni era stato condannato a una pena di 22 mesi e a un'ammenda di 6mila euro, ma in Appello  stato assolto. La Procura di Milano ha per impugnato la sentenza e il processo  ripartito ed  tuttora pendente davanti alla Corte d'Appello.
E gli altri carichi pendenti?, chiese il sostituto procuratore Perilli.
Dopo il decesso di un operaio egiziano, avvenuto in un suo cantiere nel 2003, tra l'altro un clandestino a cui era scaduto il permesso di soggiorno,  stato aperto un fascicolo d'indagine nei confronti di Orrigoni. Alla fine l'inchiesta si  risolta in un nulla di fatto e il gup ha decretato un non luogo a procedere in quanto l'immigrato africano era in regola con i permessi, di soggiorno e di lavoro, quando era stato assunto.
 tutto?, domand il Questore.
No. Attualmente l'Orrigoni  finito in un'inchiesta per un giro di riciclaggio ed evasione fiscale. I colleghi della Guardia di Finanza hanno un fascicolo su di lui, e sulla sua societ, pi voluminoso di un'enciclopedia.
E la sua situazione patrimoniale?
Assolutamente solida. Risiede, anzi risiedeva, in un attico in corso Vercelli, inoltre possedeva la villetta bifamiliare dove attualmente vivono l'ex moglie e i figli, situata in via Correggio, un appartamento a Livigno e uno a Sestri Levante, anche questi regolarmente utilizzati dall'ex moglie e dai figli.
Per... propriet immobiliari situate in rinomate localit di soggiorno e due appartamenti nella zona pi residenziale di Milano, sbuff il Questore.
Aveva un elevato tenore di vita, ma non dimentichiamoci che parliamo di un affermato costruttore. Orrigoni aveva acquistato i due immobili intorno alla met degli anni Ottanta, dopo la morte del padre, dunque dopo aver ereditato sia l'attivit edilizia, ovvero l'impresa edile Orrigoni Costruzioni srl, gi ben avviata, che una serie di immobili, a loro volta venduti ricavandone una buona somma.
In che rapporti era con l'ex moglie?, prov a insistere il Questore.
Pare discreti, a detta del figlio maggiore che abbiamo sentito a lungo stamattina. Erano separati dai primi anni Novanta. L'ex moglie, gi rintracciata, lo considerava una sorta di vecchio amico, con il quale prendere un t insieme saltuariamente. E tra loro non c'erano dispute economiche visto che lei, peraltro piuttosto benestante di famiglia,  da alcuni anni la compagna di un imprenditore facoltoso che risiede nel lecchese. Addirittura Orrigoni non le passava nemmeno gli alimenti mensili: a chiudere la separazione era bastata la cessione, da parte del costruttore, di una villetta in Versilia di sua propriet. Si limitava soltanto a erogare un assegno mensile di 3mila euro al mese per il mantenimento dei figli, ma per l'appunto si trattava di soldi per i due ragazzi. La famiglia comunque sembra al di sopra di ogni sospetto. I figli sono bravi ragazzi. Entrambi studenti. Il maggiore allena una squadra di ragazzini di calcio, mentre la secondogenita fa la catechista.
Non aveva una donna?, tent nuovamente Perilli.
A detta del figlio sembra non avesse una compagna fissa. Ma qui arriva la parte pi interessante: il ragazzo ha ammesso che il padre aveva un debole per le belle donne. Belle e giovani. Soprattutto ragazze dell'Est. Russe in particolare. Abbiamo controllato e abbiamo scoperto - spieg leggendo una relazione preparata da Santoni - che effettivamente l'Orrigoni si recava spesso in Russia, anche per affari, visto che dal 2005  diventato socio in un ristorante italiano a San Pietroburgo. E a Milano aveva diverse frequentazioni con alcuni russi facoltosi. Bazzicava spesso al Pussy Pussy, un night in zona Porta Venezia dove si esibiscono spogliarelliste dell'Est.
Poteva essere coinvolto nel giro della prostituzione?, azzard Perilli.
Non possiamo escluderlo. Di certo era in affari con dei russi. E andava spesso in Russia.
Mi pare che, dal quadro dell'attivit professionale della vittima, si colgano interessanti elementi da approfondire..., chios il Questore, accompagnando le parole con un eloquente gesto della mano.
Se si riferisce ai collegamenti con possibili giri legati all'usura, al lavoro nero, alla corruzione di pubblici ufficiali, al riciclaggio e all'evasione fiscale, ai contatti con possibili malavitosi russi e al collegato giro di prostituzione... be' s. Ripeto, faremo ogni approfondimento. Tuttavia  palese - prosegu Ardig - che a uccidere Orrigoni  stata la stessa mano che ha colpito Annoni. Su questo non ci sono dubbi.
E questo di fatto ci costringe a far ripartire da zero le indagini sul primo delitto, rivedendo anche le ipotesi legate all'ambiente dello spaccio di droga, sintetizz il capo della Mobile, Siracusa.
Purtroppo s, capo, ammise il responsabile della Omicidi, con sincerit.
Chiaramente - prosegu lo stesso Siracusa - le indagini sul delitto Annoni erano appena iniziate e questo secondo delitto, ad appena sei giorni dal primo, getta inevitabilmente una luce completamente diversa sull'inchiesta. Finora il dottor Ardig, che sta lavorando ottimamente e gode della mia totale fiducia - sottoline volutamente il dirigente - aveva puntato le sue ricerche sull'ambiente lavorativo del pubblicitario, un ambiente dove girano soldi, ma anche droga e spesso prostitute di alto livello. Come sapete siamo gi risaliti al pusher che forniva la cocaina ad Annoni e lo abbiamo gi arrestato, senza per ricavarne informazioni utili per fare chiarezza sul delitto. Evidentemente, dobbiamo modificare la bussola dopo questo secondo omicidio.
Non possiamo escludere che anche l'Orrigoni potesse essere coinvolto in un giro di prostitute, come Annoni. E come lui poteva essere legato anche a degli spacciatori, puntualizz Perilli.
Ardig scosse la testa.
Ne dubito. Intanto gli esami tossicologici hanno gi escluso che l'Orrigoni utilizzasse sostanze stupefacenti. E poi Annoni frequentava il giro della moda, della pubblicit, dei locali trendy dove girano personaggi dello sport, dello spettacolo, della moda.
Calciatori e veline, sintetizz con una battuta Perilli.
Pi o meno, mentre Orrigoni aveva un altro target di frequentazioni. Affaristi russi, grandi alberghi, ristoranti, locali a luci rosse. Nulla a che vedere con le sfilate o le discoteche dove appariva Annoni, termin Ardig.
Dobbiamo appurare se le due vittime si conoscessero o meno, li pungol il Questore.
Siracusa lasci che fosse Ardig a riprendere la parola.
 possibile, non lo escludo. Abbiamo avviato tutti i necessari controlli in questa direzione, senza ottenere riscontri concreti, finora. Molte cose accomunavano le due vittime: erano milanesi, erano praticamente coetanei e, tra l'altro, abitavano in linea d'aria a meno di un chilometro di distanza.
Bene, vediamo cosa salter fuori, concord il Questore.
Prima di chiedere: C' ancora dell'altro?.
Siracusa lanci un'occhiata eloquente al suo sottoposto.
Il responsabile della Omicidi si schiar la voce e riprese: Ritengo che si debba tenere in considerazione anche la pista che porta agli ambienti esoterici.
Nella sala riunioni nessuno disse nulla.
Come tutti voi sapete la settimana scorsa  stata profanata una cappella funeraria nel cimitero di Chiaravalle.
La tomba di quel marchese cinquecentesco citata negli articoli della Voce Lombarda?, chiese tra lo stupito e il seccato il Questore.
Esattamente, la cappella funeraria della famiglia Acerbi, per la precisione la tomba del marchese Ludovico Acerbi. Abbiamo fondate ragioni per ritenere che i delitti Annoni e Orrigoni siano collegati a questo atto vandalico.
Tra i presenti cal il silenzio.
Il commissario continu.
Del caso finora se ne sono occupati i Carabinieri della locale stazione di Poasco che hanno recuperato nei pressi della cappella un cero di colore nero, un crocifisso spezzato ma, soprattutto, un'insolita rivendicazione: un foglio con stampata la riproduzione di un quadro seicentesco che ormai ben conosciamo, la Pala dei tre Arcangeli di Marco d'Oggiono e una scritta recitante: 7 giugno, il male  tornato.
Ardig si interruppe per qualche secondo.
Nessuno tra i presenti sollev rilievi, per cui prosegu estraendo da una cartelletta le immagini delle stampe ritrovate al fianco dei corpi di Annoni e Orrigoni con Lucifero che abbatte prima un Arcangelo e poi il secondo.
Mentre nei pressi della tomba dell'Acerbi c'era questa, enfatizz, indicando l'immagine di Lucifero, rialzatosi in piedi, pronto a duellare con i tre Arcangeli.
Direi che non ci possono essere dubbi..., si sbilanci Perilli.
Trovando l'assenso di Siracusa.
Il Questore sibil un mezzo fischio.
Una setta satanica?
 quello che temo. Il modus operandi dell'assassino, il macabro e scenico travestimento utilizzato nel garage di via Pisani, l'aver utilizzato una spada come arma letale, sono tutti elementi che potrebbero in qualche modo indurci a ritenere che questi omicidi abbiano effettivamente un legame con l'ambiente esoterico e con la profanazione della tomba dell'Acerbi, personaggio reputato un adoratore del maligno o addirittura, stando alle credenze popolari, una sua incarnazione terrena, conferm Ardig.
Potrebbe trattarsi di una vicenda simile a quella delle Bestie di Satana?, ipotizz il magistrato.
 presto per dirlo. Non possiamo per escluderlo. Due omicidi cos efferati, e per di pi in pieno giorno e in luoghi pubblici, richiedono indubbiamente un'organizzazione e una preparazione.
E questa data? Il 7 giugno? si inform il Questore.
Faremo delle verifiche per capire quale importanza possa rivestire.
A questo punto come intendete procedere?, chiese il Questore.
Proseguiremo a tutto campo, continuando a cercare riscontri su un possibile collegamento, magari economico, tra le due vittime. Per quanto riguarda la pista esoterica, ci avvarremo della collaborazione di un esperto in questo settore, un criminologo, si chiama Vanner, e di uno storico che possa aiutarci a comprendere meglio la figura di questo marchese Acerbi e cosa potrebbe aver attirato l'interesse verso di lui da parte di un presunto gruppo di satanisti. Infine - sintetizz senza riprendere fiato - ci avvarremo della collaborazione dei Ris di Parma e di un esperto di armi antiche. Ho gi dato istruzioni ai miei collaboratori per attivarsi in queste direzioni: confido di poter avere un quadro gi pi chiaro entro domani sera. Inoltre...
Inoltre? domandarono quasi all'unisono il Questore e il magistrato.
Domani interrogheremo nuovamente tutto il personale del garage di via Pisani. Sono convinto che qualcuno possa avere visto qualcosa. E in ogni caso vale la pena insistere.
Sulla dinamica del secondo omicidio lei che idea si  fatto dopo il sopralluogo nel parcheggio?, fu il nuovo quesito posto dal Questore.
Possiamo ritenere, ragionevolmente, che l'omicida si sia introdotto nelle scale pedonali attraverso una delle porte d'emergenza che danno accesso allo scivolo automobilistico del parcheggio, dove non ci sono telecamere di sorveglianza. Evidentemente l'assassino lo sapeva e ha scelto appositamente di passare dallo scivolo.
La porta di emergenza  sempre aperta?, lo interruppe il Questore.
No, dalle scale pedonali la si oltrepassa premendo sul maniglione antipanico. Mentre  bloccata per chi arriva dallo scivolo: c' una serratura, ma  facilmente apribile se si  del mestiere. Con una forcina o una pinzetta.
Appoggi sul tavolo alcune foto dello scivolo del parcheggio.
Secondo me - prosegu il commissario - l'assassino si  fatto scaricare da un complice direttamente sullo scivolo, dove le telecamere di sorveglianza non potevano riprenderlo, quindi ha forzato una delle porticine di emergenza, si  introdotto sulle scale e l, probabilmente nascosto in una toilette - molto poco utilizzate - ha atteso l'arrivo della vittima. Nel frattempo si  cambiato indossando il mantello e tutto il resto.
Lei quindi ipotizza la presenza di un complice, rilev il Questore.
Mi pare plausibile. Dalle telecamere di sorveglianza, che abbiamo attentamente e ripetutamente visionato, non risulta che nessuno sia sceso da un veicolo con un borsone o un pacco cos capiente da poter contenere quel voluminoso e ingombrante mantello e tutto il resto. E nessuno avrebbe potuto introdursi nel garage dalla strada eludendo il controllo delle telecamere posizionate all'ingresso e degli stessi sorveglianti. Per cui dobbiamo dedurre che un complice lo abbia scaricato e poi ripreso sulle scale pedonali. Magari riuscendolo ad avvertire degli spostamenti della vittima.
Un momento, abbiamo trovato segni di infrazione nelle porte di emergenza?, si inform il Questore.
No, per... - rispose un po' in difficolt Ardig - si tratta di serrature vecchie e un normale professionista del settore  in grado di aprirle con una certa facilit senza lasciare tracce.
L'assassino, dunque, sarebbe anche un bravo scassinatore, chios scettico il Questore aumentando il disagio di Ardig, che si zitt in attesa di nuove osservazioni da parte dei suoi superiori.
Se davvero ha atteso nascosto l'arrivo di Orrigoni... significa che era al corrente dei suoi spostamenti. No?, osserv Perilli.
Ne siamo convinti. E del resto, se il killer  lo stesso, era a conoscenza anche degli spostamenti e degli orari della prima vittima, l'Annoni. Forse li ha pedinati e studiati a lungo.
C' un'altra cosa che non capisco.
Nella voce del Questore si intuiva una venatura di scetticismo.
Perch il killer, dopo aver pedinato la vittima, dopo aver forzato la porta senza lasciare segni di effrazione, dopo essersi materializzato dal nulla nei bagni e dopo aver compiuto il delitto con tanta scaltrezza e abilit, si  poi fatto riprendere dalle telecamere di sorveglianza cos ingenuamente?
Momento di silenzio. Prima dell'affondo.
Poteva tranquillamente uscire da una porta d'emergenza e tornare sulle rampe dello scivolo come poi ha fatto, se dobbiamo basarci sulla sua ricostruzione. Perch passare dal parcheggio e finire cos nel mirino delle telecamere? Un'assurdit. Come se la spiega?, si accalor il Questore.
Apparentemente non c' una spiegazione. Ha ragione lei, si  trattato di un clamoroso errore da parte dell'assassino. Se mi posso permettere, un'ingenuit davvero troppo grossolana. Certo possiamo ipotizzare che non abbia potuto utilizzare le scale pedonali perch, erroneamente, ha creduto che stesse arrivando qualcuno. Oppure...
Restarono tutti in silenzio in attesa della fine del ragionamento di Ardig, che per fu aiutato dal capo della Mobile.
Oppure - sentenzi con tono convincente Siracusa - possiamo ritenere che l'omicida abbia volutamente deciso di passare davanti alla telecamera e farsi riprendere. Per lasciare la sua firma sul delitto, per impressionarci, forse per spaventarci. Se si tratta davvero di una setta o di un gruppo esoterico non possiamo escludere che sia andata proprio cos. Poi, una volta passato sotto le telecamere,  rientrato nello scivolo e il complice lo ha recuperato successivamente. Dando cos l'idea di essersi smaterializzato nel nulla.
Avrete gi scansionato le immagini del volto dell'assassino. Cosa ne avete ricavato?, li incalz ancora il Questore.
Siracusa lasci la parola ad Ardig.
Sono in bianco e nero e la qualit non  altissima. Inoltre il garage non  particolarmente illuminato. I neon posti sui soffitti non sono molto intensi. Gli ingrandimenti non ci sono di particolare aiuto.  chiaro che il killer ha travisato i suoi connotati facciali con un trucco pesante, probabilmente anche con dei cerotti. E avendo indossato dei guanti di velluto non ha ovviamente lasciato impronte digitali.
Sarebbe stato troppo facile, concluse il sostituto procuratore Perilli, con un mezzo sorriso che contribu a distendere la tensione che si era venuta a creare.
 tutto? Allora se non c' altro direi che potete proseguire le indagini nelle direzioni indicate. Vi suggerisco, tuttavia, di non trascurare anche gli ambienti legati alla prostituzione e ai locali a luci rosse, concluse il Questore.
Malerba era in piena trance.
Scriveva di getto, senza nemmeno guardare il monitor: L'assassino, pertanto, secondo un anonimo testimone avrebbe fattezze addirittura demoniache. Un ulteriore elemento che rafforza gli inquietanti sospetti che da giorni agitano i pensieri e le paure dei milanesi e che sembra rafforzare l'ipotesi di un collegamento tra la profanazione della tomba del marchese Acerbi e questi due tremendi delitti, ai danni di due lontani discendenti di famiglie che, quasi quattro secoli orsono, ebbero attriti e rivalit con il Diavolo di Porta Romana. Che oggi sembra volersi prendere una sanguinaria vendetta, attesa forse per secoli...
S... pu andare, chiudilo cos lo prendono in tipografia.
Beppe Brigante spunt alle spalle del cronista, improvvisamente, distogliendolo dallo stato catatonico in cui era precipitato. Il giornalista salv il pezzo e lo chiuse.
L'anziano caporedattore torn in tipografia per terminare la prima pagina. Lanci un'occhiata alla bozza in fase di ultimazione.
Il titolo di apertura, su nove colonne, era in nero marcato: Ecco chi sta uccidendo a Milano.
Il catenaccio era miele per gli orsi: Un testimone ha visto l'assassino.
E l'occhiello quadrava il cerchio con un virgolettato: Sembrava un demone, era vestito di nero e non aveva volto.
L'indomani nelle edicole milanesi il giornale sarebbe andato a ruba. Brigante sorrise compiaciuto...
Soltanto dopo aver terminato l'articolo Malerba si ricord di Lucrezia.
E di Patrizia.
Rispose prima a quest'ultima con un'email stringata e freddina: Anch'io tutto OK, anch'io busy. Mi fa piacere che mi leggi. Domani sono in prima pagina. Un saluto. Fede.
Poi, finalmente, si dedic a Lucrezia.
Era quasi mezzanotte, aveva fame ed era veramente stanco. Tuttavia non aveva intenzione di lasciarsi sfuggire l'attimo.
Apr un nuovo messaggio email e inizi a scrivere di getto, con la stessa foga con cui aveva scritto l'articolo, pigiando sui tasti forsennatamente.
Soltanto dopo aver scritto l'equivalente di quattro pagine Word, si ferm e premette invio. Senza neppure rileggere.
Qualche istante dopo si rese conto di aver inviato un'email piena di strafalcioni ed errori di battitura.
Imprec per lo sbaglio compiuto per la foga.
Altro che giornalista affermato.
Quella email sembrava scritta da un analfabeta.
Era partito come un asino...
La serata, anche se erano le 23 gi passate, per Ardig, Santoni e Velluti era appena iniziata.
Sulla scrivania del commissario, come sempre ingombra di fogli, cartellette e post it, erano stati accatastati alcuni fascicoli cartacei.
Velluti li guardava con aria perplessa e un po' di scoramento.
Cosa cerchiamo per la precisione?
Dovremo esaminarli tutti, a fondo. La storia del crocifisso spezzato e dei ceri neri, non so... mi ricorda qualcosa.
Un vecchio caso?, domand perplesso il collaboratore.
It's possible, may be... Ovviamente non seguito dal sottoscritto. Ma prima voglio schiarirmi le idee. Questo  un campo del tutto sconosciuto per me. Mi ricordo che nel '96 o '97, a Milano, vennero trovati resti di rituali esoterici nei pressi del Cimitero Monumentale: avevano ucciso qualche animale, forse delle galline, sgozzandole, e avevano profanato una tomba. Tutto l, nulla di pi, se ben ricordo.
Velluti sbuff tastando la consistenza dei faldoni.
Aveva sonno e una moglie incavolata lo stava aspettando a casa da almeno due ore.
Possiamo aspettare l'arrivo del criminologo di Torino, butt l.
Ardig lo gel con lo sguardo.
Abbiamo due morti e, se uno pi uno fa ancora due, temo che presto potremo avere il terzo: non possiamo perdere neanche un istante. Quando poi arriver questo Vanner tanto meglio.
Il sottoposto annu con scarsa convinzione.
La notte  ancora giovane: dividiamoci i compiti. Tu, Lino - disse indicando Velluti - cominci a leggerti questi fascicoli, mentre Massimo, che stasera  pi elegante - spieg rivolgendosi a Santoni che indossava una giacca blu scura sopra i jeans stazzonati come la moda impone - mi accompagna in giro per locali. Ti va di bere una vodka?
Santoni annu, sorridendo sornione.
Velluti, mentalmente, imprec all'indirizzo del suo superiore e del suo maledetto carattere da stakanovista incallito.
Parcheggiarono l'auto in una traversa, via Zarotto, e s'incamminarono a piedi verso viale Vittorio Veneto, la strada che scorre sottostante al viale sopraelevato dei Bastioni di Porta Venezia che, costeggiando il polmone verde degli omonimi Giardini, collega Porta Venezia a piazza della Repubblica.
In giro non c'era quasi nessuno.
Il commissario guard l'orologio: le 23,54.
Come mai questo cambio di rotta, capo? Non indagavamo su una setta?
Non sono affatto convinto che la malavita russa possa avere qualcosa a che fare con l'assassinio di Lorenzo Orrigoni. E preferisco togliermi subito il dubbio. Come si dice: via il dente, via il dolore. No?, tagli corto Ardig.
Davanti all'entrata del Pussy Pussy c'era un buttafuori dal fisico da rugbista: basso, tarchiato, robusto, con braccia da culturista.
Pantaloni neri, immancabile maglietta nera aderente, capelli a spazzola e auricolare nell'orecchio destro.
Il ragazzo, sui 27-28 anni, li squadr con aria da duro.
Siete soci del club?, domand con accento dell'Est.
No, rispose secco Ardig.
Avete prenotato?
No, ribad ancora pi secco.
Allora non potete entrare, stasera c' una festa riservata. Tornate domani, chiuse la conversazione.
Dobbiamo entrare, dobbiamo parlare con il tuo capo, ordin perentorio Ardig, piuttosto nervoso dopo una giornata lunga e inconcludente.
Il buttafuori lo guard con aria truce, di sfida.
Che fossero due poliziotti? No.
Se lo fossero stati si sarebbero qualificati immediatamente, estraendo un distintivo. Come facevano di solito.
E nessuno lo aveva informato di visite attese dai suoi superiori. Nel dubbio gracchi qualche parola all'auricolare.
Poi allungando una mano in segno di stop torn a ripetere: Mi spiace, mi dicono che non potete entrare, tornate un'altra sera.
Il capo della Omicidi scambio un'occhiata d'intesa con Santoni.
Quindi si volt. La pattuglia d'appoggio, in borghese, era appostata a una trentina di metri.
Fece un passo in direzione dell'entrata, tentando di oltrepassare il ciclopico energumeno da sinistra.
Il giovane si spost, per chiudergli il varco, poi con la mano sinistra lo afferr per il bavero della giacca.
In una frazione di secondo il commissario, gi pronto in vista di questa prevedibile reazione, impugn la pistola dal lato del cane, e brandendola come un tira-pugni assest un diretto violento alla bocca dell'antagonista, colpendolo in pieno con il calcio, facendolo crollare a terra.
Il buttafuori si port istintivamente una mano sul labbro, dove gi stava scorrendo un vistoso rivolo di sangue.
Fece per rialzarsi, ma il poliziotto lo precedette, assestandogli un calcione nel petto e puntandogli la pistola ad altezza viso.
Polizia. Hai aggredito un pubblico ufficiale. Sei nei guai. Non peggiorare la tua situazione.
L'uomo decise di non reagire, alzando le mani.
Santoni lo aiut a rialzarsi, sfilandogli l'auricolare e iniziando a perquisirlo. Era armato: nell'incavo della schiena aveva un coltello affilato, dalla lama di una lunghezza superiore agli otto o nove pollici.
Complimenti,  la tua polizza d'assicurazione?, sorrise Ardig, prima di alzare il braccio in direzione della pattuglia d'appoggio.
Gli agenti Pinton e Sinato arrivarono rapidi e silenziosi.
Fate compagnia a questo cittadino modello.
Lo presero in consegna e si allontanarono.
Noi andiamo a salutare il proprietario.
Superata la porta d'ingresso si trovarono in un corridoio dove era situato il guardaroba.
Non c'era nessuno.
Una scala portava a un piano superiore, da dove non si udiva arrivare alcun rumore. Provarono a salire tramite una scalinata buia: si trovarono in un corridoio ovattato, con luci smorzate, simile a un piano d'albergo.
Ardig appoggi l'orecchio alla porta di una stanza.
Percep chiaramente dei gemiti: qualcuno stava consumando un rapporto sessuale.
Fece segno a Santoni di tornare di sotto, al guardaroba.
Una musica ad alto volume arrivava dall'ambiente sottostante. Infilarono le scale, anche queste piuttosto buie, e scesero un paio di rampe.
Il Pussy Pussy era il prototipo di locale di lap dance che si vede nei film.
Un lungo bancone, con qualche sgabello e un paio di barman poco impegnati, una ventina di tavolini disseminati in seconda fila, alle spalle di un gruppo di divanetti a circondare il palco.
L'ambiente era in penombra: l'illuminazione, con fari e luci stroboscopiche, era completamente rivolta verso il palco, una piattaforma quadrata, simile a un ring di pugilato, di quattro metri circa per lato, leggermente rialzata per consentire meglio la visuale agli avventori.
In mezzo c'erano due pertiche, da utilizzare per la lap dance.
Le due ragazze sul palco, per, erano impegnate diversamente: erano entrambe giovanissime, massimo 22 anni, e completamente nude, se si eccettuavano dei sandali con la zeppa in plastica simil vetro trasparente.
La prima, mora, aveva i capelli quasi a caschetto neri, tagliati a zazzera con geometria sulla nuca, le unghie laccate azzurro con delle puntine argentate nel mezzo, occhi e ciglia addobbate sempre di una tonalit blu: era magra e sinuosa, totalmente depilata nell'intimo e con un piccolo serpente tatuato sul dcollet che luccicava per il sudore.
La seconda era castana chiara, formosa, con un accenno di pancetta e un po' di cellulite, un seno giunonico e una striscia verticale di peli chiari sul monte di Venere, trucco vistoso e unghie smaltate di nero lucido.
Stavano simulando un amplesso saffico, accarezzandosi, baciandosi e masturbandosi a vicenda.
Nei divani delle prime file erano assiepati uomini maturi, intorno ai cinquanta, forse sessant'anni. Con cravatte sfilacciate e maniche di camicia rimboccate.
A una prima occhiata erano pi italiani che russi, anche se qualche cittadino dell'Est spiccava comunque.
Un'altra decina di ragazze, vestite solo di uno striminzito perizoma, girava tra i tavoli e i divani, facendosi offrire consumazioni dai clienti che, nel frattempo, ne approfittavano per toccare le parti intime delle spogliarelliste, arrivando in alcuni casi anche a baciarle in bocca o a leccare i capezzoli.
Avrebbe voluto fare una bella retata e chiudere immediatamente quella specie di bordello di lusso, ma erano l per indagare su un omicidio.
Una sorta di matre li avvicin.
Volete un tavolo o preferite quel divanetto?, li abbord con tono cordiale, indicando un paio di poltroncine situate all'angolo destro del palco.
Siamo amici del direttore, avremmo bisogno di parlargli, pu avvertirlo?, chiese Ardig, alzando la voce per coprire l'elevato volume della musica.
Chi devo dire?, tentenn il matre.
Amici. Punto.
L'uomo si allontan dietro a una tenda.
Un minuto dopo torn accompagnato da un personaggio che sembrava uscito da una fiction stile Distretto di Polizia.
Pelato, piccolo di statura, occhi freddi come il ghiaccio, un diamante sul lobo sinistro, muscoli tonici strizzati in un completo sportivo chiaro con una maglietta blu, aderente, sotto la giacca.
Non pi di 42-43 anni.
Sono il direttore, Pavlov Mustnyak. Con chi ho il piacere di parlare?, si present con un marcato accento russo.
Con il vicequestore Bruno Ardig, responsabile della squadra Omicidi della Mobile di Milano, e con l'ispettore Massimo Santoni.
Il padrone di casa li osserv, glaciale e distaccato.
Squadra Omicidi?, domand esaminandoli meglio.
Preventivava, e forse temeva, le visite degli agenti della Buoncostume o della Narcotici e sembrava stupito nel trovarsi di fronte a degli investigatori della Omicidi.
Prego, posso offrirvi da bere qualcosa?
Sembrava voler prendere tempo.
Ardig non voleva concederglielo.
Mi chiedevo... le ragazze sono tutte maggiorenni, vero? E tutte in regola con i permessi di soggiorno, vero? E nessuna di loro esercita la prostituzione, magari in qualche stanza di sopra dove prima abbiamo sentito degli strani rumori, vero? E ovviamente qui di droga non ne gira, vero? Cosa dice? Faccio accomodare i miei uomini che si stanno annoiando fuori in strada?
Il russo alz le mani in segno di resa.
Venite. Andiamo nel mio ufficio.
Lo seguirono dietro la tenda.
Un bodyguard, anche questo palestrato come quello dell'entrata e con l'aria marziale, scambi un'occhiata con il capo, prima di assumere un atteggiamento meno ostile e congedarsi silenziosamente.
Una cameriera, vestita con un micro bikini rosa elettrico, entr portando alcune bottiglie e bicchieri.
Vodka? Porto? Whisky? O siete in servizio e non potete bere?
Diciamo che forse potremmo anche non essere in servizio e non aver visto nulla. Vediamo. Per il momento non beviamo niente.
Mustnyak annu.
Cosa volete sapere?
Lorenzo Orrigoni.
Gli occhi glaciali del russo saettarono da destra a sinistra.
Ho capito. Ho letto che  stato ucciso. Era un nostro cliente. Veniva spesso qui. Spendeva, si divertiva e non creava mai problemi. So che costruiva case e che aveva anche del business in Russia. Che altro volete sapere?
Aveva molti amici tra voi russi?
Penso di s, molti, era uno in gamba, faceva business, money.
E nemici?
No, non che io so, sottoline con accento ancora pi marcato.
E lei sai tutto di quello che succede tra i russi qui a Milano, giusto?
Il russo ingoll un sorso di vodka, prima di rispondere.
Ho buoni amici e tengo le orecchie aperte. E vi dico che Orrigoni non aveva nemici. State cercando nel posto sbagliato.
E lei dove ci suggerisce di cercare?
Non so, davvero. Non so capire perch  stato ucciso.  stato qui qualche sera prima. Non aveva problemi: ha bevuto, si  divertito. Era tranquillo.
Se avesse avuto paura di voi russi non si sarebbe fatto vedere qui...  quello che mi sta dicendo?, lo press Ardig.
S, esatto,  cos. Lui qui era tranquillo.
Se avesse avuto altri nemici avrebbe potuto chiedere aiuto a voi. No?
Io sono solo un business man. Faccio affari, lavoro.
Il capo della Omicidi lo fiss dritto negli occhi, con espressione severa.
Il russo sbott.
Non mi ha detto nulla. OK? Non aveva paura, era tranquillo.  cos, ripet.
Pareva sincero.
Il commissario si alz dalla poltrona.
Attento: se scopro che mi ha tenuto nascosto qualcosa le assicuro che le faccio chiudere la baracca per sempre. Chiaro?
Mustnyak annu ancora, ossequioso.
A proposito... cerchi un buon dentista per il suo buttafuori. E gli insegni l'educazione.
Il direttore del Pussy Pussy deglut nervoso, senza rispondere.
Uscendo incrociarono una ragazza totalmente nuda, con un boa di struzzo viola sulle spalle come unico indumento, oltre ai soliti sandali-pertica: infil le scale precedendoli, senza pudore e con totale indifferenza, ostentando la sua nudit.
Il sedere, tornito, ondeggiava, mentre saliva di gradino in gradino. Aveva la pelle chiarissima, le gambe lunghe, perfettamente depilate.
Come ti chiami?, domand Ardig, obbligandola a girarsi.
Erano arrivati sul pianerottolo dell'entrata.
Aveva un viso di porcellana, gli occhi verdi e i capelli biondi. Il seno era sodo, con i capezzoli dritti.
Mi chiamo Ana.
Quanti anni hai?
Ventuno.
Ci faresti compagnia? Andiamo di sopra? Paghiamo bene.
La ragazza sorrise docile.
Adesso non posso - rispose con un buon italiano - ho altro cliente che mi aspetta sopra. Se tu aspetti un'ora poi ci vediamo.
Facciamo un'altra volta, la conged il poliziotto.
Uscirono e si accesero una sigaretta.
Se serviva una conferma..., comment amaro Santoni.
Dobbiamo far chiudere questo posto, il prima possibile. Avverti tu i colleghi della Buoncostume, rispose di getto.
Tornarono verso l'auto.
Fece segno a Pinton di sfilare le manette all'ammaccato buttafuori, con il labbro gonfio e tumefatto per il colpo ricevuto.
Questa la teniamo noi, precis Ardig, sventolandogli la lama sequestrata.
Ora puoi tornartene nella tua cuccia a fare la guardia.
...
.
...
9. Milano, 17 giugno 2009.
...
.
...
Maledetto Malerba.
Ardig imprecava pensando all'amico giornalista, che probabilmente stava dormendo, sereno e soddisfatto, dopo aver piazzato il suo ennesimo scoop.
Nonostante il carattere, solitamente freddo e distaccato, il giovane poliziotto era nervoso e stanco.
La spedizione notturna al Pussy Pussy si era rivelata inconcludente, come del resto aveva temuto fin dall'inizio.
Era andato in quella specie di bordello per nuovi ricchi russi, e soliti puttanieri italiani, soltanto per fugare ogni dubbio e avere la certezza che la pista da seguire per fare luce sul delitto Orrigoni non fosse quella che portava agli affaristi o malavitosi russi.
Si impose di resettare per tornare a concentrarsi sui tanti impegni quotidiani. Lo attendevano audizioni di esperti e testimoni, quindi le solite riunioni. Tradotto, almeno una quindicina di ore di lavoro.
La sua giornata sarebbe stata terribilmente lunga. E la mattina era iniziata nel modo peggiore possibile, con la lettura dell'articolo di Malerba.
La descrizione esauriente delle fattezze del presunto assassino, fornita da un anonimo testimone citato pi volte dall'avventato cronista, aveva messo in seria difficolt il commissario e il sostituto procuratore Perilli. Ovvio pensare che fosse stato uno di loro a lasciarsi sfuggire qualche indiscrezione di troppo con il pressante giornalista. Altro che anonimo testimone...
C'era il rischio che qualcuno si ritrovasse a dover rispondere di questa inopportuna fuga di notizie.
Eppure non era questo ad angustiare l'investigatore.
Il suo cruccio era un altro: Malerba dove aveva raccolto notizie cos precise?
Escluse il magistrato: troppo zelante, troppo pignolo, troppo timoroso di commettere un errore in un'inchiesta cos delicata.
Fuori dalla lista dei sospetti anche i suoi uomini. Su di loro era pronto a mettere la mano sul fuoco, senza correre il rischio di finire bruciato come Muzio Scevola. Erano tutti fidati e dotati di sufficiente buon senso per non lasciarsi andare a confidenze scriteriate. E poi conoscevano tutti molto bene Malerba e sapevano come evitarlo.
Restava la risposta pi banale e semplice. L'anonimo testimone forse c'era davvero: poteva essere proprio uno dei sorveglianti del garage di via Pisani.
Valut se chiamare Malerba, ma immediatamente intu che sarebbe stato inutile: si sarebbe trincerato dietro al segreto professionale, supportato magari da quell'avvocatessa, la Romeo, tanto carina quanto dura e competente, che lo aveva scortato nel precedente interrogatorio.
Non ne avrebbero cavato nulla.
Piuttosto, pi ci ragionava e pi si convinceva che l'anonima fonte potesse essere proprio uno dei custodi del parcheggio.
Decise di convocarli in tempi stretti, gi in tarda mattinata. Li avrebbe ascoltati insieme a Perilli.
Prima, invece, avrebbe visto il professore di storia milanese rintracciato dai suoi collaboratori.
Il cellulare di Malerba inizi a squillare mentre il giornalista stava facendo stretching sul bordo di una panchina, dopo aver corso per una quarantina di minuti nel verde di Parco Sempione.
Era fradicio di sudore eppure, nonostante i 30 gradi di temperatura, e l'elevato tasso di umidit che caratterizzava l'estate milanese, avvertiva comunque dei brividi di freddo per via dell'ombra che rinfrescava la sua pelle cos accaldata.
Il numero era anonimo.
Rispose con aria seccata.
Eccomi.
Dottor Malerba? Buongiorno.  la segreteria della redazione di Porta a Porta. Posso passarle il direttore?
Per un istante, uno solo, Federico pens a uno scherzo.
Accett ugualmente la richiesta. Per qualche secondo una musichetta metallica gli tenne compagnia.
Esimio collega, buongiorno. E sinceri complimenti.
La voce sembrava proprio quella di Vespa.
Spero di non disturbarti, prosegu con tono educato e gioviale il popolarissimo conduttore.
Ciao direttore, figurati. Nessun disturbo. Come posso aiutarti?, rintuzz Malerba, con il tono pi professionale e distaccato di cui era capace.
Vengo subito al sodo: stasera sono in diretta, dalle 22,50. Parleremo dei gialli dell'estate. La riapertura del caso dell'Olgiata, il delitto di Perugia e quello di Garlasco. E ovviamente degli ultimi omicidi avvenuti a Milano. Mi chiedevo se, compatibilmente ai tuoi impegni professionali, volessi essere dei nostri, chiese Vespa.
Federico avrebbe voluto esultare come Tardelli dopo il gol alla Germania, ma rimase impassibile e professionale.
Volentieri. Posso essere a Roma gi nel tardo pomeriggio.
Ah... stupendo. Comunque non occorre che tu ti prenda tutto questo disturbo. Mi accontento di averti in collegamento da Milano, dagli studi di corso Sempione, rispose Vespa, ignorando che il suo ospite si trovasse in linea d'aria a meno di un chilometro dalla famosa sede milanese della Rai.
Il reporter milanese ci rimase male, pur non obiettando nulla.
Bene, siamo intesi. Ti faccio richiamare pi tardi dai miei collaboratori che ti forniranno tutti i ragguagli per la puntata. A stasera.
Terminata la telefonata Federico si sedette su una panchina per assaporare pienamente la splendida notizia ricevuta.
Qualche istante di godimento puro. Quasi un orgasmo.
Poi una scossa elettrica interiore lo riport alla realt: doveva organizzarsi per la serata. Aveva pianificato di contattare il professor Monti per sottoporgli quella pergamena che aveva recuperato alla Colonna del Diavolo.
A questo punto avrebbe cambiato i programmi.
La pergamena poteva attendere.
Si avvi verso casa, armeggiando con il cellulare.
Doveva chiamare in redazione.
Poi avrebbe avvertito sua madre.
E naturalmente Lucrezia, anche se poteva farlo solo via email, non avendo il suo numero di telefono.
Aveva chiesto al giornale l'intera giornata libera per potersi riposare e preparare in vista della puntata serale di Porta a Porta.
Era destino, per, che il riposo saltasse. Poco dopo le 13, infatti, sul telefonino era arrivato un sms anonimo. Criptico e sibillino come quello precedente.
Troverai le risposte alle tue curiosit dove viene ricordato colui che non trem neppur nell'udire che sul rogo lo avrebbero bruciato.
Quasi un'ora dopo Malerba stava riordinando le idee.
Con un certo ottimismo. Forse era riuscito a risolvere il rebus, inesplicabile dopo la prima lettura.
Come sempre aveva dovuto ricorrere al fondamentale aiuto offerto dalla rete.
Non ne aveva la sicurezza, tuttavia, da quel che aveva scoperto, chi non trem neppure davanti a una notizia cos terribile, quale la condanna a morte sul rogo, poteva essere Giordano Bruno, il religioso arso vivo nel 1600, in piazza di Campo dei Fiori, a Roma, con l'accusa di eresia.
S, poteva proprio essere lui che, di fronte agli accusatori dell'Inquisizione, aveva avuto il coraggio non soltanto di non abiurare le proprie idee, pur sapendo cos di andare incontro a una morte terribile, ma addirittura di rispondere ai giudici dopo la sentenza, indirizzando loro una frase quasi beffarda: Forse tremate pi voi, o giudici, nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla.
Probabilmente aveva risolto l'enigma, si ripeteva, confortato dal fatto che al filosofo e pensatore accusato di eresia la citt di Milano, nel 1907, aveva addirittura dedicato una lapide, collocata in piazza Mentana.
Malerba rifletteva.
Piazza Mentana, proprio a due passi da Sant'Ambrogio.
Una coincidenza che rafforz la sua convinzione.
Aveva risolto il rebus.
Stava andando a recuperare la seconda pergamena.
I custodi del garage arrivarono al commissariato di piazza San Sepolcro tutti insieme. Un piantone, insieme a Santoni, li fece accomodare nella saletta di attesa.
Per primo ascoltarono il responsabile del turno, Di Staso, con cui Ardig aveva gi avuto un colloquio, abbastanza esauriente, proprio nelle ore successive al delitto Orrigoni, direttamente nel garage.
Gli mostrarono alcuni fotogrammi delle riprese del circuito chiuso, riguardante il traffico di alcuni veicoli, quindi gli sottoposero i nastri dove era stato immortalato il probabile assassino, con il suo inquietante travestimento.
Ormai, dopo l'articolo di Malerba, tutta Milano sapeva che a commettere il delitto era stato un mostro con un mantello nero, una spada gigantesca e un volto luciferino.
Pertanto non aveva pi alcun senso mantenere il segreto su questi particolari.
Il sorvegliante sobbalz vedendo le immagini, senza esprimere alcun commento.
Fu Ardig, sotto lo sguardo attento del magistrato Perilli, a illustrare la sua possibile ricostruzione, ovvero che l'assassino aveva raggiunto le scale pedonali direttamente dallo scivolo che si snodava tra un piano e l'altro, dove erano situate le porte di sicurezza.
Di Staso annu convinto e convincente.
Pu essere andata cos, altrimenti ce ne saremmo accorti di sicuro. Eravamo in tre e qualcuno avrebbe visto qualcosa, di sicuro.
Dall'abitazione di Malerba, in via Vincenzo Monti, occorrevano meno di venti minuti, a piedi, per raggiungere piazza Mentana.
Federico arriv intorno alle 14,30, quando sulle poche panchine disseminate intorno alla statua, dedicata ai caduti nella battaglia risorgimentale combattuta nell'omonimo comune laziale nel 1867, c'erano ancora alcuni impiegati dei tanti uffici situati nelle vie circostanti, che ultimavano la pausa pranzo con un gelato preso nel vicino bar.
La lapide dedicata a Giordano Bruno era sul lato opposto rispetto a quello da cui era arrivato.
Attravers la piazza e si port sotto la lapide, di un colore verdaceo tendente al blu.
Osserv la scritta in carattere nero, a stampatello.
GIORDANO BRUNO
BANDITORE AUDACE DI ALTISSIMI E SECONDI VERSI
MAESTRO DI LIBERT IN SECOLO NEFANDO
PER DOPPIA TIRANNIA DI PRINCIPATO E DI CHIESA
ASCESE IMPAVIDO IN ROGO
IL XVII FEBBRAIO MDC
IL POPOLO CHE RICORDA E SPERA
CCCVII ANNI DOPO LA SUA MORTE
SCOLPISCE IL NOME DEL MARTIRE
PER AUSPICIO DI GIORNI MENO INDEGNI DI LUI
Rimase perplesso a rimuginare sul significato di quelle parole, scoprendo, tutto sommato, di condividerle.
Giuste o sbagliate che fossero le teorie di Bruno erano solo teorie e, come tali, dovevano poter essere esternate liberamente. Senza il timore di finire imprigionato o addirittura arso vivo.
Aveva sempre considerato Bruno un eretico, un visionario, un filosofo come altri: mai lo aveva guardato sotto l'ottica del martire, di uno di quei tanti uomini che, con coraggio e incoscienza, avevano sacrificato la propria vita in nome delle loro idee e della libert di professarle e sostenerle.
La digressione gli aveva fatto perdere di vista l'obiettivo principale della sua caccia al tesoro.
Cominci a guardarsi intorno.
Non vedeva in giro nessun rotolo o pezzo di carta.
Cerc un cestino: ne individu uno a circa quattro metri dalla lapide. Si diresse a colpo sicuro.
Infil la mano e inizi a ravanare tra le cartacce.
Lo trov immediatamente, identico a quello che aveva rinvenuto in Sant'Ambrogio.
Un papiro giallo, in carta pregiata, chiuso da un cordino nero.
Avrebbe voluto aprirlo e leggerlo subito, ma si impose di attendere. Lo mise in tasca e and verso la fontanella per lavarsi la mano destra con cui aveva razzolato tra cartacce, cicche e via dicendo.
Uscito Di Staso, nell'ufficio di Perilli entr Luciano Siviglia. Un ragazzotto di 26 anni, chewingum in bocca, brillante al lobo sinistro, tatuaggio tribale sull'avambraccio destro e capelli ingellati.
Si mostr ampiamente collaborativo e sveglio, pur non riuscendo a fornire alcun elemento utile alle indagini.
Aveva ammesso, senza troppi giri di parole, di non aver guardato frequentemente il monitor in quel pomeriggio.
Comprensibile, considerando che il suo principale compito, stando all'uscita del parcheggio, era quello di azionare il meccanismo di sollevamento della sbarra.
Tuttavia fu abbastanza deciso nel ribadire di non aver notato nulla di sospetto tra i tanti veicoli transitati in quel caldo pomeriggio.
La frase era corta ed enigmatica come quella contenuta nella prima pergamena:
Per toglierlo alle brighe in cui era avvolto, l'accolse
nel suo palazzo. Ne ottenne gratitudine? Non troppa.
Un'ondata di calore sal dal basso diramandosi fino alle tempie. Ancora una volta non era in grado di attribuire un significato a quelle sibilline parole.
Per non aveva dubbi: i due messaggi erano certamente collegati.
Al marchese Acerbi e agli omicidi avvenuti a Milano.
Anche questo secondo messaggio, infatti, gli era stato recapitato a pochi giorni di distanza da un delitto.
Forse l'Acerbi aveva dato assistenza e persino ospitalit all'Orrigoni?
Era questo il senso di quelle poche parole?
Difficilmente da solo sarebbe venuto a capo di questo enigma.
Aveva bisogno d'aiuto.
Compose il numero del professor Monti.
Imbattersi in lui era stato come vincere al SuperEnalotto.
Come avrebbe fatto in queste settimane senza le sue indicazioni?
Era il suo Diogene, con la sua lampada di conoscenza faceva luce in tutti gli angoli bui dove Malerba, avvalendosi soltanto di Internet, non avrebbe mai potuto scovare del materiale per i suoi sempre pi apprezzati scoop.
Il cellulare suonava libero, per fortuna.
Professore, mi perdoni se la tormento. Come sempre, ho bisogno del suo acume e di attingere dal suo infinito patrimonio di conoscenze storiche per avere chiarezza su una possibile notizia.
Carissimo, che piacere. Lei mi sopravvaluta.  proprio vero che voi giornalisti siete degli affabulatori - rispose ridendo, il docente liceale, prima di aggiungere con tono pi serio - mi dica come posso esserle modestamente d'aiuto.
Il cronista tent di inventarsi una scusa su due piedi: non poteva mettere al corrente il professore, al di l della simpatia e della fiducia che nutriva per lui, del rinvenimento di queste pergamene. Era troppo rischioso.
Sapeva benissimo che, dietro a questa misteriosa caccia al tesoro, c'era qualcuno connesso con gli omicidi.
Un complice. O forse lo stesso assassino.
Avrebbe dovuto raccontare tutto ad Ardig, ma la sua atavica fame di scoop, la sua ingordigia di prime pagine, la sua voracit di avere risalto mediatico, gli impedivano di ragionare a mente lucida.
Tuttavia, e ne era consapevole, stava correndo un rischio enorme. Stava giocando con il fuoco e rischiava davvero di scottarsi le dita.
Non voleva per mollare la presa. E nei bluff era sempre stato bravino.
Professore, la prego di non farmi domande: ho un'altra frase che potrebbe essere collegata a uno degli ultimi omicidi. In questo caso all'omicidio Orrigoni. E forse, come la prima frase, anche questa potrebbe essere riconducibile al marchese Acerbi.
Vediamo se potr aiutarla. La ascolto.
Malerba lesse piano, scandendo attentamente ogni parola.
Il professore rimugin per qualche istante.
Lo sentiva ansimare dall'altra parte dell'apparecchio.
Federico trepidava: doveva prepararsi per la puntata serale di Porta a Porta.
Non poteva, per, non avere quelle risposte che, altrimenti, lo avrebbero tormentato anche durante la trasmissione televisiva.
Dobbiamo andare per semplici deduzioni - si decise a parlare finalmente Monti - e supporre che queste poche parole siano riferibili effettivamente all'Orrigoni. Purtroppo non abbiamo alcun riscontro dalle cronache dell'epoca che possa avallare o confutare questa ricostruzione.
Quindi?, domand Malerba.
Possiamo ritenere che in un momento di difficolt il marchese Acerbi abbia in qualche modo aiutato uno degli Orrigoni, addirittura dandogli ospitalit sotto il suo tetto.
Ospitalit poi non ricambiata, da quel che ha scritto.
Cos possiamo dedurre.
 possibile che sia un riferimento al fatto che gli Orrigoni hanno poi sottratto la propriet del sontuoso palazzo di corso di Porta Romana agli Acerbi. Non crede?
Dipende. Lei  sicuro che questa frase abbia un legame con l'omicidio Orrigoni?
Ne era sicuro. Anzi, ne era abbastanza sicuro.
Una sicurezza basata soltanto sulla cronologia: era stato contattato per recuperare le due pergamene nei giorni successivi agli omicidi Annoni e Orrigoni. E se la prima pergamena era connessa, come sembrava convenire anche Monti, con il primo delitto, conseguentemente anche la seconda doveva esserlo.
Mettiamola cos.  quasi sicuro che ci sia un legame con la seconda vittima.
Monti nicchi.
Ancora una volta, caro Malerba, mi sembra che lei corra davvero troppo con la fantasia.
Me ne rendo conto. Tuttavia..., ribatt il cronista
Ho capito, ho capito. Comprendo la sua foga. Cosa posso dirle?  probabile che la sua ricostruzione sia veritiera. Non si dimentichi, per, che il marchese Acerbi era morto da almeno sessant'anni quando la dimora in questione cambi proprietario.
Non me lo dimentico, professore. Mi  stato come sempre di grande aiuto. Non la tedio ulteriormente.
Sa che per me  sempre un piacere parlare con lei.
Ah... un'ultima cosa: questa sera sono ospite a Porta a Porta. In diretta. Se le andasse di fare le ore piccole e vedermi...
Vivissimi complimenti. Non mancher di guardarla. In bocca al lupo allora.
Si dice in culo alla balena in questi casi. Comunque crepi il lupo!
Per ultimo Ardig aveva volutamente deciso di ascoltare Lo Nigro, il custode pi nervoso e sfuggente durante il primo interrogatorio nel garage il giorno del delitto.
Lo avevano lasciato per oltre un'ora in sala d'attesa, proprio nella speranza di accrescere il suo disagio e la sua apprensione. Obiettivo pienamente raggiunto.
Il custode sembrava gi cotto e bollito: la camicia aderente sulla pelle per il tanto sudore, i capelli spettinati, lo sguardo ostinatamente basso.
Il commissario aveva pianificato con Perilli la strategia da attuare. Lo avrebbe tartassato fin dall'inizio, spaventandolo e confidando nel suo timore nei confronti di un giudice e nella sua ignoranza in materia di leggi.
Signor Lo Nigro ho il dovere di avvertirla che questo  un interrogatorio di Polizia, con tutti i crismi dell'ufficialit. Metteremo a verbale ogni sua dichiarazione, che conserveremo, e di cui lei sar tenuto responsabile. Le  chiaro?
Il testimone rimase silente, con lo sguardo fisso sul pavimento.
Ardig prosegu con tono formale e autoritario: Le sto fornendo queste informazioni in base a quanto disposto dal nostro Codice di Procedura Penale. Le ricordo che stiamo indagando su un omicidio. E lei  tenuto a collaborare. Per legge. Altrimenti, se dovessimo scoprire che ci ha rilasciato dichiarazioni non vere o non complete, dovr rispondere dei reati di falsa testimonianza e di favoreggiamento in omicidio. Ha capito? Mi risponda!.
Perilli lo fulmin con lo sguardo: il commissario stava ampiamente superando i limiti dell'accordo pattuito e, di fatto, stava minacciando il testimone.
Ardig finse di ignorarlo e and avanti.
Le ricordo, infine, che abbiamo gi visionato i filmati delle telecamere dislocate nel vostro garage. Pertanto la invito a non rilasciare dichiarazioni che potrebbero essere smentite dalle riprese video.
Lo Nigro non replic nulla, continuando a tenere la testa bassa.
Allora - intervenne Perilli con tono decisamente pi conciliante - ci dica tutto quello che ha visto quel pomeriggio.
Il sorvegliante, pallido e sudato, sembrava sul punto di collassare. Tent di aprire bocca, ma per qualche istante rimase bloccato, come se le parole facessero fatica a prendere forma e ad articolarsi.
Non... non... mi crederete, farfugli.
A cosa non dovremmo credere? - replic duro Ardig. - Avanti, parli.
Il custode, per la prima volta, alz la testa nella direzione del poliziotto e inizi a parlare.
Forse ho avuto un'allucinazione. Forse ho sognato.
Questa volta Ardig non lo interruppe.
Per... l'ho visto. L'ho visto con i miei occhi. Davanti a me.
Chi ha visto?, lo incoraggi Perilli.
Quello che ha ucciso quel poveraccio. Quel mostro, bisbigli Lo Nigro con un timbro di voce roca e metallica.
Era... era il diavolo. S... era il diavolo. Un mostro, un fantasma, un... me lo sogno ancora di notte. Ho paura di addormentarmi e trovarmelo di nuovo di fronte.
Nella stanza cal il gelo.
Il testimone sembrava sull'orlo di una crisi emotiva: singhiozzava, si contorceva le mani sudate e aveva un respiro affannoso.
Gli porsero un bicchiere d'acqua.
Il custode del parcheggio di via Vittor Pisani bevve qualche sorso.
Sudava copiosamente e tremava.
Era il diavolo, davvero. Non me lo scorder mai pi... Tanto lo so che non mi credete. Ma non sono pazzo. Non sono pazzo.
Si calmi. Le crediamo. Vada avanti per cortesia.
Il tono della voce del poliziotto questa volta era pi rassicurante, ma comunque fermo.
Le telecamere di sorveglianza, del resto, fornivano dei riscontri concreti all'inverosimile racconto del testimone che inizi a calmarsi e riprese a raccontare.
L'ascensore era bloccato da diversi minuti. Mi sono stupito e allora ho preso le scale pedonali, iniziando a scendere piano per piano. Sono arrivato al terzo piano sotterraneo e ho trovato la porta dell'ascensore bloccata con un pezzo di ferro incastrato nel binario dove scorre la chiusura. Ho pensato a uno scherzo di qualche cretino.
La fronte imperlinata di sudore, le mani che stringevano i pantaloni: il sorvegliante si ferm nuovamente, come se faticasse nel ricordare.
Il magistrato lo esort a proseguire.
A quel punto sono sceso fino al quarto sotterraneo e ho aperto la porta del corridoio dell'ascensore e...
Riprese a balbettare.
Per qualche istante nessuno fiat.
 successo tutto in un attimo. Ho sentito dei rumori, ho aperto la porta e... l'ho visto. Mio Dio. Mio Dio... Non lo dimenticher mai. Era tutto nero.
Lo ha visto in volto?, domand il magistrato.
No. Cio... s. Solo che... non aveva una faccia. Era bianco. Era la morte. Era terribile.
Il sorvegliante ricominci a tremare.
Il poliziotto scosse la testa.
Non aveva senso proseguire cos.
Per oggi possiamo concludere, sugger al procuratore. Che annu.
Lo Nigro sembr rinfrancato alla notizia della conclusione dell'interrogatorio. Il suo volto si distese.
Ardig ne approfitt.
Un'ultima cosa, Lo Nigro. Perch ha voluto parlare con quel giornalista, Malerba, prima che con noi?
Il guardiano assunse un'aria stupita.
Che giornalista?
Federico Malerba della Voce Lombarda. Non neghi e non ci faccia perdere tempo:  stato lo stesso Malerba a svelarci di aver parlato con lei, bleff il responsabile della Omicidi.
Il testimone impallid e torn a precipitare nello stato di nervosa agitazione che aveva vissuto durante l'interrogatorio.
Non so di cosa parliate. Non ho parlato con nessuno. Lo giuro, url in tono supplichevole e spaventato.
Il giovane commissario lo fiss negli occhi.
Era terrorizzato, ma sembrava sincero.
Eppure il giornalista a noi ha detto...
 un bugiardo. Non so nemmeno chi sia, mi creda, implor Lo Nigro.
Accetterebbe un confronto faccia a faccia?, prosegu nel suo bluff.
Va bene, anche adesso se volete, rispose di getto Lo Nigro, dando l'impressione di volersi togliere quanto prima quest'ombra di dosso.
Era davvero sincero.
Non c' fretta, magari ne riparliamo tra qualche giorno. Ora vada pure a casa e grazie per la collaborazione, lo conged Ardig, sotto lo sguardo severo di Perilli.
Uscito il teste il magistrato si rivolse al commissario.
Non posso avallare il suo comportamento. Ha trattato il testimone in maniera irriguardosa, arrivando persino a minacciarlo. Non approvo per nulla questi metodi, lo rimprover il sostituto procuratore.
Non avevo alternative. E in fin dei conti questo metodo, che ammetto  stato duro, ha dato i suoi frutti: il testimone ha raccontato tutto quello che sapeva ed  stato sincero. Anche su Malerba.
Il sostituto procuratore gesticol con una mano.
Poi cambi tono. E discorso.
Dunque non  lui la fonte anonima.
Chi? Lo Nigro? No, direi di no. Malerba comunque ci deve delle spiegazioni. Direi di convocarlo nuovamente domani se  d'accordo. E vedr che sar duro anche con lui, concluse Ardig.
Ecco... cos ci ritroviamo tutti il giorno successivo sul giornale. Lasci perdere e segua il mio consiglio: si beva una camomilla, ne ha bisogno.
Questa volta fu il commissario a ignorarlo senza reagire.
Il magistrato usc senza salutare.
Ardig rimase solo a rimuginare: in effetti era nervoso, teso, stanco. Si impose di rifiatare, almeno mentalmente.
Malerba arriv nella sede Rai di corso Sempione direttamente a piedi. Da casa sua c'era solo qualche centinaio di metri.
Si present con oltre un'ora di anticipo. Lo avevano convocato per le 22, ma lui era gi l intorno alle 20,50.
Gli uscieri lo fecero attendere per una ventina di minuti in portineria, finch venne ad accoglierlo una ragazza sui trent'anni, magra, mora, con la coda di cavallo, in maglietta bianca, gonna di jeans e, al posto dei sandali, zoccolini di legno stile dottor Scholl.
Sono Petra - esord dandogli subito del tu - ti accompagno su, in sala trucco. Vuoi un caff prima? Il cronista accett di buon grado. Dopo venti minuti di attesa aveva bisogno di chiacchierare e scaricare la tensione.
Petra era indubbiamente molto carina, anche se ormai la sua testa era tutta per Lucrezia che, per, non aveva risposto alla sua email.
Chiss se lo avrebbe guardato. Probabilmente no.
A distoglierlo dai suoi ragionamenti fu la voce di Petra.
Leggo spesso i tuoi articoli. Complimenti, sei davvero molto bravo.
Ti ringrazio.
Vorrei fare anch'io la giornalista.
Di cosa ti occupi qui?
Faccio un po' di tutto. Sono una sorta di segretaria di redazione. Contatto gli ospiti, li accolgo, li accompagno al trucco e dai fonici, controllo che sia tutto pronto per le trasmissioni. Per ora mi accontento, anche se spero di fare il grande salto e diventare autrice.
Soltanto in quel momento Federico si accorse che la ragazza lo scrutava con aria interessata.
Prima Patrizia, ora Petra.
Le occasioni, favorite indubbiamente dal successo professionale e da questa nuova esposizione mediatica, adesso non mancavano.
Ma lui puntava pi in alto: voleva l'avvocato Romeo.
Voleva Lucrezia, voleva fare gli scoop, voleva andare in tiv ed essere intervistato da Vespa...
Voleva troppo. Voleva tutto.
Finirono il caff e Petra lo accompagn in sala trucco.
Nell'ufficio della centralissima sede del Commissariato zona Centro Storico della Polizia di Stato, nella discreta piazza San Sepolcro, Ardig stava tenendo l'ormai consueta riunione serale con i colleghi al termine di una lunga giornata di audizioni e interrogatori.
Santoni stava riferendo dell'esito del controllo sui possibili discendenti degli Acerbi.
Tra Milano e provincia ci sono almeno un centinaio di Acerbi e se estendiamo la ricerca all'intera regione ne troviamo il doppio. E ne risultano tanti anche in Emilia, soprattutto nella zona di Ferrara e Ravenna, l'area dalla quale proveniva lo stesso marchese.
Peggio di quanto mi attendessi, biascic deluso il commissario.
Ho controllato il casellario giudiziario. Ci sono pochissimi Acerbi tra gli schedati e nessuno sembra avere un profilo interessante. I pochi menzionati risultano indagati o condannati per reati amministrativi. Nessun assassino, nessun rapinatore. Almeno tra i vivi.
E il palazzo di Porta Romana? Hai saputo qualcosa?, chiese Ardig.
Oggi si chiama Palazzo Volpi-Bassani e appartiene al Comune. Dopo il passaggio dagli Acerbi agli Orrigoni ha avuto diversi proprietari, fino ai Bassani che nel 1840 lo avevano trasformato in un lussuoso albergo. Sinceramente non mi pare ci sia altro da segnalare, tagli corto Santoni.
Velluti, invece, in mattinata era stato al funerale di Orrigoni. Questa volta, a differenza che per l'ultimo saluto ad Annoni, c'era una folta presenza di partecipanti.
Almeno pi di un centinaio di persone.
Molti erano manovali o tecnici che avevano lavorato o lavoravano alle dipendenze della Orrigoni Costruzioni srl.
Tra i presenti spiccavano anche le figure di alcuni politici lombardi o milanesi: consiglieri comunali, provinciali e regionali che avevano intrattenuto rapporti professionali con il defunto.
A sorpresa erano presenti anche alcuni russi, facilmente individuabili nella mischia, per via dei lineamenti marcati e degli occhi chiari. Complessivamente, comunque, non c'era nulla di interessante da rilevare.
Erano passate le 22 ed erano tutti piuttosto stanchi.
La giornata era stata piuttosto lunga.
Le audizioni e gli interrogatori avevano prosciugato quasi tutte le energie del commissario: avrebbe voluto staccare la spina per qualche minuto, fumarsi una sigaretta e fare due passi con il fresco della sera.
Una telefonata del centralino della portineria lo costrinse a cambiare i programmi.
Il professor Dario Vanner era l sotto e chiedeva di lui.
Ordin al piantone di farlo salire.
Finalmente, sbuff.
Sentirono bussare discretamente alla porta.
Avanti, grid Ardig per farsi sentire.
Un secondo dopo, davanti al responsabile della squadra Omicidi della Mobile di Milano, si materializz la figura di un uomo vicino alla cinquantina, piuttosto alto, di corporatura esile.
Aveva un aspetto nordico, quasi scandinavo, con una capigliatura folta, liscia, tendente a un curioso bianco candido contaminata da qualche residuo riflesso di quello che una volta era stato un biondo chiaro, e occhi verdi-grigi, che emanavano una luce anomala, risaltando su un volto ovale, pallido se non spettrale, per via della pelle chiarissima, quasi di ceramica, e di qualche ruga profonda che solcava la fronte.
Un curatissimo pizzetto, molto fine, di un colore simile alla birra, incorniciava, quasi inquadrandola, una bocca sottile e lunga.
Sono Dario Vanner, si present con voce scandita, pacata, profonda. Da attore teatrale.
Ardig continu a squadrare il nuovo arrivato.
Nel complesso aveva un aspetto inquietante.
Indossava un completo leggero, di cotone, nero: sotto aveva una polo di marca, nera anche quella, come le scarpe.
Se avesse sfoggiato qualche simbolo religioso lo si sarebbe potuto scambiare per un sacerdote.
Benvenuto, prego, si accomodi pure, lo accolse il commissario.
L'aspettavamo con ansia. Ci  stato garantito che lei  il massimo esperto in circolazione in materia di criminologia legata al fenomeno del satanismo.
Il nuovo arrivato sorrise enigmatico.
Ho collaborato con i vostri colleghi della Questura di Bologna nelle indagini sui Bambini di Satana. Ho aiutato i colleghi di Varese durante le indagini sulle Bestie di Satana qualche anno fa. E quotidianamente monitoro l'universo dei gruppi esoterici a Torino che, come saprete,  la capitale della magia nera e dell'occultismo.
La voce era cristallina, le parole marcate.
Era un uomo di fascino e di carisma: lo sguardo freddo e la luce emanata dai suoi occhi, per, gli attribuivano un'aurea particolare, quasi inquietante.
Per un attimo, forse per la prima volta da quando era iniziata questa assurda storia, Ardig rivolse il suo pensiero al marchese Acerbi, scomparso quasi quattro secoli prima, e prov a immaginarselo: per qualche istante il viso glaciale e statuario di Vanner and a sovrapporsi con la lugubre figura del Diavolo di Porta Romana, con il suo completo sempre nero.
Ecco, era proprio cos che immaginava il bizzoso e austero nobile seicentesco, con la sua alterigia e l'alone di mistero che lo circondava.
Si stava lasciando prendere dalla fantasia. Scacci quell'immagine e torn istantaneamente alla realt.
Avr gi avuto modo di vedere il materiale che le abbiamo inviato, abbozz Ardig, consapevole del fatto che Vanner era gi accuratamente e dettagliatamente informato su cosa stava bollendo in pentola.
Abbiamo un assassino che va in giro per Milano a sventrare la gente con uno spadone spuntato fuori da chiss dove. E tutto quello da cui possiamo partire - ironizz Ardig - sono una tomba profanata, due vittime che hanno per cognome proprio quello di due nemici giurati dell'irascibile signore, il cui sonno eterno  stato disturbato, e alcune stampe riproducenti un quadro cinquecentesco ritoccato. E abbiamo pochissimo tempo a disposizione. Il nostro assassino, o i nostri assassini, potrebbero tornare a colpire immediatamente.
L'esperto di occultismo serr gli occhi, lasciando aperta solo una sottile fessura.
Intanto diamoci del tu, visto che dovremo lavorare insieme, propose.
Con piacere, concluse Ardig.
Vorrei esaminare con maggiore attenzione tutti i vostri incartamenti relativi sia alla profanazione della tomba del marchese Acerbi che ai primi due delitti. Lo far questa notte stessa, considerando che il tempo a nostra disposizione  davvero pochissimo. Vi anticipo che ritengo, infatti, che entro breve avremo un terzo delitto, vaticin con sicurezza il criminologo.
Ardig lo osserv con un certo stupore.
Lasciatemi studiare queste carte. La notte dormo pochissimo. E riesco a sfruttare al massimo la concentrazione. Rivediamoci qui domani mattina, anche alle 8 se volete.
Perfetto, tagli corto, con tono scettico, Ardig.
Alla fine la trasmissione fu a dir poco deludente.
Per Malerba, ovviamente.
In studio, a Roma, c'erano ben nove ospiti - tra psicologi, ex giudici, giornalisti, parlamentari, rigorosamente di entrambi gli schieramenti - che si accapigliavano per prendere la parola e sbraitavano, non si sa a quale titolo.
C'era persino un'attrice slovacca, bionda, bellissima e tirata al massimo, invitata soltanto perch, recentemente, in una fiction Rai, aveva interpretato proprio un magistrato che indaga su un serial killer.
Un escamotage per aumentare l'audience mostrando due gambe chilometriche e una scollatura da vertigine.
E come se non bastasse, in collegamento da Perugia, c'era pure un giornalista umbro che aveva seguito il delitto di Meredith Kercher.
E cos Malerba aveva parlato s e no per tre minuti, nella seconda parte di trasmissione, dopo mezzanotte, quando ovviamente il pubblico sintonizzato cala drasticamente.
Lasci lo studio televisivo piuttosto deluso.
Non lo consol neppure il biglietto da visita con tanto di numero di cellulare che Petra gli consegn prima di salutarsi.
Usc dalla sede Rai e si incammin verso via Massena.
L'una era passata da una decina di minuti.
Riaccese il cellulare e in pochi secondi fu sepolto di sms.
Colleghi del giornale, amici, conoscenti.
Tutti quelli che lo avevano guardato in tiv avevano pensato bene di scrivergli per complimentarsi e commentare.
Inizi a eliminare gli sms a cui non avrebbe risposto.
Impieg quasi dieci minuti ad aprire tutti i messaggini.
Per ultimi lasci quelli provenienti da numeri che non conosceva.
Il primo era del solito Carlo Restelli, che doveva avere almeno una decina di numeri diversi.
Lo cancell senza alcun riguardo.
Il secondo era del professor Monti, che si complimentava per la sua sintesi efficace.
Anche lui gli scriveva da un numero che non conosceva.
Archivi l'sms nella memoria del telefono ripromettendosi di rispondergli pi tardi.
Il terzo era di un numero Vodafone. Lo apr.
Di solito la sera vado a letto presto. Stasera ho fatto un'eccezione. Non hai avuto molto spazio, ma mi sei sembrato convincente e telegenico. Ora hai il mio numero. Notte. Lucrezia.
Federico improvvisamente ritrov il buonumore: si sentiva pi euforico di quando, dodici ore prima, aveva parlato con Bruno Vespa...
...
.
...
10. Milano 18 giugno 2009.
...
.
...
Il trillio del campanello gli perfor le orecchie, destandolo di soprassalto. Interrotto nel sonno pi profondo Malerba faticava a svegliarsi.
Per qualche secondo pens fosse la sveglia - che in genere suonava dopo le 9 - riposta sul comodino.
La afferr istintivamente rendendosi conto che il fastidioso rumore non arrivava da l. Era il citofono.
Anzi no: era un suono pi tradizionale e meno meccanico. Era il vecchio campanello della porta.
Qualcuno stava suonando o meglio stava tenendo il dito pigiato sull'interruttore a giudicare dall'intensit del frastuono.
Il giornalista balz di scatto e accese la luce della camera da letto guardando sull'orologio da parete: segnava le 4,12.
Chi diavolo era a quell'ora del mattino? Un vicino?
Forse era successo qualcosa, forse qualcuno stava male. O un incendio?
Infil una canottiera nera che teneva su un armadietto vicino al letto e si avvi verso la porta. Scalzo e silenzioso.
Accese la luce del corridoio.
Soltanto nell'istante successivo il rimbombante trillo termin.
Fece ancora qualche passo, giunse alla porta e, con cautela, accost l'occhio allo spioncino.
Il pianerottolo era buio.
Rimase per qualche istante fermo, a fissare l'oscurit.
Non c'era nessuno: il silenzio, per, era rotto da un rumore di passi che si allontanavano sempre pi velocemente.
Qualcuno stava scendendo dalle scale. E in fretta.
Un istante dopo, Malerba sent il pesante portone d'ingresso sbattere: qualcuno era uscito in strada.
Fu tentato dall'andare sul balcone per guardare la strada sottostante, ma si rese conto che sarebbe stato inutile: i rami degli alberi impedivano quasi interamente la vista del marciapiede, perci non avrebbe potuto notare nulla.
Torn a osservare dallo spioncino.
Niente, il pianerottolo era al buio, la luce delle scale era spenta e regnava il silenzio assoluto.
Cosa stava succedendo? Chi si era preso la briga di venire fino al suo uscio, al terzo piano, per suonargli il campanello e tirarlo gi dal letto? Uno scherzo? O qualcos'altro?
Rimase acquattato dietro la porta, a domandarsi che fare.
Nel frattempo stava provando a ricostruire l'accaduto.
Probabilmente ad avergli suonato era stata la stessa persona che poi se ne era andata rapidamente gi dalle scale.
Ma perch? Che senso aveva tutto questo?
Possibile che nessuno nel condominio si fosse svegliato?
Riprese a guardare dallo spioncino: niente di niente.
Soltanto in quel momento si accorse di una fioca luce che, presumibilmente, proveniva dal basso.
Difficile capire di cosa si trattasse.
Sent un brivido corrergli lungo la schiena.
Aveva paura e non sapeva cosa fare.
Rest per un paio di minuti accucciato dietro la porta, sbirciando di tanto in tanto dallo spioncino.
Niente, le scale rimanevano silenziose e buie, salvo per quella tenue luce che saliva dal basso.
Nessun rumore, nessun segno di vita. Come d'altronde era normale che fosse alle 4 di mattina.
L'unica anomalia era rappresentata da quella fioca luce che si intravedeva tremolante.
Si chin a terra per cercare di guardare da sotto la porta.
Avvert una sensazione di calore e uno strano odore, quasi gradevole.
Decise che doveva rischiare.
Si infil un paio di bermuda e le scarpe da tennis per garantirsi maggiore mobilit. Quindi and in cucina e afferr il coltellone da macellaio con cui tagliava le bistecche.
Mise la catenella interna alla porta, per assicurarsi che nessuno potesse fare irruzione, e lentamente apr di quel tanto che poteva: una ventina di centimetri.
Intravide una scena surreale: un grosso cilindro nero emanava un chiarore da sopra il suo zerbino. Mise bene a fuoco la scena: era una candela scura, anzi un candelone, di quelli che si usano in chiesa.
Rest a fissare l'oggetto scuro, fumante, senza azzardarsi a mettere fuori la mano.
Sulle scale regnava il silenzio.
Lasci trascorrere qualche istante. Ancora silenzio.
Alla sinistra della candela not un contenitore, anch'esso scuro.
Attese ancora un attimo, poi con una mossa fulminea infil fuori la mano destra, urt il cero facendolo cadere sul pianerottolo e afferr saldamente il contenitore, ritraendo la mano.
Un secondo dopo richiudeva la porta.
Tir un sospiro di sollievo.
Ricordava una scena di un film di Dario Argento - forse Tenebre o Suspiria - in cui la malcapitata vittima, una donna asserragliata in casa, allungava una mano armata di pistola fuori dal suo nascondiglio e l'assassino con un'accetta gliela troncava.
A lui, per fortuna, non era capitato.
Sempre accovacciato con la schiena alla porta, come se fosse stato in una trincea, tast la scatola appena recuperata.
Era un normale contenitore di plastica, abbastanza leggero, un chilo, pi o meno, contenente qualcosa al suo interno: facendolo oscillare sent il contenuto ondeggiare e sbattere contro le leggere pareti.
Controll che la porta fosse completamente chiusa con tutte le sue serrature, riguard ancora dallo spioncino soltanto per avere la conferma che nelle scale continuassero a regnare un buio quasi totale - nonostante il cero che, seppur caduto, si stava consumando sul pavimento del pianerottolo emanando una luce fioca - e il silenzio.
Si avvi in cucina con il misterioso contenitore.
Lo appoggi sul tavolo e inizi a esaminarlo sommariamente.
Poteva contenere qualche pericolo.
Una polvere tossica, un esplosivo, chiss forse persino un serpentello velenoso, perch no?
Qualche annetto prima aveva letto un libro in cui il killer inviava alla sua vittima un pacco contenente un micidiale serpente esotico, pronto a saltare fuori come una molla per addentare la mano dell'incauta malcapitata nel momento in cui il coperchio veniva sollevato.
Doveva prendere ogni possibile precauzione.
Spalanc tutte le finestre, indoss i guanti che utilizzava per lavare i piatti e appoggi la scatola sotto il rubinetto che scrosciava acqua gelida.
Se all'interno ci fosse stato dell'esplosivo o qualche polvere venefica l'acqua avrebbe neutralizzato la minaccia.
Si sentiva ridicolo e paranoico: non era Diabolik e nemmeno James Bond.
Eppure se qualcuno si era presentato in piena notte davanti alla sua porta di casa per lasciargli quella scatola ed era poi fuggito una ragione doveva esserci.
La scatola era sommersa dall'acqua, nel lavello che rischiava di tracimare.
Lasci scorrere l'acqua fredda, ormai penetrata anche all'interno dell'involucro, prese il coltello e delicatamente lo infil sotto il coperchio esercitando una leggera pressione, mentre con l'altra mano teneva ferma la scatola.
L'adrenalina e la tensione non gli facevano nemmeno sentire il freddo dell'acqua gelida.
Il coperchio inizi a sfilarsi lentamente.
La scatola si apr: dentro c'era un panno scuro, avvolto a mo' di fagotto. Lo prese: la stoffa era fradicia, ma i due cordini che lo tenevano unito non si erano allentati.
Fece sgocciolare l'acqua poi inizi ad aprirli: i nodi erano fatti bene, non riusciva a scioglierli.
Prese le forbici e li tagli.
Appoggi il fagotto nel lavello ormai svuotato e lo apr delicatamente.
C'erano dei pezzi di legno e di metallo dentro.
Li prese e solo in quell'istante si accorse che si trattava di un piccolo crocifisso spezzato.
Ripose i pezzi nel sacchetto, che mise sul tavolo.
Erano le 4,35.
Di dormire ormai non se ne parlava pi.
Prese il cellulare e inizi a scrivere freneticamente un sms: Bruno,  successa una cosa grave, appena ti svegli e leggi questo mess chiamami.  importante. Davvero. Federico.
Digit il numero di Ardig e clicc invio.
Nemmeno due minuti dopo il cellulare prese a vibrare.
Bruno, grazie, rispose prontamente Malerba.
Cos' successo?
Qualcosa di strano. Non so dirti.
Quando? Dove?
Poco fa. Qui a casa mia. Mi hanno lasciato un pacco sullo zerbino. Dentro c'era un crocifisso spezzato.
Un crocifisso spezzato?
S, un crocifisso spezzato.
Ardig drizz istantaneamente le antenne.
Hai detto un crocifisso spezzato. E che altro?
Niente.
Nient'altro?
No, niente. O meglio s, c'era una candela.
Nera?
S - rispose stupito il cronista - come fai a saperlo?
Te lo dico dopo. Barricati in casa. Sono da te tra mezz'ora. Ti telefono quando sono davanti al portone cos mi apri con il citofono. Mi raccomando, non aprire la porta per nessuna ragione.
OK, ti aspetto.
Mezz'ora dopo Ardig saliva per le scale.
Cauto e guardingo.
Pistola in mano e giubbotto anti proiettile addosso.
Alle sue spalle due agenti, altrettanto equipaggiati, lo seguivano. Avevano chiamato l'ascensore bloccandolo al piano terra dopo averlo ispezionato.
Malerba osservava dallo spioncino.
La scale erano illuminate. Sentiva i passi avvicinarsi.
Il commissario si ferm sul suo piano, dove inizi a esaminare la cera nera, ancora calda, lasciata dalla candela ormai sciolta: i due agenti proseguirono fino all'ultimo piano, poi ridiscesero. Non avevano trovato nulla.
Solo a quel punto Ardig suon il campanello: Federico apr sollevato.
Si spostarono in cucina dopo aver richiuso la porta.
Un agente rimase sul pianerottolo, l'altro ritorn al portone d'ingresso.
Senza dire una parola Malerba si rec ai fornelli, dove accese il gas sotto alla caffettiera che aveva gi preparato nell'attesa: Ardig intanto inizi a esaminare il contenuto del sacchetto senza toccare niente.
Per un minuto nessuno disse nulla.
Che significa?, domand il giornalista indicando il crocifisso.
Non  uno scherzo.
Come lo sai?
Te lo tieni per te e non scrivi nulla, intesi?
Certo, fidati.
A Chiaravalle, nella cappella degli Acerbi, abbiamo trovato un cero nero e un crocifisso spezzato spieg Ardig, omettendo volutamente del ritrovamento della stampa della versione modificata della Pala dei tre Arcangeli di Marco d'Oggiono.
Malerba sent un altro brivido gelido corrergli lungo la schiena e la pelle che si contraeva, mentre i suoi pochi peli, efebici, si rizzavano.
Faceva finta di essere uno sempre pronto a giocare con il fuoco, a rischiare in prima persona pur di indagare e avere lo scoop: ma in fin dei conti sapeva che il rischio pi grande che correva era al massimo di incappare in qualche querela e doverne poi rispondere in tribunale.
Adesso, per, il gioco si stava facendo duro e lui - almeno a se stesso - doveva ammettere di non essere poi tanto un duro. Non era Ardig, non era preparato per il rischio.
L'amico poliziotto intu i suoi pensieri.
Ora non agitarti. Non voglio minimizzare, ma nemmeno ingigantire il problema. Non hai ricevuto alcuna minaccia, no?, lo rassicur Bruno, con il suo tono duro e allo stesso tempo convincente.
Tuttavia - prosegu -  meglio non sottovalutare questa vicenda. Chiunque sia stato a lasciarti questo - prosegu indicando il fagotto nero - ha voluto mandarti un chiaro messaggio.
Il cronista sembrava perplesso.
Il commissario intanto, indossati i guanti in lattice, tastava la stoffa nera in cui era contenuto il crocifisso infranto.
 tutto bagnato, cosa gli  capitato?
 finito sotto l'acqua, tergivers il reporter, guardando l'aria stupita dell'amico poliziotto.
Temevo che nel pacco potesse esserci dell'esplosivo o del veleno e allora, per precauzione, ho preferito immergerlo nell'acqua fredda.
L'investigatore scosse la testa.
Il veleno avrebbe agito lo stesso al contatto con l'acqua, saturando l'ambiente. Stupido.
Ma cosa dovevo fare? Mi suonano alla porta e mi lasciano un pacco sospetto alle 4 del mattino. Tu che avresti fatto?
OK, non c' problema. Peccato, se ci fossero state delle impronte digitali ormai sono state cancellate. Peraltro ne dubito, chiuse la discussione Bruno.
Che subito si accorse del disagio del giornalista. Un disagio che non poteva essere soltanto figlio dell'agitazione.
Federico, mi stai nascondendo qualcosa?
L'amico abbass lo sguardo.
Se vuoi che ti aiuti vedi di essere sincero. Ti conviene, sugger Ardig con un tono deciso.
Malerba tentenn.
 successo qualcos'altro? Guarda che stiamo indagando su un omicidio. E chi sta uccidendo non scherza.
Non so se possa servirti o se sia importante, esord titubante Federico.
Cosa?
Nei giorni scorsi ho ricevuto due strani messaggi. Due pergamene con delle frasi sibilline.
Chi te le ha mandate?
Non lo so. Mi hanno spedito dei messaggi anonimi sul mio cellulare. Mi hanno dato degli indizi enigmatici, come in una caccia al tesoro, per trovare queste pergamene.
Aspetta... fammi capire. Spiegami bene questa storia, ordin Ardig infastidito.
Qualche giorno dopo l'omicidio Annoni ho ricevuto sul telefonino un messaggio anonimo. C'era scritto che se volevo capirne di pi sull'omicidio dovevo andare alla Colonna del Diavolo. O meglio mi hanno dato un indizio e ho capito che si trattava della Colonna del Diavolo.
Il commissario lo guard come se stesse delirando.
La Colonna del Diavolo?
Si trova a fianco della basilica di Sant'Ambrogio. La leggenda dice che a erigerla fu proprio il nostro santo patrono, che in quel luogo aveva sconfitto il diavolo dopo una lotta furibonda. Leggende cittadine sostengono che spesso la colonna emana un forte odore di zolfo...
Va bene. E cosa hai trovato?
Nel cestino della spazzatura pi vicino alla colonna c'era una pergamena, di carta pregiata, chiusa con un cordino nero.
Il responsabile della Omicidi lo fiss attento.
C'era una scritta in corsivo. Le parole precise non le ricordo, comunque diceva qualcosa tipo esacerbarono gli animi per futili motivi e la tempesta non tard a scoppiare. Potrebbe essere stata scritta con vocabili utilizzati nel dialetto milanese del Seicento.
Tu come lo sai?
Ho fatto le mie ricerche.
S, figuriamoci - ribad scettico il poliziotto - piuttosto, mostrami questa pergamena.
Non posso,  nella mia scrivania al giornale.
Cazzo! Federico  importante. Dovevi dirmelo prima. E cosa ne hai dedotto?
Nulla, davvero. O quasi. Forse potevano essere parole del marchese Acerbi riferite ai suoi grandi nemici, gli Annoni. Tuttavia non ho trovato riscontri.  una deduzione mia. E poi... Sai, il primo messaggio lo avevo sottovalutato. Pensavo a uno scherzo. Poi quando  arrivato il secondo...
E quando  arrivato?
Ieri, con il solito sms anonimo. L'ho conservato. Guarda.
Maneggi con la tastiera del cellulare e lo porse all'amico commissario.
A cosa si riferisce?, chiese Ardig.
All'eretico Giordano Bruno.
Non lo hanno bruciato a Roma?
C' una lapide di bronzo che lo ricorda, qui a Milano, in piazza Mentana. La seconda pergamena era l.
E l'hai portata al giornale?
No,  qui.
Il reporter si spost in corridoio, poi torn con il papiro in mano.
Dovrebbe esserci scritto: Per toglierlo dalle brighe in cui era avvolto l'accolse nel suo palazzo. Ne ottenne gratitudine? Non troppa. Mi pare che dica cos.
Il poliziotto fece una smorfia eloquente.
Hai qualche idea di cosa significhi?
Suppongo - tergivers Malerba - che sia collegata agli Orrigoni, che si presero la dimora dell'Acerbi dopo la sua morte.
Cosa aspettavi a dirmelo? Su questi rotoli potrebbero esserci delle impronte digitali. Non ci hai pensato? Cazzo.
Ardig era furibondo.
A che ora apre il giornale?
Alle 10 c' gi qualcuno.
OK. Vacci il prima possibile, ti mando Santoni e gli consegni il primo rotolo. Non darlo a nessun altro. E maneggialo con un fazzoletto se puoi, anche se ormai avrai lasciato impronte dappertutto.
Veramente...
Veramente cosa?
Lo ha toccato anche un mio collega.
Ottimo, perfetto. Complimenti, bravissimo, esplose il capo della Omicidi.
Bruno, cazzo, cosa ne potevo sapere?
Chi  il collega?
Borroni, il nobile, quello magro, con gli occhiali spessi, sempre elegante.
S... ho capito chi . Possiamo contare sulla sua discrezione?
Credo di s.
Allora parlagli e digli di non farne parola con nessuno. Ma resta sul vago.
Capito, mormor mogio il giornalista.
Gi che ci siamo - prosegu con tono duro e incalzante il giovane commissario - perch non mi dici chi sarebbe il tuo fantomatico anonimo testimone che avrebbe visto il presunto assassino di Orrigoni, fornendone una descrizione cos tetra e pittoresca?
Federico abbass lo sguardo.
Senti, lascia perdere il segreto professionale e le altre cazzate. Mi hai buttato gi dal letto alle 4 del mattino e mi sono precipitato subito qui per aiutarti. Potresti almeno...
Va bene, va bene, non ti scaldare, lo interruppe Malerba.
Dubito mi crederai, comunque... Ho ricevuto un'email anonima. L'ho conservata e perci puoi visionarla e vedere se riesci a risalire a chi me l'ha spedita.
La faccio esaminare dai nostri tecnici, dopo mostrala a Santoni. Tutto qui?
S, tutto qui. Non c' altro, davvero, termin abbacchiato Federico.
Dalle tapparelle stava iniziando a filtrare la luce: alle 6 una nuova alba si preparava a dare il buongiorno a Milano.
Il padrone di casa, senza dire nulla, si alz per andare a tirare su le tapparelle e aprire le finestre.
La cucina venne invasa della frescura dell'aria del primissimo mattino e da una gradevole luce che, in qualche modo, sembr spazzare via gli incubi delle ultime due ore.
Bruno sorrise vedendo l'amico giornalista nervoso e preoccupato.
Tranquillo Fede. Non sei tu a dover aver paura. E comunque da oggi ti metto una pattuglia in borghese sotto casa. Cos dormi pi tranquillo.
Il cronista sorrise a sua volta, rinfrancato dalle rassicurazioni dell'ex compagno di studi.
Senti - propose Ardig - visto che mi hai buttato gi dal letto a un'ora incivile, che ne diresti di offrirmi almeno un'abbondante colazione?
Federico sorrise nuovamente.
Come no? Ho la crostata al lampone, i biscottini alla panna e yogurt alla frutta.
La crostata l'hai presa in pasticceria o te l'ha fatta la mamma?, indag ridendo il poliziotto.
Figurati! Presa al supermarket, replic il giornalista, con un ritrovato buonumore, mentre disponeva due tovagline di plastica sulla tavola.
Bruno intanto si avvi verso i fornelli e afferr la caffettiera: Io rifaccio il caff, tu apparecchia.
Qualche minuto dopo i due amici stavano divorando crostata e biscotti in silenzio, in compagnia dell'immancabile Ottone che, appena percepiti rumori di stoviglie dalla cucina, era sceso dal letto e si era precipitato per avere la sua parte.
Quel botolo mangia anche i dolci?, chiese divertito Ardig.
Certo, che domande. E gli piace pure lo yogurt. Sta a guardare.
Prese un cucchiaio di yogurt alle fragole e lo vers nel piattino di plastica del gatto, dove aveva gi gettato alcuni pezzi di crostata. Il vecchio felino inizi a lappare di gusto, ripulendo il piatto nel giro di un minuto.
Poi cominci a leccarsi la zampa anteriore destra e a pulirsi il muso con il dorso della zampa pelosa.
Ardig scoppi a ridere, Malerba tir fuori un sorriso di circostanza: era preoccupato, anche se non voleva ammetterlo.
Il boeing 747 della Japan Airlines atterr sulla pista di Malpensa con una ventina di minuti di ritardo.
Ne impieg altri dieci per girarsi ed eseguire le manovre necessarie per portarsi dalla pista all'area parcheggio, dove i passeggeri sciamarono sui tre bus che li avrebbero poi trasbordati nella zona recupero bagagli dell'area Arrivi Internazionali.
Il professor Matteo Pozzi si sentiva stanco, quasi stordito. Non tanto per il jet lag, quanto per il sonnifero che, un po' incautamente, soprattutto per lui, un medico di prestigio internazionale ed esperienza quasi trentennale, aveva assunto circa otto ore prima, quasi a stomaco vuoto, mentre l'aereo stava sorvolando le steppe russe.
Aveva preso sonno a fatica e alla fine aveva dormito per circa sei ore, svegliandosi, complici i tappi antirumore infilati nelle orecchie, soltanto quando il velivolo, non proprio dolcemente, aveva toccato terra sulla pista dell'hub varesino.
Necessitava di un caff forte.
Anche due, possibilmente.
Guard l'orologio sulla parete della zona ritiro bagagli: le 6,05.
Niente caff.
Doveva recuperare il trolley, raggiungere rapidamente il parcheggio, prendere l'auto e filare in autostrada in modo da evitare il consueto imbuto dei pendolari che, dalle 7 della mattina, intasavano la Milano-Laghi nella direzione verso Milano creando estenuanti code chilometriche.
Mancava da casa da ormai quattro settimane, trascorse nei modernissimi ospedali di Singapore, Seoul e Tokyo, dove aveva avuto la possibilit di confrontarsi e aggiornarsi con i colleghi asiatici sulle loro avanzatissime tecniche chirurgiche.
Adesso desiderava soltanto tornare a casa in fretta e godersi un paio di giorni di assoluto riposo insieme alla moglie.
Prima, per, doveva passare in ospedale, a Monza, per depositare le cartellette e controllare la situazione dopo quasi un mese di assenza. Avrebbe lavorato un paio d'ore, niente di pi, e per pranzo sarebbe stato a casa.
Il suo voluminoso trolley spunt dal tunnel: il medico si avvicin al nastro trasportatore e lo recuper una decina di secondi pi tardi.
Quindi si incammin verso l'uscita a passo svelto.
Complice l'estate, nonostante l'ora, l'hub di Malpensa era gi molto trafficato: il luminare osservava distrattamente il viavai intorno a lui, ma focalizz immediatamente i due uomini che, con fare deciso, avanzavano nella sua direzione.
Uno era alto, almeno uno e novanta, corpulento, portava Ray-Ban neri a specchio, stile pilota di caccia, giacca nera e camicia bianca, che evidenziava un po' di pancetta sul ventre, e jeans.
L'altro, pi giovane, anche lui in jeans e giacca, sembrava un militare, forse dell'Est, a giudicare dalla mascella scolpita e dai capelli corti e chiari.
Li vide camminare nella sua direzione per ancora qualche metro e percep chiara una sensazione: erano l per lui, lo stavano aspettando.
Per cui non si stup quando, pur distante di ancora due metri, il pi vecchio alz una mano in segno di saluto. E per fermarlo.
Dottor Matteo Pozzi?, dichiar senza sfilare gli occhiali.
La sua non sembrava una domanda, ma un'affermazione, pronunciata con decisione.
Sono io, buongiorno. Con chi...
Commissario Rossini, squadra Omicidi di Milano, lui  l'agente scelto Dovani, si present con tono brusco e deciso, senza mostrare alcun tesserino identificativo.
Il medico lo squadr con aria sospetta e intimorita.
Aveva i capelli brizzolati, legati con un codino e una barba folta ma ben curata a coprirgli met viso.
Dottore - prosegu perentorio - devo chiederle di seguirmi immediatamente e senza fare alcuna domanda. Abbiamo fondate ragioni per ritenere che la sua incolumit sia in pericolo.
Il poliziotto aveva un accento strano, indefinibile.
Pronunciava le parole con lentezza, quasi come se stesse recitando un copione.
Pozzi aggrott la fronte, tentando di tergiversare.
Ho la macchina qui nel parcheggio e sono atteso in ospedale.
Mi spiace, deve seguirci immediatamente.
Per quale ragione?, protest il medico.
In risposta l'uomo tir fuori dalla giacca un articolo di giornale piegato in due, lo apr e lo consegn al titubante professore.
Era una pagina del quotidiano La Voce Lombarda, un articolo firmato Federico Malerba, corredato dalle foto di due uomini misteriosamente uccisi a Milano con tanto di nomi e cognomi nelle didascalie.
Pozzi si limit a una superficiale occhiata della pagina.
Rabbrividendo. Il suo volto si fece scuro, poi con un filo di voce acconsent.
Va bene, vi seguo.
Non perdiamo tempo.
E la mia macchina?
Manderemo pi tardi un nostro agente a recuperarla, non si preoccupi. Ora, davvero, ci segua, tagli corto il commissario.
All'uscita svoltarono verso l'area parcheggi. Percorsero una cinquantina di metri, fino a uno spiazzo dove, ad attenderli, c'era una Lancia Thesis nera, con il lampeggiante spento gi posizionato sul tetto.
Il chirurgo fece per aprire lo sportello posteriore.
Il commissario lo stopp.
 pi sicuro davanti, dietro mi metto io.
Pozzi obbed: si accomod e si allacci la cintura.
Prima di andarsene Ardig prese il sacchetto contenente il crocifisso spezzato e la seconda pergamena ricevuta dall'amico giornalista.
Salut Malerba tranquillizzandolo nuovamente e garantendogli che lo avrebbe tenuto costantemente informato.
Lanci un'ultima occhiata a Ottone che, intanto, si stava stiracchiando pigramente.
Infil le scale, accendendosi una sigaretta.
L'agente Sinato era rimasto ad attenderlo sul pianerottolo, come da disposizioni ricevute, e ora lo stava seguendo mentre l'altro agente, Pinton, li attendeva sull'Alfa 156 grigio chiaro, di servizio.
Salirono in auto e partirono in direzione di via Meravigli. In linea d'aria il commissariato di piazza San Sepolcro distava soltanto qualche centinaio di metri.
Erano le 6,30: per i milanesi stava iniziando una nuova giornata di lavoro.
Durante il tragitto nessuno profer parola.
Il commissario aveva chiesto al dottore di spegnere il cellulare: una precauzione in pi.
Il segnale  facilmente intercettabile, aveva tagliato corto, allarmando ancora di pi Pozzi che, preoccupato, aveva avidamente divorato l'articolo consegnatogli dal poliziotto. Stava terminandolo quando si rese conto che la vettura stava imboccando la rampa per l'uscita di Lainate, l'ultima prima della barriera di Milano Nord.
Dove andiamo?, chiese sempre pi intimorito.
Non si preoccupi, lo facciamo per lei, replic con voce gelida il commissario, seduto alle sue spalle.
Pozzi si rese conto soltanto in quell'istante che Rossini, da quando si era presentato, non si era mai sfilato gli occhiali scuri.
E l'agente alla guida non aveva mai detto una parola.
Un brivido freddo gli attravers la schiena.
Infil una mano in tasca nel tentativo di accendere il telefonino. La cintura di sicurezza gli ostruiva i movimenti, inoltre aveva l'impressione di avere addosso gli occhi del poliziotto seduto alle sue spalle.
Prov a guardarlo dallo specchietto retrovisore: si rese immediatamente conto che l'autista lo aveva notato con il suo sguardo freddo.
La paura cominci ad attanagliarlo.
Non si accorse nemmeno che un odore penetrante giungeva dalle sue spalle.
Preciso come un orologio svizzero il docente, convocato il giorno precedente, si present da Ardig alle 8 spaccate.
L'ufficio era gi completamente invaso dal primo intenso sole della giornata.
Un'altra lunga giornata di lavoro attendeva il responsabile della Omicidi, deciso pi che mai a sfruttare ogni singolo istante pur di arrivare il prima possibile alla verit.
Avrebbe iniziato con il docente esperto in storia milanese e avrebbe finito con un esperto di armi, in particolare di spade, e con l'ingegnere consulente dei Ris.
In mezzo avrebbe dedicato tutte le sue energie per l'incontro pi ostico: quello con Vanner.
Lanci un'occhiata al suo ospite che si stava accomodando sulla poltrona antistante alla sua scrivania.
Barba bianco-grigia, folta, stile Mazzini o Garibaldi, un completo giallo-marrone, stile deserto, imbellito da un papillon blu, camicia bianca con righine blu e occhiali spessi come binocoli.
Il professor Enrico Maria Fusaro non passava inosservato. Intorno ai 70 anni, da almeno cinque lustri era il titolare di Storia Medievale alla facolt di Storia all'Universit Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Aveva redatto diversi libri sulla storia del capoluogo lombardo.
Nessuno, gli avevano garantito i suoi uomini, conosceva la storia milanese e i suoi protagonisti, come lui.
Esauriti i convenevoli, e ringraziato il docente per la collaborazione che avrebbe prestato per le indagini, il commissario chiese lumi su questo Ludovico Acerbi di cui, fino a poche settimane prima, aveva ignorato l'esistenza.
Lo storico tracci un rapido profilo della figura del marchese, dal suo arrivo a Milano su chiamata dei governatori spagnoli fino all'importante carriera politica che lo port ad avere responsabilit decisionali nel governo cittadino.
Anche a Milano, in pochi anni, l'Acerbi dimostr di avere grandi capacit, ritagliandosi un ruolo autorevole, pur non essendo un esponente dell'aristocrazia cittadina. Una scalata rapida verso il potere che, inevitabilmente, gli deve aver procurato antipatie e invidie, dovute anche alla sua smisurata dovizia e al suo eccessivo e bizzarro stile di vita.
Perci l'etichetta di diavolo gli sarebbe stata affibbiata da qualche suo nemico?, chiese Ardig.
Questo non posso assicuraglielo e nemmeno escluderlo. A mio avviso  pacifico che si tratti soltanto del frutto della superstizione popolare e dell'ignoranza della gente di Milano di quel periodo, cos fosco per la nostra citt. Parliamo del 1630: la peste infuriava, le autorit non riuscivano a controllare il dilagare del morbo e la gente era terrorizzata da una malattia, purtroppo comune e normale, almeno per quei tempi, ma che in tanti reputavano opera del Maligno.
Tir il fiato e riprese.
Una sorta di punizione per chiss quale colpa o peccato. In quegli anni, potr immaginarlo, la superstizione prevaleva sulla razionalit. E la paura dominava sovrana. Pensi che durante la peste si contavano circa 500 morti al giorno. E i morti alla fine furono oltre 50mila. Quel morbo terribile si  portato via quasi la met dei cittadini milanesi. Pu ben rendersi conto del clima di paura che si fosse sparso in tutta la citt.
D'accordo, ma perch puntarono sull'Acerbi per attribuirgli il ruolo del diavolo?
Su questo le cronache dell'epoca sono piuttosto scarne e non molto chiare. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che in una citt in preda al terrore e per l'appunto alla superstizione, dove i cittadini intravedevano come potenziali untori tutti coloro che non se ne stavano rintanati nelle loro case per diminuire il rischio di contrarre il morbo, la condotta, se vogliamo imprudente, dell'Acerbi, che girava per le vie cittadine come se nulla stesse accadendo, continuando a dare feste nonostante l'infuriare della malattia, contribu, insieme al suo aspetto lugubre e inquietante, a fargli affibbiare questa scomoda nomea di incarnazione del demonio.
Per l'Acerbi non si  ammalato e neppure nessuno del suo seguito o della sua servit. Strano, vero?
Niente di cos strano, potrebbe esserci una spiegazione semplicissima. Tra le tante attivit del marchese c'era il commercio del carbone, che veniva trasportato nell'allora porto fluviale dell'attuale zona del Verziere.
Il carbone?, ripet il commissario.
Qualche decennio dopo si  scoperto che il carbone rappresenta un efficace antidoto, per le sue doti di disinfettante, contro malattie o morbi contagiosi come appunto quel tipo di peste. Tutto qui, nessun sortilegio o aiuto mefistofelico.
E Acerbi come faceva a sapere del carbone? Dubito lo maneggiasse personalmente. Non me lo vedo un nobile con le mani sporche di carbone..., osserv perplesso Ardig.
Convengo con lei. Tuttavia dobbiamo ricordarci che il marchese era un uomo di cultura e di indubbia intelligenza, che si dedicava agli studi. Possiamo supporre che abbia approfondito la materia dell'alchimia o della medicina. O che un suo medico lo abbia informato di queste virt del carbone. Del resto non fu l'unico, tra i nobili, a non essere contagiato dal morbo. E quasi tutti gli abitanti e i lavoranti della zona del porto fluviale scamparono alla peste per le medesime ragioni.
Mi sta smontando la teoria del Diavolo punto per punto?
Le fornisco delle spiegazioni plausibili, anche se non riscontrabili con la scarsa documentazione storica giunta fino a noi. E le faccio un'aggiunta che ritengo importante.
Quale?
Secondo altre fonti storiche l'Acerbi sarebbe ufficialmente deceduto nel 1622, dunque otto anni prima del dilagare della peste in citt.
Un momento, non la seguo. Lei stesso mi ha detto che durante la peste il marchese dava feste ed esibiva lussi sfrenati, mentre in citt si contavano i morti, lo contradd il poliziotto.
E lo confermo,  quel che risulta dalla maggior parte degli storici. Questo per dimostra come le informazioni a noi giunte possano essere a volte contraddittorie e lacunose, se non manipolate. Gli archivi cittadini e alcuni autorevoli storici menzionano infatti l'Acerbi tra i governanti milanesi negli anni intorno al 1630, mentre altri storici, altrettanto autorevoli, ci dicono che invece era deceduto gi da alcuni anni.
E la verit quale sarebbe?
La verit, come dicevano gli antichi romani nostri discendenti,  nel mezzo. In medio stat virtus. Semplicemente di quel periodo abbiamo informazioni scarse e, come le ho gi detto, contrastanti. Forse l'Acerbi  morto nel 1622, come affermano alcuni, o forse qualche anno dopo, come ritengo pi probabile. Questo in ogni caso conferma - concluse il professor Fusaro - come la nomea di Diavolo di Porta Romana sia veramente frutto della superstizione e dell'ignoranza popolare, visto che c' addirittura la possibilit che il marchese durante la peste non fosse pi in vita gi da parecchi anni.
Ho un'ultima domanda da rivolgerle, professore.
Prego.
Mi conferma che tra l'Acerbi e le famiglie degli Annoni e degli Orrigoni c'erano screzi e inimicizie?
Occorre fare una distinzione. Con gli Annoni ci fu certamente una forte rivalit, sfociata nell'incredibile e insensata sfida ad abbellire le rispettive dimore nel modo pi lussuoso. Di questo abbiamo conferma dalle cronache dell'epoca. Non risulta, viceversa, che ci fossero stati problemi con la famiglia Orrigoni, peraltro non originaria di Milano: erano di Legnano e arrivarono a Milano soltanto verso la fine del Seicento. Pertanto diversi decenni dopo la scomparsa dell'Acerbi.
Ma rilevarono la dimora del marchese, Palazzo Acerbi, giusto?
L'acquisto, per, risale ai primi anni del Settecento. Da quel che ho letto, nei pochi riscontri rinvenuti, la famiglia Acerbi non ebbe discendenza. Il marchese non ha avuto figli e ha lasciato il suo cospicuo patrimonio ereditario al nipote Giovanni, figlio del fratello minore Borso, cui era legatissimo. A sua volta Giovanni Acerbi non ha avuto eredi maschi, dunque il nome della casata Acerbi si  estinto dopo due generazioni, a cavallo tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento.
Se posso sintetizzare - chiar Ardig - direi che non ci sono prove attendibili per presumere che tra gli Acerbi e gli Orrigoni non corresse buon sangue.  cos?
 cos, commissario. E se posso permettermi una considerazione personale...
Ovvio, ci mancherebbe.
Ho letto gli articoli usciti negli ultimi giorni. Il marchese Acerbi viene descritto come un personaggio oscuro e malvagio: un adoratore di Satana, un uomo spietato e crudele, persino come il boia che condann molti presunti untori al rogo. Sono tutte falsit. Nel modo pi assoluto.
Ardig lo scrut con aria seria e attenta.
Il docente prosegu con tono sicuro: Dalle cronache che sono arrivate fino ai giorni nostri non abbiamo moltissime informazioni su questo personaggio, che ha s rivestito un ruolo pubblico, senza tuttavia mai assurgere all'importanza che gli viene attribuita. E soprattutto quest'aurea demoniaca che gli  stata costruita intorno dai giornalisti, in questi ultimi giorni, mi pare davvero priva di fondamento. Capisco che per vendere di pi occorra forzare le notizie. Ma in questo caso mi pare davvero eccessivo.
Professore non mi prenda per matto e mi dia un'ultima risposta, cortesemente: lei, mi pare di capire, esclude che vi possa essere un qualche legame storico tra gli eventi attuali ovvero la profanazione della tomba dell'Acerbi e l'uccisione di due uomini aventi per cognome Annoni e Orrigoni?
Commissario... le va di scherzare?, rispose il professore con un tono serio e cattedratico che non ammetteva repliche.
Era quello che, purtroppo, si attendeva.
Conged lo studioso e si gett nella lettura degli incartamenti, per prepararsi al meglio al faccia a faccia con Vanner.
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11. Milano, 18 giugno 2009.
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La sua consueta espressione indecifrabile stampata sul volto.
Il solito completo nero, unica variante una polo blu notte sotto la giacca, portato quasi come una divisa.
In mano una cartelletta di cellophan azzurro, al cui interno c'erano diversi fascicoli, e un block notes per appunti.
Vanner si era presentato con qualche minuto di anticipo.
Salut stringendogli la mano con una stretta vigorosa.
Mi puoi liberare dello spazio sul tavolo?
Senza neppure rispondere il commissario inizi a spostare faldoni e cartellette: nel giro di un paio di minuti la scrivania fu completamente libera.
Il criminologo cominci a disporre fogli stampati di vario genere. Immagini di angeli e diavoli in lotta tra loro, accostamenti di colori e schemi geometrici formarono una sorta di mosaico indecifrabile.
Un agente, nel frattempo, aveva portato due caff fumanti in bicchierini di plastica.
Partiamo dal fondo. Se quello che ho dedotto ha un fondamento, e ritengo che lo abbia, temo che avremo presto un'altra vittima, esord lapidario ma sicuro lo studioso, con il suo tono asciutto e privo di sfumature emotive.
Il commissario annu - visto che a sua volta ne era altrettanto fermamente convinto - invitandolo a proseguire.
Non sono in grado, ovviamente, di fare ipotesi su chi sia il nostro assassino o su quale possa essere il movente che lo spinge a uccidere quelle precise vittime. Tuttavia, partendo da questi - specific indicando le stampe riproducenti le tre versioni modificate della Pala dei tre Arcangeli di Marco d'Oggiono - ritengo che il nostro killer sia un geometra e con il sangue delle sue vittime stia costruendo un triangolo equilatero. Il triangolo perfetto.
Un triangolo?, domand interdetto Ardig.
Prima di obiettare rispondi a questa domanda, lo precedette Vanner.
L'assassino ha prelevato del sangue dai corpi delle vittime?
Il capo della Omicidi lo osserv perplesso.
Non possiamo escluderlo. Le vittime di fatto erano praticamente esanguate, per via delle enormi emorragie prodotte dall'arma con cui sono state colpite. Abbiamo trovato i corpi in veri e propri laghi di sangue come avrai gi visto dalle foto della scena criminis eseguite dalla Scientifica.
Pertanto  possibile che l'assassino abbia prelevato del sangue. Magari con un tampone o con del tessuto assorbente, ipotizz Vanner.
Non possiamo escluderlo. Te lo ripeto, ribad Ardig.
Questo rafforza le mie convinzioni. Potremmo trovarci di fronte a un assassino che opera in modo seriale. Un geometra appunto, conferm Vanner.
E sta realizzando un triangolo?
Esattamente. Un triangolo. Come saprai, il triangolo, o delta, in quasi tutte le religioni o correnti filosofiche e filantropiche, rappresenta il simbolo assoluto della perfezione se non, addirittura, la perfezione intesa in senso assoluto.
Pensavo - interloqu Ardig - che il triangolo fosse un simbolo massone. Ricordo che  anche stampato in piccolo sulle banconote dei dollari, per volere, mi pare, del presidente Roosevelt, che era un massone, no? Un triangolo con un piccolo occhio al suo interno, giusto?
Effettivamente - riprese a spiegare il satanologo - il triangolo  anche un simbolo massone. Mentre l'immagine dell'occhio, in virt della sua importanza quale organo di senso, simboleggia presso quasi tutti i popoli l'occhio divino che vede tutto, conosce tutto e a cui nulla sfugge. Nell'antichit l'occhio compariva abitualmente come raffigurazione del dio Sole: per esempio in Egitto simboleggiava il dio Horus.
Un simbolo pagano, se ho ben capito.
Non solo. Anche nella Bibbia si parla dell'Occhio di Dio per rappresentarne l'onnipresenza e l'onniscienza. E a partire dal Rinascimento, nell'iconografia cristiana l'occhio venne disegnato dentro un triangolo, con riferimento al mistero della Trinit. Successivamente, come hai detto anche tu, l'occhio racchiuso nel triangolo  entrato a fare parte dell'iconografia e della tradizione massonica.
Il poliziotto annu, con aria perplessa.
I massoni - and avanti il criminologo - attribuiscono all'occhio una duplice simbologia: sul piano fisico il Sole, sul piano spirituale il Grande Architetto dell'Universo, un modo di indicare Dio. Il triangolo rappresenta anche in questo caso la perfezione, visto che per la simbologia massonica rappresenta alla base la Durata e ai lati le Tenebre e la Luce. Comunque dimentica i massoni per ora.
OK, vai pure avanti, acconsent il responsabile della Omicidi, curioso e interessato a questa esposizione.
Come ti dicevo, il triangolo equilatero  il simbolo della perfezione. Il triangolo equilatero  il corrispondente geometrico del numero 3, che universalmente rappresenta la perfezione. E infatti nel triangolo compariva di frequente anche il nome ebraico di Dio: Jahv. Ecco, se quel che penso  giusto, il nostro killer sta costruendo un suo triangolo equilatero, sta cercando la perfezione.
Aspetta, non ti seguo. Cosa te lo fa credere? Finora abbiamo solo due omicidi e potrebbero non essercene altri.
Ecco che cosa me lo fa credere, sentenzi Vanner indicando la versione originale della Pala dei tre Arcangeli di Marco d'Oggiono e indicando poi le sue stampe riproducenti le versioni modificate rinvenute nella cappella funeraria degli Acerbi e al fianco dei martoriati corpi di Alberto Annoni, in piazzale Marengo, e Lorenzo Orrigoni, nel parcheggio di via Pisani.
Il nostro assassino lasciandoci questi ha voluto darci un'indicazione precisa. Lucifero sta combattendo contro gli Arcangeli e gli Arcangeli sono tre: Michele, - disse indicando quello al centro del quadro di Marco d'Oggiono, con le ali rosse spiegate e lo spadone in mano - Raffaele e Gabriele.
Avevo letto che gli Arcangeli erano sette o nove, prov a correggerlo, titubante, Ardig.
Dipende dalla lettura. Per esempio non si trovano espliciti riferimenti agli Arcangeli nei testi canonici della Bibbia Ebraica. Mentre troviamo menzioni pi generali ad angeli, a partire dal Pentateuco, in cui figurano nelle storie di Abramo, che incontra tre angeli presso il luogo detto le Querce di Mamre, che gli annunciano la nascita del figlio tanto atteso, Isacco, poi di Giacobbe che, secondo la tradizione, lott con un angelo riportando una frattura al femore, e infine di Lot, che fu avvertito da un angelo riguardo gli impedimenti per la costruzione delle citt di Sodoma e Gomorra.
Apr una bottiglietta d'acqua e riprese.
La presenza degli Arcangeli  per rinvenibile pi frequentemente nei libri pi tardivi, come quello di Daniele e di Tobia. Comunemente nella tarda tradizione cristiana, a differenza di quanto esposto nella Bibbia, ci sono soltanto tre Arcangeli: Michele, Gabriele e spesso Raffaele; a volte Uriel viene indicato come il quarto Arcangelo, ma non sempre. Per questo quasi tutti gli artisti rinascimentali o barocchi, che hanno lavorato presso casate nobiliari o reali o presso la Santa Sede, nelle loro opere riproducono tre Arcangeli, indicando Michele, anzi San Michele, come il principale.
E lo  davvero?
Nella Bibbia Michele  uno dei tre Arcangeli menzionati. Il nome Michele si ricava dall'espressione Mi-ka-el, letteralmente chi  come Dio. L'Arcangelo Michele  infatti ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana. Nel calendario liturgico cattolico il giorno 29 settembre si festeggiano San Michele Arcangelo, San Gabriele Arcangelo, che in ebraico significa la forza di Dio, colui che nel Nuovo Testamento ha predetto a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni Battista e a Maria di Nazareth la nascita del figlio Ges, e San Raffaele Arcangelo, che in ebraico significa la medicina di Dio...
Ardig vergava alcuni appunti, cercando di non perdersi una parola.
Sintetizzando, potremmo dire che nella tradizione tardo cristiana San Michele  l'Arcangelo che combatte contro il demonio, dunque anche contro le tentazioni materiali e terrene che ogni giorno tutti noi dobbiamo affrontare, San Gabriele  l'Arcangelo che ci ricorda la costante presenza di Dio nella nostra vita, ogni giorno, per essere cos pi devoti, mentre San Raffaele  l'Arcangelo deputato alla guarigione dell'anima, con la medicina della fede. Come vedi, per la tradizione cristiana gli Arcangeli sono tre. Mentre per gli Ortodossi ci sono sette Arcangeli. Uriel  incluso, e gli altri tre pi spesso citati sono Selaphiel, Jegudiel e Barachiel. Per i protestanti, invece, Michele  l'unico Arcangelo, il solo esplicitamente descritto come tale nel canone Protestante della Bibbia. Le chiese avventiste identificano Ges con l'Arcangelo Michele: da questo punto di vista, Michele  il primo e pi grande di tutte le creature di Dio. E addirittura nei testi islamici sono citati gli Arcangeli.
Non avendo studiato Teologia all'universit ed essendo un ateo, Ardig si rendeva conto di essere chiaramente in difficolt, non conoscendo la materia, pur essendone affascinato. Decise di giocare a carte scoperte.
Ho bisogno di togliermi ogni dubbio, altrimenti non ti seguo. Spiegami bene alcuni passaggi, per favore.
A tua totale disposizione, garant Vanner.
Innanzitutto anche Lucifero era considerato un angelo nella tradizione e nell'iconografia cristiana, giusto?
Nella tradizione ebraica - fu la premessa di Vanner -  presente la figura di Satanael. Secondo il libro di Giobbe sarebbe l'angelo a cui Dio avrebbe affidato il compito di verificare il livello di amore e dedizione dell'uomo verso Dio stesso. Nell'Antico Testamento, nel libro del profeta Isaia, viene menzionato l'episodio di cui ognuno di noi ha sempre sentito parlare, a catechismo o comunque a scuola, ovvero che Satana, ritenendosi l'angelo pi bello, pi splendente e pi vicino a Dio, al punto di credere di essergli superiore, dicendo similis ero altissimo, arriv a ribellarsi, salvo poi essere sconfitto e cacciato dai cieli insieme agli angeli ribelli che lo avevano seguito. Nella tarda tradizione cristiana Satanael  considerato un Arcangelo caduto e che originariamente aveva il nome di Lucifero, la Stella del Mattino.
Dunque Satana o Lucifero viene menzionato nella Bibbia?
Il criminologo lo guard, con un mezzo sorriso.
Non esattamente, non come siamo propensi a credere. Proprio Isaia scrive: Negli inferi  precipitato il tuo fasto, la musica delle tue arpe; sotto di te c' uno strato di marciume, tua coltre sono i vermi. Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora? Come mai sei stato messo a terra, signore di popoli?
Ardig lo fissava esterrefatto.
Vanner prosegu a decantare, come un attore consumato davanti a una platea numerosa e compiacente: Eppure tu pensavi: Salir in cielo, sulle stelle di Dio, innalzer il trono, dimorer sul monte dell'assemblea, nelle parti pi remote del settentrione. Salir sulle regioni superiori delle nubi, mi far uguale all'Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondit dell'abisso!
Per qualche secondo nessuno dei due parl.
Poi fu Vanner a riprendere: In realt sembra che il Lucifero di cui parlasse il profeta Isaia nel suo libro fosse il tiranno di Babilonia, sconfitto e appunto ridimensionato e umiliato come Lucifero caduto dai cieli.
Il responsabile della Omicidi lo scrutava silenzioso: sicuramente seccato dalla pomposit dell'interlocutore, ma anche onestamente ammirato per la sua cultura, per il suo eloquio e la sua perfetta dizione, oltre che per la sua memoria e per la sua capacit di attirare l'attenzione di chi aveva di fronte.
Improvvisamente Vanner riprese a decantare versi: Tu eri un modello di perfezione, pieno di sapienza, perfetto in bellezza. Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa; io ti posi sul monte santo di Dio, e camminavi in mezzo a pietre di fuoco. Perfetto tu eri nella tua condotta, da quando sei stato creato, finch fu trovata in te l'iniquit. Crescendo i tuoi commerci ti sei riempito di violenza e di peccati; io ti ho scacciato dal monte di Dio e ti ho fatto perire, cherubino protettore, in mezzo alle pietre di fuoco.
Ancora silenzio.
Anche questa citazione  contenuta nell'Antico Testamento. Nel libro del profeta Ezechiele, che, in questo caso, sembra riferirsi al deposto principe di Tiro, un altro tiranno che perse ricchezze e potere, cadendo nella polvere come Lucifero, appunto, termin Vanner.
Prima di aggiungere: Spero di non averti annoiato con questa divagazione.
Ardig scosse la testa, rintuzzandolo al contempo: Complimenti per la memoria. Ora per torniamo a noi.
Continuava a fissare le varie stampe, puntando l'attenzione sull'originale della Pala dei tre Arcangeli e in particolare sulla figura di San Michele.
Qualcosa non ti convince?
Mmm... Gli Angeli non dovrebbero essere candidi, eterei, fanciulleschi? Insomma, dipinti con colori tenui come il bianco, il celeste o l'azzurro?, domand Ardig guardando il colore rosso, acceso e intenso, che dava all'Arcangelo San Michele, che pure aveva lineamenti fini e sereni, quasi femminili, un'aurea marziale, incutendo l'idea di forza e potenza, e non certo quella di preghiera e devozione che indurrebbe il concetto di angelo stesso nell'immaginario collettivo.
Capisco quello che vuoi dire. Come vedi gli altri due Arcangeli, Gabriele e Raffaele, sono disarmati e osservano con un'espressione adorante e quasi mistica il combattente Michele, che, pur brandendo con vigore la spada, sembra comunque emanare serenit, come chi sta agendo nel giusto. Utilizza la spada, quindi ricorre alla violenza, ma per contrastare il male.
Il fine giustifica i mezzi, come ci insegna Machiavelli. San Michele pertanto punisce il Maligno e quindi il peccato, se ho ben compreso. Anche se..., aggiunse Ardig.
Non ti persuade l'ambientazione complessiva, ribatt Vanner
Esattamente. Intanto anche gli altri due Arcangeli hanno le ali scure, quasi nere. E poi lo sfondo su cui poggiano i piedi non sono soffici e bianche nuvole ma una terra brulla e scura, sembrerebbe la punta di una montagna. Certamente non il paradiso dove si suppone sia avvenuta questa lotta...
Tieni conto che si tratta comunque di un'opera artistica, dell'interpretazione che il pittore ha voluto attribuire alla scena immortalata, magari seguendo anche delle indicazioni di un maestro o di un suggeritore, che poteva essere lo stesso Leonardo Da Vinci, o quelle di chi aveva commissionato l'opera, che suppongo fossero gli stessi Sforza, all'epoca signori di Milano. E in ogni caso Marco d'Oggiono voleva rappresentare una battaglia, cruenta, tra il bene e il male, trasferendo nella sua opera il pathos del dramma che si stava consumando con quel duello quasi fratricida tra angeli, spieg Vanner.
La cacciata di Lucifero dal paradiso, constat Ardig.
Molti pittori hanno immortalato, con i loro affreschi o dipinti, questa scena prendendo spunto da un altro passo delle Sacre Scritture, dal libro dell'Apocalisse dove si dice: Scoppi quindi una guerra nel cielo: Michele (Arcangelo) e i suoi angeli combattevano contro il drago (satana). Il drago combatteva insieme con i suoi angeli (angeli ribelli-demoni) ma non prevalsero e non ci fu pi posto per essi nel cielo. Come vedi il maligno o Satana vengono spesso identificati anche con un drago o un serpente, anche in molte opere artistiche, e non sempre con l'angelo nero che vedi in queste riproduzioni. Se non erro proprio qui a Milano, alla Pinacoteca Ambrosiana,  esposto un dipinto del Bramante in cui Satana ha le fattezze di una sorta di rettile o anfibio.
Di questo ne aveva memoria anche Ardig: ricordava perfettamente che nel cortile interno della Basilica di Sant'Ambrogio c'era una colonna sulla cui sommit era issata la scultura di un serpente ucciso, simboleggiante il Maligno sconfitto dal santo patrono cittadino.
Vediamo se ho capito bene la lezione - prov a sintetizzare ironico, ma non troppo, il commissario - il nostro assassino vuole costruire un triangolo equilatero, uccidendo o sacrificando tre vite umane. E i tre Arcangeli, illustrati nella pala di Marco d'Oggiono, rappresenterebbero i tre lati in questione. E i tre omicidi che avrebbe preventivato, ovviamente.
Questo  quello che ci vuole comunicare lasciandoci quelle stampe.
Forse per depistarci, osserv Ardig.
Il mio compito - replic asciutto Vanner -  ovviamente quello di provare a fornirvi delle interpretazioni, delle chiavi di lettura. Ho cercato di tracciarvi una ricostruzione, che ritengo attendibile, ora tocca a voi contestualizzarla: le indagini spettano a voi.
Chiaramente, puntualizz il responsabile della Omicidi.
E questo?, chiese indicando la prima stampa, quella rinvenuta nella cappella funeraria degli Acerbi nel cimitero di Chiaravalle, con Lucifero pronto a fronteggiare i tre Arcangeli.
 il nostro punto di partenza. O meglio, quello che l'assassino o gli assassini ci hanno voluto far avere come punto di partenza. Ma attento, non rappresenta un lato del triangolo. Il terzo lato, l'ultimo, arriver con il terzo delitto, quando Lucifero avr sconfitto anche l'Arcangelo San Michele. Quello pi pericoloso e combattivo, guardando al dipinto di Marco d'Oggiono.
A quel punto Vanner indic con un dito uno dei tanti fogli sparsi sulla scrivania, evidenziando un triangolo equilatero con un solo lato tracciato nitidamente e gli altri due disegnati a trattini, come se fossero ancora virtuali.
Ai due estremi del segmento tracciato c'erano i nomi di Annoni e Orrigoni, il terzo punto, quello in cui si congiungevano i due tratteggi, era invece contrassegnato da un punto interrogativo.
In mezzo, al centro del triangolo era stato marcato un altro punto, da cui partivano le mediane interne che andavano a raggiungere i tre angoli del triangolo virtuale: il cosiddetto baricentro, contrassegnato con la parola Chiaravalle.
Negli angoli era stata segnata la loro gradazione: ognuno misurava sessanta gradi.
Il 6 era scritto in carattere pi grosso, lo zero era minuscolo, quasi invisibile: 6, 6 e 6.
666... il numero del Diavolo, osserv Ardig, ritrovandosi nella ricostruzione geometrica tracciata dal criminologo.
Come ti ho accennato - continu Vanner - il triangolo equilatero rappresenta la perfezione. In questo caso mefistofelica. Per i satanisti il triangolo simboleggia la trinit, intesa come la tripla natura del nostro mondo, ovvero quella mentale, quella psichica e quella fisica. Annoni e Orrigoni sono i primi due punti, ma per chiudere un triangolo ne occorre un terzo: la prossima e ultima vittima.
E poi, secondo te, termineranno gli omicidi?
S. Un quarto omicidio - rispose iniziando a tracciare con una penna un punto e altri segmenti virtuali - ci porterebbe ad avere quadrato, ovvero la somma di due triangoli equilateri. E non avrebbe alcun senso. Hanno pianificato ancora un omicidio. L'ultimo, sentenzi con sicurezza.
Chi sono? Dove li troviamo?, allarg le braccia Ardig.
Questo  il tuo lavoro, non il mio, te l'ho gi detto. Tuttavia il punto di partenza che ci hanno indicato mi pare lasci pochi dubbi: questi delitti possono essere opera di un gruppo satanista che per qualche ragione nutre una venerazione per il marchese Acerbi, per la sua memoria o per qualcosa, magari un suo scritto, che pu averli ispirati o condizionati.
Qualcosa che poteva essere contenuto nel sepolcro dell'Acerbi, convenne il capo della Omicidi, che in mente aveva un pensiero fisso: la spada medievale con cui l'assassino stava falciando le sue vittime.
Accenn l'idea al satanologo.
Potrebbero averla rinvenuta nella tomba.  possibile. Se avete riscontrato frammenti di ruggine nelle ferite...  chiaro che tutto parte dal cimitero di Chiaravalle e dalla profanazione delle spoglie del marchese Acerbi. Che, ti ripeto, era considerato l'incarnazione del demonio.
E allora  in quella direzione che dobbiamo provare a cercare. Nell'ambiente dei satanisti che, qui a Milano, non dovrebbe avere molti adepti. Almeno credo, titub Ardig.
Su questo non ne sarei cos certo. Dal monitoraggio che regolarmente effettua la Digos risulta che soltanto in provincia di Milano si poteva ipotizzare l'esistenza di una dozzina di gruppi dediti all'occultismo o al satanismo. Un numero da moltiplicare almeno per cinque se si estende il ragionamento all'intero territorio regionale. Considera che parliamo di una galassia indefinita, in continuo mutamento. Difficile dare numeri precisi, concluse Vanner.
Ardig lanci uno sguardo verso la pila di faldoni accatastati.
Nei giorni scorsi i miei uomini hanno cominciato a visionare i fascicoli relativi alle vecchie inchieste condotte in provincia di Milano su gruppi o cellule di matrice esoterica. Speravamo, alla luce di quanto rinvenuto a Chiaravalle, di poter individuare un bandolo della matassa tra i vecchi casi, risolti o irrisolti. Cosa ne pensi?
Avete fatto bene. Il crocifisso spezzato e il cero nero trovati davanti alla cappella funeraria degli Acerbi - convenne Vanner - inducono indubbiamente a ritenere che l'effrazione sia riconducibile a un rituale esoterico. Consegnami una copia degli incartamenti relativi ai vecchi casi, per favore, e inizier a studiarli.
Eccoli, sorrise Ardig avvicinandosi ai faldoni.
E buona lettura, aggiunse sornione.
Buon lavoro anche a te. E buona fortuna: l'assassino non aspetter molto prima di colpire nuovamente. Il tempo  il tuo primo avversario, concluse Vanner tagliente.
Caspita che figurone hai fatto ieri sera. Ti ha fatto parlare molto il Vespone, vero? E chiss che audience a quell'ora!
Se persino il portinaio dello stabile dove aveva sede La Voce Lombarda lo prendeva in giro, c'era poco da stare allegri: chiss come lo avrebbero sfottuto in redazione.
Lo avrebbero tormentato per giorni, non lo avrebbero fatto campare.
E se il buongiorno si vede dal mattino, comment a voce alta, anche se in realt erano quasi le 15, mentre si lasciava alle spalle la portineria, avviandosi per le scale che lo avrebbero condotto in redazione. Sal i gradini velocemente e arriv davanti alla porta blindata, con telecamera sempre funzionante, premette il citofono e attese qualche secondo: la porta scatt e Federico entr nel corridoio.
Alla sua sinistra scorrevano i vari uffici, divisi da vetrate trasparenti in plexiglas, che assicuravano un certo isolamento dal rumore senza garantire un minimo di privacy.
Quasi tutti i locali erano deserti.
Che ci fosse una riunione di cui si era dimenticato? O di cui non lo avevano avvisato?
Continu a percorrere il corridoio, lungo circa una decina di metri e arriv all'angolo dove si apriva uno spazio pi ampio, che immetteva sull'altra ala della redazione, dove c'erano gli uffici del direttore, la segreteria e la tipografia.
Punt dritto sulla segreteria: da sotto il tavolo vide le gambe abbronzate e lucide di Donatella, con le unghie nere esaltate dal colore argentato dei taccatissimi sandali che indossava. Dietro alla scrivania la segretaria era intenta a lavorare con il computer.
Ciao, dove sono tutti?
In tipografia, stanno vedendo un nuovo programma di scrittura, rispose distrattamente l'impiegata.
Federico rimase per un secondo indeciso sul da farsi.
Devo andare anch'io, ti accompagno, annunci Donatella alzandosi e passandogli davanti.
Come sempre era pi nuda che vestita.
La gonna, di un colore quasi militare, un verde contaminato da un grigio-marrone, cortissima, partiva da met coscia per arrivare appena sopra alle parte intime, in modo da consentire al maori disegnato nella zona lombare di farsi ammirare in tutta la sua interezza, mentre una sorta di banda aderentissima, sempre verde oliva o militare, fasciava il seno sorretta da due fili che si annodavano dietro il collo lasciando la schiena quasi interamente scoperta.
Anche se era pi vicina ai 45 che ai 40, Donatella si lasciava indubbiamente guardare: era sensuale e sinuosa.
Peccato che, almeno per Malerba, era altrettanto antipatica e scontrosa.
Ondeggiando a passo deciso sui vertiginosi sandali Donatella sfil per il corridoio, arrivando davanti alla tipografia la cui porta era socchiusa, l'apr e si infil a passo deciso, sculettando armoniosamente.
Federico la segu, docile e ingenuo, con gli occhi incollati sul suo fondoschiena.
Un applauso e risate sonanti salutarono il suo ingresso.
Che pollo era stato!
Lo stavano aspettando tutti l - giornalisti e tipografi - e lui, complice l'ancheggiare sexy di Donatella, si era inghiottito l'amo e l'intera esca senza nemmeno accorgersene.
Terminato l'applauso partirono gli inevitabili sfott per un paio di lunghissimi minuti.
Poi fu Brigante a riportare l'ordine, prendendo la parola con tono secco.
OK ragazzi, adesso basta, si torna al lavoro.
Ancora qualche battuta e finalmente per Malerba si concluse la gogna redazionale.
Fece per andare in ufficio, ma Brigante lo stopp.
Dobbiamo parlare un minuto.
Il cronista lo segu in ufficio.
Da dove ripartiamo? Quali novit puoi scrivere oggi? Spero che tu abbia gi pensato a qualcosa e non ti sia crogiolato sui tuoi successi televisivi.
Federico non accus il colpo: aveva gi studiato una contromossa che, sperava, avrebbe potuto risultare vincente.
Forse ho gi qualcosa, per devo fare un po' di telefonate. Dammi un'oretta.
Brigante lo scrut perplesso.
Davvero? OK, ci aggiorniamo per la riunione delle 16,30. Vai pure.
Malerba fil senza tergiversare: aveva gi deciso cosa fare. Avrebbe telefonato subito al professor Monti in cerca di qualche traccia da seguire.
Una mela e un caff fu tutto quello che riusc a mangiare. Erano passate le 16 quando Vanner lasci solo Ardig.
Con i suoi dubbi. Con i suoi pensieri.
Con la sua mente confusa, incasinata da angeli, demoni, sacre scritture, figure geometriche, simboli massonici.
Nel cervello dell'investigatore si intrecciavano e si sovrapponevano alla rinfusa immagini, parole e dati.
Mentre addentava energicamente la mela tent di riordinare le idee.
Riprese il foglio in cui Vanner aveva disegnato lo schema del triangolo equilatero. Si ferm a osservare i due lati ancora virtuali, eseguiti con due linee tratteggiate che si congiungevano in un punto, il vertice della piramide perfetta.
Un punto geometrico, una vita che l'assassino si sarebbe preso, strappandola con la sua spada, con il sangue, con il dolore.
Sollev una delle riproduzioni modificate della Pala dei tre Arcangeli: inizi a immaginarsi la quarta versione che avrebbe rinvenuto sul prossimo luogo del delitto, quella in cui Lucifero avrebbe trionfato.
In mezzo c'era ancora una vita da spezzare.
Per la prima volta da quando era entrato in Polizia si trovava ad avere, realmente, la responsabilit, quanto meno morale, di poter salvare una vita. Precedendo e fermando la follia e la furia omicida di chiss chi.
L'assassino avrebbe colpito di nuovo: lo sapeva fin da quando aveva visto, in quella toilette, il cadavere di Orrigoni. E adesso lo stava sfidando, in una gara contro il tempo in cui Ardig partiva con tutti gli handicap possibili.
I possibili bersagli, tra Milano e provincia, erano troppi.
Come cercare un ago in un pagliaio.
Chi sarebbe stata la prossima vittima?
Il profilo era relativamente facile da tracciare: un 53-54enne, con un cognome milanese doc, uno di quelli gi presenti nella Milano del Seicento.
Bianchi? Cazzaniga? Brambilla? Carcano?
Oppure Perego? Cusani? Galli? Giussani?
O ancora Milani? Colombo? Rivolta? Bassi?
L'elenco era lungo, troppo lungo.
Anche restringendo il campo soltanto ai 50enni si sarebbero ritrovati con migliaia di potenziali vittime del killer.
L'unico modo per restringere ulteriormente il campo, pensava mentre sorbiva il caff dal bicchiere di carta, era quello di individuare il cognome di un altro dei vecchi nemici dell'Acerbi.
Individuare, una parola grossa. Sarebbe stato pi opportuno e onesto parlare di indovinare.
E, anche in questo caso, avrebbe avuto comunque centinaia di possibili bersagli.
Per non aveva alternative. Nessun'altra.
Si accese una sigaretta e sbuff: mezz'ora dopo avrebbe visto l'esperto di storia milanese. Aveva ancora qualche minuto per studiarsi il dossier sui rilievi tecnici della Scientifica riguardanti l'omicidio Orrigoni.
Mezz'ora dopo, intorno alle 17, il giovane responsabile della Omicidi si alz dalla scrivania per rilassarsi qualche istante e rinfrancarsi ammirando dalla finestra il panorama di piazza San Sepolcro, un'oasi silenziosa e rassicurante nel cuore tumultuoso e caotico del centro di Milano.
Guard l'orologio.
Aveva giusto il tempo per l'ennesimo caff e un'altra sigaretta. Prima dell'incontro con l'esperto di armi antiche e il consulente dei Ris di Parma che aveva convocato.
Acciaio spagnolo, risalente al Sedicesimo o Diciassettesimo secolo a giudicare dai frammenti rugginosi che abbiamo analizzato nei nostri laboratori.
Flavio Bondan, capelli quasi argentati e pizzetto brizzolato, un ingegnere chimico, con una specializzazione nei metalli, da alcuni anni collaboratore in qualit di consulente con l'efficientissima e attrezzatissima struttura dei Ris di Parma, appoggi sul tavolo un foglio con dati e tabelle, simile ai risultati delle comuni analisi del sangue che si effettuano all'Asl.
Era stato lui a firmare le elaborate perizie sui microscopici rilievi rinvenuti nelle ferite delle due vittime.
Esaur la sua relazione tecnica in pochi minuti, fornendo alcuni dettagli sulle probabili misure dell'arma e sul suo tipo di conformazione.
Quindi lasci la parola all'uomo seduto al suo fianco, con cui aveva intensamente collaborato nelle ultime due settimane: Martino Graffini, un facoltoso imprenditore comasco, collezionista di armi da guerra, in particolare spade e scudi, nonch curatore di un'apprezzatissima mostra sulle armi medievali, tenutasi un paio di anni prima al Castello Sforzesco.
Con l'ingegnere Bondan abbiamo effettuato dei microprelievi da alcune delle tante spade della mia collezione e posso confermarle che si tratta di una Vegas, la spada lunga, di acciaio, che utilizzavano i nobili spagnoli nei due secoli a cavallo tra il 1500. Queste spade furono poi importate negli anni successivi nei tanti territori che l'allora potenza spagnola controllava.
Quindi possiamo ritenere che questo tipo di spada fosse in circolazione a Milano durante la prima met del Seicento?, azzard speranzoso Ardig.
Possiamo ritenere di s, anche se, probabilmente, si trattava gi di un modello superato da qualche decennio. Troppo pesante e massiccia: i nobili milanesi nel Seicento preferivano spade pi leggere e meno ingombranti, che potevano agevolmente celare sotto i mantelli.
Un momento, mi ha appena detto che...
Stavo per arrivarci, commissario. Anche se era, diciamo... mi passi il termine, passata di moda... sicuramente molti di loro avevano in casa delle Vegas, che utilizzavano per l'allenamento. Essendo robuste e pi impegnative erano l'ideale, anche per tonificare la muscolatura.
Dove si pu reperire oggi una simile spada?  un oggetto raro?, chiese il poliziotto.
Raro non direi. Al limite costoso. Di Vegas tra gli appassionati e i collezionisti se ne possono trovare parecchie. Io stesso ne ho tre. Lo scorso anno, durante la tradizionale rievocazione nel comasco della storica battaglia di Carcano d'Albavilla - la battaglia in cui per la prima volta i comuni lombardi sconfissero il Barbarossa e la sua armata teutonica, sei anni prima dell'epico scontro di Legnano - ne ho viste diverse di Vegas tra i partecipanti al raduno.
Costosa quanto?
Dipende dal modello. Dallo stato di conservazione. Il prezzo potrebbe variare fra i tre o quattromila euro e salire fino a dieci o forse anche quindicimila.
E dove si pu trovare un venditore?
Nelle rievocazioni storiche si effettuano scambi tra appassionati e tra collezionisti. Oppure nelle fiere dedicate all'artigianato. Persino da qualche fabbro. E su Internet, ovviamente. Magari una Vegas si trova anche su eBay. Le ripeto, si tratta di un oggetto costoso.
L'assassino ha anche un portafoglio ben fornito, riflett tra s e s Ardig. L'indagine non faceva passi avanti, ma almeno cominciava ad avere le idee un po' pi chiare.
Congedati Bondan e Graffini, chiam Santoni, cui aveva affidato la pergamena prelevata dall'abitazione di Malerba, per assicurarsi che fosse tutto a posto.
Il sottoposto lo rassicur: era passato in redazione, alla Voce Lombarda, e aveva recuperato l'altra pergamena e le aveva gi consegnate ai colleghi della Scientifica che avrebbero necessitato di qualche ora per i loro esami.
Nel tardo pomeriggio, avevano garantito, si sarebbero fatti sentire.
Le risposte della Scientifica arrivarono puntuali verso le 19. Santoni e Velluti osservavano il loro capo.
A sua volta, Ardig scrutava attento gli ingrandimenti con le trascrizioni dei due messaggi contenuti nelle pergamene.
Eccitati da frivole cause esacerbarono in guisa gli animi,
che non tard a scoppiare la tempesta.
Per toglierlo alle brighe in cui era avvolto, l'accolse
nel suo palazzo. Ne ottenne gratitudine? Non troppa.
Cosa dicono i colleghi?
Che i messaggi sono stati scritti dalla stessa mano, non hanno dubbi. La pergamena  fatta di una carta pregiata, una carta d'Olanda, piuttosto datata, seicentesca o settecentesca. Si pu reperire in alcuni negozi specializzati. Se ne trovano diversi nelle citt d'arte, come Firenze, Roma e Venezia.
Hanno rilevato impronte?
Sulla prima pergamena ci sono due impronte diverse sia nella parte interna del papiro, che in quella esterna. Sulla seconda pergamena, invece, ci sono impronte di un solo tipo, sia all'interno che all'esterno: e si tratta delle stesse impronte rinvenute anche sul primo papiro. Purtroppo nessuna delle impronte in questione  registrata nel nostro schedario, spieg Santoni, gi consapevole della successiva risposta del superiore.
Come immaginavamo. Le impronte nella parte interna della prima pergamena devono essere quelle di Malerba e del suo collega, Borroni. Mentre quelle della seconda sono del solo Malerba, chios il commissario.
I suoi collaboratori assentirono convinti.
Massimo, un'altra cosa: hai visto la famosa email di cui mi ha parlato Malerba?
Vista e inoltrata a me e a De Piccoli per conoscenza. Probabilmente quelli della Scientifica invieranno un loro tecnico al giornale per fare degli approfondimenti sul pc di Malerba e sul sistema informatico della redazione. Per...
Se l'email l'ha mandata un idiota, come potrebbe essere quel Lo Nigro, allora potremmo risalire al server da cui l'ha inviata e scovare cos il mittente. Se invece l'ha mandato uno in gamba avr fatto sparire le sue tracce dalla rete.
Esattamente, capo.
Sono d'accordo. Lasciamo fare il lavoro ai colleghi informatici e vediamo - concluse il capo della Omicidi - se salta fuori qualcosa, anche se ne dubito.
Le raccomandazioni di Ardig erano state chiare e tassative: non doveva fare parola con nessuno di quanto accaduto nella notte. E questa volta, del resto, non rischiava una denuncia o qualche altro guaio di natura legale: rischiava molto di pi e soprattutto rischiava in prima persona.
Eppure... eppure quel crocifisso spezzato e quel cero nero erano un elemento troppo importante per lasciare perdere e mantenere il segreto.
Era gi da un paio d'ore che Malerba si dibatteva tormentato.
Alla fine, comunque, gli sembrava di aver individuato la soluzione giusta, l'unica che gli avrebbe permesso di mantenere il riserbo sull'avvertimento ricevuto e su alcuni importanti dettagli, pur consentendogli di approfondire maggiormente alcuni elementi e avere cos nuovo materiale per un buon articolo.
Ricapitol mentalmente, per l'ennesima volta, cosa dire e soprattutto cosa non dire, quindi prese il telefono: compose il numero del professor Monti che ormai conosceva a memoria.
Al secondo squillo il docente rispose, con il suo consueto tono formale e rilassato.
Buonasera dottore, che piacere sentirla.
Spero di non disturbarla.
No, assolutamente. Spero soltanto che non ci sia stato un nuovo omicidio, si inform preoccupato il docente.
No, no. Stia tranquillo. La disturbo per un altro motivo.
Meno male. Prego, come le ho gi detto non mi disturba affatto. Mi dica pure, ma prima mi permetta di rinnovarle i miei complimenti per la sintesi e la competenza dimostrate ieri sera in televisione.  stato davvero efficace.
Grazie, tentenn Federico, interrotto proprio mentre stava riannodando i fili del discorso da intraprendere.
Monti lo intu e lo incoraggi immediatamente a proseguire.
Allora, a cosa devo questa sua gradita telefonata?
Per la verit - esord il reporter sempre titubante - mi sono preso la briga di disturbarla perch, sinceramente, non so dove sbattere la testa e confido, come sempre, nella sua competenza. Lei sta diventando la mia stella polare, esager.
Addirittura...  troppo gentile e mi lusinga. Sentiamo.
Le dicono niente simboli come un cero nero e un crocifisso spezzato?
Lo studioso tergivers qualche istante prima di rispondere.
Forse, caro dottor Malerba, pi che di un semplice insegnante di liceo appassionato di storia milanese, lei avrebbe bisogno di consultare un esperto di occultismo.
Sinceramente professore mi fido molto di pi di quello che potr dirmi lei, ribad in tono convinto e convincente il giornalista.
Non posso che ringraziarla per tutta la fiducia che mi sta manifestando. Ho il dovere di cercare di non deluderla. Una bella responsabilit, replic Monti scherzando sempre con tono misurato.
Prima di riprendere: Da quel poco che ho letto sull'argomento direi che il crocifisso spezzato e il cero nero fanno parte della simbologia legata all'esoterismo e ai riti ad esso dedicati. Pu fornirmi qualche ragguaglio in pi, per favore?.
Mi spiace, professore, ho soltanto raccolto delle voci non confermate e non so davvero dirle altro.
Capisco. Le confermo che ritengo che questi elementi si possano ricollegare a una setta esercitante attivit esoteriche o occulte. Per essere chiari: messe nere. Non saprei dirle di pi, davvero.
Malerba deglut nervoso.
 quello che immaginavo. Professore, ancora una volta non posso che ringraziarla e scusarmi per il disturbo.
Si figuri, mi chiami quando vuole. Arrivederci.
Cominci a scrivere.
Le giornate stavano iniziando ad accorciarsi, seppur impercettibilmente.
Erano quasi le 21 e il cielo, dal celeste chiaro che lo aveva tinteggiato per circa quindici ore, stava mutando il suo colore verso un blu prima cobalto poi sempre pi scuro.
Anche l'illuminazione urbana era gi accesa.
Ardig sbuff stropicciandosi le tempie, come aveva fatto pi volte in quella lunga e interminabile giornata iniziata poco dopo le 4 con il messaggio ricevuto dall'allarmato Malerba.
Era stanco: le pompose disquisizioni di Vanner, le troppe riunioni e la lettura di fascicoli e incartamenti lo avevano prosciugato di ogni energia.
Avvertiva una serie di bisogni. Materialissimi e umani.
Nell'ordine: una doccia, una cena - dopo che in tutto il giorno aveva trangugiato soltanto una mela, oltre al solito tsunami di caff - e infine una rigenerante dormita.
Stava per spegnere il computer quando sent bussare alla porta. Era Santoni.
Bruno, scusami.
Quando non erano in pubblico il suo vice non ricorreva al convenzionale Commissario e lo chiamava pi confidenzialmente per nome.
Sto andando via. Dimmi che non  nulla di importante.
Temo sia importante.
Il capo della Omicidi si arrese, invitando il suo vice a sedersi di fronte a lui.
I Carabinieri di Monza hanno ricevuto una denuncia per la scomparsa di un uomo, tre ore fa, esord Santoni.
Di chi si tratta?, domand con voce sconsolata.
 proprio questo il punto. Si tratta di un illustre medico dell'ospedale San Gerardo, uno dei primari di chirurgia, un certo Matteo Pozzi.
Uff... e allora?, lo interruppe spazientito il superiore.
E allora mi  immediatamente balzato all'occhio un particolare:  nato nel 1955.
Il commissario cerc di afferrare il nesso che, al momento, gli sfuggiva, complice la stanchezza.
 solo un'intuizione, capo, per il profilo di questo Pozzi, in qualche modo, mi ricorda quello delle prime due vittime: ha la stessa et, anche se Orrigoni aveva un anno in pi,  milanese,  un professionista affermato...
Gli fece cenno di proseguire.
Santoni appoggi sul tavolo il fonogramma ricevuto dal comando regionale lombardo dell'Arma e inizi a parlare a braccio.
Da quel che ha raccontato la moglie, che ha presentato denuncia personalmente, il medico  atterrato questa mattina a Malpensa, di rientro da una lunga trasferta professionale nell'Estremo Oriente. La donna si attendeva una telefonata da parte del marito appena sbarcato, come avviene abitualmente.
E invece niente?, intervenne Ardig.
No, e infatti la signora ha iniziato subito ad allarmarsi. Essendo molto apprensiva si era svegliata apposta, intorno alle 6, per controllare sul Televideo la pagina dedicata ai voli e ha constatato che l'aereo era atterrato puntuale, con un lieve ritardo di una ventina di minuti. A quel punto si  tranquillizzata e si  messa a fare colazione, in attesa della telefonata del marito. Verso le 7, non avendo ricevuto alcuna chiamata, ha cercato di contattare il consorte sul telefonino che, per, risultava ancora spento. A quel punto lo ha martellato costantemente trovandolo sempre irraggiungibile e, cos, verso le 9, ha contattato l'ospedale, convinta che il marito si fosse recato direttamente al lavoro senza accendere il telefonino. Per farla breve: in ospedale il professore non si  visto per tutto il giorno e il suo cellulare continua a risultare irreperibile.
Un momento,  stato appurato se questo Pozzi  effettivamente atterrato?
Certamente, i Carabinieri hanno effettuato tutti i controlli con le autorit aeroportuali: il passeggero  stato regolarmente sbarcato dal velivolo della Japan Airlines proveniente da Tokyo. Adesso stanno verificando se abbia o meno ritirato i bagagli e stanno ispezionando tutto lo scalo, nell'ipotesi che il professore abbia avuto un malore o altro.
Boh... mi sembra difficile dopo tutte queste ore, qualcuno se ne sarebbe accorto, no?, chios Ardig, ancora pi rabbuiato in viso.
Non  detto che questa scomparsa abbia una qualche attinenza con l'inchiesta che stiamo conducendo. In fin dei conti c' soltanto questa coincidenza dell'anno di nascita. Non molto.
Il commissario rimase il silenzio, pensieroso e concentrato.
Il suo tanto agognato e necessario riposo stava slittando ancora una volta.
Eppure a questo punto non aveva alternative, doveva andare avanti.
Massimo, per favore, manda qualcuno al bar e fammi portare un panino e una bevanda energetica e zuccherata, va bene anche una Coca-Cola. E fatti portare qualcosa anche tu. Temo che ne avremo per qualche altra ora.
L'ispettore obbed senza replicare.
Ardig prese a spulciare i tanti post-it gialli disseminati sulla scrivania, fino a quando individu quello che cercava.
Lo prese e inizi a comporre il numero di cellulare riportato sul foglietto. Si sentiva un po' ridicolo, tuttavia doveva togliersi questo dubbio il prima possibile.
Per fortuna il cellulare del professor Fusaro suonava libero.
La storia di Milano  piena di persone con questo cognome. E anche nel periodo seicentesco la casata dei Pozzi  stata una delle pi importanti della citt.
Le parole del professor Fusaro riecheggiavano ancora sibilline nella mente del giovane dirigente della Mobile, sempre pi stanco e meno lucido.
Trovare un collegamento reale tra l'Acerbi e un Pozzi, uno qualsiasi, era assolutamente possibile, ma insensato.
Decise di arrendersi. Prima per fece l'ultimo punto della situazione con Santoni.
Abbiamo un paio di novit, esord il sottoposto.
Sentiamo.
La vettura del professor Pozzi, una Fiat Palio, si trova ancora in uno dei parcheggi del Terminal 2 di Malpensa. Mentre tra i bagagli recuperati dal personale dell'aeroporto o dei colleghi non ne risulta nessuno collegabile all'uomo scomparso. Nel senso che non ci sono trolley o bagagli con etichette o piastrine con il suo nome, invece la moglie ha assicurato che ogni bagaglio del marito era contrassegnato con un cartellino adesivo contenente nome, cognome e indirizzo completo.
Quindi avrebbe recuperato il bagaglio, ma non l'auto. Potrebbe essersi allontanato in taxi o con un autobus. Per  strano che abbia lasciato la macchina in aeroporto.
A meno che in Giappone o in volo non abbia conosciuto una deliziosa fanciulla, magari una hostess, sia atterrato e sia filato a chiudersi in qualche motel, dimenticandosi di tutto e tutti, concluse scherzando Santoni.
La battuta strapp un sorriso anche ad Ardig, ormai al limite dello svenimento.
Va bene, per stasera fermiamoci qui. Tanto non possiamo fare di pi. Lo stanno cercando tutti. Aggiorniamoci domani mattina.
Finalmente, alle 23, Ardig poteva tornare a casa a riposare. Ma era inquieto, nervoso, sapeva che difficilmente, in quello stato, sarebbe riuscito a dormire, nonostante la stanchezza fisica e mentale accumulata.
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Era abbastanza soddisfatto, era riuscito a realizzare un capolavoro di equilibrismo, bilanciando l'esigenza di diffondere il minor numero di dettagli possibili, e soprattutto la loro provenienza, con la necessit di mettere in cantiere un articolo con qualche novit interessante.
Il suo articolo apriva pagina 9, con un richiamo in prima: Milano: una setta satanica dietro agli ultimi omicidi?
Nel pezzo Malerba accennava, senza approfondire, ad alcuni simboli esoterici, senza specificare quali, rinvenuti nei pressi della cappella funeraria degli Acerbi, la cui profanazione aveva, di fatto, dato il via alla serie di delitti che, come temevano anche gli stessi inquirenti, rischiava di allungarsi ulteriormente.
Rileggendolo si rese conto di non aver scritto uno dei suoi articoli migliori: pochissime novit, tante forse e troppe supposizioni.
Ma per oggi il men non proponeva nulla di meglio.
I suoi lettori avrebbero dovuto accontentarsi.
E anche quel brontolone di Brigante.
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12. Milano, 19 giugno 2009.
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Lucky, scodinzolante, tirava come ogni mattina.
Il signor Terraneo, ancora un po' assonnato a quell'ora, camminava per i marciapiedi, deserti, di via Guido d'Arezzo con passo deciso, per compiacere l'andatura imposta forzatamente dal cane, felice e pimpante per la passeggiata che lo attendeva.
Sbucarono in piazza Pagano, nel cuore del quartiere residenziale denominato Fiera, per via dell'attiguit con la vecchia Fiera Campionaria ormai in fase di smantellamento.
Attraversarono l'incrocio raggiungendo, dall'altro lato della strada, l'ex Parco Pallavicino, ribattezzato da qualche anno Giardini Guido Vergani, in tributo all'illustre cronista milanese, scomparso nel 2005, che, dalle colonne del Corriere e della Repubblica, per decenni, aveva raccontato ai suoi concittadini fatti, novit e cambiamenti della metropoli meneghina nel lungo periodo trascorso dall'immediato dopo Guerra fino al passaggio nel nuovo millennio.
Alle 6,30 del mattino, nel curatissimo polmone verde, tra piazza Buonarroti e viale Mascheroni, non c'era ovviamente anima viva.
I forzati del footing mattutino avrebbero iniziato a farsi vedere soltanto una mezz'oretta pi tardi, mentre i tanti proprietari di cani residenti nel circondario avrebbero fatto la loro comparsa soltanto intorno alle 7.
Il signor Terraneo, pensionato da quasi dieci anni, lo sapeva benissimo, giacch con il suo Lucky, un incrocio meticcio di cocker, veniva regolarmente tre volte al giorno nel parco: alle 6 del mattino, alle 13, prima del riposino pomeridiano, e verso le 22, prima di andare a dormire.
Orari regolari e fissi, per il padrone e per il cane.
Quella della passeggiata mattutina, prima della colazione, era una consolidata e piacevole abitudine per l'affiatatissima coppia che in estate, soprattutto tra giugno e luglio, si godeva la tranquillit dei giardini nell'orario migliore: con il fresco della giornata appena cominciata, con una luce gradevole e un sole ancora solo minacciosamente afoso.
L'unico neo, pensava Terraneo camminando nella pista ciclabile alberata che correva parallelamente a corso Pallavicino, era quello di non avere i quotidiani da leggere, comodamente seduto su una panchina del parco, all'ombra di un faggio o di un platano. In edicola, come ogni mattina, sarebbe passato una mezz'oretta dopo, al termine del giretto.
Lucky, nel frattempo, si era fatto ancora pi impaziente: il pensionato decise di sciogliergli il guinzaglio e lasciarlo scorazzare un po' tra gli alberi.
Per qualche minuto gironzolarono senza una direzione precisa, addentrandosi nel cuore del parco, fino a quando il cane, come da abitudine, spinto dalla sete si avvi verso la splendida e avveniristica fontana a getti collocata nell'area adiacente a quella per i giochi dei bambini, dove erano situati scivoli e altalene.
Si trattava di una fontana atipica, senza vasca, bordi o delimitazioni artificiali: in un perimetro circolare di circa una trentina di metri quadrati erano stati disseminati alcuni massi, quasi tutti omogenei, scuri e simili a enormi castagne, disposti in modo concentrico, quasi come una scultura moderna o un'opera d'arte astratta.
Tra un masso e l'altro, disseminati analogamente in modo concentrico, erano stati impiantati i getti d'acqua, azionati da un regolatore automatico che, in maniera meccanica e ripetitiva, alternava una serie di spruzzi, partendo, con un crescendo sinfonico, da quelli pi lievi per arrivare a quelli pi intensi e a lunga gittata, che davano l'idea di un effetto geyser, creando piacevoli giochi d'acqua e rinfrescando tutta l'area circostante.
Non essendoci una vasca o dei bordi non era infrequente che, durante la giornata, nelle ore pi calde, qualcuno approfittasse dei getti per farsi delle vere e proprie docce fredde, entrando direttamente nell'area delimitata dai tanti massi rocciosi.
Ed inizialmente, per qualche istante,  proprio quello che il pensionato immagin fosse accaduto quando riusc a mettere nitidamente a fuoco quello che i suoi occhi, supportati da vistosi occhiali, avevano captato gi da una decina di metri di distanza: un fagotto, piuttosto voluminoso, adagiato in mezzo ai sassi e agli spruzzi, che, metro dopo metro, aveva via via assunto fattezze umane.
Non si trattava di un fagotto. Era un uomo: sdraiato, riverso su un fianco, quasi incastrato, tra due massi.
Un barbone ubriaco? Un tossico? Un extracomunitario?
In ogni caso poteva essere ferito. E sembrava privo di sensi. Lucky lo aveva preceduto e stava gi annusando quel corpo fradicio.
Era accasciato sul fianco destro e non poteva vederlo in faccia: la testa era riversa, quasi pendente, verso la parte centrale della fontana.
Lucky, via! Spostati, ordin Terraneo con la voce agitata, smanacciando con il guinzaglio.
Il cane ubbid, uggiolando.
Incurante degli spruzzi d'acqua l'anziano si chin istintivamente sull'uomo, girandolo nella sua direzione.
Inorrid immediatamente, lasci la presa e perse l'equilibrio. Le gambe vacillarono e ondeggi indietro ritrovandosi con il sedere per terra, sul terreno umido.
Rimase seduto, in stato di choc per un paio di secondi.
Il latrare del cane e l'acqua fredda, che lo stava inzuppando, lo ridestarono.
Finalmente realizz che l'uomo era morto.
Aveva gli occhi aperti, sbarrati.
Il colore del volto era vitreo e pallido.
Sui vestiti, inscuriti per l'acqua che li inzuppava, si vedevano macchie pi scure e dense: sangue senza dubbio.
Lo afferr per una manica della giacca e prov a trascinarlo fuori dalla fontana, ma si arrese subito: era di corporatura robusta e i vestiti inzuppati lo appesantivano ulteriormente.
Non era in grado di spostarlo: quel corpo, gi rigido, non poteva essere trascinato in mezzo a quei massi cos vicini l'uno con l'altro.
E lui, a 72 anni, non era certo in grado di sollevarlo da terra. Non poteva fare nulla.
Fradicio e infreddolito indietreggi di qualche passo, rimanendo con lo sguardo rivolto sul cadavere.
La camicia, scura, forse nera, era ridotta a brandelli all'altezza del petto e del ventre.
Sotto si intravedevano delle terribili lacerazioni.
Eppure non c'erano tracce di sangue intorno al corpo.
Doveva avvertire qualcuno, doveva chiamare i soccorsi.
Riordin mentalmente le idee con una lucidit che lo sorprese. Richiam Lucky, gli prese il collare e lo agganci al guinzaglio, poi guard l'orologio: le 6,31.
Non aveva il cellulare, non lo portava dietro abitualmente, figuriamoci a quell'ora.
Si incammin nella direzione da cui era venuto: in piazza Pagano probabilmente avrebbe trovato qualcuno a cui chiedere aiuto.
Inizi a camminare frettolosamente sul terriccio sabbioso del parco, lasciando dietro di s una scia di umido, per via delle gocce che colavano abbondanti dai pantaloni di cotone e dalla camicia a maniche corte che indossava.
La sveglia, programmata per le 7, non era servita.
Erano bastati i primi raggi di sole, trapelati dalle fessure della tapparella, a destarlo dal torpore intorno alle 6,20.
Poco pi di sei ore, di un sonno ristoratore e sereno, erano bastate per ricaricare le batterie, fisiche e mentali.
Una rapida doccia e dieci minuti dopo Ardig era gi davanti al fornello ad armeggiare con la caffettiera.
Prese una tazza e gett tre cucchiaini di zucchero.
Caff e zucchero, ecco la sua colazione.
Del resto non aveva in casa nulla: latte, biscotti, frutta.
Niente. Nemmeno per cenare.
Forse aveva ancora un pacco di pasta e un barattolo di sugo pronto, se non era scaduto.
Non faceva la spesa da settimane e non aveva nemmeno lasciato istruzioni a riguardo alla donna delle pulizie che veniva una volta alla settimana.
Vers il caff bollente nella tazza e si spost sul minuscolo balcone. Tre piani sotto, via Gran Sasso, l'arteria che collegava viale Abruzzi a piazza Piola, cominciava ad animarsi, con le prime macchine che infrangevano la quiete di inizio mattina.
Per il traffico, quello vero, bisognava attendere un'altra mezz'ora: le strade di Milano si riempiono soltanto a partire dalle 7,15. Rimase per qualche minuto l, sul balcone, in canottiera e ciabatte, intento a fissare quell'insolita Milano, silenziosa e ancora assonnata, che si avviava a riprendere vita dopo il riposo notturno.
Rientr per appoggiare la tazza nel lavello, si accese la prima sigaretta della giornata e si guard intorno: l'ambiente era unico, una stanza di circa 25 metri quadrati con un angolo cottura da un lato e un divano, un mini tavolino e un piccolo televisore dall'altro.
Sul lato opposto c'erano la porta d'ingresso dell'abitazione e un'altra porta, quella che dava su uno stretto corridoio dove si fronteggiavano altre due porte, quella della stanza da letto e quella del bagno.
In tutto 50 metri quadrati, 55 considerando anche il balconcino.
Le pareti erano spoglie, prive di mensole o quadri.
Non c'erano soprammobili e neppure piante o vasi.
Alcuni scatoloni erano ammassati nell'angolo vicino al divano, il tavolino era zeppo di cartellette e fascicoli, il frigo malinconicamente vuoto, il tavolo altrettanto malinconicamente disadorno e privo di tovaglie, piatti o qualsiasi altro oggetto riconducibile a un uso domestico.
Viveva in affitto in quell'appartamento da due anni, giorno pi giorno meno, ma pi che vivere in quell'abitazione ci dormiva e in quei pochi metri quadrati non c'era nulla di suo: l'aveva presa cos, gi arredata con il minimo indispensabile, e non aveva mai fatto nulla per provare a personalizzarla.
Il concetto di casa, di una casa in cui ritirarsi dopo le fatiche quotidiane, da sentire propria, non lo aveva mai sfiorato. Non ancora, per lo meno.
Capitava raramente, per fortuna, eppure ogni tanto si rendeva conto di non avere una vita e forse di non vivere neppure.
Live or exist recitava lo slogan di una nota marca di birra in bottiglia.
Nel suo caso il dilemma si risolveva rapidamente, con la seconda opzione.
La sua era un'esistenza pi che una vita, con pochi affetti, con pochissimi sentimenti, prigioniero di un carattere chiuso, votato al silenzio e alla solitudine, e di un lavoro che lo aveva assorbito totalmente, quasi risucchiandolo, adattandosi perfettamente alla sua complicata e spigolosa personalit.
Non c'era stata una causa scatenante, un trauma nell'infanzia o nell'adolescenza, un evento che lo aveva segnato: semplicemente era nato e cresciuto cos.
Con i suoi silenzi e la sua diffidenza ad aprirsi a circondarlo, come una sorta di aurea invalicabile.
Gli venne in mente Malerba, un altro che esisteva, sempre indaffarato, anzi ossessionato, nell'inseguire i suoi presunti scoop e la sua voglia di essere al centro della scena e di apparire mediaticamente.
Per, a pensarci bene, le cose erano differenti: Federico voleva vivere, non solo accontentarsi di esistere, e soffriva per il fatto di non riuscirci.
Il giornale, gli articoli, le comparsate in tiv, erano soltanto un palliativo per riempire il vuoto lasciatogli da Silvia e dalla consapevolezza di non avere una vita propria, una famiglia, qualcuno per cui valesse la pena alzarsi la mattina.
Qualcuno, non qualcosa.
Malerba per questo si dilaniava, internamente, trasformando rabbia e frustrazione personale ed emotiva in carica lavorativa, in adrenalina professionale, in cannibalismo da prima pagina.
Per lui era diverso: la solitudine era nel suo Dna, lo accompagnava fin da ragazzino.
Quando i suoi genitori, quindici anni prima, avevano scelto di tornare a vivere in montagna, da dove erano emigrati negli anni Sessanta, lui non aveva avuto esitazioni: era rimasto in citt, da solo, per studiare e costruirsi la sua vita.
Aveva gi scelto la strada della Polizia, dell'ordine, della giustizia. Era la sua vocazione, fin dall'adolescenza.
Lo sapeva ed era stata la scelta giusta: una rapida carriera, dei brillanti risultati professionali e una posizione di responsabilit lo confermavano, compensando tutte quelle carenze affettive e i pochi rimpianti che in qualche isolato caso affioravano.
Non avrebbe potuto dividere la sua vita con un'altra persona, non ne sarebbe stato capace. Ne era convinto.
Tuttavia, da un po' di tempo, superati i 35 anni, iniziata la discesa verso i 40, qualche dubbio aveva cominciato ad affiorare, venendo a galla come bollicine di ossigeno che rompono la quiete di un mare scuro, calmo e piatto.
Si accese un'altra sigaretta e inizi a lavare la tazza e la caffettiera. Il ronzio del cellulare lo distolse dai suoi pensieri.
Era Velluti. Se lo chiamava alle 6,55 significava una sola cosa: un omicidio.
Mentre premeva il pulsante di risposta tent di farsi venire in mente il nome del medico scomparso il giorno precedente.
Era sicuro che il suo vice lo stesse chiamando a quell'ora per quell'unica possibile ragione: avevano trovato il corpo del luminare.
Anche San Michele era stato sconfitto.
E adesso Lucifero si ergeva fiero e trionfante, con i tre Arcangeli ai suoi piedi, battuti e ormai inermi.
Il triangolo si era chiuso.
La cartelletta trasparente era stata adagiata a circa un metro dal martoriato corpo del dottor Pozzi, sul terriccio circostante la fontana, in modo che l'acqua non penetrasse rovinando l'immagine impressa sul foglio stampato a colori.
Ardig continuava a fissare la versione modificata della Pala dei tre Arcangeli di Marco d'Oggiono.
La quarta versione modificata che si era trovato a maneggiare in queste assurde e concitate ultime settimane.
La quarta e l'ultima, perch adesso Lucifero aveva sconfitto tutti i suoi avversari.
Eppure qualcosa non lo convinceva.
La voce del dottor Brasca, alle sue spalle, lo fece quasi sobbalzare.
Non ci sono dubbi.  il nostro solito assassino. La stessa mano e quasi certamente la stessa arma, a giudicare dalle ferite, chios il dottor Brasca, mentre si toglieva i guanti in lattice, infastidito dalla troppa acqua che ancora li circondava, bagnando il nylon con cui avevano coperto le scarpe - come da regolamento quando accedevano alla scena criminis - per non contaminare il quadro dell'area del delitto.
Quando  avvenuto il decesso?, domand il capo della Omicidi.
Da circa 15 ore, forse 18. Azzarderei tra le 13 e le 16 di ieri. Sapr essere pi preciso dopo l'esame autoptico, tagli corto l'anatomopatologo.
Hanno cambiato modus operandi. Prima colpivano all'aperto, in pubblico, adesso hanno scelto di sequestrare la vittima, ucciderla altrove, presumibilmente in qualche luogo tranquillo e al riparo da occhi indiscreti, e quindi trasportare il cadavere, dopo diverse ore, per farcelo trovare in pieno centro. Hanno comunque corso un bel rischio. Sembra quasi una sfida, forse rivolta proprio a noi, osserv Ardig.
Tra lo stupore dei collaboratori che lo attorniavano.
Commissario, perch utilizza il plurale?, domand Velluti.
Perch per effettuare il sequestro, l'omicidio e il successivo trasporto del corpo dovevano essere almeno in due. Forse anche di pi, rispose, indicando il terreno sabbioso che circondava la fontana.
Concordo, non ci sono segni di trascinamento, conferm il responsabile della Scientifica, Daniele De Piccoli, appena rientrato da un accurato sopralluogo nell'area criminis, recintata dal nastro isolante per impedire l'accesso agli estranei.
Non abbiamo trovato nulla di interessante, finora. Comunque abbiamo gi fatto delimitare l'area e ora iniziamo i rilievi.
Ardig scosse la testa.
Dubito scoprirete qualcosa. E sono pronto a scommettere che, come sempre, non ci saranno telecamere di sorveglianza in questa zona, comment scettico.
Hanno corso un grosso rischio. Sembra quasi una sfida, forse rivolta proprio a noi, prosegu il responsabile della Omicidi, riflettendo ad alta voce.
I giardini Vergani, uno dei pochi polmoni verdi di Milano, erano splendidi, a quell'ora, nonostante il sole che iniziava a picchiare.
L'eco del brusio dei tanti curiosi ammassati a qualche metro di distanza lo distolse dai suoi pensieri.
Guard l'orologio. Doveva recarsi in Questura.
Salut, incamminandosi verso la macchina.
Prima di chinarsi, per oltrepassare il nastro isolante, si volt di scatto verso i colleghi, per lanciare un'ultima occhiata alla cartelletta, stretta nelle mani di un agente della Scientifica.
Lucifero, nudo, con le ali e gli artigli neri, campeggiava in posizione dominante sui tre Arcangeli sconfitti.
Tre, come le vite che in altrettante settimane si erano portati via gli Angeli di Lucifero...
Lo hanno sequestrato, presumibilmente all'aeroporto di Malpensa, intorno alle 7 di ieri mattina, probabilmente qualche minuto prima. E lo hanno ucciso circa 6-7 ore dopo: tra le 13 e le 16 stando alle prime stime del medico legale. Quindi hanno custodito il corpo in qualche luogo riparato, dove nel frattempo si  esanguato. E presumibilmente in piena notte si sono spostati fino ai Giardini Vergani, dove hanno depositato il cadavere, piazzandolo in una fontana, presumo per complicare ulteriormente la nostra ricerca di eventuali tracce lasciate.
Ardig espose rapidamente la sua ricostruzione su questo terzo omicidio.
Il sostituto procuratore Perilli rimase silente ad ascoltare, annuendo ogni tanto.
Il Questore invece sembrava scettico.
Francamente c' qualcosa che non mi quadra. L'assassino - o gli assassini poich secondo lei sarebbero pi di uno - avrebbero percorso chiss quanti chilometri, attraversando delle vie del centro, con un cadavere a bordo di un veicolo. Con il rischio di essere fermati da qualche pattuglia, considerando lo scarso traffico notturno. Mi pare inverosimile.
Eppure  andata cos, ribatt convinto Ardig, contraddicendo di fatto il superiore.
E nel trasbordo dall'auto o dal furgone utilizzato fino alla fontana? Hanno corso un altro rischio enorme. E per cosa?, lo incalz pi duro il Questore.
Ragionevolmente questa operazione sar stata effettuata nel pieno della notte, nelle ore in cui in giro non c' praticamente nessuno. E dalla fontana alla strada pi vicina, via Grancini, in tutto sono una ventina di metri. Anche ammesso fossero soltanto in due potrebbero aver spostato il cadavere nel giro di un minuto, massimo un minuto e mezzo.
Il Questore annu, ma dal suo volto traspariva tutta la sua preoccupazione e il suo malcontento.
Che istantaneamente tracimarono.
Dottor Ardig, questo  il terzo morto in meno di venti giorni. E noi, in mano, non abbiamo praticamente nulla. Non abbiamo una traccia da seguire, non abbiamo un movente. Nulla. Ho l'impressione che le indagini siano state finora indirizzate su piste inconcludenti.
Il commissario ascoltava impassibile, senza abbassare lo sguardo.
Il sostituto procuratore osservava in silenzio.
Non ha nulla da dire, Ardig?, prosegu il Questore.
Signor Questore se mi posso permettere - inizi a rispondere il commissario - ritengo che le indagini siano state condotte con coscienza, professionalit e in maniera assolutamente opportuna. Come ho sempre fatto da quando ricopro questo incarico. Riguardo alla prima vittima, Alberto Annoni, erano emersi riscontri oggettivi circa un suo legame con l'ambiente dello spaccio della droga e, probabilmente, con quello della prostituzione. Era doveroso indagare in questa direzione e dei risultati sono stati comunque prodotti.
 stato arrestato uno spacciatore, che tra qualche mese torner libero. E riprender a delinquere, lo sappiamo tutti. Invece la nostra priorit  quella di fermare un sanguinario assassino, lo rintuzz il Questore.
Non  un'indagine facile, questa. Non abbiamo un testimone o una ripresa di una telecamera che possa aiutarci. E la testimonianza del sorvegliante del garage di via Vittor Pisani, dove  avvenuto il secondo delitto, e le scarse e non nitide riprese delle telecamere interne ci impongono di indagare anche nella direzione esoterica, concluse secco Ardig.
Il magistrato sembrava una statua di sale.
Ascoltava la discussione come se l'argomento non lo riguardasse, evitando anche il minimo movimento facciale.
Il Questore, quando il responsabile della Omicidi termin di parlare, alz le mani in segno di resa.
Per carit, nessuno mette in dubbio le sue capacit personali o professionali. E non intendo in alcun modo operare una critica circa il lavoro, non facile lo riconosco, che state portando avanti. Con le mie parole intendevo semplicemente sottolineare il fatto che in venti giorni sono avvenuti tre brutali omicidi, a danno di cittadini incensurati, che avevamo il dovere di proteggere.
Perilli annu.
La tensione inizi a sciogliersi.
Ardig riprese la parola.
Intanto sar decisivo appurare, ancora una volta, se ci sia un possibile collegamento tra le vittime. Finora dalle nostre indagini non era emerso alcun collegamento tra Annoni e Orrigoni, se non il loro profilo: entrambi erano milanesi doc, erano quasi coetanei, uno nato nel 1955 e uno nel 1954, erano due professionisti affermati e benestanti. Ma le attinenze terminano qui. Adesso dovremo fare analoghi approfondimenti per verificare se questo dottor Pozzi possa avere dei collegamenti con una delle due vittime precedenti. O, chiss, magari con entrambe.
Il Capo della Polizia mi ha gi telefonato, per avere ragguagli, dopo essere stato sollecitato a sua volta dal ministro degli Interni in persona che, come sapete,  uno che non lascia nulla al caso e lavora 24 ore al giorno per combattere la criminalit organizzata e quella spicciola, con gli ottimi risultati a cui stiamo assistendo. Stiamo arrestando ogni giorno mafiosi, camorristi, latitanti pericolosi e iper protetti, stiamo ripulendo le strade delle nostre citt da spacciatori, rapinatori e prostitute. E non possiamo accettare che un assassino, o una setta di assassini, se ne vada in giro per Milano a uccidere onesti cittadini. Era questo il messaggio che volevo trasmettervi e sono certo che lo avrete perfettamente compreso. Proseguite con il vostro lavoro, sono convinto che presto i risultati arriveranno, li incoraggi il Questore che, dopo la mezza sfuriata iniziale, aveva completamente cambiato tono e registro.
Usciti dall'ufficio Ardig lampeggi una sguardo furente nella direzione di Perilli, che non lo aveva minimamente difeso o spalleggiato.
Il magistrato prefer non raccogliere la tacita accusa e spostare l'eventuale discussione sulle indagini in corso.
Ora ci vorrebbe un piccolo aiuto dalla fortuna. Magari una telecamera nelle vie circostanti al parco che abbia ripreso il nostro assassino, fu l'auspicio del sostituto procuratore.
Sperem, concluse, ricorrendo al dialetto, uno scettico Ardig.
Matteo Pozzi, nato a Milano nel 1955, di professione medico chirurgo. Residente a Monza, sposato con due figli, entrambi maschi. La moglie  una casalinga, il primogenito studia Biologia in un College in California, il secondogenito ha appena sostenuto gli esami di maturit.
E Pozzi dove ha studiato?
Velluti, interrotto dalla domanda di Ardig, inizi a spulciare i fogli del fascicolo che teneva in mano, poi rispose: Ha studiato al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Milano e all'Universit di Medicina di Milano.
Il commissario si gir verso Santoni che teneva in mano altri fascicoli.
Controllami dove hanno studiato Annoni e Orrigoni.
Allora. Ecco... Annoni ha frequentato il liceo classico Berchet di Milano, poi si  iscritto a Storia alla Statale di Milano, ma non ha mai conseguito la laurea. Orrigoni invece si  diplomato geometra all'istituto Cattaneo, sempre a Milano, e si  iscritto a Ingegneria al Politecnico di Milano, ma nemmeno lui ha conseguito la laurea anche perch, da quel che abbiamo appurato, ha iniziato fin da giovanissimo a lavorare nell'impresa edile di famiglia.
Ardig rimase a rimuginare qualche secondo.
Dove ha vissuto Pozzi prima di trasferirsi a Monza?
Il professor Pozzi - scand Velluti - dopo la laurea in Medicina si  specializzato in chirurgia pneumotoracica negli Stati Uniti, in un ospedale di San Francisco. Gi durante gli studi aveva effettuato diverse trasferte di studio in atenei americani, sempre in California.
Il responsabile della Omicidi ascoltava attento.
Velluti riprese, voltandosi anche verso Santoni.
 rientrato in Italia nel 1986. Ha lavorato in una clinica privata, qui a Milano, e per diversi anni, insieme alla moglie, ha trascorso alcuni periodi negli Usa, dove ha perfezionato alcune tecniche di operazione. E infatti il figlio maggiore  nato proprio negli Stati Uniti.
Quando  tornato definitivamente in Italia?
Nei primi anni Novanta, dopo la nascita del secondogenito. Ha iniziato a lavorare all'ospedale San Gerardo di Monza e nel 1992 ha acquistato la villetta dove ha poi sempre vissuto con la famiglia.
E prima, qui a Milano, dove abitava?
Aveva un appartamento in via Lomellina, tuttora di sua propriet e affittato a terzi.
Dunque molto lontano dalla zona ex Fiera dove invece abitavano Annoni e Orrigoni, borbott infastidito Ardig, prima di domandare ancora: Aveva qualche casa al mare o in montagna?.
S, ha acquistato una villa nel 1997 a Finale Ligure, nel savonese, dove la moglie aveva gi un appartamento di famiglia che aveva ereditato e che hanno venduto proprio quell'anno, probabilmente per fare cassa e avere i soldi per investire nella villa.
Orrigoni dove aveva la casa al mare?
No, capo,  a Sestri Levante. Sull'altro versante. In mezzo ci saranno quasi 150 chilometri. E Annoni non aveva residenze fuori Milano.
Immagino che questo Pozzi provenisse da una famiglia benestante. Giusto?
Certamente, il padre era un avvocato penalista che negli anni Sessanta e Settanta difendeva molti figli di pap fermati per i vari scontri politici di quel periodo. E il fratello pi grande, Marco, oggi 59enne,  a sua volta un affermato penalista.
S, ho capito di chi si tratta, rispose distrattamente Ardig, prima di sentenziare deluso: Se ho ben capito nemmeno questa volta possiamo ricollegare questo omicidio a un movente economico o professionale. E neppure sentimentale.
Direi di no - osserv Velluti - anche il Pozzi, come Annoni e Orrigoni, aveva una situazione professionale e patrimoniale solida. Ma indubbiamente aveva un profilo totalmente diverso sotto l'aspetto personale. Era felicemente sposato, era il classico padre di famiglia tutto casa e lavoro. Era un cattolico praticante, frequentava la parrocchia. E non solo: era impegnato in prima persona nel mondo del volontariato. Era presidente di un'associazione di volontariato che sosteneva i malati di distrofia muscolare e negli ultimi anni aveva dedicato molte energie per i bambini dell'Africa. Aveva contribuito a raccogliere fondi per l'apertura di un ospedale pediatrico in Mozambico e aveva fatto operare, a Monza, diversi bambini africani. E anche per questo godeva di un'alta considerazione e stima nel suo ambiente.
Ardig sbuff.
Non riesco davvero a capire: questo Pozzi era dedito al volontariato, era un marito e un padre encomiabile, andava a messa, si occupava dell'Africa. Cosa c'entrava un filantropo con Annoni e Orrigoni, che invece il loro tempo libero lo trascorrevano tra cocaina, vodka e puttane?
Velluti scosse la testa, allargando le braccia.
Dobbiamo rivolgerci nuovamente al professor Fusaro. Magari lui potr dirci qualcosa in pi, chiuse Ardig.
A informare i media del ritrovamento del cadavere del dottor Matteo Pozzi era stata la consueta stringata nota diramata dalla Procura della Repubblica di Milano su disposizione del sostituto procuratore Ivano Perilli.
Poche righe, contenenti le generalit della vittima e uno scarno resoconto delle modalit di rinvenimento del corpo.
Malerba era stato avvertito gi in mattinata dalla redazione e si era recato a piedi ai Giardini Vergani che, da casa sua, distavano meno di un chilometro.
Se non fosse stato per l'ora e per il fatto che fosse mattina, per Federico si sarebbe trattato del dj vu di una scena vissuta appena tre settimane prima, quando, all'ora di cena, aveva ricevuto la telefonata di Brigante che lo avvertiva di un omicidio da poco avvenuto vicino a casa sua.
Avviandosi a passo spedito verso il parco, Malerba scelse di tagliare da via Alberto da Giussano, una strada a senso unico, dove l'ombra era assicurata da due file di alberi a spesso fogliame.
Mentre ammirava distrattamente le splendide case seicentesche presenti in quella che, alla fine, era soltanto una piccola traversa secondaria, Federico rifletteva: il fatto che questo cadavere fosse stato rinvenuto a cos breve distanza da quello di Annoni - in linea d'aria circa un chilometro - lo portava immediatamente a collegarlo alla stessa mano che aveva trucidato anche Orrigoni.
Ardig certamente avrebbe potuto dargli una conferma a riguardo, ma chiamarlo sarebbe stato inutile.
Non avrebbe mai risposto.
Una volta arrivato nel cuore dei Giardini Vergani trov ad attenderlo esattamente ci che si aspettava: una piccola folla di curiosi, composta prevalentemente da studenti e pensionati, si ammassava intorno al nastro isolante che delimitava la scena criminis, ostacolando la sua visuale.
Anche se poi da vedere non c'era nulla.
Il corpo della vittima era gi stato rimosso e dalla sua postazione il cronista, come tutti gli altri curiosi, poteva soltanto vedere un nutrito gruppo di agenti, della Scientifica e non, impegnati a una quindicina di metri di distanza da lui, nell'area dove - Federico se lo ricordava bene - c'era una fontana futuristica, con spruzzi e giochi d'acqua, al momento evidentemente disattivata.
Una decina di minuti gli furono sufficienti per capire che restare l non aveva alcuna utilit: nessuno dei presenti aveva informazioni attendibili da fornire.
L'unica notizia ragionevolmente suffragata era che il corpo della vittima era stato scoperto da un generico e non identificato signore con un cane, forse un pensionato.
Si sentiva accaldato: decise di rientrare a casa e farsi una doccia e mangiare un'insalata prima di andare al giornale.
Strada facendo, per, per guadagnare tempo, fece una telefonata al professor Monti.
Si sarebbero risentiti nel primo pomeriggio.
Come le ho anticipato nella nostra precedente telefonata di ieri sera la storia della citt di Milano annovera numerosi Pozzi, ma non risultano senatori, magistrati, generali, vescovi, spieg con tono pedante il professor Fusaro - esauriti i convenevoli d'apertura della telefonata - disilludendo Ardig fin dal primo minuto di conversazione.
Quello che vorrei capire  se sia possibile verificare se ci sia stato un Pozzi tra gli avversari o i nemici dell'Acerbi, azzard il commissario.
Non vedo come sia possibile. Della rivalit e dell'inimicizia che divideva le famiglie Acerbi e Annoni abbiamo dei resoconti effettivamente documentati. Ma non mi risulta siano menzionati altri casi analoghi, tagli corto il docente.
Il capo della Omicidi cap che non era il caso di insistere: salut e chiuse la conversazione.
Caro dottor Malerba ho lavorato per oltre due ore per lei e forse ho trovato qualcosa di interessante da segnalarle.
Il professor Monti esord con il solito tono lento, scandito, accademico e formale.
Il reporter si innervos subito, ma ovviamente doveva prestare buon viso a cattivo gioco e accettare la lentezza e le divagazioni dello storico.
Professore, ancora una volta non so come ringraziarla. Le dovrei fare un monumento.
Si figuri, queste ricerche mi appassionano e sono contento di poterla aiutare. Vorr dire che, quando questa storia sar finita, mi offrir una bella cena e festeggeremo insieme i suoi successi giornalistici.
Una cena  il minimo, professore. Ci conti. Intanto mi dica. Il tempo per me  sempre tiranno, prov a pressarlo Federico.
Come le accennavo, qualcosa di interessante l'avrei anche trovato. Tuttavia non so che valutazione attribuire a questi fatti. Vede, ancora una volta sembra che il destino giochi con le coincidenze..., la prese alla larga il docente.
Malerba si impose la massima flemma di cui era capace.
Professore non mi tenga sulle spine...
Ha ragione. Ho scoperto qualcosa che, forse, potrebbe interessarle. L'avverto, per, che si tratta soltanto di una citazione, priva di ulteriori riscontri e della cui sicurezza e attendibilit ritengo sia lecito avere comunque qualche dubbio...
Professore!, lo incalz Malerba.
Certo, certo. Lei conoscer senza dubbio la principale opera di Giuseppe Ripamonti, il De peste Mediolani, il testo da cui Manzoni attinse principalmente per la ricostruzione storica della Milano seicentesca e in particolare per il periodo della peste che colp la citt nel 1630.
Ancora una volta Monti la stava prendendo maledettamente larga.
Ebbene?, domand con tono sempre meno educato il giornalista.
Ebbene nelle cronache del Ripamonti viene citato un fatto storico: nel 1607 il senatore e giureconsulto Ludovico Acerbi venne sottoposto a un processo. Purtroppo, per, non sono citati i capi d'imputazione. E nemmeno successivamente viene menzionato l'esito di questo processo. Peraltro possiamo tranquillamente ipotizzare che il marchese venne totalmente assolto, poich, sempre il Ripamonti, riporta che nel 1619 lo stesso Ludovico Acerbi venne nominato presidente del Magistrato Ordinario. E una nomina di cos grande importanza non poteva certo essere attribuita a chi si fosse macchiato di qualche colpa. E nel 1620 fu nominato membro del Consiglio Segreto.
Perci possiamo ipotizzare che fosse stato accusato erroneamente o addirittura falsamente? Magari da qualche suo nemico?
Mi ha preceduto togliendomi le parole di bocca, caro dottor Malerba. Stavo proprio per esporle questa mia teoria. E del resto, come le ho gi accennato nelle nostre precedenti disquisizioni,  notorio che il marchese Acerbi, per la sua ricchezza e il suo potere, avesse un nutrito numero di nemici.
Interessante, ma tutto questo cosa c'entra con la casata dei Pozzi?
Ci stavo arrivando. Vede, dottor Malerba, anche nella Milano del Seicento la giustizia penale era amministrata con un processo di tipo accusatorio o inquisitorio. Ovvero con un inquisitore che formava le prove dell'accusa che portava davanti a un collegio teoricamente super partes, neutrale, chiamato poi a decidere e davanti al quale l'imputato si difendeva.
Lei stesso mi ha spiegato che anche il marchese Acerbi ricopr la carica di inquisitore durante la peste, no?, interloqu Malerba.
Non  propriamente corretto. Durante la peste, il Senato cittadino ebbe poteri straordinari, inclusi quelli dell'amministrazione della giustizia. E gli accusati del reato pi grave durante il diffondersi della peste, ovvero i cosiddetti untori, venivano giudicati direttamente dai senatori stessi. Nel caso del processo all'Acerbi parliamo della comune amministrazione della giustizia.
Chiaro, ma le ripeto: cosa c'entra questo processo con i Pozzi?
Il professor Monti tentenn qualche secondo.
Poi finalmente parl.
L'inquisitore che accus Acerbi si chiamava Ambrogio Pozzi.
Federico sent scorrere un brivido freddo lungo la schiena: la stessa sensazione di eccitazione, mixata a paura e adrenalina pura, che aveva gi sentito in occasione dei momenti pi importanti della sua carriera.
A questo punto non potevano pi esserci dubbi: l'assassino stava colpendo gli eredi di tutte quelle famiglie milanesi che, per diverse ragioni, avevano fatto dei torti, quasi quattro secoli prima, al bizzoso marchese Ludovico Acerbi, al Diavolo di Porta Romana, la cui collera ora si stava sfogando impietosamente.
Avrebbe dovuto informare di questa scoperta Ardig, ma rischiava che l'amico poliziotto, e soprattutto il troppo zelante magistrato, Perilli, si mettessero in mezzo bloccando la pubblicazione dell'articolo.
Non aveva alternative: avrebbe piazzato lo scoop, consapevole delle rogne legali a cui sarebbe andato incontro.
Ne valeva la pena.
E poi, se fosse stato denunciato o convocato in Procura, avrebbe avuto una valida ragione per incontrate nuovamente l'avvocato Lucrezia Romeo.
Santoni rientr in ufficio con un fascicolo in mano. E un'espressione per nulla incoraggiante in volto.
Non hanno trovato nulla, vero?, lo precedette Ardig.
No, praticamente no, conferm l'ispettore.
Di, dimmi.
Sul terreno intorno alla fontana non sono stati rinvenuti segni di trascinamento. Sono state per rilevate delle impronte di scarpe da tennis comuni: impronte particolarmente profonde, trovate sia nel terriccio che nell'erba.
Profonde? Come se chi le avesse lasciate si fosse trascinato un peso ingente sulle spalle?
S, oppure di persone particolarmente pesanti, almeno un quintale, che magari facevano footing.
Nient'altro?
Niente, nessuna impronta sui vestiti o sul corpo. Del resto la vittima  rimasta sotto i getti della fontana per almeno due ore secondo i medici legali.
Dall'autopsia cosa emerge?
I risultati sono gli stessi dei precedenti omicidi. Nelle mucose del dottor Pozzi sono state trovate tracce di cloroformio. Le ferite sono enormi e profonde, provocate da un'arma da taglio di ampia misura e certamente pesante. I colpi sono stati inferti verticalmente, dall'alto in basso, come se la vittima si trovasse sdraiata. Gli squarci, per, sono pi puliti, se mi passi il termine...
In che senso?
Nel senso che sui corpi di Annoni e Orrigoni erano stati rinvenuti squarci pi ampi e irregolari, dovuti agli spostamenti dei corpi, mentre venivano inferti i colpi oppure alle posizioni contorte per il terreno su cui si erano accasciati. Le ferite, in questo caso, sono prevalentemente concentrate sul torace e sul petto, dove l'assassino ha infierito con particolare violenza.
Vediamo se ho capito: mi stai dicendo che la vittima era distesa e questo ha agevolato il compito dell'assassino, chiese Ardig.
S,  esattamente cos. Il dottor Brasca pensa che l'assassino abbia prima narcotizzato la vittima, quindi l'abbiano collocata su un piano, probabilmente su qualcosa di duro, un tavolo o un pavimento, e quindi il killer l'abbia colpita. Una vera e propria esecuzione.
Come un boia medievale durante una condanna a morte, osserv Ardig.
Santoni annu. Prima di aggiungere: La vittima aveva la schiena violacea, per il riversamento del sangue nel post mortem.
Lo hanno lasciato sdraiato di schiena dopo averlo ucciso, in attesa che si esanguasse, concluse il ragionamento Ardig.
Quando identificheremo la casa o il capannone dove  avvenuto il delitto, la Scientifica, utilizzando il luminol, trover certamente il sangue. Quello non si cancella con il detersivo.
Intanto dobbiamo trovare la casa. Poi ci penseremo. Piuttosto, cosa dicono del foglio stampato?
Anche in questo caso acqua. Acqua totale - spieg Santoni ricorrendo a una terminologia pi adatta alla battaglia navale - non abbiamo trovato nessuna impronta, n sulla busta di plastica n sul foglio.
Immaginavo...
Santoni rimase in silenzio. Ardig, prima di congedarlo, gli fece un'ultima domanda.
Non vedo Vanner da ieri. Non sapr neppure di questo nuovo omicidio. Ma che fine ha fatto? Non doveva farci avere la sua relazione nel giro di poche ore?
Non lo abbiamo visto neppure noi. Se vuoi lo cerchiamo
S, grazie.
Un'ultima cosa: avete gi parlato con la vedova Pozzi?
No, ancora no. La signora ha avuto un malore, nulla di grave, pare un abbassamento di pressione, quando le  stata comunicata la notizia del ritrovamento del cadavere del marito. Le hanno somministrato dei sedativi e dei cardiotonici. Dubito potremo sentirla per un paio di giorni.
Pure questa..., sbuff deluso Ardig.
Tre indizi fanno una prova. Questa volta non possono esserci pi dubbi.
Federico rileggeva soddisfatto l'attacco del suo articolo: la sua tesi, sul collegamento tra la profanazione della tomba del marchese Acerbi e la scia di omicidi che stava insanguinando Milano a questo punto era inconfutabile.
Prima era toccato al rivale, l'Annoni, poi all'usurpatore, l'Orrigoni, ora all'accusatore, il Pozzi.
Aveva solo due rebus da sciogliere.
Il primo: perch ad essere uccisi erano stati proprio questi uomini e non altri? L'elenco telefonico di Milano e provincia era strapieno di Annoni, Orrigoni e Pozzi.
Perch proprio Alberto Annoni, Lorenzo Orrigoni e Matteo Pozzi? Erano dei diretti discendenti delle casate seicentesche nemiche dell'Acerbi? E perch erano state scelte proprio persone di mezza et? Forse perch anche l'Acerbi era intorno ai 50-55 anni quando ebbe degli scontri con i suoi presunti avversari? Per l'altro rebus, invece, si trattava soltanto di avere un po' di pazienza per avere la risposta attesa: sarebbe arrivata la solita enigmatica pergamena? Bastava attendere.
Termin di rileggere l'articolo e lo salv.
Brigante lo aspettava in tipografia per il titolo. In prima pagina ovviamente.
Una pizza margherita e una lattina di birra.
La cena di Ardig era stata veloce. E solitaria.
Come sempre.
Dalla finestra aperta echeggiavano i rumori provenienti dalla strada sottostante.
Il cartoccio della pizza e un paio di lattine vuote ornavano il ripiano in formica adiacente al lavello.
Tirando lunghe boccate dalla sigaretta, il responsabile della Omicidi cercava di concentrarsi sul dossier riguardante l'ultima vittima, Matteo Pozzi.
Era assorto nella lettura quando sent squillare il cellulare. Alle 23,43.
Ardig? Sono Vanner. Scusa l'ora.
Ah... finalmente. Attendevo tue notizie.
Mi hanno avvertito i tuoi uomini, informandomi del terzo omicidio. Precedendomi. Stavo per farmi sentire io.
Perch?
Ho terminato la lettura degli incartamenti relativi alle indagini condotte sui gruppi satanisti negli ultimi quindici anni. Ritengo di aver individuato qualcosa di interessante per le tue indagini.
 importante?
Potrebbe esserlo. Se per te va bene ti raggiungo in ufficio appena arrivi. Dimmi tu a che ora.
Va bene alle 8?
Aggiudicato. A domani.
...
.
...
13. Milano, 20 giugno 2009.
...
.
...
Alle 7,15 Ardig entr in ufficio.
Sulla scrivania lo attendeva la consueta mazzetta di quotidiani.
And a colpo sicuro, prendendo La Voce Lombarda.
Come si aspettava. Anzi, peggio.
Malerba questa volta aveva superato se stesso, arrivando a sostenere, nemmeno ipotizzare, che questo terzo delitto altro non fosse che un'altra vendetta del marchese Acerbi, questa volta consumata nei confronti di un discendente di un tale Ambrogio Pozzi, che lo avrebbe ingiustamente accusato di un non ben specificato reato, costringendolo a subire l'affronto di un processo, da cui poi doveva essere uscito assolto.
Un campionario di se e di forse, di ipotesi e di fantasiose ricostruzioni, mai suffragate da un fatto.
Il tutto vergato ricorrendo quasi sempre al condizionale.
Mezza pagina di aria fritta.
E comunque restava aperta la solita domanda: dove aveva preso queste informazioni Federico? Da chi aveva saputo del possibile processo a cui era stato sottoposto l'Acerbi?
E il nome del presunto accusatore? Si chiamava davvero Ambrogio Pozzi?
Cosa poteva esserci di vero?
Il professor Fusaro, il giorno prima, era sembrato laconico e sbrigativo, quasi al limite del superficiale, nell'escludere un collegamento tra l'Acerbi e i Pozzi.
Eppure Ardig, questa volta, non riusciva a dare totalmente torto alla ricostruzione dell'amico giornalista.
Un'ipotesi inquietante e suggestiva, seppur priva di fondamento probatorio. Ne avrebbe parlato con Vanner.
Prosegu nella lettura dei quotidiani: nelle testate pi lette dai milanesi, come Il Giorno e la Padania, risaltavano titoli sul genere L'ombra della vendetta dell'Acerbi.
Quasi tutti, ormai, sulla scia degli scoop di Malerba, davano per assodato un collegamento tra la profanazione della tomba di Chiaravalle e i tre successivi omicidi.
Frug nelle tasche in cerca dell'accendino.
Lo attendeva la seconda sigaretta della sua giornata.
La seconda di una lunga serie.
La puntualit per Vanner era una regola da rispettare rigorosamente. Si present nell'ufficio di Ardig alle 8 spaccate, indossando un completo rigorosamente nero, con camicia sempre nera.
Ad accompagnarlo le solite cartellette.
Allora, fumata bianca?, esord, con un sorriso carico di speranza, Ardig.
Chiaro-scura, proviamo a metterla cos.
In che senso?
Inizialmente ho esaminato i fascicoli relativi alle indagini su presunti gruppi esoterici o satanisti condotte a Milano e in Lombardia tra il 1998 e il 2003, l'anno in cui sono giunto qui per collaborare con gli inquirenti varesini sui delitti poi attribuiti alle Bestie di Satana. Successivamente ho cominciato ad andare a ritroso, scorrendo i fascicoli del 1997, del 1996 e cos via. E questo viaggio all'indietro nel tempo si  rivelato fruttuoso.
Cio?
Qualcosa  saltato fuori. La tua idea di ripescare i vecchi casi si  rivelata vincente. E del resto la vicenda dei crocifissi spezzati e dei ceri neri fin dall'inizio aveva acceso una lampadina nella mia testa.
Ardig drizz ancora di pi le antenne.
 una vicenda piuttosto vecchia. Peraltro nemmeno troppo originale. Risale agli anni che vanno dal 1992 al 1994. La Digos di Milano era stata allertata su un gruppetto di ragazzetti, studenti universitari tutti di poco superiori ai vent'anni, della zona di Bollate e Garbagnate, nell'area nord-ovest dell'hinterland, quella del parco delle Groane.
La conosco. Una zona ad alta densit abitativa, con comuni di 50mila abitanti, zeppi di casermoni popolari e quartieri malfamati. C' molta microcriminalit e non solo, lo interruppe il commissario.
Quelli che vennero attenzionati, per, erano quasi tutti incensurati. Per fartela breve si trattava di un gruppo simile, e per certi versi precursore, delle Bestie di Satana.
Chi erano?
Il classico gruppo di rockettari metallari-dark, capelli lunghi, abbigliamento rigorosamente nero, tatuaggi quando ancora non andavano di moda, orecchini, borchie e via dicendo. Generalmente si ritrovavano in una birreria della zona di Castellazzo, una frazione di Bollate in aperta campagna, in mezzo al parco delle Groane, tra ruderi di vecchie fornaci inutilizzate e qualche isolato casolare.
Ho presente - ribatt Ardig - a Castellazzo c' Villa Arconati, una delle cosiddette ville viscontee della provincia.
Non  viscontea,  una delle cosiddette Ville di Delizia che circondano Milano, lo rintuzz Vanner, con il solito tono puntiglioso, notando lo sguardo seccato del poliziotto. Erano le cosiddette ville di campagna dei nobili milanesi, dove trascorrevano periodi di riposo. Fatte le dovute proporzioni la versione seicentesca delle ville che oggi i nostri ricchi hanno a Portofino o a Cortina.
Va be'... oggi comunque a Villa Arconati - riprese Ardig - ci fanno convegni, concerti, mostre. Effettivamente l'area circostante  tutta campi e boschetti, l'ideale per prostitute, tossici e gente che ha qualcosa da nascondere.
Hai detto bene - riprese Vanner - l'ideale per chi ha qualcosa da nascondere, come dei potenziali satanisti. Tra l'altro nei dintorni ci sono pure una vecchia chiesa abbandonata e un piccolo cimitero, il santuario della Madonna della Fametta, a sua volta semiabbandonato, aperto solo la domenica mattina.
E metti in conto che in settimana, quando fa buio, da quelle parti non gira nessuno, aggiunse il poliziotto.
Un quadro perfetto. Come stavo raccontando - prosegu l'esperto in satanismo - questi ragazzi suonavano musica heavy metal, si scolavano qualche birra di troppo accompagnata da un po' di spinelli ed erano delle teste calde.
E fin qua nulla di insolito, osserv Ardig.
No, nulla di insolito, salvo per il fatto che, ogni tanto, per alzare il tiro, organizzavano qualche notte brava, che culminava con una sorta di macabra messa nera. Seguendo sempre uno stesso canovaccio.
Ovvero?
Agivano cos: penetravano nel cimitero, eseguivano un sacrificio rituale, preferibilmente un gatto nero, spargevano il sangue dell'animale, profanavano una tomba e lasciavano la loro firma: un crocifisso spezzato e un cero nero.
Tombola, esclam Ardig, pensando anche alla singolare coincidenza tempistica rappresentata dalla minaccia notturna ricevuta qualche giorno prima da Malerba.
In seguito alle profanazioni al cimitero, i Carabinieri delle compagnie di Bollate e Garbagnate iniziarono a indagare. Seppur con qualche difficolt individuarono questo gruppetto di giovani e cominciarono a tenerli d'occhio. Per un po' non successe nulla. Poi, nel marzo del 1993, una giovane prostituta polacca, una delle prime a battere in quelle zone dove ora  pieno di ragazze dell'Est, viene trovata una mattina, accoltellata, anzi pluri accoltellata, dopo essere stata stuprata e pestata violentemente, proprio nei campi di Castellazzo, vicino a Villa Arconati.
E cos questi bravi ragazzi sono entrati nell'indagine, chios Ardig.
Non proprio, non immediatamente. In riferimento a quell'episodio avevano un mezzo alibi: la sera del delitto stavano suonando in una birreria della zona di Saronno. Erano rimasti l almeno fino alle 4 del mattino e una decina di avventori, tutti balordi del loro calibro, lo conferm senza contraddirsi.
E il delitto a che ora venne commesso?
Secondo i medici legali tra le due e le tre di notte.
Mmm.
Ad ogni modo la Digos si convinse a tenerli ancora pi sotto osservazione. Del resto il quadro era cambiato: un conto  la profanazione di una tomba, un altro un omicidio dopo un rapimento e uno stupro...
OK, e poi?, chiese sempre pi impaziente il commissario.
Nel febbraio del 1994 una minorenne, residente a Novate, present una denuncia dichiarando di essere stata violentata da un gruppetto dopo essere stata stordita durante un festino a base di musica metal, alcool, spinelli e, guarda un po', riti esoterici, con tanto di strangolamento e successivo sgozzamento di gatto nero.
Non mi dire che avevano un alibi anche questa volta?
No, tutt'altro. E una volta messi sotto torchio confermarono il festino, il possesso di una modica quantit di hashish e i rapporti sessuali con la minore, e con altre ragazze. Rapporti consenzienti, senza violenza. Le ragazze citate vennero sentite e ribadirono questa versione dei fatti: rapporti consenzienti durante un festino.
Non regge.
Capisco i tuoi dubbi. L'impressione, leggendo questi incartamenti vecchi di quindici anni,  che si trattasse di testimonianze compiacenti da parte di persone deboli e plagiabili, per via della giovane et. Ma non solo. Evidentemente qualcuno, dotato di carisma e forza di persuasione, era in grado di soggiogare queste figure, muovendole come marionette ai propri ordini.
Strano. Non parliamo di ragazzi poco pi che ventenni? O c'era qualche adulto che dietro le quinte...
Lasciami finire, commissario. La ragazza che aveva sporto denuncia non si era fatta visitare da nessun medico nei giorni successivi alla presunta aggressione, pertanto non c'era una perizia che potesse confermare la violenza, e, in assenza di testimonianze che potessero validare la sua versione, i quattro sono stati denunciati solo a piede libero con l'accusa di violenza sessuale, sequestro di minore, minacce, possesso di stupefacenti e altre imputazioni di minor rilievo. Ma non  tutto.
Vai avanti.
In quel periodo la Omicidi e la Buoncostume stavano indagando su un altro omicidio, quello di una ragazza ignota, quasi certamente anche lei dell'Est, il cui cadavere era stato trovato in un canale di scolo, nel comune di Varedo, a una decina di chilometri da Castellazzo. Aveva subito violenza ed era stata uccisa con un corpo contundente, probabilmente una spranga, con cui le avevano fracassato la testa e la cassa toracica. L'omicidio risaliva al gennaio del 1994.
Una decina di mesi dopo l'omicidio della prostituta polacca..., sibil quasi senza accorgersene Ardig.
Le indagini furono lunghe e complesse. Alla fine gli inquirenti appurarono che si trattava di una prostituta della Repubblica Ceca, che era stata vista battere proprio sulla strada Statale Varesina, che collega Bollate e Garbagnate e scorre proprio adiacente a Castellazzo.
Un altro possibile delitto da attribuire a questi signori. E non sono stati arrestati?, sbrait il commissario.
No, per questo secondo omicidio non c'erano indizi che portassero a questi ragazzi. E tieni conto che, essendo figli di pap, si erano presi come avvocati alcuni principi del foro. Uno dei loro difensori era l'avvocato Grassi.
Quello che difendeva diversi parlamentari durante Tangentopoli? Figuriamoci..., convenne il capo della Omicidi.
Che aggiunse secco: E cos sono rimasti in giro in attesa di processo?.
S. Puoi immaginare quante cause avesse il tribunale di Milano in quel periodo, in piena esplosione di Tangentopoli. E in questo modo la vicenda si  trascinata fino al 1995.
Ardig fremeva. Vanner, con il suo tono piatto e cattedratico non la finiva pi.
Il commissario voleva sapere tutto di questi satanisti: nomi e cognomi, la loro storia, ma soprattutto dove si trovassero oggi.
OK, veniamo al punto, per cortesia, lo esort.
Il criminologo lo squadr con un'aria sorniona, come un giocatore di poker che ha in mano un bluff e scruta l'avversario per prevenire le sue mosse.
Temo rimarrai deluso, anticip.
Perch?, domand preoccupato Ardig.
Ricordi quanto avevo detto prima? Non  stata una fumata bianca, bens chiaro-scura. Perch di questi ragazzi non ne potrai interrogare neppure uno.
E perch?, esplose, con un tono nervoso, il commissario.
Perch sono morti, quattordici anni fa. Tutti e quattro. Sono deceduti nello schianto e nel rogo della loro auto, una Volkswagen Corrado, una potente coup di moda nei primi anni Novanta.
Aspetta, spiegami meglio, farfugli confuso Ardig, che, di colpo, era impallidito. Stava accusando visibilmente il crollo dell'adrenalina e, conseguentemente, tutta la stanchezza e la delusione accumulate negli ultimi giorni.
Sono tutti morti?
Proprio cos. Si sono sfracellati in un dirupo, in provincia di Como, nella vecchia statale Regina, quella che scorre sulla parte alta della riva occidentale del Lario.  la strada dove i partigiani catturarono e uccisero il Duce e la Petacci e il loro seguito, nei dintorni di Dongo, prima di trascinare i loro cadaveri e appenderli in piazzale Loreto, divag inutilmente Vanner.
Che, osservando l'aria di disappunto del commissario, termin la relazione: Nel fascicolo troverai tutti i resoconti della Stradale. Per fartela breve, sembra che i quattro stessero tornando da un concerto che avevano tenuto in un pub nell'alto lago, a notte fonda, dopo aver bevuto e fumato canne, come poi risult dalle autopsie a cui i loro corpi furono sottoposti.
Riprese fiato.
L'auto, secondo le ricostruzioni dei colleghi della Stradale, viaggiava a forte velocit: hanno perso il controllo, hanno sfondato un parapetto e sono finiti in una scarpata all'altezza di Carate Urio. Nell'impatto la vettura, rimbalzando contro la parete rocciosa, si  incendiata ed  esplosa. I cadaveri erano praticamente irriconoscibili e li hanno identificati a fatica, solo tramite alcuni effetti personali. Questi sono i referti, datati 10 giugno 1995.
Ardig lo interruppe: L'incidente quando  avvenuto?.
La notte del 7 giugno 1995, intorno alle 3 del mattino.
Il responsabile della Omicidi scatt come una molla.
Il 7 giugno...  la stessa data in cui, quattordici anni dopo,  avvenuta la profanazione della tomba dell'Acerbi a Chiaravalle. Non pu trattarsi di una coincidenza.
Vanner rimase a guardare il commissario con un'espressione beffarda, prima di aggiungere sibillino: E non sarebbe l'unica coincidenza....
Ardig non raccolse l'appiglio dello studioso, assorto com'era nel ragionare sulla data stampata nella strana rivendicazione trovata nei pressi della tomba profanata a Chiaravalle.
Devo sapere tutto, proprio tutto, su questa storia.
Qui dentro troverai tutto su quei quattro e sullo stato delle indagini che poi, ovviamente, si sono interrotte dopo la loro morte, concluse Vanner, mentre appoggiava sulla scrivania il fascicolo.
Era una cartelletta cartacea color sabbia, chiusa da due cordine.
Sulla copertina c'era un'etichetta bianca, di quelle standard usate dalla Questura, e un titolo scritto con un pennarello nero: Angeli di Lucifero.
Gli Angeli di Lucifero?
Si chiamavano cos.
Il responsabile della Omicidi rimase choccato a guardare la cartellina.
Gli Angeli di Lucifero, ripet meccanicamente.
Si abbandon a un ragionamento banalissimo.
Per un feroce scherzo del destino questo gruppetto di giovani satanisti era perito proprio tra le fiamme, dove la tradizione e l'iconoclastia cristiana collocano Lucifero, sconfitto dagli Arcangeli e cacciato dal Paradiso: quel Lucifero che i quattro ragazzi carbonizzati veneravano e di cui si ritenevano i discepoli prediletti tanto da farsi ribattezzare i suoi Angeli.
Ecco l'altra coincidenza cui accennava Vanner.
La seconda coincidenza in pochi minuti.
Aveva bisogno di una pausa.
Ordin di far portare dal bar due caff e una spremuta.
Intanto si accese una sigaretta.
Negli anni scorsi il ministero degli Interni - ripart a raccontare Vanner, appena ripresero a lavorare - ha commissionato numerose inchieste sul variegato ed eterogeneo universo dell'occultismo e del satanismo, ricorrendo alla collaborazione di docenti universitari, storici ed esperti del settore.  stata realizzata una sorta di schedatura delle cellule esoteriche operanti in Italia e una mappatura.
Allung alcuni fogli ad Ardig.
L'epicentro, ovviamente,  a Torino, tuttavia molti gruppi sono attivi anche nel nord-est e a Bologna. E Milano e la Lombardia sono collocate proprio al centro di un'ideale triangolo che unisce Torino, Bologna e il Veneto.
Ancora una volta Vanner tracci la figura di un triangolo, questa volta non proprio equilatero ma scaleno, sulla fotocopia di una cartina geografica del Nord, unendo, con un pennarello, le citt di Torino, Bologna e Padova.
L'ipotetico centro del triangolo, in realt, pi che su Milano sembrava posizionato tra Bergamo e Cremona.
Il criminologo, comunque, non ebbe esitazioni nel tracciare delle mediane che andavano a unire il capoluogo lombardo con le altre tre citt prima indicate.
Un altro triangolo...
Ardig ascoltava impassibile, come un disciplinato e attento scolaretto di fronte a un maestro convincente e bravo nel catturare l'attenzione.
Inoltre il Viminale ha provato anche a definire delle tipologie delle varie sette o gruppi esoterici.
Inizi a leggere il vademecum stilato dagli Interni, disegnando una sorta di diagramma.
Sostanzialmente sono stati delineati quattro diversi raggruppamenti principali che si rifanno al culto di Satana. Si tratta di esemplificazioni, ma aiutano a comprendere il fenomeno. Abbiamo il satanismo razionalista, il satanismo occultista, quello acido e infine quello dedicato al luciferismo.
Il responsabile della Omicidi afferr la relazione del Viminale, scorrendo i vari capitoli.
Satanismo razionalista: in esso Satana rappresenta un simbolo di ribellione, anticonformismo ed edonismo ed  semplicemente il simbolo del Male, di una visione del mondo anticristiana, edonista e immorale.
Un profilo che sembrava adattarsi a quello degli Angeli di Lucifero.
Pass al secondo gruppo.
Satanismo occultista: accetta la visione del mondo descritta dalla Bibbia, la storia della Creazione, la cacciata dal Cielo degli Angeli ribelli poi divenuti demoni, per schierandosi dall'altra parte, al servizio del diavolo.
Al di l del richiamo agli angeli, tanto caro all'assassino, considerando le rivendicazioni, questa tipologia non sembrava collimare con quella degli Angeli di Lucifero.
Esamin il terzo punto.
Satanismo acido: il richiamo a Satana sarebbe un mero pretesto per dare sfogo a intime perversioni, attraverso esperienze di droga, orge o atti di violenza, e forse questo  il fenomeno pi incontrollabile e pericoloso. I loro riti si baserebbero sull'uso di sostanze stupefacenti, orge e abusi psicologici e sessuali mentre il culto del diavolo sarebbe una semplice scusa per indorare eccessi e depravazioni.
Il classico satanismo fai da te, tipico di chi utilizza il culto del Maligno come paravento per andare oltre il limite. Immagin che fosse il tipo di satanismo pi diffuso. E ben si adattava al caso in questione.
Arriv all'ultimo profilo.
Luciferismo: in questo rito Satana sarebbe uno dei princpi vitali per l'uomo, dunque non  il male, ma semplicemente l'opposto di Dio con una derivazione manichea o gnostica: Lucifero e Satana sono oggetto di venerazione all'interno di cosmogonie che ne fanno un aspetto buono, o comunque necessario, del sacro.
Scosse la testa.
Non era questo il profilo del suo oggetto di studio.
Sbuff, stanco e un po' perplesso.
E gli Angeli di Lucifero in quale tipologia andrebbero collocati?
Vanner tir fuori un altro foglio da una cartelletta prima di iniziare a rispondere.
Dalle indagini svolte a suo tempo erano stati classificati nel terzo gruppo i cosiddetti satanisti acidi. A mio avviso troppo precipitosamente. Li bollarono come quelli che, pi che al culto vero e proprio del Maligno, puntano a soddisfare le loro passioni, spesso depravazioni, con orge e festini. E in effetti  quello che  emerso nell'indagine di allora dopo la denuncia della minorenne.
Questi tipi di gruppi sono quelli meno pericolosi, giusto?, chiese un po' ingenuamente Ardig.
Assolutamente no. Proprio perch non sarebbero dei convinti adoratori di Satana questi gruppi sono in realt tra i pi pericolosi e feroci perch si tratta di veri e propri criminali, nella maggior parte dei casi. Ovvero persone senza scrupoli, che vogliono passare il limite e vivere esperienze da cui  difficile tornare indietro. Per farti capire, le stesse Bestie di Satana sono state classificate tra i satanisti acidi. Volendo fartela breve: ragazzi che giocano con il fuoco e alla fine ci si bruciano e finiscono per bruciare gli altri.
Oppure finiscono arrosto come gli Angeli di Lucifero, in fondo a una scarpata, osserv caustico il commissario che, dopo due espressi molto zuccherati, aveva recuperato quel minimo di energia e di lucidit, necessarie per affrontare la lettura del fascicolo riguardante i quattro giovani carbonizzati sull'alto Lario.
Vanner continuava a scrutarlo con la solita espressione indecifrabile.
Ardig, taciturno e poco loquace di carattere, freddo e difficilmente emozionabile, raramente si sentiva a disagio con delle persone: indubbiamente, per, l'occultista aveva qualcosa che lo turbava.
Forse la profondit dello sguardo, capace di penetrare come un bisturi nella psiche altrui, forse il colore innaturale delle sue pupille, forse il suo look funereo o forse il suo atteggiamento in generale.
Per la seconda volta in pochissimo tempo si ritrov a ragionare sul fatto che, pur non avendo mai visto un ritratto che potesse raffigurare le fattezze del bizzoso e oscuro Marchese Ludovico Acerbi, pensando alla sua alterigia e all'alone di mistero che lo circondava, era portato a immaginare che potesse essere stato molto simile a Vanner per lineamenti ed espressioni.
Suggestioni dovute alla stanchezza, valut, liquidando cos gli strani pensieri che lo stavano nuovamente assalendo. Torn a concentrarsi sul dossier, ignorando il criminologo che, come al solito, sembrava stesse provando a leggergli nel pensiero.
Qualcosa non ti convince?
Il commissario scosse la testa.
Molte cose. Te ne parler quando avr tutti gli elementi. Se ora, cortesemente, vuoi proseguire.
L'esperto di satanismo apr a sua volta il fascicolo. E riprese a raccontare, con la sua voce chiara, da speaker radiofonico.
Intanto facciamo una premessa. Le indagini condotte allora, in base alla denuncia per violenza sessuale presentata dalla minore, si concentrarono soltanto su quattro giovani: i componenti di un gruppo musicale - una rock band diremmo oggi - addirittura registrato alla Siae con il nome di Angeli di Lucifero. Avevano scritto alcun brani in inglese, ma nei concerti nei pub suonavano soprattutto un repertorio heavy metal: Ac/Dc, Anthrax, Slayer, Metallica e via dicendo...
Aspetta, mi stai dicendo che gli Angeli di Lucifero, erano un gruppo rock?
Anche. E non solo. Era il nome del complesso e quello del gruppo satanista, come ammisero gli stessi ragazzi durante gli interrogatori di garanzia dove confessarono, su suggerimento dei loro avvocati, le messe nere e le profanazioni di alcune tombe nel cimitero di Castellazzo, negando per ogni altro addebito, inclusa la violenza sessuale. Tra l'altro nel corso degli interrogatori i ragazzi mostrarono un'arroganza e una sicurezza che stupirono gli inquirenti. Da quel che leggo sembrava che si vantassero di essere dei satanisti, che non facessero nulla per nascondere di aver commesso reati per cui rischiavano di farsi qualche anno di galera.
E gli indagati furono solo quattro? Non avevano complici?, domand stupito Ardig.
 plausibile. Parliamo di un'indagine svolta quindici anni fa e interrottasi bruscamente dopo la morte degli unici quattro indagati. Finirono sotto inchiesta soltanto quei quattro perch la minore aveva denunciato soltanto loro. E per i reati legati alla profanazione delle tombe si assunsero loro ogni addebito, coprendo i loro sodali e non facendone i nomi.
Bah...
Dobbiamo considerare che si trattava soltanto di indagini preliminari e materialmente non si arriv mai a un rinvio a giudizio. Personalmente ritengo probabile che intorno a loro ruotassero altri adepti della setta. In alcuni verbali redatti dai Carabinieri, riguardanti le profanazioni delle tombe e i festini che si tenevano nei cimiteri, si parlava di una dozzina di persone. E qui viene la parte pi interessante.
Vanner deform la bocca in un ghigno innaturale.
Gli inquirenti ipotizzarono l'esistenza di un maestro, o comunque di un leader, che agiva da regista dietro ai ragazzi.
Una sorta di guru o di santone? Capace di influenzare i pi giovani?, chiese con insistenza Ardig.
Pi o meno. In ogni cellula esoterica, come del resto in ogni gruppo, c' una personalit pi forte, un capo che condiziona gli altri. Chiaramente in un gruppo esoterico la presenza e il potere di condizionamento di un maestro o di un avatar  molto pi incisivo del potere che possa avere un leader di un gruppo che si dedica ad altre attivit come il volontariato o anche la politica. Si tratta di un potere magnetico, che convince le volont altrui a seguirlo, senza piegarle con la forza. E infatti il termine sette deriva proprio dal latino sequor e dal suo rafforzativo sector nel senso di seguire, accompagnare un Maestro. Considera che delle cosiddette sectae si trovano tracce gi fin dall'antica Grecia. Inizialmente le sectae erano le scuole degli stoici, degli epicurei e perfino dei primi giureconsulti.
Pensavo che la parola setta significasse qualcosa di chiuso, di inaccessibile, di segreto. Come la massoneria per esempio, lo interruppe Ardig.
Il termine setta ha assunto questo significato con il passare dei secoli, per indicare un mondo blindato, che blocca e inibisce i rapporti dell'adepto con il mondo esterno, che cerca di spingere il neofita a un taglio netto con la famiglia, gli amici o il lavoro e che utilizza di frequente una serie di tecniche molto sofisticate per fiaccare la volont e indebolire lo spirito critico dei fedeli. Che in questo modo sono portati a seguire pi facilmente e docilmente il volere del proprio avatar. Per farti capire, addirittura Aristotele era a capo di una setta e le prime lezioni impartite dal grande filosofo agli studenti erano definite esoteriche, nel senso di interne, destinate a un gruppo racchiuso e selezionato, mentre quelle del pomeriggio, aperte a tutti, erano definite essoteriche, ovvero esterne perch allargate a un pubblico pi vasto ed eterogeneo.
OK, concetto chiaro.
Si guardarono senza parlare per qualche secondo.
Quindi alle spalle dei ragazzi ci sarebbe stato un burattinaio che li manovrava?
La definizione opportuna  un sector. O un avatar.
Va bene. Ma  quello che emerge dagli incartamenti?
No,  una mia deduzione. L'idea che si fecero gli inquirenti quindici anni fa era che si trattasse di una setta di autodidatti improvvisati che, presumibilmente, si erano documentati attraverso qualche libro.
Dei satanismi acidi. Cosa non ti convince?
Intanto avevano un modus operandi metodico, preciso. Azzarderei studiato, quasi pulito.
In che senso?
Per le loro incursioni attendevano sempre notte fonda, in modo che in giro non ci fosse nessuno. Prima si preparavano bevendo alcolici in forte quantit e fumando erba - come testimoniano le tante bottiglie vuote trovate nei pressi del Campo Santo e i resti di hashish rinvenuti - e quando erano caricati a molla, con i freni inibitori allentati, irrompevano nel piccolo cimitero di Castellazzo dove, indossando mantelli e cappucci neri, accendevano dei grandi ceri, anch'essi neri, dando il via ai loro riti, che culminavano nel sacrificio di qualche animale, quasi sempre un gatto nero, e nella profanazione di una tomba.
Tutto questo come lo sappiamo?
Dalla deposizione della minorenne stuprata e di altre ragazze coinvolte nei riti. E in parte dalle stesse ammissioni degli indagati.
Le profanazioni in cosa consistevano?
Fracassavano le lapidi, con delle mazze da muratore. In seguito scoperchiavano la bara ed estraevano le ossa contenute, spargendole intorno dopo averle mostrate al cielo nero, rigorosamente senza luna. Erano metodici anche nel seguire il calendario lunare.
Ardig si ferm a rimuginare.
Ricordava di aver visto la luna piena proprio la sera dell'omicidio Annoni. Dunque la notte dell'incursione a Chiaravalle doveva esseci una luna quasi piena, almeno per tre quarti.
Inoltre le ossa dell'Acerbi non erano state affatto sparpagliate. Semmai erano state trafugate e con accuratezza, dato che non avevano smarrito nemmeno un frammento.
Una doppia incongruenza rispetto al modus operandi dei defunti Angeli di Lucifero.
Sceglievano le tombe con un criterio?, domand il poliziotto.
Ho esaminato attentamente le denunce. Hanno profanato soltanto le tombe di donne giovani. Quattro in tutto. Tieni conto che nel cimitero di Castellazzo, di dimensioni limitate, di giovani donne non dovevano essercene molte altre. Se ho ben capito utilizzavano il pretesto, attraverso il sacrificio di una giovane vita innocente, quella di un gatto appunto, di richiamare lo spirito della defunta di cui scoperchiavano il sepolcro. E questo aggiungeva maggiore brivido ed eccitazione quando giungevano all'apice dei loro riti: all'orgia di gruppo con cui concludevano la loro notte folle.
Vanner, sinceramente: che idea ti sei fatto?, lo interpell con uno sguardo diretto Ardig.
Difficile sbilanciarsi soltanto sulla base delle carte. Avrei dovuto vederli di persona, poter parlare con loro. La mia sensazione - azzard cautamente lo studioso - tuttavia  che non fossero dei dilettanti allo sbaraglio, come invece ritennero gli inquirenti di allora. Davano l'impressione di essere soltanto dei figli di pap, studenti universitari, annoiati e violenti che utilizzavano il satanismo per soddisfare la loro voglia di emozioni forti. Ed effettivamente i loro profili, presi singolarmente, non sembrano quelli dei veri satanisti, di coloro che sono realmente dediti alla ricerca e allo studio del Maligno. Eppure...
Eppure?
Le profanazioni delle tombe erano effettuate con un criterio preciso. E se fossero stati davvero loro a uccidere le due prostitute sono stati abili nell'eludere o nel depistare le indagini. Ammesso che fosse tutta farina del loro sacco, ovviamente.
E qui torniamo al rebus principale: non possiamo escludere che intorno ai quattro gravitassero dei veri satanisti pi esperti, magari degli adulti?, puntualizz Ardig.
Infatti, conferm Vanner.
Peccato non saperne di pi di questo eventuale maestro o avatar. Oggi sarebbe impossibile, senza testimoni o riferimenti. All'epoca, invece, con le intercettazioni telefoniche, con i pedinamenti... I miei colleghi avrebbero dovuto far meglio il loro lavoro.
Scosse la testa, accendendosi un'altra sigaretta.
Raccontami di questi quattro.
Prima ti ho accennato a un'altra singolare coincidenza, spieg il criminologo con un tono affettato, come se fosse un illusionista che attira su di s tutta l'attenzione e gli sguardi del pubblico prima di iniziare il suo numero.
Il commissario aspett che fosse lui a prendere la parola.
Il profilo pi interessante - cominci a spiegare Vanner - era senza dubbio quello di un certo Ozzy.
Ozzy? Non  un componente delle Bestie di Satana?
S,  il soprannome di Paolo Leoni. Non ti stupire. Ozzy deriva da Ozzy Osbourne, il front man dei Black Sabbath, il classico cantante maledetto degli anni Settanta e Ottanta, un profeta del rock duro tendente al satanismo. Un ex eroinomane, capelli lunghi, fisico scheletrico e sguardo spiritato, sempre vestito di nero e addobbato con teschi, borchie e via dicendo.
Tipo Marilyn Manson?, esemplific Ardig.
Bravo, una sorta di pap di Marilyn Manson. Osbourne  stato molto popolare soprattutto negli anni Ottanta ed  abbastanza ricorrente che nelle band che suonano musica metal e adottano quel tipo di look ci sia qualcuno che si fa chiamare Ozzy. Nulla di strano.
Il poliziotto annu, prima di aggiungere: Di quale singolare coincidenza stavi parlando?.
Questo Ozzy, nato a Saronno nel 1971, residente a Garbagnate Milanese, era il cantante del gruppo. Ultr del Milan nel Commandos Tigre, si era procurato una bella lista di denunce per aggressione, oltraggio a pubblico ufficiale e detenzione di armi improprie. Gli era pure stata sequestrata la patente per eccesso di velocit.
Un bel soggettino...
Suo padre era uno dei commercialisti pi quotati dell'alto Milanese. Evidentemente, come spesso succede, anche i migliori alberi producono frutti bacati, o marci, come in questo caso, un figlio degenere, buono solo a spendere i soldi paterni e a combinarne una dietro l'altra. Studiava Storia, ma a libretto aveva messo solo otto esami in cinque anni. Il capo carismatico del gruppo, comunque, doveva essere lui, concluse appoggiando la sua scheda sulla scrivania.
Ardig per qualche istante fiss la foto segnaletica del giovane: capelli lunghi neri, occhi scuri e profondi, un viso da cui traspariva un'espressione di rabbia.
Come hai detto che si chiamava?
Vanner mosse impercettibilmente le labbra, prima di aprirsi in un sorriso beffardo.
Te l'avevo detto che le coincidenze erano parecchie. Si chiamava Acerbi. Massimiliano Acerbi.
Il responsabile della Omicidi impallid.
Alle coincidenze non era abituato a credere.
Ed in questo caso stavano diventando troppe.
Avrete gi provveduto a indagare su possibili discendenti del marchese Acerbi?, si inform il criminologo.
Un lavoro inutile. Il marchese Ludovico non ebbe figli, mentre il fratello minore, Borso, ebbe un maschio, Giovanni, che a sua volta, per, ebbe soltanto figlie femmine. In pratica la casata dei marchesi Acerbi si estinse nel giro di un paio di generazioni. E il loro titolo nobiliare pass alle famiglie dei mariti delle figlie di Giovanni Acerbi, il nipote di Ludovico. E infatti, gi a inizio Settecento, il palazzo degli Acerbi, in via Porta Romana, fin nelle mani degli Orrigoni.
Gi... gli Orrigoni. Come il cognome della seconda vittima, riflett l'occultista.
E di fronte alla dimora dell'Acerbi c'era, anzi c' anche oggi, Palazzo Annoni. Come il cognome della prima vittima, specific il poliziotto.
Quante coincidenze, davvero, concluse, sorridendo Vanner. Ardig lo guard infastidito: aveva l'impressione di sentire del sarcasmo nelle sue parole.
Comunque non abbiamo riscontrato nessun possibile collegamento tra la figura dell'Acerbi e il cognome della terza vittima, Pozzi, chios Ardig, ignorando volutamente l'articolo odierno di Malerba che, invece, ipotizzava un nesso tra l'Acerbi e un certo Ambrogio Pozzi.
Per ora, non  detto..., replic secco Vanner.
Il giovane commissario si infastid nuovamente, ma prefer soprassedere.
E gli altri del gruppo?
Gabriele Vitali, nato nel 1972 a Bollate, residente sempre a Garbagnate. Un altro soggetto interessante. Si era diplomato ragioniere nel 1991 con una buona votazione, 56 sessantesimi. Fino a quel momento sembrava il classico bravo ragazzo: andava a messa, frequentava l'oratorio e si avviava a lavorare nell'azienda di famiglia.  andato a fare il militare in fanteria, a Udine, alla Spaccamela.
La conosco, una delle caserme dove si svolgeva il Car, la prima parte della naja.
Quando  tornato a casa  diventato un altro. Violento, aggressivo, senza freni inibitori. Anche lui ultr del Milan. Non aveva un vero lavoro: faceva l'istruttore in palestra per qualche ora e dava ripetizioni di chitarra. Un vicino di casa lo aveva denunciato per aggressione nel 1993, salvo poi ritirare la denuncia.
Dietro minacce?
Quasi sicuro. Indubbiamente erano loro i leader del gruppo. Veniamo agli altri. Il bassista era Lucio Milani. Era del '72, abitava ad Arese. Suo padre aveva un'avviata ditta di sanitari. Studiava Storia anche lui, come Massimiliano Acerbi, anche lui senza grande profitto. Infine c'era il batterista, Fabio Meduri, anche lui del '72, calabrese di nascita, residente a Bollate. Figlio di un noto imprenditore idraulico della zona. Girava in Porsche. Studiava Ingegneria, con un discreto profitto nei primi due anni, nell'ultimo biennio, invece, non aveva dato neppure un esame. Erano entrambi incensurati: furono loro i due pi collaborativi negli interrogatori di garanzia.
Ardig si port le mani sulle tempie, stringendole.
Che ne pensi?
Vanner socchiuse gli occhi prima di rispondere.
Apparentemente questi quattro, da quanto emerge dai profili, erano pi che altro dei ragazzetti arroganti, violenti e viziati. E viziosi. Eppure si potrebbero essere lasciati dietro due omicidi e forse diverse violenze sessuali non denunciate. Significa che avevano capacit di intimorire le loro vittime, persino di plagiarle. Ripeto: bisognerebbe scoprire se il capo era davvero questo Ozzy, questo Acerbi, o se a guidarli, come ritengo, c'era qualcun altro che agiva dietro le quinte.
Per qualche secondo nessuno parl.
Fu Ardig a rompere il silenzio.
Ammettiamo che qualcuno dei loro sodali abbia deciso, dopo quattordici anni, di riprendere l'attivit degli Angeli di Lucifero, come lascerebbe intendere la rivendicazione trovata a Chiaravalle, ipotizz in attesa di un riscontro dello studioso, che si limit ad annuire lentamente. Se cos fosse, perch hanno scelto di ripartire proprio profanando la tomba dell'Acerbi?
Vanner rimase per qualche istante immobile, come se avesse la testa da un'altra parte e non avesse neppure sentito la domanda. Prima di rispondere l'esperto in dottrine esoteriche si alz e si incammin verso la finestra che dava su piazza San Sepolcro. Poi, dando le spalle al commissario, che lo fissava impaziente e stupito, inizi a parlare con il solito tono monocorde.
Sensazioni, supposizioni, ipotesi. Non abbiamo nulla. Per possiamo ritenere che abbiano scelto di ripartire, o di ritornare sulla ribalta, anche mediatica vista la rivendicazione cos plateale, puntando su un obiettivo ad alto valore simbolico: il presunto Diavolo di Porta Romana, la presunta incarnazione terrena di Lucifero, colui che aveva sconfitto anche la peste bubbonica.
E gli omicidi di Annoni, Orrigoni e Pozzi? Cosa c'entrerebbero?
Non posso sapere il perch abbiano scelto proprio queste tre vittime per disegnare il loro triangolo. Forse una risposta  gi stata data da quel giornalista. Malverde, Malporta, come si chiama?
Malerba. Federico Malerba, rispose Ardig, decidendo di non rivelare nulla delle pergamene con le enigmatiche frasi in milanese seicentesco recapitate all'amico cronista.
Vanner non gli piaceva, non gli ispirava fiducia, non lo convinceva.
Mi pare che le ricostruzioni di questo reporter siano assolutamente attendibili. Le vittime erano dei potenziali discendenti di avversari del marchese Acerbi. Per questo, se posso esprimere un suggerimento, dovreste approfondire meglio le indagini proprio sulla figura dell'Acerbi. E su cosa potesse essere contenuto nella sua tomba. Magari qualche oggetto personale del marchese, forse persino uno scritto.
O magari una Vegas del Seicento, la spada utilizzata per i due delitti, butt l il poliziotto, prima di rendersi conto dell'assurdit della sua affermazione. Cosa sto dicendo? La stanchezza mi fa sragionare.
Finalmente il criminologo si volt verso di lui.
Sorrideva con il suo solito ghigno stringato.
Hai ragione, sospendiamo qui. Aggiorniamoci domani dopo che avrai esaminato i fascicoli. Intanto proseguo nelle mie ricerche sugli Angeli di Lucifero.
Questa volta ad annuire fu Ardig.
Vanner prese le sue cartellette e usc silenzioso, senza neppure salutare.
Ma le coincidenze, evidentemente, non erano finite.
Capo puoi?
Era Santoni.
Ardig gli fece cenno di entrare.
Abbiamo una novit.
Spara.
Stando ai tecnici il telefonino del medico ucciso ha ripreso a inviare un segnale poco fa, per quasi due ore, tra le 17 e le 19. In pratica  stato acceso e successivamente disattivato.
Il commissario si drizz sulla schiena.
Uhm...
L'operatore telefonico ci ha fornito i tracciati. Il segnale  stato captato nella cella che copre Arese e Garbagnate Milanese.
L'ennesimo brivido corse lungo la schiena del responsabile della Omicidi.
Proprio la zona dove operavano gli Angeli di Lucifero.
Sono riusciti a intercettarlo correttamente?
Assolutamente s.  sempre rimasto nello stesso punto, capo: corrisponde all'indirizzo di un'abitazione privata: abbiamo gi contattato i Carabinieri locali. Si tratta di una villa in via Principessa Mafalda.
A chi appartiene?, chiese, con tono curioso e preoccupato, il commissario.
A un nucleo familiare apparentemente al di sopra di ogni sospetto. Il capo famiglia si chiama Paolo Brioschi,  un ingegnere. La moglie  un'insegnante. I figli sono adolescenti.
Il vicequestore rimase a riflettere.
Una famiglia di brave persone. Padre, madre e figli...
E magari anche un bel cane nel giardino con il prato tagliato all'inglese. Degli insospettabili.
Potevano essere complici, fiancheggiatori o sodali degli assassini. Oppure...
Dobbiamo parlarci comunque. Andiamo io e te da soli, chiedendo appoggio ai Carabinieri locali. Almeno 4-5 uomini di copertura. E il comandante verr nell'abitazione con noi.
And nell'armadio di fronte alla scrivania per estrarre il giubbotto anti proiettile e un caricatore di ricambio.
Santoni non aggiunse nulla.
Vado a prendere la macchina, ti aspetto sotto.
La villetta della famiglia Brioschi era situata a met di via Mafalda, una via lunga un paio di chilometri che lambiva da ovest a est l'intero perimetro nord di Garbagnate.
La locale stazione dei Carabinieri, in via Bonetti, una piccola traversa della stessa via Mafalda, era distante appena poche centinaia di metri.
Lasciarono le auto nel cortile della caserma, dirigendosi a piedi verso la casa.
Il maresciallo, Giuliano Donati, aveva confermato quanto anticipato da Santoni: i Brioschi erano una famiglia totalmente al di sopra di ogni sospetto e non c'era ragione per preoccuparsi. Era pronto a metterci la mano sul fuoco.
Ardig, inizialmente scettico, si lasci convincere.
Alla fine dai Brioschi sarebbero andati soltanto lui e Donati. Lo stesso Santoni li avrebbe attesi all'inizio della stradina, senza farsi notare.
Si incamminarono costeggiando le tante villette, preceduti da un assordante latrare di cani. In ogni giardino c'era un custode a quattro zampe, pronto a far sentire la sua ugola a tutto il vicinato.
Erano le 22 da poco passate: i Brioschi dovevano essere davanti alla tiv.
Superarono un'area ancora stranamente libera, un prato incolto, affiancato da una stradina sterrata che portava a una villa leggermente isolata dal resto del comprensorio.
Il maresciallo Donati punt verso il cancello. Sotto la veranda c'era una donna, sui 40 anni, che li osservava incuriosita.
 la moglie dell'ingegnere, confabul a bassa voce il Carabiniere.
Si avvicinarono al cancello e la donna gli venne incontro.
Buonasera,  successo qualcosa?
Parl con tono apprensivo, forse intimorita dal militare in divisa.
Nulla, stia tranquilla. Dobbiamo rivolgervi alcune domande. Possiamo?, spieg con tono cordiale Donati.
S certo, entrate. Paolo - alz la voce - puoi aprire il cancello?
Udirono il rumore metallico dello scatto della serratura e videro apparire sulla soglia di casa un uomo in polo bianca, bermuda blu e ciabatte.
Il padre di casa li guard con aria corrugata.
La moglie lo rassicur.
Devono farci qualche domanda.
Prego, entrate. O volete accomodarvi qui in giardino, propose indicando un tavolo sotto un piccolo portico circondato da alcune sedie.
Meglio se entriamo, sugger Donati.
L'interno era carino, accogliente e ben arredato.
Si accomodarono in cucina, intorno a un ampio tavolo bianco, al centro di un ambiente confortevole.
Perdoni il disturbo, a quest'ora, esord educatamente Donati, dopo aver atteso che la signora Brioschi servisse del t freddo per tutti. Ardig lo osservava impaziente.
Donati venne subito al punto: Il collega qui al mio fianco  un commissario della Questura di Milano e ha urgenza di rivolgervi alcune domande.
Prego, ci dica, rispose l'ingegner Brioschi con un tono da cui trapelava una certa agitazione.
Intanto una prima domanda: conoscete un certo dottor Matteo Pozzi?  un chirurgo.
I due coniugi si guardarono con aria perplessa.
Non mi pare, non so. Non credo, spieg Brioschi.
E tu cara?
Non so, non direi.
L'ingegner Brioschi prosegu.
Lo scorso anno mia madre ha subito un intervento di ricostruzione al femore, qui all'ospedale Santa Corona di Garbagnate. Forse l'abbiamo conosciuto l, ipotizz.
No, lavora a Monza. Non importa, tagli corto Ardig, convinto, dal suo istinto, che i due non sapessero davvero nulla del luminare ucciso. Evidentemente non avevano neppure ascoltato o seguito i notiziari che avevano dato grande risalto alla notizia dell'omicidio.
Senta, non vogliamo perdere tempo e non vogliamo farvelo perdere. Questo dottor Pozzi  stato barbaramente ucciso due giorni fa dopo essere stato sequestrato, sintetizz il commissario.
Marito e moglie lo fissarono con aria smarrita.
S, ho letto sui giornali di questo omicidio, per non ricordavo il nome della vittima. Noi cosa c'entriamo?, chiese sempre pi intimorito l'uomo.
Si tranquillizzi - prosegu in tono piatto il commissario - necessitiamo di alcune informazioni: poche ore fa, tra le 17 e le 19 circa, il cellulare della vittima  stato acceso e dai tracciati telefonici risulta che il segnale proveniva proprio da qui, dalla vostra abitazione.
L'ingegner Brioschi rimase impassibile come una statua di sale.
Non... non capisco. Com' possibile?
Riteniamo che il cellulare della vittima sia stato acceso e successivamente spento. Non ne sapete nulla?
No, io sono stato in azienda fino a tardi stasera. Sono uscito quasi alle ventuno, potete controllare, si giustific il marito.
E lei signora?
Ero qui a casa, ma anch'io non so cosa dirvi. Nel tardo pomeriggio ho fatto alcuni lavori domestici, ho innaffiato il giardino.
E i vostri figli?, domand Ardig.
Matilde era con me.  rimasta in casa e adesso  andata a prendere un gelato con le amiche. Gianluca era in giro in bici con gli amichetti, sono rientrati proprio verso le 17. Sono stati in cameretta a giocare al computer, poi gli amici se ne sono andati e lui si  messo a vedere la tiv.
Mmm... Mi chiama suo figlio per favore?
 all'oratorio, torner a minuti. Deve capire...  estate,  stato promosso con un bel voto...
Quanti anni ha?
Quasi tredici, ha finito la seconda media.
Ha un cellulare?
Certamente, lo porta sempre dietro.
Possiamo vedere la stanza di suo figlio?, domand educatamente Ardig.
S, s, assent l'ingegner Brioschi.
Fecero per incamminarsi verso le scale che portavano al piano superiore quando sentirono il cancello sbattere.
 Gianluca, conferm la signora.
Bene, comment lapidario Ardig.
Qualche istante dopo il ragazzino spunt in cucina.
Si stava dirigendo verso il frigorifero quando not la sagoma del maresciallo Donati: la visione del militare lo intimor. I genitori gli andarono incontro.
Il ragazzino assunse immediatamente un'espressione preoccupata, come quella di chi ha commesso una marachella e ne teme le conseguenze.
Ardig iniziava ad aver chiara in mente la situazione.
Ciao Gianluca, ti va di aiutarci?
Il ragazzino annu, timoroso.
Sono un poliziotto. Oggi un nostro collega ha perso un cellulare e lo stiamo cercando. Dobbiamo controllare alcuni numeri della scheda.
Gianluca abbass lo sguardo.
Allora? Puoi aiutarci?
Non l'ho rubato, balbett a voce bassa.
I genitori lo fulminarono con lo sguardo.
Lo so, non preoccuparti, lo incoraggi Ardig scompigliandoli i capelli.
Dove lo hai messo? In camera di sopra?
Il tredicenne annu vigorosamente.
Accompagnami, ordin al ragazzino, facendo segno a Donati e ai genitori di non seguirlo.
Un minuto dopo Ardig impugnava un sofisticato telefonino-palmare con tastierino estraibile.
Dove lo hai trovato?
L'adolescente non rispose.
Era sul punto di piangere. Lo tranquillizz.
Senti... sar il nostro segreto.
Promette?, rispose speranzoso.
Prometto, garant allungandogli la mano per una stretta vigorosa.
Oggi siamo andati in bici a Castellazzo. L c' un cimitero.
Ardig sent il solito brivido corrergli nelle ossa.
Davanti a una chiesa abbandonata? Quella della Famatta o qualcosa del genere?
S, quella della Fametta. Proprio quello.
E ci siete entrati?
No, no. Il telefono era davanti al cancello. Appoggiato alla ringhiera. Lo si vedeva anche da lontano.
E poi?
Era bello, l'ho preso, l'ho portato a casa e ho provato ad accenderlo. Ma non avevo il codice pin. Ho provato due volte, poi ho rinunciato perch...
Perch altrimenti si sarebbe bloccato irrimediabilmente e per sbloccarlo sarebbe servito un secondo codice che non potevi avere, concluse la frase l'investigatore, che aggiunse: Sei stato bravissimo, non mi occorre altro. Grazie.
Tornarono di sotto e, dopo alcuni rapidi convenevoli, si congedarono dai coniugi Brioschi, rassicurandoli ancora una volta.
Usciti in strada Ardig relazion Donati su quanto scoperto.
Maresciallo, le posso chiedere un favore?
A sua disposizione.
Potrebbe far piantonare il cimitero di Castellazzo dai suoi uomini questa notte, in modo che nessuno possa penetrarvi?
L'ufficiale lo squadr perplesso.
Va bene, andiamo. Dovr per avvertire i colleghi di Bollate, territorialmente competenti.
Perfetto, cos domani mattina, appena far chiaro, potremo andare a dare un'occhiata a quel maledetto cimitero.
...
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14. Castellazzo di Bollate (Mi), 20 giugno 2009.
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Hic sunt leones.
I leoni, scolpiti sulla cima di due ceppi paralleli, alti circa cinque metri, osservavano severi, dalla loro postazione elevata, il piccolo drappello di auto che rompeva il silenzio della mattina, entrando veloce nell'omonima via dei Leoni, la principale strada d'accesso per raggiungere il piccolo borgo di Castellazzo, una manciata di cascine, qualche abitazione privata, una chiesetta, una minuscola scuola elementare, un bar, qualche stalla e soprattutto Villa Arconati, una delle perle artistiche e storiche dell'hinterland milanese, una Villa di Delizia seicentesca dei Visconti, ribattezzata la piccola Versailles per il suo stile architettonico e il suo curatissimo giardino alla francese ornato di fontane, statue e padiglioni.
Ardig, seduto sul sedile anteriore della vettura che apriva il convoglio, scrutava silenzioso il panorama circostante. Intorno vedeva soltanto campi incolti e boschetti, mentre, imboccando l'ingresso della via, sotto i ceppi con le due sculture ferinoformi, aveva intravisto bottiglie, sacchetti, ciarpame vario e uno sgabello.
Ci sono sempre delle prostitute, che stazionano l dal mattino fino a tarda sera, aveva spiegato il maresciallo Donati, intuendo i suoi pensieri.
In giro, come previsto, non c'era anima viva.
Il sole cominciava ad alzarsi e la temperatura - in una giornata che si preannunciava afosa e umida - era assolutamente gradevole.
Alle 6,35 sfilarono davanti all'entrata principale della villa viscontea, deviando a sinistra, in via Fametta, una via chiusa. Sulla sinistra c'era un piccolo gruppetto di tre case, squadrate come caserme, fatte di mattoni rossi: sulla destra, dopo il borgo, un piccolo laghetto da pesca quasi in secca e a seguire un maneggio.
Percorsero la strada fino al termine, giungendo in un angusto piazzale dove si fronteggiavano una piccola chiesa malandata, il Santuario della Fametta, e un altrettanto piccolo e fatiscente cimitero.
I due carabinieri di piantone, lasciati dal maresciallo Donati a sorvegliare il cimitero, li salutarono portando la mano alla visiera del berretto, abbassando le mitragliette di ordinanza.
La notte era trascorsa tranquilla e senza sorprese.
Non avevano notato o sentito nessuno.
Per la prima volta Ardig vedeva con i propri occhi il cimitero scelto dagli Angeli di Lucifero, quindici anni prima, quale palcoscenico per le loro macabre recite sataniste.
Il cancello, arrugginito, era stato scardinato probabilmente gi da diversi anni e non era mai stato riparato.
L'ingresso, perci, era totalmente libero e incontrollato.
Prima di entrare fecero un veloce briefing con il maresciallo Donati, con il responsabile della Scientifica, De Piccoli, e con Vanner, che aveva accettato di seguirli in quella spedizione mattutina senza sollevare obiezioni, nonostante la sveglia alle 5.
Calzarono i copriscarpe in lattice, per non contaminare la scena, e si addentrarono nel vialetto principale del camposanto, circondati da croci di marmo e piccole lapidi sporche e stinte.
Un brivido li colse. Ma era freddo pi che paura.
In una zona boschiva come quella, lontana da fonti di calore artificiale, l'umidit del primo mattino era penetrante e fastidiosa. Alitando sollevavano nubi di condensa.
Il rumore della ghiaia calpestata dalle suole delle loro scarpe li accompagnava in sottofondo.
Le foto dei defunti erano piccole, intorno alle tombe erano cresciute, incontrollate, erbacce e rampicanti. Diverse incisioni si erano staccate, lasciando monchi nomi e date. Nessuno, tra coloro che riposavano in quel terreno, doveva aver ricevuto una visita negli ultimi anni, se non quella di intrusi indesiderati.
Iniziarono a sparpagliarsi tra le tombe, senza neppure saper bene cosa cercare.
Il responsabile della Omicidi, comunque, almeno nella sua testa, non aveva dubbi: il cellulare del dottor Pozzi lasciato in bella vista proprio davanti al cancello del cimitero rappresentava un chiaro invito a ficcanasare in quel luogo, silenzioso, di riposo e ricordo.
Tra quelle tombe, ormai dimenticate dai vivi, forse avrebbero trovato quel poco che poteva aiutarli a ricostruire gli ultimi istanti di vita del dottor Pozzi: per questo gli esperti della Scientifica avevano gi iniziato a ispezionare il perimetro con il luminol, in cerca di tracce ematiche.
Cominciarono a girare tra le tombe, scorrendo con sguardi fugaci foto in bianco e nero e date ormai lontane: 1968, 1963, 1966, 1964, 1967, 1962...
Da almeno quarant'anni nessun trapassato aveva trovato alloggio in quelle fosse sigillate da lapidi ormai ingrigite.
Proseguivano lentamente, esaminando con attenzione ogni tomba. Vanner, invece, aveva puntato deciso verso la parte posteriore del camposanto, delimitata da un'unica parete punteggiata di colombari o loculi. In quell'ala riposavano i defunti pi anziani, morti prima della guerra. Quasi tutte le tombe erano basse, con lapidi prevalentemente rettangolari.
Le foto, incapsulate dietro a vetri sporchi e a volte incrinati, erano piccole.
Ardig si sofferm davanti alla tomba di una giovane donna, Maria Cesati, nata nel 1938 e deceduta nel 1961.
La lapide sembrava relativamente pi fresca rispetto alle altre e il basamento era composto solo da una sorta di cortile, ovvero alcune piccole pietre a delimitare l'area coperta di terriccio, dove una volta doveva esserci stato il coperchio di marmo.
Con tutta probabilit quella era una delle tombe profanate nei primi anni Novanta dagli Angeli di Lucifero: presumibilmente i custodi del cimitero avevano rimpiazzato la lapide, ma non il coperchio. Rest a fissare la foto in rispettoso silenzio per qualche istante.
Osserv gli agenti della Scientifica: nessuno di loro aveva ancora rilevato tracce di sangue.
Poi a catturare la sua attenzione fu Vanner. Si muoveva da solo, lontano dagli altri, quasi a suo agio davanti a quel muro di piccole foto che sembravano osservarlo.
Il criminologo camminava rasente alla parete, sfiorando con la mano destra i colombari, esaminandoli con cura.
Fino a quando, improvvisamente, si arrest.
Venite qui, grid senza scomporsi.
Nel punto pi basso della parete un loculo era stato distrutto recentemente, probabilmente con un piccone: sul terreno si vedevano ancora i frammenti di granito e le pietre del rivestimento.
Un agente della Scientifica si chin, illuminando con la torcia elettrica la cavit.
Con una prima occhiata Ardig intu immediatamente cosa avrebbero recuperato: della cera nera e dei pezzi di legno e metallo.
 la loro firma, sentenzi laconico Vanner, senza tradire stupore.
Un'oretta di jogging all'aria aperta, una doccia e mezz'oretta di relax sul divano, guardandosi i vari tg, prima di un pranzo leggero.
Malerba aveva meticolosamente pianificato la sua mattinata, come sempre libera prima di andare in redazione, dove sarebbe stato impegnato, come ogni giorno, dalle 15 fino a circa le 23.
Infil le scarpe da corsa e scese le scale con passo svelto.
Era quasi arrivato al portone quando sent la suoneria del suo cellulare: aveva ricevuto un messaggio.
Si ferm sul marciapiede, chiudendosi il portone alle spalle, per controllare gli sms prima di iniziare la corsa. Lo vide immediatamente.
Era anonimo, non c'era un mittente.
Inizi a leggerlo, rabbrividendo subito. Senza peraltro stupirsi. Del resto lo stava aspettando da giorni.
Non c' due senza tre. Vai in piazza Santa Maria delle Grazie.
Rimase basito: questa volta il misterioso mittente non era ricorso al solito rebus da risolvere e gli aveva indicato direttamente dove andare a recuperare la missiva.
Meglio cos, tempo e fatica risparmiati.
Piazza Santa Maria delle Grazie distava appena qualche centinaia di metri da casa sua, in via Vincenzo Monti.
Cominci a corricchiare sul marciapiede, per scaldare i muscoli. Attravers piazza Virgilio e da l si inoltr verso corso Magenta, costeggiando la parte posteriore dell'omonima basilica di Santa Maria delle Grazie, la basilica nel cui chiostro adiacente era situato il refettorio con il celebre dipinto, L'ultima cena di Leonardo da Vinci.
Arriv in piazza correndo lentamente.
Nell'angolo alla sua destra intravedeva l'imponente facciata della basilica. Di fronte aveva le panchine, tutte uguali: strisce di legno, a forma quadrata, che circondavano una fioriera incastrata all'interno.
Si ferm sulla gradinata della chiesa per potersi guardare intorno. Sulla destra una comitiva di turisti nipponici sostava pazientemente in fila davanti al Cenacolo, sorbendosi una lunga attesa per poter ammirare, soltanto per qualche minuto, il capolavoro leonardesco.
Molti di loro, per far passare il tempo, sbirciavano i vari gadget esposti da un mini-banchetto, forse abusivo, situato a qualche metro dal chiostro.
Nell'altro lato della piazza, quello pi vicino al traffico di corso Magenta, non c'era quasi nessuno, a parte un anziano che leggeva il giornale.
Aveva l'impressione di essere osservato.
Dopo la visita notturna, dopo il pacchetto ricevuto sull'uscio di casa, aveva smesso di pensare a questa inchiesta come a un gioco.
Per la prima volta si rendeva conto di essere dentro a qualcosa di pi grande di lui.
Qualcosa di pericoloso.
L'assassino, o gli assassini, sapevano tutto di lui: il suo numero di cellulare, il suo indirizzo di posta elettronica, persino qual era la porta del suo appartamento.
Ormai non aveva dubbi: anche la famosa email mandata da un anonimo testimone qualche giorno prima non poteva che essere opera di chi, ora, lo aveva mandato a passeggio in piazza Santa Maria delle Grazie.
Dove magari lo avrebbe atteso, per spiarlo, per accertarsi che recuperasse davvero la pergamena.
E forse, chiss, per controllare se fosse arrivato solo o con la polizia.
Avrebbe dovuto telefonare ad Ardig ma decise di attendere. Per paura e per curiosit.
Prima voleva recuperare la pergamena e leggerne il contenuto.
C'era infatti il rischio che Ardig e i suoi uomini gliela sequestrassero subito, senza neppure la possibilit di visionarla.
Non aveva alternative: doveva fare tutto da solo.
Attravers la piazza con un passo ciondolante, sempre guardandosi intorno.
Arriv fino alla fontanella situata all'angolo di via Fratelli Ruffini, proprio di fronte alla basilica: si chin per bere una sorsata dal getto e ne approfitt per lanciare un'ampia occhiata su tutta la piazza.
Non vedeva nulla di anomalo.
Rimase in attesa per un minuto.
Niente, non riusciva a scorgere nulla di insolito.
E nessuno sembrava interessato alla sua presenza.
Dove poteva essere la pergamena?
In un cestino della spazzatura come nei primi due casi?
Quasi sicuro. Ne vedeva solo tre.
Si rassegn, partendo dal primo.
Quello pi vicino al Cenacolo.
Infil il braccio dentro: mozziconi di sigaretta, carte di caramelle, cartacce varie, lattine, fazzoletti di carta.
Niente, nessuna pergamena.
Si spost verso l'altro cestino, sul lato opposto della piazza. Ancora mozziconi, chewingum e cartacce.
Nient'altro.
Si mosse di qualche metro raggiungendo l'ultimo cestino. Allung il braccio all'interno. Nulla.
Possibile che non ci fosse? Che l'avesse gi recuperata qualcuno? Magari per errore? Oppure la nettezza urbana?
No, i cestini erano abbastanza pieni. Evidentemente non venivano svuotati da qualche giorno.
Torn alla fontana per lavarsi le mani. E riflettere.
Dove potevano aver nascosto la pergamena?
Nella chiesa? Sarebbe stato un bel problema cercarla l.
Nel Cenacolo? Per entrare occorreva addirittura effettuare una prenotazione con qualche giorno di anticipo e all'interno c'erano telecamere posizionate ovunque.
No, l'assassino, o chi per lui, doveva aver scelto un luogo aperto, pubblico, privo di controlli. Dunque nel perimetro della piazza.
Prov a concentrarsi. Le fioriere, ma certo! Ne cont cinque. Scart quella pi vicina a corso Magenta, dove si era seduto l'anziano intento a divorarsi con gli occhi la Gazzetta dello Sport.
L'avrebbe visionata per ultima.
Non aveva alternative: doveva ispezionare tutti i vasi.
Correndo lentamente si avvicin alla prima fioriera, posizionata esattamente di fronte all'ingresso della basilica.
Saltell qualche istante, quindi si appoggi alla panchina fingendo di fare stretching, allungando la gamba sinistra sul bordo di legno.
Nel vaso non sembrava esserci nulla.
Per esserne certo spost delicatamente il piantume.
Il terriccio sul fondo conteneva mozziconi di sigaretta, cartacce di caramelle e chewingum secchi: nulla che potesse sembrare una pergamena.
Niente.
Torn a guardarsi intorno: nessuna novit, nessun movimento. I giapponesi facevano la fila, chiacchierando nella loro incomprensibile lingua.
Il vecchietto non staccava lo sguardo dalla rosa.
I passanti sul marciapiede sembravano assorti nei loro pensieri.
Pass al secondo vaso, sedendosi questa volta sulla panchina.
L'esame del vaso fu pi rapido: le piante erano rade.
Ancora mozziconi di sigaretta, cartacce di caramelle e chewingum secchi.
Si rialz, stiracchiandosi platealmente per dare l'idea di voler allungare anche gli arti superiori.
Un'altra occhiata in giro lo rassicur: tutto tranquillo.
Raggiunse il terzo vaso.
Allung nuovamente la gamba sulla panchina e indirizz lo sguardo all'interno del vaso.
Intravide subito qualcosa di giallo.
Eccola, la pergamena.
Afferr il pezzo di carta, rendendosi conto, immediatamente, che qualcosa non quadrava.
Non era arrotolata come le precedenti e non era chiusa con il solito cordino nero.
Il foglio era semplicemente piegato in due: lo apr.
Vai laddove le ceneri della santa Boema si mescolarono a quelle impure della Maifreda.
Un altro indizio. Sbuff stizzito.
Doveva immaginarselo: il rebus c'era, era stato soltanto posticipato. Per fortuna aveva portato il palmare.
Si impose di riflettere. Doveva ragionare.
Questa volta, probabilmente, non necessitava dell'aiuto del professor Monti.
La Boema.
Si ricordava di un'eretica, tale Guglielmina, che il popolino milanese aveva soprannominato la Boema.
E ricordava, vagamente, che era stata bruciata sul rogo.
Come tutti i condannati per eresia, del resto.
L'indovinello era meno complicato di come si poteva immaginare a una prima lettura.
Quando era bambino suo nonno gli raccontava tutte le storie misteriose di Milano, spesso ripetendole pi volte, e qualche volta lo aveva portato a passeggiare proprio l, nei giardini dietro alle basiliche di piazza Vetra, oggi cuore pulsante della vita serale dei giovani milanesi, e pure dello spaccio, cinque o sei secoli orsono il palcoscenico degli orrori meneghini, la pubblica arena dove i boia esercitavano la propria terribile arte, davanti a un popolo terrorizzato e al contempo compiaciuto per quel cruento spettacolo.
Per scrupolo attiv la connessione del palmare e controll comunque su Google, digitando Milano, Boema e Maifreda.
Trov velocemente quanto stava cercando. Era un link che riportava a un sito dedicato alla storia milanese.
Guglielmina, probabile figlia di un re boemo, aveva fondato una sorta di setta religiosa nella seconda met del Tredicesimo secolo.
Pur sospettata di eresia non venne mai inquisita, tanto  vero che era deceduta di morte naturale e sepolta a Chiaravalle, lo stesso cimitero dove, quasi quattro secoli dopo, avrebbe trovato il riposo eterno anche il marchese Acerbi.
Una coincidenza singolare. Prosegu nella lettura.
Alcuni suoi discepoli, un tale Andrea Saramita e una tale Maifreda da Pirovano, avevano per portato avanti l'azione della congregazione religiosa iniziando a paragonare la defunta Boema a Cristo: inevitabile era scattata la tagliola della Santa Inquisizione e cos, il 9 settembre 1300, la Maifreda e Saramita vennero torturati pubblicamente e arsi vivi in piazza Vetra, insieme alle spoglie della Boema, esumate appositamente del camposanto di Chiaravalle dove erano state messe a riposare quasi vent'anni prima.
Si compliment con se stesso.
Inizi a corricchiare verso via san Vittore, qualche minuto raggiunse piazza Molino delle Armi: oltrepass l'arco della porta quattrocentesca e costeggi le splendide colonne di San Lorenzo, attraversando la suggestiva omonima piazza, semideserta di giorno quanto popolata di giovani di sera, soprattutto d'estate, quindi svolt verso il giardino pubblico di piazza Vetra.
La ricerca questa volta si preannunciava pi difficile.
Ignorava dove, nei secoli bui dell'Inquisizione, venissero allestiti i patiboli per i condannati.
Senza riflettere, istintivamente, si port sul lato dei giardini posteriore alla prima basilica, quella di San Lorenzo Maggiore: alla sua destra poteva vedere, dietro alle recinzioni metalliche del parco, i tanti locali e pub a quell'ora ovviamente ancora chiusi.
Inquadr il Mamba. Erano passate meno di due settimane dalla serata trascorsa con Carlo tra quei tavoli e quegli sgabelli, dove aveva conosciuto Patrizia.
Eppure sembrava trascorso un secolo.
Da allora di acqua sotto i ponti ne era passata parecchia. C'era stato il secondo delitto, quello di Orrigoni, poi il terzo, quello di Pozzi, intanto aveva conosciuto Lucrezia, aveva partecipato a Porta a Porta, aveva infilato uno scoop dietro l'altro.
Sembrava fossero trascorsi secoli, invece erano soltanto due settimane.
Carlo, evidentemente stufo di non ricevere risposte ai suoi messaggini, aveva smesso di cercarlo, e tutto sommato aveva pi che ragione. Anche Patrizia era sparita: le risposte stringate e ritardate alle sue email erano bastate a farle comprendere che il suo interesse per Federico non era corrisposto.
Scacci tutti questi pensieri inutili dalla mente e torn a concentrarsi sull'obiettivo della sua ricerca: probabilmente la pergamena lo attendeva in un cestino dei rifiuti.
Il problema, questa volta, era che di cestini, nei giardini e all'esterno, se ne potevano contare almeno venti.
Riprese a guardarsi intorno.
In una nicchia alle spalle della basilica vide una stele, non molto alta.
Si ricordava bene che, in quel parco, era stata posta una stele per ricordare l'agente Ripani, l'eroico poliziotto ucciso nel 1976 dalla banda Vallanzasca in un violento scontro a fuoco seguito dopo un incredibile, quanto assurdo, tentativo di rapina all'esattoria civica. Qualche anno prima era toccato proprio a lui scrivere un articolo commemorativo, in occasione del trentesimo anniversario di quel delittuoso avvenimento.
Nel dubbio si incammin comunque verso la stele, cercando di leggerne la dedica mano a mano che si avvicinava.
No, si era sbagliato, non era quella dedicata alla memoria del poliziotto ucciso: era invece quella che ricordava il punto in cui era stata eretta la famosa Colonna Infame, poi abbattuta nel Diciannovesimo secolo.
Era l che il Mora e il Piazza erano stati bruciati sul rogo.
Ruot lo sguardo intorno: vicino al muro della Basilica c'era un cestino, piuttosto isolato.
Fece qualche passo: era nella parte della nicchia meno visibile a chi transitava nel parco seguendo il sentiero principale. Le sue narici intercettarono un forte odore di urina.
Sul terreno c'erano lattine, bottiglie, alcune in frantumi, pezzi di cartone e sacchetti di nylon. Quell'angolo a tarda sera era utilizzato dai tossici per bucarsi.
Prima di infilare la mano nel cestino, pertanto, si cautel: si tolse la scarpa da tennis destra e sfil la calza, spessa, di spugna.
La infil a mo' di guanto: non era molto ma avrebbe comunque rappresentato un minimo di filtro difensivo nel caso in cui, come temeva, nel cestino potessero esserci cocci di vetro taglienti o, peggio ancora, delle siringhe.
Con gesti misurati e attenti inizi a tastare nel fondo del cestino.
La fortuna era dalla sua: urt qualcosa di leggero ma compatto. Lo afferr tirandolo fuori facilmente.
Eccola!
La terza pergamena era identica alle precedenti.
Carta ingiallita, il solito cordino nero a sigillarla.
Non lo aveva neppure preventivato, eppure, toccandola con la calza, di fatto, non aveva lasciato impronte digitali: un bene, altrimenti non avrebbe saputo giustificarsi con Ardig. Avrebbe dovuto avvertirlo, lo capiva benissimo, e invece aveva voluto fare tutto da solo, senza valutarne le conseguenze.
Appoggi il papiro sul coperchio del cestino, quindi prese dalla tasca dei pantaloncini il fazzoletto di stoffa che portava sempre per detergere il sudore. Lo strinse con la mano sinistra e, con questi guanti improvvisati, inizi a srotolare la pergamena.
Impieg qualche secondo, ma alla fine ci riusc.
Distese il rotolo sulla superficie del coperchio del cestino. E inizi a leggere.
Ma fin da principio emerse s patente la calunnia,
che di ci non si fece pi motto durante la procedura
o nella sentenza.
Come al solito una frase criptica e incomprensibile.
Prese il telefonino e apr lo sportello puntando l'obiettivo della piccola fotocamera inserita nell'apparecchio: aument al massimo lo zoom e immortal il testo della pergamena. Perfetto, la scritta si leggeva benissimo.
Sempre tenendo le mani coperte dalla calza e dal fazzoletto riavvolse la pergamena, quindi riannod il cordino: infine gett il papiro nel cestino.
Non aveva commesso sbagli in apparenza, la messa in scena era credibile. All'improvviso un brivido lo colse.
Poteva esserci una telecamera di sorveglianza a riprendere la scena: Ardig avrebbe visionato i nastri e avrebbe scoperto tutto.
Cominci a guardarsi intorno freneticamente.
Fece qualche passo intorno al perimetro della nicchia.
No, non si vedeva nessuna telecamera e del resto, si domand, a chi poteva interessare la sorveglianza di un incavo nel muro della basilica che la sera veniva utilizzato soltanto per farsi una dose o scolare delle birre?
Non dovevano esserci telecamere: lo sapevano spacciatori e tossici e, ragionevolmente, lo sapeva anche chi aveva scelto quel cestino per lasciarvi la pergamena.
Tir un sospiro di sollievo e si rilass.
Per completare la recita doveva tornare in Santa Maria delle Grazie e da l chiamare Ardig.
Non poteva fare altrimenti.
Aveva maneggiato il foglietto trovato nella fioriera: doveva per forza ammettere che, almeno al primo indizio, era arrivato da solo, senza coinvolgere l'amico poliziotto.
Riprese a correre ripercorrendo via De Amicis, piazza Sant'Ambrogio e quindi via San Vittore.
Rientr in piazza alle 12 appena passate.
Compose il numero di Ardig. Suonava libero.
Niente.
La prova del luminol era inconfutabile: in quel camposanto non avevano trovato nessuna traccia di sangue.
Pozzi non  stato ucciso qui, sentenzi lapidario De Piccoli, trovando l'assenso di Ardig, sotto lo sguardo inquisitore di Vanner.
Ci hanno fatto venire qui solo per trovare questi, rispose il commissario indicando i pezzi del crocifisso spezzato.
Non ha senso, non ha logica.
Per la prima volta, da quando erano arrivati al cimitero di Castellazzo, Vanner profer parola.
In che senso?, domand Ardig.
Qualcosa non quadra - osserv il criminologo - devo ragionarci sopra, a mente sgombra e lucida. Perch hanno voluto portarci qui? Quale messaggio volevano farci avere?
Volevano comunicarci che il delitto portava la loro firma, esattamente come hanno fatto nel garage di via Pisani, quando uno di loro si  fatto riprendere volutamente da una telecamera di sorveglianza con un travestimento demoniaco, replic Ardig.
Quello lo sapevamo gi, no? Non era sufficiente la stampa della versione modificata della Pala dei tre Arcangeli? Per quale ragione ci hanno fatto venire qui? E per quale ragione gli Angeli di Lucifero vogliono farci sapere che sono tornati? E perch ci sfidano arrivando a rivendicare addirittura gli omicidi commessi?
Non ti seguo.
I veri Angeli di Lucifero, quelli - precis Vanner - morti nell'incidente del 1995, da quel che sappiamo, avevano ucciso due prostitute. Tuttavia avevano tentato in tutti i modi di prendere le distanze da quei delitti, affinch nessuno potesse risalire a loro. Questi, chiunque siano, ci dicono invece siamo noi,  noi che dovete cercare. Non quadra, non ha senso.
Era lo stesso ragionamento che aveva gi fatto Ardig la mattina in cui, a casa di Malerba, aveva trovato il crocifisso spezzato e soprattutto la pergamena riconducibile al delitto Orrigoni.
Comprese che era giunto il momento di mettere al corrente Vanner di queste novit che, finora, gli aveva tenuto nascoste. Lo avrebbe informato pi tardi, una volta rientrati in ufficio.
Non fece in tempo.
Il cellulare inizi a squillare: era proprio Malerba.
Rispose. Dovevano andare a recuperare la terza pergamena.
Nel tragitto da Castellazzo fino a corso Magenta, poco meno di mezz'ora, Ardig inform Vanner delle prime due pergamene recapitate da mani ignote a Malerba.
Sono arrivate sempre a distanza di pochi giorni da un omicidio, dunque attendevamo questa terza missiva, concluse la spiegazione il poliziotto, seduto nel sedile anteriore dell'Alfa 159 di servizio, notando, dallo specchietto dell'autista, lo sguardo corrucciato dell'esperto di satanismo.
Dalla luce degli occhi chiari e dai lineamenti del volto traspariva chiaramente l'irritazione e il nervosismo dello studioso per non essere stato informato, fin dall'inizio, di dettagli che, quasi sicuramente, rappresentavano un ulteriore tassello del mosaico di indizi su cui stava lavorando da giorni.
Nel tono della sua voce, per, non si poteva rivelare alcuna traccia di risentimento. Si fece ripetere le parole esatte contenute nelle pergamene e le annot su un piccolo blocchetto, guarda caso nero, che teneva in tasca.
Non aggiunse altro.
Prima di accostare sul marciapiede di corso Magenta l'esperto in dottrine esoteriche fece una richiesta con tono secco: Non dite a quel giornalista chi sono o perch sono qui. Lasciategli pensare che sia uno di voi.
Ardig annu.
Raccontami tutto, forza.
Bruno squadr Federico con aria decisa.
Non era solo.
Malerba esamin il piccolo drappello sceso dall'Alfa.
Lo accompagnavano Santoni e due agenti in borghese.
Uno era giovane, meno di trent'anni, fisico ben piantato e accento veneto, lo aveva notato altre volte anche se non ne conosceva il nome: era quello che lo aveva scortato fino al pianerottolo di casa sua la mattina in cui aveva ricevuto il crocifisso spezzato e il cero nero.
L'altro era decisamente fuori dai canoni ordinari dell'agente. Sui cinquant'anni, alto, magro, con uno sguardo freddo e indecifrabile, capelli corti e lisci, argentati ma con riflessi giallognoli, un pizzetto sottile e curatissimo, mani lunghe e affusolate. Indossava pantaloni neri di cotone e una polo nera elegante.
Federico lo stava fissando con aria curiosa.
Ardig se ne accorse e lo richiam alla realt.
Allora?
S... certo... Mi  arrivato il solito sms stamattina, mentre stavo correndo - inizi a spiegare il giornalista - per cui non l'ho visto subito. Quando me sono accorto erano gi le 11 passate. Ero quasi arrivato a casa, ma ho preferito allungare fin qui.
Perch non mi hai avvertito immediatamente?
Vuoi la verit? Volevo vedere il contenuto della pergamena. Altrimenti l'avresti sequestrata e secretata. In fin dei conti  destinata al sottoscritto, no?
Va be'... lasciamo perdere. Dammi il bigliettino.
Federico tir fuori dalla tasca il pezzo di carta.
Grazie per non averlo contaminato con le tue impronte digitali, chios ironicamente Ardig.
Prima di leggerlo.
Vai laddove le ceneri della santa Boema si mescolarono a quelle impure della Maifreda.
Il commissario punt l'amico giornalista.
 in piazza Vetra, ho gi controllato su Internet, rispose senza nemmeno essere interpellato, indicando il palmare.
Dieci minuti dopo i cinque entravano nel prato dei giardini di piazza Vetra.
Malerba precedeva gli altri.
Arrivarono nel centro del parco.
Dove dobbiamo cercare?, chiese Ardig.
Le altre pergamene erano nei cestini della spazzatura. Credo che non abbiano cambiato metodo per recapitarmele.
Il pi giovane degli agenti, quello veneto, pronto per l'evenienza, aveva gi tirato fuori dei guanti di lattice.
Inizi a frugare attentamente nei vari cestini, partendo da quelli pi vicini alle recinzioni che davano sul lato del parco adiacente a via Pio IV, proprio di fronte all'entrata del Mamba. Il ragazzo fu costretto a ripetere l'operazione per una decina di volte fino a quando, sotto lo sguardo indifferente di Malerba, arriv al cestino attaccato al muro della Basilica.
Commissario, ci siamo, comment estraendo la pergamena.
Bravo Pinton.
Contrariamente a quanto Malerba aveva previsto, Ardig, dopo aver a sua volta indossato i guanti di lattice, apr immediatamente la missiva, sottoponendola prima alla lettura dell'agente pi anziano, quello con l'aspetto funereo, quindi allo stesso Federico che, stupito per il gesto, finse di divorarsi con gli occhi la minuta scritta.
Non una parola con nessuno, intesi?, ordin Ardig al cronista, prima di far cenno all'agente Pinton di sigillare il papiro nell'apposito sacchetto trasparente di cellophane con cui sarebbe stato consegnato alla Scientifica per tutti gli accertamenti del caso.
Tornarono alla macchina, lasciata in via Molino delle Armi, e si salutarono.
Malerba preferiva tornare a casa a piedi, o meglio correndo: erano le 13 passate, doveva sbrigarsi. Ricapitol mentalmente la sua tabella di marcia: doccia, pranzo veloce, quindi via al giornale, dove lo attendevano per le 15.
Le trascrizioni delle tre pergamene erano state stampate a caratteri grandi su alcuni fogli A4 che Ardig, Vanner e Santoni stavano esaminando, in silenzio, da alcuni minuti.
Lo stesso foglio riepilogativo era stato inviato via email anche al professor Fusaro, per avere un suo parere a riguardo.
Sul tavolo della scrivania del responsabile della Omicidi erano state inoltre appoggiate delle fotocopie degli stradari di Milano: con un evidenziatore di colore giallo erano stati cerchiati i luoghi di ritrovamento delle pergamene, mentre con il colore rosso erano stati tracciati i luoghi dove erano stati rinvenuti i tre cadaveri e compiuti materialmente i primi due omicidi, non avendo idea di dove, materialmente, fosse stato eseguito l'assassinio del dottor Pozzi.
Vanner scrutava concentrato le tre frasi, sezionandole e cercando, con la penna, una splendida Montblanc nera, di collegare parole o lettere.
Qualcosa non ti convince?, domand Ardig.
Prima di sbilanciarci dovremmo attendere il parere di uno storico o di un filologo, rispose evasivo il criminologo.
Nelle prime due la carta e la calligrafia erano le medesime e non c'erano impronte digitali, se non quelle di Malerba, puntualizz Santoni.
E suppongo che anche nella terza non troveremo nulla di nuovo, tagli corto Ardig.
L'esperto in dottrine esoteriche era assorto nei suoi pensieri, quasi assente. Continuava a radiografare le tre frasi, come se fosse in cerca di un'ispirazione.
Preferirono non distoglierlo dai suoi pensieri e dopo un paio di interminabili minuti di silenzio fu proprio Vanner a prendere la parola, indicando le parole contenute nelle tre missive.
Anche questo particolare mi porta a confermare quanto vi ho gi detto nel cimitero. Qualcosa non quadra. Chi si richiama a Satana, chi si riunisce, effettua riti e compie gesti in suo nome, arrivando persino a sacrificare vite umane, generalmente  spinto da una motivazione profonda, una motivazione intima, una motivazione molto forte e radicata, legata all'adorazione o alla credenza nel Maligno, nelle diverse forme che pu assumere questa pratica di adorazione e che, come ti avevo gi spiegato, muta in base ai diversi tipi di ispirazione che animano un gruppo.
In questo caso, invece, non vedi nessuna ispirazione di questo tipo.  questo che stavi per dirmi?
Ho letto la tua scheda, Ardig, e sapevo che eri uno sveglio si compliment.
Prima di proseguire.
Hai centrato la questione. Ci troviamo di fronte, almeno da quel che ho riscontrato finora, a qualcosa di diverso e insolito. Ho studiato la storia, dell'ultimo secolo, dei pi importanti gruppi satanisti, di quelli che hanno operato negli Stati Uniti o in Francia, Germania, Russia o nei Paesi scandinavi. La loro storia  purtroppo costellata di uccisioni, avvenute soprattutto nel corso di sacrifici rituali o in ordalie. Ma nessuno di loro aveva mai rivendicato le proprie vittime, cercando una sponda mediatica attraverso un giornalista, come nel caso di Malerba, o sfidando le forze dell'ordine come hanno fatto conducendoci nei cimiteri di Chiaravalle e Castellazzo.
Ardig lo ascoltava attento. Vanner riprese.
Partiamo dai luoghi scelti per far ritrovare queste, definiamole, rivendicazioni, anche se ancora non ne abbiamo la prova che siano davvero tali. Comunque. Prima la Colonna del Diavolo, chiaro riferimento all'esoterismo e ancora una volta al marchese Acerbi, che i milanesi ritenevano l'incarnazione terrena del Maligno. Ha una sua logica.
Indic il luogo dove avevano appena rinvenuto l'ultima rivendicazione.
Ecco, il parco di piazza Vetra, un luogo simbolico e storico per Milano, carico di ricordi evocativi per quanto riguarda il sacro e l'occulto, il bene, o presunto tale, esercitato dalle autorit religiose o cittadine, e il male, anche in questo caso presunto tale, punito con crudelt e violenza, spesso ingiustificate e illegittime, proprio da chi si arrogava la presunzione e il diritto di stare dalla parte del giusto e per questo decideva di torturare e mandare al rogo innocenti, come il Piazza e il Mora, nel caso dei due malcapitati accusati ingiustamente di essere untori, o di esumare ossa e resti di un defunto sepolto da oltre vent'anni per profanarli bruciandoli in pubblico, come nel caso della Boemia richiamata dall'autore di questo scritto.
Trangugi un sorso d'acqua e ripart. In mezzo - spieg Vanner indicando sulla mappa cittadina il luogo di ritrovamento della seconda pergamena - hanno voluto portarci alla lapide dedicata a Giordano Bruno, un eretico che, per, non c'entrava nulla con Milano, e nemmeno con Satana. Aveva una sua concezione del rapporto con il Divino e con il Creato, ma non aveva connessioni con il satanismo. Un'incongruenza che non ha senso, se puntiamo il nostro orizzonte di indagine verso un gruppo di ispirazione satanista. Altrimenti abbiamo soltanto un'alternativa.
Il marchese Ludovico Acerbi, lo anticip il commissario.
Il satanologo sorrise, guardandolo.
Di nuovo complimenti.  proprio quello a cui stavo per arrivare. Come abbiamo gi detto, la Colonna del Diavolo  certamente legata, almeno a livello evocativo, alla figura del marchese Acerbi, denominato appunto il Diavolo di Porta Romana. E un legame lo riscontriamo anche in piazza Vetra se fosse vero, come risulta dagli storici, che il marchese durante l'emergenza dettata dal diffondersi della peste, ebbe responsabilit, in quanto inquisitore e giudice, nelle condanne al rogo degli untori, veri o presunti. Resta la lapide a Giordano Bruno, peraltro eretta diversi secoli dopo la scomparsa del marchese.
Come la collegheresti?, chiese Ardig.
Possiamo presumere che il marchese, in qualche modo, apprezzasse alcune delle teorie propugnate da Bruno. Sappiamo che era un uomo colto e probabilmente disponeva di una biblioteca riccamente fornita. Il marchese doveva essere un giovanotto, intorno ai vent'anni, quando Bruno raggiunse l'apice della sua predicazione e del seguito raccoltosi intorno alla sua figura. Questa, per,  soltanto una mia supposizione.
E se cos fosse?
Allora non ci troveremmo di fronte soltanto a una setta satanista, ma a un gruppo di missionari. Ovvero adepti che perseguono un obiettivo ben preciso.
In questo caso l'eliminazione fisica dei potenziali discendenti delle casate nemiche dell'Acerbi?, ipotizz Ardig.
Proprio cos. Un obiettivo che hanno gi realizzato, chiudendo il loro triangolo, sentenzi Vanner estraendo da una cartelletta l'ennesimo schema con la solita figura geometrica, questa volta definita in ogni suo punto, senza tratteggi.
I nomi di Annoni, Orrigoni e Pozzi contraddistinguevano i tre punti in cui si racchiudeva la figura geometrica, al cui interno c'era un ortocentro contrassegnato con il nome dell'Acerbi.
Influenzato dal criminologo, Ardig decise di fare un esperimento: Mi occorrono due fotocopie, grandi, di uno stradario del centro di Milano, ordin telefonicamente a un agente che, qualche istante dopo, entr nell'ufficio con due fogli A3.
Nel primo Ardig disegn un triangolo, indubbiamente non equilatero, che univa tre punti: la basilica di Sant'Ambrogio, piazza Vetra e piazza Mentana.
I luoghi di ritrovamento delle tre pergamene recapitate a Malerba dopo gli omicidi. L'ipotetico ortocentro cadeva tra via Lanzone e via del Torchio.
Non mi risulta ci sia nulla di interessante, bofonchi Ardig scettico.
Poi cerc di tracciare un altro triangolo unendo i punti di ritrovamento dei tre corpi: venne fuori un triangolo lungo e sbilanciato.
Il vertice era nei Giardini Vergani, nella zona ex Fiera, dove avevano rinvenuto il cadavere gi esanguato di Pozzi, gli altri due estremi, decisamente pi vicini tra loro, in piazzale Marengo, quasi a Brera, e in via Vittor Pisani, a due passi dalla stazione Centrale.
L'ipotetico ortocentro questa volta era individuabile nella zona di via della Moscova o di via Solferino.
Anche in questo caso non sembrava esserci nulla di interessante in quell'area.
Cestin con un gesto di disappunto i due disegni e torn a fissare Vanner. Che intanto rifletteva.
Ammettiamo che la missione degli Angeli di Lucifero, dei nuovi Angeli di Lucifero, considerando che quelli originari sono scomparsi quattordici anni fa, sia ormai compiuta. Che la vendetta del marchese Acerbi sia stata portata a termine, inizi a ragionare Ardig. A questo punto cosa succederebbe? Non colpiranno pi?
In teoria no. Con la profanazione della tomba del marchese - osserv Vanner - ci hanno fatto sapere che erano tornati, che Lucifero non era stato sconfitto ed era pronto a lottare contro i tre Arcangeli. Dopo ogni omicidio ci hanno aggiornato, facendoci vedere che gli Arcangeli cadevano uno dopo l'altro. E adesso Lucifero  rimasto solo. Trionfante. La vendetta del marchese Acerbi  compiuta. E le ragioni che avrebbero spinto a scegliere quelle vittime sono spiegate in queste poche righe lasciate in queste pergamene. La rivalit per il primo delitto, l'ingratitudine per il secondo, la punizione per un'ingiustizia per il terzo. Continuo, per, a non capire perch ci abbiano voluto far arrivare fino al cimitero di Castellazzo, se non  l che hanno ucciso Pozzi. Forse soltanto per chiudere un cerchio: gli Angeli di Lucifero hanno iniziato la loro attivit esoterica in quel cimitero e l, lasciandoci quel crocifisso spezzato e il cero nero, dopo aver compiuto il terzo delitto, hanno voluto concludere la loro opera, la loro missione.
Ardig lo fissava scettico.
Vanner attese che fosse il poliziotto a esprimergli le sue perplessit.
Proviamo ad ammettere che questa ricostruzione sia fondata. Che sia tutto vero. Che abbiano scoperchiato la tomba dell'Acerbi, trovando presumibilmente uno scritto lasciato dal marchese, con i nomi delle vittime da colpire, e forse anche la spada con cui giustiziarle - convenne titubante il vicequestore - e che adesso, esaurita la lista dei bersagli, abbiano portato a termine il loro compito, la loro missione di vendetta. Se tutto questo  vero, loro chi sono? Come li troviamo?
Intanto, scoprendo chi gravitava intorno ai quattro ragazzi morti nell'incidente del '95. Chi frequentava a Castellazzo i vari Acerbi, Vitali e gli altri. Quelli che i quattro hanno coperto. I loro sodali. E forse il loro maestro. Che potrebbe essere ancora sulla scena.
Sono passati quattordici anni e non abbiamo molto da cui ripartire. Possiamo sentire i parenti dei quattro, sperando che vogliano collaborare. Dopo tutti questi anni...
E poi - prosegu Vanner - c' la figura dell'Acerbi. Chi ha profanato la sua tomba probabilmente sapeva cosa stava cercando. E non dimentichiamo che si  portato via anche le ossa del marchese. Dove sono finite?
Potremmo avviare una ricerca nelle biblioteche di Milano, per vedere chi ha consultato, nelle settimane prima dell'effrazione, dei libri riguardanti il periodo in cui visse l'Acerbi. Magari - continu Ardig - qualcuno ha chiesto ai bibliotecari delle informazioni per reperire libri che potessero contenere informazioni o notizie sul marchese.
Buona idea. Chi ha organizzato e pianificato questi delitti - aggiunse Vanner - doveva conoscere bene i vecchi Angeli di Lucifero e i posti che frequentavano. Ed era ben informato sulla storia del marchese Acerbi, tanto da conoscere persino il contenuto della sua tomba. Effettivamente ti conviene indirizzare le tue ricerche in queste due direzioni.
Non sar comunque facile.
A questo punto il tempo non ti manca. Prima dovevate anticipare degli assassini, ora dovete soltanto inseguirli e fermarli, concluse il criminologo.
Il commissario lo squadr perplesso.
Prima hai parlato di un maestro.
 solo una supposizione...
Dicevi che potrebbe essere ancora sulla scena...
Ribadisco,  una supposizione. Gli Angeli di Lucifero erano solo dei ragazzini. Quello del satanista, perdonami la forzatura lessicale,  un mestiere che si impara dopo molti anni di apprendistato.
Dunque avevano un sector a guidarli. Anzi un avatar.
L'esperto in dottrine esoteriche annu.
Doveva essere un uomo carismatico, colto, in grado di influenzare le giovani menti dei suoi adepti, prosegu il commissario.
A questo punto - tronc netto Vanner - dubito di potervi essere ancora di aiuto. Ora tocca a voi poliziotti indagare. Rester a Milano ancora un paio di giorni, per alcuni impegni personali, poi se non avete obiezioni torner a Torino. Se avrete qualcosa da sottopormi potrete mandarmi tutto via email e se in seguito fosse necessario torner qui per confrontarci di persona.
Il responsabile della Omicidi annu.
Aveva bisogno di pensare a mente sgombra.
Per seguire ogni pista possibile.
La presenza inquietante di Vanner era stata necessaria fino a questo punto delle indagini, in cui occorreva studiare e capire. Adesso bisognava voltare pagina.
Un pensiero stava angosciando da alcune ore il commissario. Non poteva, tuttavia, rivelarlo ad alta voce, neppure a Santoni o a Velluti.
Non aveva il coraggio neppure di sentirlo echeggiare nella sua mente.
Conged Vanner ringraziandolo.
Lo studioso gli rivolse uno sguardo glaciale ed enigmatico, stringendogli la mano con un'energia e un vigore insospettati. Poi usc silenziosamente dall'ufficio, lasciando sulla scrivania di Ardig due fogli: sul primo era vergato un triangolo equilatero, sul secondo c'era la conclusiva versione modificata della Pala dei tre Arcangeli.
Lucifero aveva sconfitto San Michele.
Il triangolo era perfetto.
Non ci sarebbero stati pi omicidi.
Prima di andare a casa Ardig convoc Santoni e Velluti.
Massimo scova i parenti dei quattro ragazzi che formavano gli Angeli di Lucifero. Sono passati quattordici anni da quando sono morti. Non sono secoli:  probabile che qualcuno, un genitore o un fratello, lo troverai. Falli collaborare, fatti dire tutto: dobbiamo ricostruire la rete di amicizie e frequentazioni che avevano. E senti anche la gente. Abitavano in comuni relativamente piccoli. Arese, Bollate e Garbagnate non sono metropoli. Vai a parlare se occorre con il sindaco, con il parroco, vedi tu. Se avevano dei complici, o addirittura un maestro, un avatar, come ipotizzava Vanner, dobbiamo individuarli.
Santoni annu convinto.
Tu, Lino, invece, manda i ragazzi a farsi il giro di tutte le biblioteche di Milano. Tutte. Passatele al pettine. Se qualcuno ha preso in prestito un libro che possa riguardare l'Acerbi sar stato registrato sicuramente. Poi fatevi il giro delle librerie, anche se in questo caso sar pi difficile. Chiss, magari troverai qualche commesso con buona memoria. In fin dei conti non capita spesso che qualcuno venga a chiedere un libro che contenga notizie sul Diavolo di Porta Romana.
Velluti annot tutto disciplinatamente.
E tu capo?, chiese Santoni.
Ho intenzione di ripartire con un'indagine classica. Voglio risentire i familiari delle vittime. A cominciare dalla vedova Pozzi, sperando che si sia ripresa dal malore che l'aveva colpita dopo la notizia del ritrovamento del cadavere del marito.
...
.
...
15. Milano, 25 giugno 2009.
...
.
...
L'ennesima notte trascorsa quasi insonne.
Il cervello che frullava come una turbina.
Gli ultimi tre giorni erano passati velocemente.
Le indagini non stavano facendo progressi.
Nelle ultime 72 ore avevano girato a vuoto.
E qualcosa, nel suo istinto da investigatore, gli sussurrava, con sempre maggiore prepotenza, che l'indagine lo stava portando su un binario morto.
Le pressioni del magistrato, conseguenti all'incredibile campagna mediatica portata avanti dai quotidiani milanesi, trascinati dall'ostinazione del solito Malerba, stavano spingendo l'indagine verso un'unica direzione, quella della pista esoterica, proprio la direzione che lui stesso, all'inizio delle indagini, aveva caldeggiato, suscitando la perplessit e lo scetticismo del Questore e dello stesso Perilli.
Ora le parti si erano ribaltate. Paradossalmente era proprio Ardig ad avere qualche dubbio.
Milano viveva con la psicosi di una setta satanica pronta a uccidere per misteriose ragioni risalenti a quattro secoli prima, su mandato dell'oscuro e malvagio marchese Acerbi.
Un delirio degno di un fumetto.
Si affacci alla finestra, guardando il primo sole che illuminava le strade: Milano non era Gotham City e lui non era Batman in lotta contro il Joker, il Pinguino o l'Enigmista.
Erano morti tre uomini, in carne, ossa e sangue, tre uomini con la propria vita alle spalle, il proprio passato, le proprie carriere, i propri interessi economici, le proprie famiglie. Tre uomini facoltosi, stimati, con posizioni sociali di rilievo e situazioni patrimoniali invidiabili.
La razionalit e l'esperienza sembravano dettargli un consiglio, quello di seguire i pochi indizi che aveva in mano.
E ripartire dai morti. Era l che dovevano scavare.
Accese una sigaretta e aspir profondamente.
Negli ultimi tre giorni avevano convocato in commissariato i parenti dei quattro ragazzi che componevano gli Angeli di Lucifero, avevano sentito i loro amici dell'epoca, i loro vicini di casa, persino alcuni loro insegnanti.
Tutti smemorati e in qualche caso reticenti.
Avevano setacciato nelle birrerie e nei locali dove si riunivano i metallari e i dark, avevano controllato tutte le denunce degli ultimi tre lustri per profanazioni o danneggiamenti di tombe o chiese.
Avevano chiesto alla polizia postale di vagliare nella rete tutti i blog o i siti che si potevano ricondurre ad ambienti satanisti lombardi.
Avevano guardato ovunque. E alla fine erano rimasti con il tradizionale pugno di mosche in mano.
Il lampeggiante del cancello elettrico si illumin: circa trenta secondi dopo ne usc un'Audi, di colore marrone desertico metalizzato. Procedeva ad andatura modesta. Evidentemente il motore era ancora in fase di riscaldamento.
Infil viale Caprilli, l'arteria che da piazzale Lotto conduce al piazzale dello Sport, dove sorge lo stadio comunale di San Siro, il Meazza, costeggiando l'ippodromo del Galoppo.
La berlina si avvi lentamente verso il raccordo che portava alla sopraelevata delle autostrade.
Samuele Barassi, rappresentante di prodotti di arte orafa, era nervoso. Controllava ossessivamente lo specchietto retrovisore e, per tranquillizzarsi, tastava la tasca interna della giacca, che presentava un insolito gonfiore.
Aveva riposto l la pistola, una Browning regolarmente denunciata, che nei giorni precedenti aveva oliato e pulito.
Era pronta per essere utilizzata, se fosse stato necessario.
Non sapeva se augurarselo o meno.
Da quasi un mese lo stress e la paura lo stavano attanagliando, come i morsi di una terribile chela di un granchio, ed era arrivato al limite del point break, del punto di rottura. Si rinfranc al pensiero che ancora pochi giorni e poi tutto si sarebbe concluso, in un modo o nell'altro.
Erano quasi le 10.
Il tratto urbano della A4, tra Milano Certosa e la barriera di Milano Est, era come sempre congestionato dal traffico.
Barassi comunque non aveva molta fretta.
Decise di fermarsi alla prima area di servizio, Lambro Est, per fare il pieno di gasolio e prendersi un caff.
Uscito dal bar dell'autogrill rimase per qualche secondo appoggiato al cofano della macchina: il traffico scorreva balbettante sul bollente asfalto autostradale.
Tanto valeva prendersela comoda e attendere qualche altro minuto prima di rimettersi in marcia.
Inizi a sfogliare La Voce Lombarda in cerca delle ultime novit.
La vedova Pozzi era ancora indisponibile per un colloquio. Il filippino che aveva risposto al telefono dell'abitazione del defunto chirurgo aveva spiegato, con un apprezzabile italiano, che la signora era ancora debole e stava riposando.
L'avrebbe disturbata nel pomeriggio.
Voleva risentire il figlio maggiore di Orrigoni, e magari anche la figlia, ma a quell'ora, a inizio mattina, erano entrambi all'universit.
Restava la Castoldi, l'amante di Annoni: almeno lei, in teoria, avrebbe dovuto essere al lavoro o quanto meno rintracciabile.
L'Audi macinava chilometri velocemente: Barassi, abituato a viaggiare in lungo e in largo sulle autostrade del Nord, pur non avendo fretta di raggiungere la sua destinazione, stava procedendo a un'andatura spedita.
Aveva oltrepassato il confine lombardo-veneto e si trovava in provincia di Verona da un po'.
Con un'occhiata fugace controll che, nel sedile posteriore, la valigetta in pelle nera, con serratura bloccata da combinazione, fosse perfettamente appoggiata sul sedile con il suo prezioso carico di monili, anelli, collane e orologi, tutti lavorati in oro e impreziositi da piccole pietre preziose.
Quindi gett l'ennesima occhiata furtiva nello specchietto retrovisore.
Pochi minuti dopo l'Audi A6 infilava l'uscita di Verona Sud e ripartiva verso la zona Fiera: dopo nemmeno un chilometro percorso nello stradone della zona industriale, Barassi si spost sul lato sinistro della strada, entrando nei parcheggi del moderno centro esposizioni scaligero.
Chiam il centralino e si fece comporre il numero dell'A-Agency.
Dottore, cosa le occorre?, fu il saluto, freddo, della donna che, evidentemente, aveva ancora in mente, nitido, il brusco interrogatorio patito due settimane prima, quando Ardig l'aveva costretta a sputare il nome del pusher che forniva di cocaina il suo uomo nonch datore di lavoro.
Desidererei parlarle qualche minuto, ho alcune domande da porle. Se fosse cos gentile da...
Non fece in tempo a finire.
Commissario, qualche giorno fa ho gi dedicato pi di mezz'ora a quel suo collega che  venuto qui in agenzia a interrogarmi. Cosa volete sapere ancora?
Una scarica elettrica attravers Ardig dalla testa ai piedi.
Il responsabile della Omicidi non si scompose, riuscendo a mascherare perfettamente l'emozione suscitata dalla notizia appena udita.
Ha ragione, mi perdoni, sa come vanno le cose. In Polizia il braccio destro non sa mai quello che fa il sinistro. Avrei proprio urgenza di parlarle di persona. Possiamo vederci, per cortesia?, chiese in tono garbato e quasi amichevole.
D'accordo, se vuole io sono qui in agenzia per tutta la mattina.
Perfetto, venti minuti e sono da lei, non le ruber troppo tempo, la salut.
L'attivit all'agenzia A-Agency sembrava frenetica: i telefoni squillavano con un ritmo martellante e le tre impiegate sembravano indaffaratissime.
Ad accoglierlo arriv una ragazza sui trent'anni che si present come Stefania: l'aveva gi intravista durante la sua precedente visita all'agenzia di Annoni. Lo fece accomodare nella sala riunioni dove, insieme a Santoni, aveva strizzato l'ignara Castoldi nel precedente interrogatorio informale.
Questa volta avrebbe utilizzato un approccio diverso: pi gentile e moderato.
Dopo qualche istante la porta si apr.
Ardig aveva un vago ricordo dell'ex amante di Annoni.
La ricordava pallida, spenta, priva di luce.
La donna che si trovava di fronte, invece, era totalmente diversa: un marcato trucco nero esaltava il colore verde degli occhi, un filo di rossetto lucido le addobbava la bocca rendendola carnosa e sensuale, i capelli, non molto lunghi, di un nero lucido, quasi tendente a un blu, esaltavano la pelle resa dorata, quasi ambrata, da un lieve tocco di abbronzatura.
Aveva un look da rampante donna manager: scarpe nere dcollet con un'apertura frontale da cui emergevano un paio di dita del piede, gonna nera sopra il ginocchio, camicetta bianca aderente, ampiamente sbottonata, che metteva bellamente in mostra un seno prosperoso, rialzato da un reggiseno push up.
Le mani, curatissime, erano abbellite da uno smalto intenso, color rosso rubino, lo stesso utilizzato per le unghie dei piedi.
Nel complesso, un'apparizione da perderci il fiato.
La guard per un istante di troppo, indugiando sulla scollatura quel secondo in pi.
Lei se ne accorse e ricambi lo sguardo compiaciuta.
Probabilmente era quello che voleva: avere gli sguardi degli interlocutori sul suo corpo, per soggiogarli, distrarli e possibilmente manipolarli.
Uno a zero per la pubblicitaria.
Si strinsero la mano e Ardig prese il filo del discorso.
Senza tergiversare.
Mi perdoni davvero. Ho la necessit di avere qualche chiarimento da lei.
Prego, concesse la Castoldi, sbattendo visibilmente le ciglia.
Il nostro commissariato  un porto di mare e facciamo realmente fatica a sapere chi fa che cosa - ment abilmente il commissario per non insospettirla - per questo potrebbe descrivermi il collega che  venuto a interrogarla qualche giorno fa? Almeno capisco di chi si tratta.
Mah... era un tipo comune, anonimo se mi passa il termine. Sulla cinquantina, capelli brizzolati pettinati con la riga, elegante, aveva un leggero difetto di pronuncia della r, un po' alla francese, elenc l'affascinante donna.
Non aveva idea di chi potesse trattarsi.
Doveva assolutamente saperne di pi.
Come le ha detto che si chiamava?
La donna mostr i primi segni di stupore.
Mi pare Filippini, Filippetti, qualcosa del genere. Lo conoscer, no?
Il capo della Omicidi prefer non esitare.
Non  uno dei miei uomini.  un funzionario della Digos. Stanno lavorando anche loro sul caso, a nostra insaputa, e per cercare di arrivare al colpevole prima di noi evitano accuratamente di collaborare. Suppongo capiti anche nel vostro ambiente, ammicc per essere pi convincente.
Pi di quanto crede, commissario, rispose altrettanto ammiccante la Castoldi, che aveva ormai assunto un atteggiamento sempre pi sfacciatamente seducente.
Continuava a giocare con un laccetto del reggiseno, portando la mano dentro la camicetta, all'altezza della spalla destra, in modo da allargare l'area lasciata scoperta dalla scollatura.
Ardig intu rapidamente il tipo di gioco che stava impostando l'avvenente interlocutrice.
Per cui lanci un'esca alla donna.
Come avr saputo nei giorni scorsi abbiamo arrestato quel pusher, Russo, quello spacciatore che lei stessa ci aveva indicato.
La Castoldi sbianc di colpo.
Il poliziotto la osserv in silenzio.
 venuto per questo?
Non solo per questo.
La donna rimase silente.
Mettiamola cos, questo Russo ci ha confermato che riforniva abitualmente di cocaina il suo capo. Del resto lo sapevamo gi...
Gli occhi della pubblicitaria puntarono dritti quelli del commissario.
Dottor Ardig, io non c'entro con questa storia.
 quello che ci dice ogni persona che interroghiamo.
Le gambe, lunghe e lisce, si mossero sotto il tavolo trasparente, tradendo il suo crescente stato di agitazione.
Ho consumato cocaina pi volte, lo confesso, alle feste, alle cene, nei locali. Lo fanno tutti qui a Milano.
Sul tutti Ardig aveva molti dubbi.
Tuttavia evit di interromperla.
Non ne ho mai acquistata o posseduta. E non l'ho mai ceduta. Me l'hanno offerta altri e io l'ho tirata. Sono una consumatrice, ma con lo spaccio...
La mano del poliziotto questa volta si alz per fermarla.
Senta, dottoressa.
Mi chiami pure Manuela, mi dia del tu.
Lasciamo stare. Restiamo al lei. Vediamo di essere chiari: io non sono della Narcotici e non me ne frega nulla di incastrarla. Se lo avessi voluto fare lo avrei gi fatto, no?
La donna annu, ancora preoccupata.
Io sto indagando su un omicidio, anzi su pi omicidi, perch immagino sappia che ne sono avvenuti altri, analoghi, dopo quello di Annoni.
La Castoldi annu nuovamente, facendo trapelare un'espressione leggermente pi sollevata.
Mi spieghi come posso aiutarla, commissario.
Facciamo un patto. Ha la mia parola che nessuno la coinvolger nelle indagini relative allo spaccio di cocaina svolto da quel Russo. Per lei adesso mi deve ripetere tutto quello che le ha chiesto il collega della Digos e in generale tutto quello che mi pu aiutare. E non dovr farne parola con nessuno. Anche nel suo interesse.
Va bene, per, mi creda, non so davvero cosa dirle di pi.
Intanto mi racconti cosa voleva sapere il collega della Digos.
Mi ha rivolto molte domande sulle ultime settimane di vita di Alberto. Se mi era sembrato nervoso, preoccupato, se avesse paura di qualcosa. Ho risposto che non mi sembrava per nulla preoccupato, anzi era rilassato e tranquillo. Il lavoro andava bene e le vacanze si avvicinavano. Saremmo stati via per quasi un mese: dovevamo andare in barca con degli amici, una crociera in Corsica e nelle Baleari. Alberto amava il mare ed era un sub esperto.
 sicura che non avesse ricevuto minacce o ricatti?
No, no... mi creda. E anche con Russo non aveva problemi. Per Alberto la cocaina era un vizio,  vero, per aveva le risorse economiche per permetterselo. E non aveva alcuna intenzione di smettere. Non  stato Russo a ucciderlo, non c'era ragione.
Questo lo sapeva anche Ardig, ormai maggiormente interessato a questo sedicente ispettore.
Torniamo al collega della Digos. Come l'ha contattata? Quando  venuto qui?
Ha chiamato in agenzia.
Non sul suo cellulare?
No, ha telefonato qui in segreteria.
Rintracciare il suo numero, rifletteva Ardig, sarebbe stato un problema, considerando l'enorme mole di chiamate che ricevevano le segretarie dell'A-Agency.
Le ha lasciato un recapito o un biglietto da visita?
No, non mi ha lasciato nulla.
Era quello che si aspettava: il misterioso uomo non aveva voluto lasciare tracce del suo passaggio.
 venuto qui la scorsa settimana. Doveva essere gioved o venerd. Come le ho detto era un tipo comune, elegante. Era un po' pressante, quasi agitato. Mi ha chiesto in continuazione se Alberto avesse ricevuto minacce o se mi avesse confessato di temere qualcuno, magari qualche nemico di molto tempo prima.
Le ha chiesto proprio cos? Qualche nemico di molto tempo prima?
Esattamente.
E lei, cosa ha risposto?
La verit, quello che le ho appena ripetuto. Alberto non aveva nemici ed era tranquillo. Non aveva debiti, non aveva problemi. Ed era una persona onesta.
E cocainomane - sottoline Ardig, prima di aggiungere - anche se questo, ovviamente, non  un reato.
Commissario... le ho raccontato tutto.
Va bene, cercher di non farmi pi vedere.  una promessa.
Si alz di scatto, guardandole istintivamente nella scollatura, ancora una volta. E ancora una volta lei lo not, ricambiando con un sorriso.
Uscirono dalla sala riunioni sfilando per il lungo corridoio dove un'impiegata stava trafficando nel cassetto alto di uno scaffale, letteralmente piegata a 90 gradi, in una posa plastica che metteva in risalto la sua perfetta silhouette.
Lanci un'occhiata alle altre impiegate: erano tutte tirate, con abiti aderenti, tacchi alti e trucco vistoso.
Arrivarono alla porta d'ingresso.
La Castoldi usc per prima, precedendolo sul pianerottolo.
Come una vera padrona di casa che congeda il suo ospite.
Il lavoro sta proseguendo anche dopo la morte del vostro capo?
Come si dice, lo spettacolo deve continuare, replic lei, sbrigativa.
Anche senza il titolare? E come?
Un'agenzia parigina con cui collaboravamo da anni ci ha proposto una partnership, potremmo diventare una sorta di loro filiale milanese.
L'immobile non  di propriet di Annoni? O meglio di chi lo erediter?
Di fatto passer al fratello. Lo abbiamo gi contattato.  interessato a lasciarci l'appartamento in affitto per proseguire l'attivit. Ne riparleremo dopo l'estate.
Vi occorrer anche un nuovo direttore, butt l Ardig, avendo gi intuito cosa stava accadendo.
Fiss negli occhi la Castoldi.
O forse lo avete gi trovato.
La ragazza abbass lo sguardo, tornando a toccarsi il reggiseno, per sistemarlo meglio sulla spalla.
Complimenti, sta facendo carriera, la salut il detective imboccando le scale.
Commissario...
La donna scese qualche gradino con passo felpato, quasi felino.
Gli allung un biglietto da visita professionale.
Non si preoccupi, ho gi i suoi recapiti.
Lei sorrise, sbilanciandosi in avanti per far risaltare ulteriormente la scollatura.
Se, quando questa vicenda sar terminata... se le andasse di prendere un aperitivo insieme..., sussurr con voce affettata e sensuale, tendendo il biglietto verso il poliziotto. Che scese un altro paio di gradini, prima di voltarsi, sorridente a sua volta.
Buon lavoro, dottoressa. Se avr bisogno di risentirla per le mie indagini la disturber nuovamente. Altrimenti non si preoccupi. Manterr la mia parola e non mi far mai pi sentire.
Riprese a scendere le scale a passo svelto, ignorando volutamente lo sguardo furibondo della pubblicitaria.
In vita sua non le era mai capitato di essere respinta da un uomo, figuriamoci poi in un modo cos umiliante...
Per raggiungere il Politecnico, nella cosiddetta zona Citt Studi, situata nell'area est di Milano, impieg pi di mezz'ora.
Nel frattempo, imbottigliato nel consueto traffico cittadino, era riuscito a farsi mettere in contatto telefonico con il primogenito del defunto palazzinaro.
Cristian Orrigoni, 24enne studente di Ingegneria delle Telecomunicazioni, non sembrava intenzionato a seguire il percorso professionale intrapreso dal nonno prima e dal padre poi.
L'indirizzo scelto all'universit faceva presagire una possibile carriera nel ramo, in sempre crescente espansione, della telefonia mobile e non in quello dei cantieri.
Chiss a chi sarebbe toccato guidare la Orrigoni Costruzioni srl adesso che il titolare era passato a miglior vita.
Il ragazzo era gi nella piazzetta di Lambrate quando Ardig parcheggi la sua Alfa 156 in un'area riservata ai taxi, lasciando il lampeggiante spento appoggiato sul tetto dell'autovettura, in modo da evitarsi una multa per sosta deviata.
Non molto alto, gracile, occhialini rotondi, capelli corti, castano chiari e un viso da bravo ragazzo, anzi da bravo studente, con una vaga somiglianza all'attore che interpretava la saga del maghetto Harry Potter.
Era molto diverso da suo padre.
Non aveva nulla dell'imprenditore scafato e senza troppi scrupoli morali che invece doveva essere stato il defunto Lorenzo Orrigoni.
Scambiarono un saluto e si spostarono in un vicino bar per parlare con maggiore tranquillit.
Ardig ne approfitt per ordinare un panino al prosciutto e una spremuta, per pranzo, mentre lo studente si limit alla sola spremuta.
Per qualche minuto il poliziotto gir intorno al discorso, informandosi appunto sul destino della societ di costruzioni ereditata dal giovane Cristian.
Non sono in grado di occuparmene e sinceramente - confess il ragazzo - non ne ho neppure voglia. Per il momento se ne sta occupando il geometra Grimaldi: per vent'anni  stato il braccio destro di mio padre. Sta seguendo lui i cantieri che abbiamo aperto e quelli che dovremo aprire nei prossimi mesi. Poi cercheremo un acquirente, ne ho gi parlato con l'avvocato di famiglia che ha sempre seguito mio padre negli affari.
E le attivit in Russia che suo padre aveva avviato?, butt l con indifferenza il commissario.
Non ne ero neppure a conoscenza. L'ho scoperto soltanto pochi giorni fa. Certo, sapevo che mio padre andava spesso in Russia per lavoro, ma non ne avevamo mai parlato.
Era arrivato il momento di scoprire le carte.
Lei nei giorni scorsi ha parlato pi volte con un mio ispettore, Velluti...
Il giovane annu sereno.
...spiegandogli che suo padre nei giorni precedenti al delitto sembrava sereno, privo di preoccupazioni e timori.
Per quel poco che l'ho visto o gli ho parlato posso confermare che non mi pareva preoccupato. Ci eravamo visti cinque giorni prima che lo uccidessero. Ero passato da lui in ufficio per un caff e per portargli la fattura del meccanico. Avevo portato la macchina a fare la revisione e la sostituzione delle gomme e pap avrebbe saldato il conto, raccont con un po' di imbarazzo lo studente.
Le sembrer una domanda insolita: qualcuno l'ha cercata per avere analoghe notizie su suo padre? Magari per chiederle se avesse reagito in maniera preoccupata alla notizia dell'assassinio del pubblicitario Annoni? Non so un giornalista, un curioso....
Il ragazzo lo guard stupito.
No, nessuno.
Sua sorella, per caso, le ha accennato se qualcuno le ha rivolto delle domande simili?
No, no. Me lo avrebbe detto.
Il misterioso sedicente ispettore Filippini o Filippetti finora aveva importunato soltanto la Castoldi, senza rivolgersi ai figli di Orrigoni.
O forse poteva aver contattato l'ex moglie.
L'ipotesi, per, gli pareva altamente improbabile.
Continu per alcuni minuti a rivolgere delle domande generiche al figlio dell'ex immobiliarista quindi, terminato il frugale pranzo, si conged.
Si erano fatte le 14: decise di contattare nuovamente la vedova Pozzi.
Al telefono dell'abitazione del medico appena ucciso rispose il cameriere filippino.
Dopo qualche istante di titubanza l'uomo acconsent a passare la telefonata alla moglie del defunto chirurgo.
La voce era stanca, il tono trascinato e pesante, comunque accett di incontrare il poliziotto.
Poco dopo le 15 Ardig si present all'ingresso della villa di propriet della famiglia Pozzi, situata nella zona residenziale del capoluogo brianzolo, a poche centinaia di metri, in linea d'aria, dal parco che ospitava il celebre circuito automobilistico di Monza.
Il domestico lo fece accomodare in auto nel vialetto e lo and ad accogliere direttamente alla portiera.
Indossava la livrea e i tradizionali guanti bianchi.
Il responsabile della Omicidi si guard intorno.
Il vialetto che conduceva allo spiazzo in ghiaia antistante all'abitazione era lungo una quindicina di metri, circondato da un curatissimo prato all'inglese, delimitato da siepi sempre-verdi che un anziano giardiniere stava potando.
Si incammin verso l'ingresso. Un grosso pastore tedesco, dall'aria comunque mansueta, gli si fece incontro.
Non si preoccupi, lo avvert il filippino.
Ardig fin da piccolo aveva avuto dimestichezza con i cani, soprattutto quelli di grossa taglia.
Lasci avvicinare il cane, permettendogli di annusarlo: quindi con un gesto lento e sicuro, senza esitazioni, prese ad accarezzarlo sul testone peloso.
Sul lato destro dell'abitazione c'erano dei garage, su quello sinistro un patio, arredato con mobili da veranda.
Il cameriere gli indic un divanetto di legno rustico, ammorbidito da un cuscino bianco. Sul tavolo, sempre di legno rustico, erano gi state appoggiate due caraffe di succo, entrambe avevano un colore chiaro.
La padrona di casa comparve dopo un paio di minuti, uscendo da una tenda laterale che dava sul salone.
Indossava un vestito scuro, estivo, lungo, di cotone leggero, sul viso c'era una lieve traccia di fondo tinta, probabilmente per rendere meno nitide le occhiaie.
Era magra, tirata, con gli occhi lucidi, quasi allucinati.
Il ritratto della sofferenza.
Il commissario si alz in piedi, scattando come una molla.
Si accomodi dottore, la prego, impose con voce ferma, prima di stringergli la mano con pochissima energia.
Cosa gradisce? Ananas o pompelmo?, chiese indicando le caraffe.
Pompelmo, grazie.
Il filippino vers prontamente il succo nel bicchiere, porgendolo al capo della Omicidi.
Il commissario ingurgit rapido una sorsata.
Preferiva non perdere tempo in troppi convenevoli.
Signora, mi rendo conto che in un momento come questo avrebbe bisogno di stare sola e riposare. Purtroppo le indagini che abbiamo in corso richiedono la massima tempestivit e urgenza.
Non si preoccupi, faccia il suo lavoro. Anzi, qualsiasi cosa pur di aiutarvi a prendere chi mi ha portato via...
La donna si blocc senza terminare la frase, trattenendo a fatica le lacrime. Era austera e orgogliosa, difficilmente avrebbe pianto in pubblico, anche se davanti a una sola persona.
In circostanze normali Ardig avrebbe sciorinato una serie di domande routinarie: suo marito aveva dei nemici? Soprattutto nell'ambito lavorativo? Aveva problemi economici? Era stato minacciato? C'erano dei dissidi con qualcuno?
Il tempo, per, era veramente pochissimo, per cui doveva giocarsi le sue carte in un baleno, sperando che la vedova non crollasse emotivamente interrompendo il colloquio bruscamente.
Lei si  fatta qualche idea su chi possa aver voluto la morte di suo marito? E sul perch?
Me lo sono domandato in continuazione. Mio marito mi ha sempre tenuto fuori dal suo ambiente lavorativo, se non per farmi presenziare a qualche cena o a qualche evento. Posso soltanto ribadirle che era stimato e benvoluto da tutti: come uomo e come medico.
Signora, in questi giorni c' stato qualcuno che l'ha cercata per farle delle domande sul comportamento di suo marito negli ultimi giorni? Per essere chiari: qualcuno le ha chiesto se suo marito avesse timori o avesse ricevuto minacce?
La vedova Pozzi rimase spiazzata dalla domanda e attese qualche secondo prima di rispondere.
In questi giorni mi hanno cercato in tanti, come potr immaginare. Molti colleghi di mio marito mi hanno chiamato per esprimermi le loro condoglianze, molte personalit, persino alcuni onorevoli, mi hanno contattato per farmi sentire la loro vicinanza in questo frangente. Poi, ovviamente, i giornalisti, a cui non ho mai risposto.
Vorrei capire se qualcuno le ha rivolto domande specifiche, magari su eventuali timori che suo marito poteva aver manifestato...
Francamente... no. Nessuno mi ha fatto domande morbose, per sapere se mio marito fosse preoccupato o spaventato.
E non lo era, giusto?
No davvero. Mi chiamava tutti i giorni dall'Asia, parla-vamo per una decina di minuti al telefono. Era soddisfatto per quanto stava sperimentando nelle sale operatorie degli ospedali orientali. E non vedeva l'ora di tornare a casa. Non aveva ansie o paure, mi creda.
Le credo. Eppure  sicura che nessuno le abbia fatto strane domande dopo l'assassinio di suo marito? Ci pensi bene.
No, ne sono certa. Tuttavia...
Tuttavia?
Nei giorni scorsi  accaduto un fatto insolito, adesso che mi ci fa pensare. Una settimana prima del ritorno di Matteo, di mio marito - singult la donna - ha chiamato pi volte un uomo, sostenendo di essere un amico di mio marito. Un amico di vecchia data.
Ardig la fiss con aria grave, in attesa che proseguisse nel suo racconto.
Ha telefonato diverse volte, con un'insistenza eccessiva - prosegu la donna - inizialmente ha parlato con Ramon, il mio cameriere, che gli ha risposto di richiamare la settimana successiva, quando mio marito sarebbe rientrato in Italia. A quel punto ha chiesto, insistendo, di parlare con me e dopo numerosi tentativi sono stata costretta a rispondergli. Affermava, per l'appunto, di essere un vecchio amico di Matteo e di avere un'urgenza assoluta di contattarlo. Gli ho spiegato che, trovandosi in Giappone, non avrebbe potuto disturbarlo e che nel giro di pochi giorni, una volta tornato, lo avrebbe potuto incontrare.
Mi scusi, le ha detto come si chiamava?
Si  presentato, per non ricordo pi il nome. Ricordo che aveva un tono agitato, nervoso.  stato molto insistente. Voleva assolutamente il numero del cellulare di mio marito.
E lei cosa ha fatto?
Matteo mi ha sempre imposto di non dare mai il suo numero, a nessuno, in nessun caso, nemmeno per delle emergenze come questa.
Quale emergenza?, si stup Ardig.
Vede, questo signore per giustificare la sua insistenza nel chiedermi il cellulare di mio marito mi ha spiegato che aveva appena scoperto di avere un tumore ai polmoni, un tumore avanzato, e che pertanto aveva la massima urgenza di contattare mio marito. Sono stata anche sul punto di cedere e dargli il numero, ma alla fine qualcosa non mi ha convinto e gli ho ribadito che avrebbe dovuto aspettare qualche giorno.
Quando l'ha contattata questo signore?
Due o tre giorni prima del ritorno in Italia di Matteo.
Aveva informato suo marito di questa richiesta?
No, perch quella sera abbiamo avuto una telefonata breve. E poi quest'uomo non mi aveva neppure lasciato un recapito telefonico. Aveva detto che si sarebbe fatto sentire lui un paio di giorni dopo.
E lo ha fatto?
S, ha telefonato nel pomeriggio... in quel pomeriggio... - la donna inizi a singhiozzare - quando mio marito non si trovava da nessuna parte. Ovviamente ho detto a Ramon di rispondergli di richiamare il giorno successivo. Non potevo immaginare che... mi scusi commissario...
La signora Pozzi si allontan rapidamente, rientrando in casa.
Il cameriere filippino si materializz qualche istante dopo. Dottore, la accompagno alla macchina.
Avrebbe voluto fare ancora qualche domanda alla vedova, ma comprese che sarebbe stato impossibile.
Risal in auto e usc dalla villa.
Mentre infilava il vialone che fronteggiava la splendida Villa Reale di Monza, tra un semaforo e l'altro, riordin le idee.
Prima l'ispettore Filippini, ora il sedicente vecchio amico. Rigorosamente anonimo.
I conti tornavano. Eccome se tornavano.
Probabilmente il misterioso sconosciuto era riuscito a scoprire, magari tramite l'ospedale, l'orario di arrivo del luminare e si era presentato allo scalo di Malpensa per accoglierlo e prelevarlo.
Telefon in ufficio.
Dobbiamo recuperare immediatamente, con la massima urgenza, i tabulati telefonici dell'utenza domestica di Matteo Pozzi, ordin a Santoni.
Chiusa la telefonata, si accese una sigaretta: su viale Brianza il traffico, alle 4 del pomeriggio, scorreva lento, quasi immobile.
Si stava innervosendo. Doveva calmarsi: inizi a guardare l'esercito di pendolari rassegnati a viaggiare a passo di lumaca.
Non doveva aver fretta, a questo punto.
Fino a quando non avesse avuto in mano l'elenco delle chiamate ricevute dall'utenza domestica della famiglia Pozzi le sue indagini sarebbero rimaste a un punto morto...
Per tornare in ufficio, alla fine, aveva impiegato pi di un'ora e un quarto.
Un'enormit di tempo per coprire meno di venti chilometri, una sofferenza, quasi una tortura, per chi, come lui, non era abituato al traffico dei pendolari, alle interminabili code sulle tangenziali Est, Nord e Ovest, o sull'autostrada Torino-Venezia, al procedere lento e a singhiozzo come invece accade regolarmente, ogni mattina e ogni sera, alle centinaia di migliaia di lavoratori lombardi che affollano le arterie infrastrutturali che circondano il capoluogo.
Parcheggi l'auto di servizio e gett nel cestino, dopo averla spenta, l'ennesima sigaretta della giornata.
Rientrato in ufficio trov una sorpresa.
Il professor Fusaro lo stava attendendo da pi di mezz'ora.
A cosa devo questa visita?, domand stupito il commissario.
L'anziano docente si aggiust gli spessi occhiali da vista.
Ho terminato l'impegnativa ricerca che mi avete affidato nei giorni scorsi, consultando tutti i documenti reperibili nell'archivio cittadino, in quello della biblioteca Sormani e in quello dell'istituto di Araldica, esord lo storico.
Ebbene?, chiese con una malcelata insofferenza il poliziotto.
Posso confermarle il profilo che le ho redatto, nei precedenti incontri, circa il marchese Ludovico Acerbi, la sua vita privata e la sua carriera politica. Con qualche piccola modifica. Sappiamo infatti che il marchese dal 1594 visse a Napoli, dove, seppur non ancora trentenne, ha ricoperto, fino al 1599, l'incarico di reggente della Gran Corte della Vicaria su incarico del vicer, il conte Olivares. Prima di tornare a Ferrara e da l a Milano, dove, come le avevo gi detto, venne chiamato dai governanti spagnoli all'inizio del 1600, prima di essere nominato senatore il 7 novembre dello stesso anno.
E l'acquisto della sua sontuosa dimora quando avvenne?
Nel 1615, Acerbi acquist l'immobile da Pietro Maria Rossi, conte di San Secondo, e lo fece ristrutturare in quello stile barocchetto lombardo che ritroviamo anche oggi, spendendo cifre elevatissime.  in quegli anni che nasce l'inimicizia con i conti Annoni, suoi dirimpettai. Avversione sfociata poi nella rivalit che port le due casate a investire spese folli per abbellire nella maniera pi sontuosa possibile le due dimore, in una competizione vorticosa e assurda in un momento cos difficile per la citt di Milano.
OK. Lo sappiamo gi.
Nel 1631 il conte Annoni, per rispondere agli importanti lavori commissionati dal marchese Acerbi, commission la ristrutturazione del suo immobile a Francesco Maria Richini, il pi notevole esponente di una dinastia di architetti milanesi.
Non mi sta dicendo nulla di nuovo, lo interruppe nuovamente Ardig. Sapevamo gi dell'inimicizia e della rivalit che dividevano gli Annoni dall'Acerbi. Piuttosto...
Il professore lo guard in attesa del quesito.
 riuscito ad attribuire un senso a quelle frasi contenute nelle tre pergamene recapitate dopo gli omicidi?
Non ne sono certo, in tutta onest.  evidente che la prima delle tre rivendicazioni - disse indicando una fotocopia riportante le parole, ingrandite, vergate nel primo papiro trovato da Malerba alla Colonna del Diavolo - possa ricondursi a un avversario del marchese che, mettendo in giro voci o dicerie, riusc ad alimentare un'acrimonia nei confronti dell'Acerbi, danneggiandolo e rendendolo inviso alla cittadinanza.
Si riferisce alla nomea di incarnazione del Maligno?
Presumo di s. La frase  abbastanza chiara.
Eccitati da frivole cause esacerbarono in guisa gli animi,
che non tard a scoppiare la tempesta.
I frivoli motivi potrebbero essere riconducibili, per l'appunto, alla sfrenata corsa, nell'esibire il lusso e gli sfarzi, che si era venuta a creare con i conti Annoni. Il fatto che venga utilizzata la terza persona plurale, con il verbo esacerbarono, potrebbe far pensare proprio agli Annoni, al conte Paolo Annoni, il capostipite, il grande rivale dell'Acerbi, e ai suoi tre figli maschi. E quel non tard a scoppiare la tempesta pu far ritenere che la bufera in questione sia riferibile ai danni che l'appellativo di Diavolo di Porta Romana possa aver arrecato alla credibilit e alla reputazione del marchese Acerbi, che, non dimentichiamolo, era un senatore, un giureconsulto e un membro del consiglio cittadino, stimato e apprezzato dai governanti spagnoli.
E la frase contenuta nella seconda pergamena?
Delle tre  la pi criptica, indubbiamente. Chi ha scritto quelle poche righe avrebbe potuto riferirsi a chiunque, se teniamo per buona l'ipotesi che si tratti di una frase attribuibile al marchese Acerbi.
Per toglierlo alle brighe in cui era avvolto, l'accolse
nel suo palazzo. Ne ottenne gratitudine? Non troppa.
Chiaramente si parla di qualcuno che, a fronte di un favore, addirittura di un'ospitalit nella propria dimora, non ricambi. Comunque quattro secoli dopo  impossibile contestualizzare queste poche parole.
E non  riferibile a un membro della famiglia Orrigoni che successivamente sfil la propriet del palazzo di Porta Romana agli eredi dell'Acerbi?
Le avevo gi risposto in precedenza che non concordavo affatto con questa ricostruzione. E dai miei studi ne ho tratto una conferma. Della presenza tra i nobili milanesi degli Orrigoni non c' traccia nei documenti dell'epoca. Il ceppo degli Orrigoni era originario di Legnano e di Varese e presumibilmente si trasferirono a Milano soltanto verso la fine del Seicento, quando l'Acerbi era gi morto da decenni.
D'accordo, ma i suoi eredi...
No, no. L'acquisto del palazzo da parte degli Orrigoni risale ai primi anni del Settecento, quando Giovanni Acerbi, il figlio di Borso, era gi scomparso da diversi anni e il ramo maschio si era estinto. Mi spiace commissario, non posso suffragarle questa tesi. Anche se mi rendo conto che  gi stata sposata dai giornalisti. E non posso neppure suffragarle la ricostruzione, effettuata sempre dalla stampa, sul fatto che un non ben precisato Pozzi sarebbe stato l'accusatore del marchese Acerbi in un procedimento pubblico ai danni del marchese.
Il capo della Omicidi lo fiss serio.
Il processo c' stato davvero. Nel 1607, ma l'Acerbi fu prosciolto da ogni accusa, tanto che in seguito venne nominato per incarichi di assoluto prestigio nel consiglio cittadino e nel consiglio segreto. Le scritture conservate riguardanti quel procedimento, per, non riportano il nome dell'accusatore.
E non potrebbe trattarsi proprio di un Pozzi?
Tenderei a escluderlo, perch nella Milano seicentesca, stando agli elenchi degli archivi cittadini e dell'istituto di araldica, non figurava nessuna casata avente per cognome Pozzi. Nessuno con questo cognome ebbe incarichi di senatore o giureconsulto.
E questo cosa significa?
L'Acerbi nel 1607 era un senatore, stimato, temuto, potente, in quanto appoggiato dai governatori spagnoli. E poteva essere processato soltanto da un collegio giudicante formato da nobili. E come le ho gi detto non risulta nessun Pozzi tra di loro. Probabilmente in quel periodo il cognome Pozzi poteva essere presente tra il popolo, ma non certo tra chi aveva un alto lignaggio.
Il professor Fusaro sembrava molto sicuro del fatto suo.
Ancora una volta Ardig si rese conto che la campagna mediatica sollevata da Malerba, e dai colleghi che lo avevano seguito, aveva spinto le indagini su una pista che adesso, giorno dopo giorno, scoperta dopo scoperta, sembrava portare a un vicolo cieco.
Eppure anche il magistrato condivideva questa impostazione e il Questore l'aveva comunque avallata. Torn a concentrarsi sull'analisi dello storico che aveva di fronte.
E la frase riportata sulla pergamena?, lo incalz Ardig.
Se prendiamo come veritiera la ricostruzione che le parole:
Ma fin da principio emerse s patente la calunnia,
che di ci non si fece pi motto durante la procedura
o nella sentenza.
siano attribuibili all'Acerbi, allora dobbiamo credere che fossero rivolte a un altro, al suo vero accusatore. Certamente non a un generico Pozzi, asser l'anziano docente, prima di aggiungere sibillino: Sempre che queste parole siano attribuibili al marchese Acerbi.
Cosa vuol dirmi?
Il docente srotol una fotocopia: era un testo scritto in corsivo, in elegante calligrafia.
Ardig lo prese con aria perplessa.
Commissario, ha presente le accuse di plagio in ambito musicale?
Il poliziotto annu distrattamente, mentre osservava il foglio: lo scritto era presumibilmente in milanese, sullo stile del Manzoni.
Fusaro nel frattempo prosegu.
Molti musicisti subiscono denunce per plagio. Per alla fine le note sul pentagramma sono soltanto sette, no?
Dove vuole arrivare?, sbott spazientato il responsabile della Omicidi.
Guardi le frasi che le ho sottolineato, rispose placidamente il professore.
Il commissario scorse il testo per alcune righe, poi vide la prima sottolineatura: Eccitati da frivoli motivi esacerbarono gli animi.
Prosegu scendendo di qualche altra riga.
Per toglierlo dalla brighe in cui era avvolto...
Il solito brivido, di tensione ed eccitazione, part dal basso risalendo la spina dorsale.
Mi sta dicendo che sono state estrapolate...
Questo scritto  di Francesco Cusani, un illustre letterato e scrittore milanese vissuto nell'Ottocento. Fu lui il primo a tradurre, due secoli dopo, il De peste Mediolani, La peste di Milano, la celebre opera di Giuseppe Ripamonti, l'istoriografo religioso che raccont quel terribile periodo della Milano seicentesca. Il testo, con l'introduzione redatta da Cusani,  facilmente reperibile in qualsiasi libreria o biblioteca. E diversi passi si trovano anche su Internet, compresi questi, come ho gi verificato.
Ardig si lasci andare sconfortato sulla poltrona.
Ragionevolmente possiamo ipotizzare che l'autore di queste frasi abbia semplicemente preso degli spezzoni dalle pagine vergate dal Cusani, mettendo insieme quelle tre frasi. Oppure possiamo ritenere che il vocabolario del milanese seicentesco fosse limitato come il pentagramma con le sue sole sette note. E che dunque un plagio sia possibile. Lascio a lei ogni conclusione, chios lo storico, scoccando un'occhiata severa al giovane commissario, esattamente come avrebbe fatto un docente, autorevole e preparato, con uno studente disattento, che troppo a lungo lo aveva ignorato o sottovalutato.
Con un gesto di stizza il poliziotto accartocci in una pallina il foglio riportante lo scritto del Ripamonti.
Poi, pentendosi immediatamente dello sfogo puerile, si ricompose fissando l'anziano docente.
Professor Fusaro, la sua collaborazione si  rivelata fondamentale. Non ho parole per ringraziarla. Mi perdoni per i mie modi bruschi. Quando questa vicenda sar conclusa sarei onorato di poterla invitare a cena, per parlare con maggiore tranquillit.
Lo studioso annu, dimostrando di apprezzare le parole del commissario.
Si alz stringendogli forte la mano, prima di allontanarsi con la sua cartelletta.
...
.
...
16. Milano, 26 giugno 2009.
...
.
...
Alle 7 del mattino Ardig era gi in ufficio, pervaso da una carica e da un'adrenalina che raramente aveva sperimentato in passato.
C' un momento nelle indagini in cui cominci a intravedere la luce in fondo al tunnel, in cui inizi a vedere la nebbia che si dirada ed evapora, mentre i raggi del sole la trafiggono, penetrandola.
Nei romanzi o nei film gli investigatori vivono regolarmente questo momento, questo passaggio cruciale dall'avvilente brancolare nel buio, in cui non si distingue la via da seguire, all'euforico momento in cui tutto sembra diventare chiaro e nitido, in cui ti sembra di riuscire a capire, decifrare e mettere insieme i tanti indizi che prima non combaciavano.
Un momento che i protagonisti partoriti dalla fantasia e dalla penna degli scrittori assaporano dopo giorni, settimane o addirittura mesi di limbo trascorso a inseguire piste sbagliate o difficolt.
Nella quotidiana realt di un poliziotto, invece, questa fase di trance investigativa capita raramente e comunque si brucia in tempi rapidissimi, come una cena consumata in piedi, un caff preso al bar, un bicchiere tracannato tutto d'un fiato, un amplesso troppo veloce per poterlo apprezzare.
Quasi sempre, infatti, i colpevoli vengono assicurati alla giustizia nell'immediatezza del delitto o nel giro di qualche ora, a volte senza neppure il bisogno di una vera e propria inchiesta, semplicemente con una pi rapida analisi degli elementi che ti portano a individuare il responsabile.
In genere un coniuge, un amante, un ex amico, un rivale o un parente, nei delitti a sfondo passionale, un socio, un cliente, un creditore/debitore o un concorrente, in quelli a sfondo economico, un vicino di casa, un conoscente o un collega, in quelli dettati da futili motivi, come una banale lite per ragioni stradali o di vicinato.
Nella sua pi che decennale esperienza nelle varie squadre Mobili, fino alla responsabilit di guidare la sezione Omicidi di quella milanese, Ardig aveva dovuto affrontare tutte queste diverse tipologie di delitto, anche se, nella maggior parte dei casi, la flagranza del reato, la lampante evidenza del movente, una testimonianza o il fondamentale lavoro della Scientifica avevano permesso al commissario e ai suoi uomini di individuare il responsabile in un arco di tempo brevissimo, al massimo 48 ore.
Giusto il tempo di ricostruire i profili della vittima, dei possibili sospettati, verificare alibi e moventi, quasi sempre passionali o economici, e avere i riscontri dai laboratori.
E l'arresto, tanto celebrato al cinema o in tiv, spesso si rivelava una semplice visita al presunto responsabile del reato: il tempo di consegnargli l'ordine di custodia cautelare emanato dal magistrato e prenderlo in consegna, quasi sempre nella massima tranquillit, senza dover spianare le armi o peggio ancora utilizzarle.
Era questo che accadeva per la stragrande maggioranza degli omicidi volontari, quelli non commessi nell'ambito del compimento di altri reati, come nel caso delle rapine o nei regolamenti di conti tra malavitosi.
In questi ultimi casi le indagini erano meno veloci, anche se difficilmente si trasformavano in un intricato mosaico dove infilare un tassello dopo l'altro, facendoli incastrare alla perfezione. Capitava raramente.
Questa volta era capitato, anzi stava capitando.
Con questi tre delitti assurdi e inspiegabili.
Eppure, adesso, la nebbia iniziava a sollevarsi, lasciando intravedere qualcosa: un uomo, in carne e ossa, senza travestimenti demoniaci o maschere sataniche, si era interessato a quelle vittime, rendendo cos visibile quel sottilissimo filo che poteva legarle e unirle. Quel filo che, finora, non avevano ancora individuato e che neppure sembrava esistere.
Si accese una sigaretta per lasciar sbollire la frenesia.
Difficilmente, prima della tarda mattinata, avrebbe potuto disporre dei tabulati telefonici dell'utenza domestica dei Pozzi. Doveva pazientare ancora qualche ora.
Prese a sfogliare i giornali.
Partendo dalla Voce Lombarda.
Nei giorni precedenti Malerba, pur non citando la frase contenuta nella terza pergamena ritrovata a piazza Vetra, in un lungo ed elaborato articolo a pagina 3, la pagina nobile di un quotidiano, se ben ricordava, aveva rafforzato, a beneficio dei suoi lettori, la teoria del collegamento tra i tre delitti compiuti e la profanazione della tomba del marchese Acerbi, ipotizzando un'acrimonia dell'irascibile Diavolo di Porta Romana anche con la casata avente per cognome quello della terza vittima, Pozzi, dando grande enfasi alla tesi per cui il medico sarebbe stato ucciso in quanto lontano discendente di un non ben identificato Pozzi, che avrebbe svolto il ruolo di accusatore dell'Acerbi in un procedimento a suo carico.
Niente di nuovo o inedito.
Semplicemente, esaurite le novit, Malerba si limitava a ricapitolare l'intera vicenda, arrivando a domandarsi se il misterioso assassino avrebbe presto colpito per una quarta volta.
Chiss cosa avrebbe dato l'amico cronista per poter visionare le rivendicazioni lasciate al fianco dei cadaveri, le riproduzioni via via modificate della Pala dei tre Arcangeli, i duelli vinti da Lucifero fino al suo definitivo trionfo...
Per fortuna, almeno in questo caso, non c'erano state fughe di notizie. Si stup di questa discrezione mostrata dalla Questura e dalla Procura.
Cominci a sfogliare gli altri quotidiani: il Corriere, la Repubblica, il Giornale, La Stampa, la Padania, Il Giorno, Libero.
Davano tutti grande risalto in cronaca a una breve intervista rilasciata, il giorno precedente, al Tg3 regionale, dal sostituto procuratore Perilli, che si era sbilanciato, parlando di passi avanti nelle indagini e di fiducia, tra gli investigatori, su una rapida conclusione dell'inchiesta.
Addirittura qualcuno titolava: La misteriosa setta gi identificata?.
Ardig sorrise, quasi divertito.
Lo squillo del telefono lo distolse dalla lettura.
Commissario.
Era l'agente Scalise.
Dimmi.
 accaduto un fatto... strano.
Cosa?
Qualcuno  penetrato in una chiesa, lasciando dei resti polverosi, forse delle ossa, e un pesante spadone in una cappella, vicino a un altare.
Sobbalz letteralmente sulla poltrona.
Dove  successo?
All'interno della chiesa di Sant'Antonio Abate.  qui vicino, in via Sant'Antonio.
Arrivo.
Riappese il telefono alzandosi come una molla. Usc dall'ufficio e si incammin a piedi verso la chiesa in questione.
Impieg meno di dieci minuti a raggiungerla, tagliando da via Torino, piazza Sant'Alessandro e da l in via Larga.
Erano da poco passate le 8,30: le strade brulicavano di vita, con la frenesia tipica dell'inizio dell'ultima giornata settimanale di lavoro. Manager e impiegati andavano in ufficio senza cravatta, a differenza degli avvocati, costretti a metterla anche di venerd.
Nei bar gli studenti universitari stavano ancora consumando la colazione.
Devi in via Sant'Antonio.
Conosceva bene quella strada, piccola, a senso unico, molto frequentata, a due passi dall'Universit Statale, dove lui stesso aveva studiato Giurisprudenza insieme a Malerba.
Se non ricordava male anche il palazzo dove si discutevano le tesi di laurea, con un piccolo ma grazioso cortile interno, era situato proprio l.
Infil la via intravedendo subito la facciata gialla della chiesa, restaurata recentemente, incastonata tra gli edifici circostanti. Ad attenderlo trov alcuni agenti del suo commissariato, tra cui Pinton, che stava parlando con il custode.
La porta era stata forzata.
L'hanno aperta con un ferro, senza fare danni alla serratura: l'hanno soltanto allargata. Un lavoro da professionisti, spieg l'agente con la sua parlata trevigiana, stile cantilena.
Entrarono nella splendida chiesa quattrocentesca, osservando il soffitto magnificamente affrescato e i raggi di luci che, come lame bianche, fendevano l'oscurit.
Non c'erano navate: lo spazio era aperto e sgombro.
Mancavano persino le tradizionali panche per i fedeli e le acquasantiere.
L'occhio del commissario capt immediatamente la figura del sacerdote che, con aria assorta, teneva lo sguardo rivolto verso il basso, verso la parte inferiore di una cappella ricavata in una nicchia della parete sinistra.
Don Cesare - lo interpell Pinton - le presento il vicequestore aggiunto, dottor Bruno Ardig.
Il prete avanz di qualche passo nella loro direzione.
Si strinsero la mano, prima di girarsi entrambi verso la cappella dell'Annunciazione.
Quello che Ardig vide lo lasci senza fiato per alcuni secondi.
Una cartelletta trasparente, con un foglio stampato a colori, era appoggiata ai piedi dell'altare.
Lucifero questa volta era da solo, campeggiante nella sua scura nudit, il solito sfondo plumbeo alle spalle, mentre le sue nere zampe artigliate sovrastavano la voragine ormai vuota.
I tre Arcangeli, sconfitti, erano spariti del tutto, dissolti, sprofondati nella cavit sottostante.
La cartelletta era stata senza dubbio posizionata per renderla visibile anche da un paio di metri di distanza.
Pochi centimetri pi in l c'erano il solito crocifisso spezzato e della cera nera colata sul marmo.
Sui gradini che precedevano l'altare c'erano tracce di detriti. Un materiale scuro, grigio, polveroso.
Quasi cenere.
Il responsabile della Omicidi cerc di mettere bene a fuoco la scena.
Non c'era solo polvere. Si notavano dei frammenti.
Potevano essere ossa?
Una specie di sasso scuro spiccava tra i pezzetti polverosi.
Si sporse dalla piccola ringhiera per esaminarlo pi da vicino. Sembrava... era proprio un teschio!
Un teschio, nero, come se fosse stato bruciato.
Sotto i polverosi resti spiccava un'incisione sul pavimento in marmo.
IN PACE IN ID IPSVM DORMIAM ET REQVIESCAT
Lo spadone, arrugginito, seppur ancora imponente, era invece appoggiato sul lato sinistro della cappella, in una posizione plastica, come se fosse collocato in una bacheca durante una mostra sulle armi, con la punta rivolta verso l'alto, verso una lapide in marmo nero con scritte bronzee.
Rimase a bocca aperta appena inizi a scorrere le prime righe dell'incisione.
LVDOVICVS ACERBVS
EX MEDIOL SENATORVM COLLEGIO
Aveva studiato latino per cinque anni al liceo e lo aveva ripassato nel corso degli studi universitari, quando aveva sostenuto i vari esami di Diritto Romano.
Si concentr sulla scritta, chiamando a raccolta le sue reminiscenze studentesche.
LVDOVICVS ACERBVS
EX MEDIOL SENATORVM COLLEGIO
DIVINA SIBI PRIMVM GLORIA SVORVM
DEINDE SVA SALVTE
PROPOSITA SACELLVM HOC B MAR V ANNVM CATEAM
AD SACRVM MISSAE QVOTIDIE FACENDVM
VIVENS EXTRVXIT ET INSTRVXIT
CERTO QAERE LOCATO IN PERPETVVM
LOCVPLETAVIT
ANNO A MVNDI SALVTE MDCXII
Non era in grado di tradurre correttamente ogni singolo vocabolo.
Tuttavia il significato complessivo dell'incisione era chiaro: il marchese Ludovico Acerbi, anzi il senatore Acerbi, veniva ricordato per il suo impegno nel campo della cultura.
Nell'altra parete della nicchia c'era una lapide simile, in marmo nero, con incisione argentata. Non era scritta in latino, bens in volgare, probabilmente milanese seicentesco.
Questa volta non occorreva impegnarsi per tradurre.
BORSIO ACERBO...
La lapide ricordava Borso Acerbi, il fratello minore del marchese.
Padre - si rivolse a Don Cesare - immagino che conosca la storia di questa cappella. Le due lapidi sono dedicate alla memoria dei fratelli Acerbi. Immagino furono loro a sovvenzionare l'edificazione o il restauro di questa nicchia.
 cos. Fu proprio il marchese Acerbi - cominci a spiegare il religioso - nel 1620 a commissionare a Giulio Cesare Procaccini i dipinti che state ammirando, raffiguranti l'Annunciazione, la Visitazione, la Fuga in Egitto, e l'E-terno in gloria. Questa cappella, la cappella dell'Annunciata o dell'Annunciazione, inizialmente, da quel che ho appreso, si chiamava proprio cappella Acerbi, per via appunto del cognome della famiglia che sovvenzionava i lavori di restauro.
Il poliziotto si gir per visionare la chiesa nel suo complesso. Don Cesare riprese a parlare, quasi a voler accompagnare, con le sue parole, gli sguardi interessati del poliziotto.
La nostra Chiesa ha alle spalle una lunga storia:  stata edificata sul finire del Tredicesimo secolo ed  stata poi restaurata, di fatto quasi riedificata, a partire dalla fine del Sedicesimo secolo. La maggior parte dei lavori, soprattutto quelli all'interno, sono stati effettuati nella prima met del Seicento, su commissione dei governanti spagnoli. Molti nobili milanesi, come gli Acerbi, sovvenzionarono di tasca propria gli artisti, commissionando loro alcuni dei capolavori che oggi - concluse il sacerdote - potete ammirare.
Non poteva dirgli di pi, evidentemente.
Non c'era altro da fare o da scoprire.
Ora il lavoro passava a De Piccoli e ai suoi.
Non fece in tempo ad aprire bocca: Pinton fu lesto nel precederlo.
Sta arrivando la Scientifica, saranno qui a minuti.
Padre, ha gi controllato se  successo dell'altro? Se qualche cripta o tomba  stata aperta? Se  stato trafugato qualcosa?
Direi di no, prima di accorgermi di questo - indic i resti ossei e la spada - avevo gi ispezionato le cappelle del lato destro della chiesa.
Pu controllare tutto dettagliatamente, per favore?
Volentieri.
Se per lei non  un problema le chiedo di raggiungermi appena terminato il controllo nel commissariato Centro Storico di piazza San Sepolcro. Sa dove si trova?
Il religioso annu.
La ringrazio, stiamo seguendo una complessa indagine per omicidio e ritengo che quanto avvenuto in questo luogo sacro possa essere rilevante per le nostre indagini.
Non c' problema - garant Don Cesare - penso di potervi raggiungere nel giro di mezz'ora.
Rimase qualche altro istante a fissare quel teschio e quella spada. Ecco cosa restava del marchese Ludovico Acerbi, ecco cosa rimaneva del Diavolo di Porta Romana.
Finalmente se lo trovava di fronte. Ma cosa ci faceva l?
Prese il cellulare e scatt alcune foto della cappella.
Uscito dalla chiesa compose immediatamente il numero del commissariato.
Verificate se Vanner  ancora a Milano o  gi rientrato a Torino.
L'esperto in satanismo si materializz nell'ufficio del responsabile della Omicidi nel giro di meno di mezz'ora.
Sarebbe partito per Torino nel pomeriggio.
La chiamata del commissariato lo aveva raggiunto proprio mentre stava infilando i pochi indumenti che aveva portato nel trolley di plastica scura che utilizzava nei suoi frequenti spostamenti.
L'immancabile completo scuro, una camicia altrettanto scura, il fine pizzetto mefistofelico perfettamente curato e i soliti occhi glaciali a scrutare l'interlocutore, quasi a perforarlo.
Esauriti i rapidi convenevoli Ardig aggiorn il criminologo di quanto accaduto nella chiesa di Sant'Antonio Abate, mostrandogli le foto scattate con il telefonino.
Erano buie. La scena era comunque comprensibile.
Vanner si sofferm sulla foto della cartelletta.
Tutto chiaro. Come avevo previsto. Hanno chiuso il cerchio, lo hanno fatto quadrare.
Prima i triangoli, ora il cerchio e persino il quadrato.
La tendenza alla geometrizzazione di ogni analisi da parte del consulente era davvero pedante e fastidiosa.
E quindi?, chiese, seccato, il commissario.
E quindi - sottoline replicando - come ti avevo gi spiegato il nostro assassino missionario ci comunica che il suo lavoro  terminato. Ha esaurito la sua missione e si congeda. Lucifero ha sconfitto gli Arcangeli, il paradiso  suo. E se guardi quest'immagine - aggiunse indicando la piccola foto sul display del cellulare dove si vedeva la quinta versione modificata della Pala dei tre Arcangeli, dove l'angelo nero si ritrovava solo, sopra la terra brulla e pietrosa, seguito da un cielo nuvoloso e scuro - ti renderai conto che pi che il Paradiso, il Maligno ha conquistato qualcosa di terreno. Non i cieli, non la perfezione, non la luce, ma qualcosa di freddo, scuro, roccioso, che richiama pi alla vendetta che alla vittoria, no?
Lo sfondo non lo hanno deciso gli Angeli di Lucifero o chiunque sia il nostro assassino.  stato Marco d'Oggiono a dipingerlo. E non credo si fosse accordato con loro nel Cinquecento.
La frecciata non sfior Vanner, che rispose placido: Ti sei gi dato la risposta da solo, a quanto pare.
 per questo che hanno scelto questo quadro e non un altro? Per lo sfondo tetro e freddo?
Anche per questo. Le nostre pinacoteche, le nostre ville rinascimentali e le nostre chiese tracimano di riproduzioni artistiche della battaglia nei cieli tra l'Arcangelo Michele e Satana. Lo stesso Raffaello ha immortalato, in due diversi capolavori, San Michele che abbatte Lucifero. Nella versione pi celebre, esposta al Louvre, San Michele appoggia un piede sopra lo sconfitto demonio, calpestandolo. Se tra i tanti capolavori del nostro patrimonio artistico hanno scelto proprio l'opera di Marco d'Oggiono - in fin dei conti un artista minore -  proprio perch in questo dipinto devono aver trovato tutto quello che gli occorreva. Non solo i tre Arcangeli, tre come le vittime da sacrificare, ma anche un'ambientazione e uno sfondo che potessero rappresentare l'idea della conquista da parte di Lucifero non del Paradiso, bens di qualcosa appunto di terreno, come una montagna o una roccia.
Un colpo secco alla porta interruppe l'elucubrazione del criminologo.
Don Cesare non si era fatto attendere.
Non hanno toccato nulla. Non hanno sottratto nulla. Non hanno alterato nulla, a parte quello che avete trovato nella cappella dell'Annunciazione, elenc sintetico il sacerdote.
Tutto secondo copione, ragion il poliziotto, mentre congedava il prete senza fargli perdere ulteriore tempo.
Ipotizziamo - ripart Vanner - che l'Acerbi abbia sovvenzionato i lavori di restauro perch voleva essere sepolto nella cappella di famiglia nella chiesa di Sant'Antonio. E che magari, per qualche tempo, sia anche stato sepolto proprio in quella cappella.
Uhm...
Riflettici.  possibile. Del resto la cappella di Chiaravalle  stata fatta edificare sul finire del Seicento dal nipote Giovanni, ormai anziano e probabilmente interessato ad avere un luogo dove trascorrere l'eterno riposo.
Il capo della Omicidi annu.
Bene. Se questa ipotesi  fondata allora... vediamo... Il cimitero di Chiaravalle, i delitti di Annoni, Orrigoni e Pozzi, e ora la Chiesa di Sant'Antonio...
Armeggi con la penna tracciando su un foglio l'ennesimo simbolo geometrico: una stella a cinque punte, con la punta rivolta verso il basso.
Questo  un pentacolo... esord con tono cattedratico.
Un simbolo esoterico, un simbolo del maligno ma anche - chiar Ardig, mostrando un'inattesa preparazione in materia - un simbolo pagano o meglio precristiano.
Proprio cos, bravo.
Fortunato, pi che altro. Ho visto recentemente in dvd Il Codice da Vinci. Ricordo bene la parte iniziale del film, in cui il professor Langdon erudisce sul tema il mio omologo parigino, davanti al cadavere del curatore del Louvre, posizionato come l'uomo vitruviano di Leonardo. Tutto qui.
Vanner sorrise, enigmatico e misterioso come sempre.
Il pentacolo  anche un simbolo di perfezione.
Come il triangolo equilatero, convenne ironico Ardig.
Se il mio disegno fosse perfetto, se le linee fossero rette, ti renderesti conto che abbiamo cinque angoli identici tra di loro. E se tracciamo un pentagono al centro della nostra figura ne ricaviamo cinque triangoli equilateri perfetti all'altezza delle cinque rispettive punte. Ognuna delle quali simboleggia un elemento. In senso antiorario - disse indicando la punta - sono spirito, acqua, fuoco, terra e aria.
Dimentichi un sesto punto?
Quale?
Il cimitero di Castellazzo, dove hanno distrutto una lapide lasciandoci un crocifisso spezzato e un cero nero.
L'esperto in dottrine esoteriche scosse la testa.
Hanno lasciato il crocifisso e il cero nero anche davanti alla porta di quel giornalista, Malerba. Tuttavia non c'entra: il cero nero e il crocifisso spezzato sono il marchio di fabbrica del gruppo, la loro firma, mentre in questo caso devi concentrarti soltanto su questo, prosegu l'occultologo estraendo da una cartelletta alcune delle varie versioni modificate della Pala dei tre Arcangeli. Dispose le varie immagini in una sorta di ordine cronologico e decrescente.
Qui Lucifero  in piedi, pronto a fronteggiare i tre Arcangeli, disse vergando in stampatello la parola CHIARA-VALLE con un pennarello nero.
Prima di ripetere l'operazione con le altre versioni modificate dell'opera, contrassegnando con la scritta ANNONI l'abbattimento del primo Arcangelo, con la scritta ORRIGONI la sconfitta del secondo Arcangelo e con la scritta POZZI la caduta del pi combattivo e marziale dei tre, San Michele.
Quindi l'ultima scritta, CHIESA SANT'ANTONIO, affiancata all'ultima versione modificata: Lucifero solitario e trionfante.
Sono arrivati al capolinea, hanno terminato la missione. Hanno compiuto la vendetta del marchese Acerbi e lo hanno riportato nella sua cappella.
Assurdo, pazzesco, fantascientifico.
Eppure il ragionamento filava. Anche troppo bene.
L'ennesimo sorriso irritante.
Ho finito il mio lavoro. Torno a Torino.
L'investigatore non obiett nulla.
Lo studioso si alz. Stava per andarsene, quando improvvisamente torn a sedersi.
Piuttosto...
Piuttosto?, domand Ardig sorpreso.
Premettendo che sono soltanto un consulente, che tra qualche ora sar gi tornato a Torino e che non sono in alcun modo intenzionato a rubarti il mestiere, la prese larga il criminologo, prima di arrivare al punto.
Avrei una domanda da rivolgerti.
Ti ascolto.
Lungi dal volerti fare una critica su come hai condotto le indagini finora...
Il commissario scocc un'occhiata interrogativa all'interlocutore. Che impassibile riprese a parlare lentamente, con tono distaccato.
Ho la sensazione che tu abbia trascurato una pista, forse l'unica concreta che avevi in mano.
Ardig intu dove stava andando a parare l'esperto in satanismo.
Federico Malerba, lo anticip.
Come sempre mi precedi. Complimenti per l'intuito. E proprio per questo mi chiedo perch uno bravo come te non abbia indagato sull'unica persona che, finora, ha avuto dei contatti con l'assassino o con gli assassini. Le pergamene con le rivendicazioni che ha ricevuto, il crocifisso spezzato e il cero nero che hanno lasciato davanti alla sua porta... se non ho capito male, erano totalmente prive di impronte digitali. Tranne le sue.
Rimase silente ad ascoltarlo.
E da quel che ho letto, facendo una breve rassegna stampa,  stato proprio lui a scrivere, per primo, che l'assassino ha utilizzato una spada per compiere i delitti. No? Eppure non mi pare che questo particolare gli sia stato rivelato da nessuno della tua squadra o dal magistrato. Ed  stato proprio lui l'unico a scrivere che l'assassino ha utilizzato un macabro travestimento, con un mantello nero e il viso travisato da un trucco pesante. No? E ancora non  stato proprio lui - rimarc ricorrendo all'ennesimo proprio - a sostenere fin dall'inizio che l'Annoni, l'Orrigoni e il Pozzi sono stati uccisi in conseguenza di screzi verificatisi quattro secoli prima tra loro eventuali avi e il marchese Acerbi?
Il giovane vicequestore continuava ad ascoltare, senza battere ciglio.
Pensaci, Ardig - lo incalz - dove ha preso tutte queste informazioni il giornalista? Perch hanno scelto proprio lui per recapitargli le pergamene? Forse faresti bene a controllare i suoi alibi, i suoi movimenti, le sue telefonate...
Terminata l'arringa, pronunciata sempre con tono lento e cattedratico, Vanner termin di raccogliere i fogli che aveva disseminato sulla scrivania, rimettendoli nella cartelletta. Poi si alz nuovamente, allungando la mano ad Ardig, che pareva imbambolato, stordito, come se fosse stato centrato in viso da un diretto fortissimo.
Buona fortuna, commissario. Te lo ripeto, se avete ancora bisogno mi troverete a Torino.
Non aveva tutti i torti, doveva ammetterlo.
Per Vanner non conosceva Federico. Non come lui.
Avevano diviso i banchi del liceo per cinque anni, aveva conosciuto i suoi genitori, avevano frequentato gli stessi corsi all'universit.
No, non poteva essere coinvolto in questa storia.
Il suo istinto glielo garantiva.
Si ricordava ancora gli occhi spaventati di Federico la mattina in cui era corso a casa sua.
No, non ci credeva, non poteva crederci, non voleva crederci.
Anche se, esaminando la situazione con occhi distaccati, doveva ammettere che molte cose non quadravano.
Le pergamene potevano essere prive di impronte proprio perch era stato lui l'unico a maneggiarle.
Eppure...
Un dubbio cominci a serpeggiare, insinuandosi, viscido, tra le sue fragili sicurezze investigative.
Certo anche il fatto di aver messo sotto l'acqua scrosciante il pacchetto ricevuto davanti alla porta di casa...
L per l lo aveva deriso, per la sua goffaggine, ma adesso poteva osservare quel gesto sotto una luce diversa.
Un modo per cancellare le impronte, per cancellare ogni traccia.
E perch quando erano andati a recuperare la terza pergamena si era fatto trovare gi a Santa Maria delle Grazie?
Con il primo indizio gi trovato e interpretato?
E ancora, perch in piazza Vetra aveva tergiversato senza neppure chiedergli di leggere il contenuto della pergamena? Proprio lui, uno curioso e avido di notizie come Malerba.
Avvert una fitta allo stomaco: una sensazione di acido che risaliva per l'esofago.
Si alz, avvicinandosi alla finestra, per ammirare la facciata della basilica di San Sepolcro.
Nella sua mente cominciarono a prendere forma i tanti ricordi che conservava di Federico.
Lo rivide quindicenne che orgoglioso esibiva il suo Fifty HF, il motorino che i suoi genitori gli avevano comprato.
Lo rivide sedicenne, quando andarono insieme a vedere una partita della Philips Milano al PalaTrussardi, in curva, con i Red Shoes, con al collo le sciarpe biancorosse e in gola il coro Doo doo McAdoo per incitare uno dei loro beniamini.
Lo rivide ventenne o gi di l, alla Statale, mentre contestava un assistente che lo aveva bocciato a un esame, forse Diritto Commerciale.
Lo rivide venticinquenne, nei corridoi del tribunale, dove gli annunci entusiasta che era stato appena assunto da un giornale piccolo e in espansione, La Voce Lombarda.
Lo rivide trentenne, in una serata estiva sui Navigli, mentre camminava mano nella mano con la sua Silvia, cos estasiato da non accorgersi nemmeno che Ardig, con tanto di agenti in divisa, stava portando via in manette un albanese che il giorno prima aveva ucciso a coltellate un connazionale.
Lo rivide trentacinquenne, mentre in una tiv privata si infervorava in un dibattito sulla strage di Erba, vantandosi di essere stato l'unico giornalista a intervistare Olindo Romano e Rosa Bazzi nei giorni precedenti al loro arresto.
Lo rivide, infine, in un'immagine nitida, di qualche giorno prima, mentre versava lo yogurt nella ciotola di Ottone.
No, non poteva essere coinvolto in questa storia.
Tuttavia doveva fare il suo lavoro, senza guardare in faccia nessuno.
Chiam Santoni.
Hai capito benissimo. Metti qualcuno alle costole di Malerba, fai controllare tutte le sue utenze telefoniche e vai al giornale per cercare di ricostruire i suoi alibi. Attento, non metterlo in allarme, mi raccomando.
Il sottoposto lo guard perplesso.
Capo, francamente...
Francamente cosa?, rispose brusco Ardig, alzando la voce.
Cosa? Allora?
Niente, non ti scaldare, faccio tutto quello che mi hai detto, si scus Santoni.
Scusami tu, Massimo.
Raccont del colloquio con il criminologo.
Ammetto che le parole di Vanner mi hanno scosso. Sono convinto che Federico sia estraneo a questa vicenda, che non sia un complice o un fiancheggiatore dell'assassino. Ritengo di conoscerlo bene. Per abbiamo troppi elementi in mano per poter sottovalutare questa pista e dobbiamo verificarla. Fa' i controlli e vediamo. Poi, se sar necessario, lo convochiamo qui e lo mettiamo sotto torchio. Senza riguardi o trattamenti preferenziali. Anzi me ne occuper io personalmente.
Santoni usc silenzioso.
Bruno guard l'orologio: le 11,45.
I tabulati telefonici dell'utenza di Pozzi quando sarebbero arrivati?
Chiam Pinton.
Informati e vedi a che punto sono.
Aveva finito le sigarette. Decise di uscire per fare rifornimento e fare due passi per scaricare la tensione accumulata.
Si impose di non pensare a Federico. Non doveva.
Almeno fino a quando Santoni non avesse comunicato l'esito delle sue verifiche.
Per oltre due ore continu a rimuginare solo su Malerba, sui suoi possibili spostamenti.
La sera del primo delitto, lo ricordava bene, Federico era insieme al gruppetto di cronisti giunto nei pressi del parcheggio almeno mezz'ora dopo il suo arrivo. Presumibilmente, se fosse partito dal giornale, a piedi avrebbe impiegato circa 15-20 minuti. E se prima si fosse trovato in redazione avrebbe certamente avuto dei colleghi - o comunque dei riscontri oggettivi, come il computer utilizzato - che avrebbero confermato il suo alibi.
E lo stesso discorso poteva avvenire per il secondo delitto, compiuto intorno alle 15,30. A quell'ora Malerba avrebbe dovuto trovarsi gi al giornale.
Anche se...
Dal parcheggio di via Pisani a piazza Cavour la distanza era molto breve: una decina di minuti a piedi, tenendo un buon passo. E Federico, allenato com'era, indubbiamente aveva un buon passo.
Avrebbe potuto farsi vedere al giornale, magari intorno alle 14,30, quindi uscire, arrivare al parcheggio e rientrare nel giro di una mezz'ora.
No, non poteva essere andata cos.
L'assassino, per colpire cos precisamente Orrigoni nelle toilette del quarto piano sotterraneo, doveva averlo preceduto, aspettandolo direttamente nel garage.
Non poteva averlo pedinato, altrimenti le telecamere lo avrebbero ripreso: avevano visionato i filmati del circuito di sicurezza interno a parcheggio fino alla nausea e le immagini erano chiare.
Da quando la vettura di Orrigoni si era infilata nel parcheggio sotterraneo non avevano rilevato nulla di anomalo: nessun furgone, nessuna jeep, nessun Suv era entrato nei minuti successivi. E da nessun veicolo era sceso un possibile sospettabile, magari con una borsa o uno zaino dove potesse essere contenuto il materiale per il bizzarro e macabro travestimento scenico utilizzato poi dall'assassino.
E infine c'era il terzo delitto.
Ardig appoggi la testa sullo schienale della poltrona, lasciandosi andare a un sorriso liberatorio.
Quella mattina, quando l'assassino aveva prelevato il professor Pozzi all'aeroporto di Malpensa, intorno alle 6,30, Malerba era in sua compagnia, se lo ricordava benissimo.
Era la mattina in cui Federico aveva ricevuto quella sorta di minaccia notturna, quel crocifisso spezzato e quel cero nero lasciati davanti alla porta della sua abitazione verso le 4 di quella mattina. Un'ora dopo lo aveva raggiunto e in seguito avevano fatto anche colazione insieme.
E da casa di Federico servivano almeno 45-50 minuti per arrivare all'hub di Malpensa, anche senza traffico, anche correndo come un pilota di Formula 1. Se anche si fosse precipitato fuori di casa immediatamente dopo essere rimasto solo, Federico non sarebbe arrivato a Malpensa prima delle 7,40.
Troppo tardi per intercettare il professor Pozzi.
E alle 10, lo ricordava altrettanto bene, Federico era gi al giornale insieme a Santoni, per consegnargli la prima pergamena. Non avrebbe mai fatto in tempo a rapire Pozzi, portarlo in qualche luogo sconosciuto e rientrare in tempo per le 10 al giornale, in pieno centro a Milano.
Tir un sospiro di sollievo.
Il suggerimento di Vanner pareva totalmente infondato.
Afferr la cornetta per chiamare Santoni e dirgli di fermare tutto.
Ma il dubbio, come un lampo che squarcia il silenzio della notte, spazzando il buio e illuminando a giorno la scena, irruppe prepotentemente nella sua mente.
Per quale ragione l'assassino aveva scelto di lasciare quel crocifisso spezzato e quel cero nero proprio davanti a casa di Malerba? E perch, con tutte le notti a disposizione, aveva scelto proprio quella, quando appena due ore dopo si sarebbe dovuto trovare a Malpensa per intercettare il professor Pozzi al suo ritorno in Italia?
Un piccolo contrattempo e sarebbe arrivato in ritardo all'aeroporto. A meno che...
Un'espressione di sconforto si dipinse sul volto del poliziotto.
A meno che... a meno che nessuno quella notte si fosse preso il disturbo di arrivare fino alla porta di casa di Federico. Sul crocifisso, sulla cera e sul contenitore che li ospitava non avevano trovato nessuna impronta, oltre a quella del giornalista.
E se avesse organizzato tutto lui, con un'abile simulazione per garantirsi un alibi di ferro?
Altro che alibi di ferro, avrebbe avuto il miglior alibi possibile: la testimonianza del responsabile della Omicidi della Mobile di Milano.
Un piano machiavellico, quasi diabolico.
Un piano perfetto.
Non da Malerba.
Pasticcione, superficiale, troppo emotivo: non sarebbe mai stato in grado di architettare una strategia cos elaborata.
Non come regista. E non sarebbe stato capace nemmeno di interpretarla come attore, utilizzando i suggerimenti altrui.
Eppure non poteva ignorare anche il minimo dubbio a riguardo.
Meglio lasciar lavorare Santoni e ottenere gli eventuali opportuni riscontri.
Il ronzio del cellulare che vibrava sulla scrivania lo scosse improvvisamente.
Pinton. Finalmente!
Ho i tabulati, sto venendo in ufficio.
Vedi di volare.
Nel frattempo si era fatto portare due tramezzini al tonno e due spremute dal bar.
Mentre Pinton affondava i denti nel morbido pane al latte, assaporando il mix di gusti garantito dal tonno, dalla maionese e dalla salsa tartara, Ardig inizi a scorrere lentamente il mare magnum di dati riportati sull'elenco delle chiamate in entrata ricevute dall'utenza telefonica dell'abitazione privata del dottor Pozzi.
Sulla colonna di sinistra erano riportati i numeri telefonici da cui erano state inoltrate le chiamate, mentre nella colonna di destra erano annotate, nell'ordine, data e ora di inizio e di fine del collegamento telefonico avvenuto, nonch la durata complessiva.
Non erano invece riportate le chiamate perse, quelle a cui nessuno aveva dato risposta attivando cos un collegamento telefonico.
Di questo non si preoccupava eccessivamente: il domestico filippino doveva aver risposto ad ogni chiamata, perdendone ben poche. E comunque aveva la garanzia, assicurata dalla testimonianza della vedova Pozzi, che il misterioso amico di infanzia del professore aveva parlato sia con il filippino che con la stessa donna almeno per due volte.
Stabil di procedere a ritroso, partendo dal giorno in cui il professor Pozzi era atterrato a Malpensa.
Aveva gi svolto molte altre volte, in passato, questo tipo di ricerca, tutt'altro che semplice.
La maggior parte delle chiamate proveniva da numeri di cellulari, il resto da numeri di rete fissa aventi quasi tutti per prefisso 02 o 039: le province di Milano e Monza.
Per velocizzare l'operazione Pinton cominci a esaminare il foglio delle chiamate in uscita: in questo modo avrebbero potuto escludere tutti quei numeri con cui l'utenza telefonica di Pozzi aveva avuto contatti sia in entrata che in uscita.
La vedova Pozzi sul punto era stata tranciante: lo sconosciuto interlocutore non le aveva lasciato nessun recapito dove richiamarlo.
Dovevano lavorare soltanto sulle chiamate in entrata.
Per oltre un'ora i due poliziotti sottolinearono con attenzione i numeri presenti in entrambi i tabulati, depennandoli dalla lista di quelli attenzionati.
Verso le 18 Ardig sbuff soddisfatto.
Forse ci siamo. Guarda questo 338-6920...
Il 16 giugno, due giorni prima del ritorno del professor Pozzi in Italia, da quel cellulare, alle 17,22, era stata effettuata una chiamata della durata di 8 minuti e 31 secondi.
Una lunga conversazione.
Un tempo plausibile, stando al racconto della vedova Pozzi, per la conversazione con il misterioso amico di infanzia: giusto il tempo, per l'ignoto interlocutore, per farsi passare la signora Pozzi, esporle la sua urgenza di rintracciare il marito, confidarle della malattia e della necessit improcrastinabile di contattare il luminare, ricevere il diniego della donna e insistere nel tentativo, inutile, di convincerla a cambiare idea.
Risalendo nel tabulato il numero ricompariva con una certa frequenza.
Guarda qui - disse a Pinton - sempre la mattina del 16, alle 10,11, c' stata una conversazione di due minuti e 16 secondi, probabilmente ha chiesto inutilmente al filippino di passargli la padrona. Poi guarda, il 15 c' stata un'altra conversazione, alle 16,46, di 1 minuto e 44 secondi. E ancora la mattina sempre del 15, alle 11,14, un'altra chiamata di 1 minuto e 33 secondi.
E nei giorni 12, 13 e 14 avevano riscontrato altre otto chiamate, con conversazioni della durata di circa due minuti, tranne la seconda, quella del 12, alle 17,04, quando la telefonata era durata 4 minuti e 13 secondi.
Probabilmente qui ha insistito maggiormente con il filippino, per convincerlo a passargli la signora. E il domestico deve aver tergiversato, ipotizz Pinton. Prima di rilevare: Ha chiamato anche il giorno del delitto. C' una conversazione segnalata alle ore 11,19, durata 56 secondi.
Presumibilmente sempre con il filippino. Che ragionevolmente gli avr detto di richiamare nel pomeriggio invitandolo a lasciare libera la linea.
E invece niente, non ha richiamato, not Pinton.
Strano... perch se era cos ansioso e insistente, come ha assicurato la signora Pozzi, avrebbe dovuto riprovare pi volte.
Oppure sapeva che era inutile. E in questo caso...
Non corriamo troppo. Controlliamo, per scrupolo, che questo numero non sia presente nelle chiamate effettuate in uscita nell'ultimo mese. Non  da escludere che il professore, prima di partire per l'Asia, lo avesse contattato dall'utenza domestica.
Esaminarono riga dopo riga, risalendo addirittura fino al 15 maggio, dove il lenzuolo di numeri si esauriva.
Niente. Fino al 12 giugno nessuno dall'utenza domestica del professor Pozzi aveva mai avuto alcun contatto con quel 338-6920...
Trovami a chi  intestato questo numero, ordin Ardig.
Si pu?
Il commissario attendeva trepidante il ritorno di Pinton.
Dalla porta, invece, fece capolino la testona di De Piccoli, con i suoi capelli, folti e un po' brizzolati, e quel faccione da eterno ragazzino solo un po' invecchiato. Il sosia di Pupo entr silenzioso, con la solita cartelletta in mano.
Avete fatto davvero in fretta, complimenti, lo salut Ardig, indicando il dossier, dove dovevano essere contenuti i risultati degli esami scientifici svolti sulla spada e sui resti ossei trovati nell'ex cappella Acerbi della chiesa di Sant'Antonio Abate.
Posso dirti una cosa, in tutta confidenza?, sorrise il responsabile della squadra Scientifica.
Vai pure, ho le spalle larghe.
Be'... meglio per te, ti servono davvero. Sembra che questo tipo, voglio dire... l'assassino... si stia divertendo a prenderti per il culo, se mi passi il termine.
Una smorfia eloquente distorse i lineamenti di Ardig.
O meglio ci stia prendendo per il culo, rettific De Piccoli.
Aggiunse: Prima si fa bellamente immortalare sotto le telecamere del parcheggio di via Pisani, poi trasporta un cadavere per chiss quanti chilometri solo per farcelo ritrovare in pieno centro in un parco pubblico, quindi ci fa andare fino a quel cimitero abbandonato a Castellazzo solo per farci ritrovare un crocifisso spezzato. E adesso ci recapita l'arma del delitto direttamente a due passi dal commissariato e della Questura, in una chiesa in pieno centro, con il rischio di farsi scoprire con le mani nella marmellata.
Afferr l'accendino per accendersi una sigaretta.
De Piccoli concluse: O  uno che ama rischiare, o  un pazzo oppure ha qualcosa in sospeso con te. Non credi?.
Ardig liquid la ricostruzione del collega con un eloquente gesto della mano.
Dunque abbiamo trovato la famosa Vegas?
Direi di s - cominci a spiegare Pupo - perch gli esami sulle tracce organiche trovate sulla parte metallica della spada non lasciano dubbi. Si tratta del sangue, seppur mischiato, delle tre vittime. E anche la ruggine riscontrata  dello stesso tipo di quella trovata, in frammenti, in alcune ferite di quei tre poveretti.
Almeno su una cosa Vanner sembrava avere ragione: l'assassino non avrebbe pi colpito, non con quell'arma e quindi non con le stesse modalit.
Scommetto che sul manico non avete trovato nessuna impronta.
Elsa, quella della spada si chiama elsa.
OK. Elsa, non manico. Allora?
Nessuna. L'assassino, come gi sapevamo dal video delle telecamere del garage di via Vittor Pisani, indossava dei guanti in velluto e infatti sull'impugnatura abbiamo trovato dei filamenti di velluto.
Nient'altro?
Soltanto delle tracce di cloroformio sempre sull'impugnatura. Evidentemente l'assassino si  sporcato i guanti con il cloroformio utilizzato per stordire le vittime, o meglio le prime due vittime, e toccando poi l'impugnatura...
Chiarissimo. Cosa mi dici delle ossa?
Per ora poco. Serviranno esami pi approfonditi, esami chimici e uno speciale esame al radiocarbonio. Devi pazientare almeno per un paio di giorni. Il problema  che non abbiamo nulla del marchese Acerbi con cui fare un raffronto del Dna. Potremo soltanto stabilire, con una certa approssimazione, l'et di quel teschio. Nulla di pi, non illuderti.
E del foglio, cosa mi dici?, chiese Ardig osservando la riproduzione modificata e stampata della Pala dei tre Arcangeli di Marco d'Oggiono.
Combacia alla perfezione con le precedenti stampe. Stessi colori, stesso inchiostro, stesso formato, stessa stampante. E ovviamente nessuna impronta n sul foglio n sulla cartelletta.
Chiss, forse l'assassino poteva aver lasciato delle impronte sulla ringhiera della cappella o sui gradini davanti all'altare. Probabilmente, per, in quei punti di impronte ne avrebbero trovate a migliaia: quelle dei fedeli o dei turisti che potevano aver toccato la ringhiera o il pavimento inginocchiandosi.
Non avrebbe avuto alcun senso insistere.
C' un'ultima cosa..., traccheggi De Piccoli, vedendo l'espressione accigliata del collega.
Dimmi.
La telecamera posta in via Sant'Antonio, a circa una ventina di metri dall'ingresso della chiesa,  stata disattivata intorno alle 3 della scorsa notte. Hanno tranciato di netto il filo di collegamento.
E nessuno si  accorto di nulla?
 una telecamera dell'Universit Statale. Il custode notturno si  accorto del guasto vedendo il monitor scuro. Ha segnalato il problema all'agenzia di vigilanza privata che ha mandato una pattuglia intorno alle 4 per un controllo. Non hanno riscontrato nulla di anomalo e hanno proseguito nel loro giro notturno, pensando semplicemente a un guasto.
L'hanno presa sul serio..., ironizz il commissario.
In quella via non ci sono banche o uffici di qualche importanza. Sono tutte librerie, tipografie ed edifici dell'Universit. Una volta accertato che non ci fossero problemi, alle saracinesche dei negozi o ai portoni degli edifici i vigilantes hanno proseguito nella loro ronda.
Cosa mi dici del portone d'ingresso della chiesa?
Non abbiamo trovato segni di effrazione ma la serratura era troppo larga. Non so se hai capito...
Ardig annu. Avevano utilizzato il solito forcino per far scattare il meccanismo.
Cazzo, hanno scassinato il portone di una chiesa, in pieno centro a Milano e nessuno li ha visti...
Del resto la telecamera disattivata non poteva riprenderlo, argoment De Piccoli.
Tutto perfetto, un lavoro da professionisti. Hai ragione: mi stanno prendendo per il culo. Mi stanno facendo fare una figura di merda. Mi stanno mettendo alla berlina davanti al Questore e al magistrato. Sai come dice il vecchio detto?
De Piccoli aspett in silenzio la risposta.
Ride bene chi ride ultimo. E alla fine a ridere sar io. Vedrai, sentenzi sicuro e determinato il responsabile della Omicidi.
Si stava facendo buio.
Le 21 erano gi passate.
Ardig fremeva impaziente da pi di mezz'ora.
Il posacenere era ingombro di mozziconi di sigaretta e nel pacchetto ne rimaneva una sola.
Avrebbe dovuto recarsi al distributore automatico in via Torino per fare rifornimento, anche se non voleva allontanarsi dall'ufficio.
Pinton doveva rientrare da un minuto all'altro con i risultati della sua ricerca. Stufo di solcare le piastrelle del pavimento con i suoi passi nervosi si decise a uscire.
Apr la porta, immettendosi in corridoio quando intravide Pinton e Velluti salire di gran carriera le scale.
Alla buon'ora. Ritorn in ufficio lasciando la porta aperta.
L'agente e l'ispettore entrarono senza nemmeno chiedere il permesso o bussare.
Allora?
Capo - esord l'agente - il cellulare risulta intestato a una societ a responsabilit limitata, la Fratelli Barassi preziosi srl, con sede legale a Rho, in provincia di Milano.
Abbiamo gi effettuato le prime verifiche - intervenne Velluti - si tratta di una piccola societ a conduzione familiare. Hanno un laboratorio orafo in un capannone a Mazzo di Rho con alcuni dipendenti. I titolari sono due fratelli: Samuele e Giacomo Barassi, 54 e 50 anni. Il maggiore  residente qui a Milano. Il minore abita invece a Cornaredo, il comune adiacente a Rho. Sono incensurati. Entrambi hanno il porto d'armi regolarmente rinnovato: hanno delle comuni Browning e alcuni fucili da caccia.
Hai detto 54 anni?  del 1955?, domand Ardig.
Mmm.. s, del '55, calcol il sottoposto.
Il maggiore dove abita qui a Milano?
In via degli Ottoboni.
L'espressione interrogativa del commissario fu sufficiente per incoraggiare Velluti a fornire qualche dettaglio in pi.
 una traversa di viale Caprilli, a due passi dallo stadio Meazza.
Una zona residenziale, tutta villette e verde, aggiunse Pinton.
Controlla nuovamente i tabulati delle chiamate in entrata nell'utenza domestica di casa Pozzi, guarda se ne trovate qualcuna partita da numeri di telefono della zona San Siro, di Rho e Cornaredo, ordin secco Ardig rivolgendosi al giovane agente.
E sbrigati.
Pinton si alz immediatamente.
Tu, Lino, manda una volante in borghese a pattugliare l'abitazione di questo Samuele Barassi. Non va perso di vista neppure per un istante.
Usciti i due collaboratori, Ardig compose il numero del telefonino di Perilli. Doveva consultarsi con il magistrato.
Sarebbe stata una notte insonne per molti.
Santoni era stato inviato a Rho, per parlare con i colleghi del commissariato locale e con la compagnia dei Carabinieri: doveva sapere tutto sui due fratelli e sulla loro attivit imprenditoriale.
Velluti, intanto, stava cercando di ricostruire il profilo dei due uomini, mentre Pinton continuava a sezionare il tabulato delle chiamate ricevute dal telefono di casa Pozzi.
L'agente Sinato, infine, era stato incaricato di controllare i tabulati del telefono dell'agenzia di Alberto Annoni: forse Barassi aveva chiamato anche l.
Se cos fosse avrebbero avuto un'altra importante conferma decisiva per svelare l'identit del misterioso ispettore Filippini o Filippeschi.
Avevano rintracciato il magistrato direttamente nella sua abitazione. Non aveva nessuna intenzione di tornare in tribunale: fu Ardig, pertanto, a recarsi presso il domicilio del sostituto procuratore.
Curiosamente Perilli risiedeva non molto distante dal commissario: in via Eustachi, una parallela di viale Abruzzi, una via alberata, trafficata di giorno e tranquilla di sera, con palazzi ottocenteschi e pochi negozi.
Prima di citofonare fece un ultimo briefing, telefonico, con Velluti e soprattutto con Pinton, da cui ricevette la conferma che attendeva e una notizia che invece intorpidiva le acque.
Dall'abitazione del maggiore dei fratelli Barassi, Samuele, erano partite tre telefonate dirette all'utenza della famiglia Pozzi, le prime due, effettuate alcuni giorni prima del delitto, erano entrambe avvenute intorno alle 20 circa, la prima la sera del 13 giugno, la seconda la sera del 14.
Come immaginavano.
La terza chiamata, per, era del 18 giugno, il giorno del delitto, in un orario, le 21,28, successivo di almeno cinque o sei ore all'esecuzione del medico.
Qualcosa non quadrava.
Anzi il quadro indiziario che stava costruendo rischiava di sgretolarsi. Per un istante fu tentato dall'andarsene.
Con il magistrato avrebbe potuto parlare qualche ora pi tardi, una volta ottenuti i riscontri dei tabulati telefonici dell'ufficio di Pozzi.
Ci ripens: Perilli poteva averlo visto arrivare dalla finestra.
Citofon e infil le scale. Sal al quarto piano.
Una splendida copia, in marmo bianco, del Discobolo di Mirone accoglieva gli ospiti nell'abitazione di Ivano Perilli.
Il magistrato era nascosto dalla porta semi aperta: indossava pantaloni neri, scarpe nere e una camicia chiara con le maniche rimboccate. Probabilmente si era appena cambiato, assumendo un look pi professionale in vista dell'imprevista riunione domestica.
Lo fece accomodare nell'ampio salotto, illuminato da un lampadario a cristalli.
Sul tavolo, rotondo, era posizionato un computer portatile con una connect card gi inserita per la connessione.
Due pareti erano di fatto coperte da un'enorme biblioteca ad angolo: un divano a tre posti e due poltrone di vimini chiaro occupavano un altro angolo.
Due ficus, alti quasi due metri, delimitavano la finestra, chiusa, che immetteva sul balcone. La temperatura era gradevole: il condizionatore doveva essere a pieno regime.
Ardig ebbe la sensazione, guardando i movimenti ovattati del magistrato e osservando la porta del corridoio chiusa, che in casa potesse esserci qualcun altro.
Il sostituto procuratore, lo sapeva, era separato da alcuni anni: l'ex moglie e la figlia, se non ricordava male, abitavano a Parma o Modena, dove aveva prestato servizio nella locale Procura per alcuni anni a inizio carriera.
Stando alle voci che aveva raccolto, il magistrato aveva una compagna stabile, un avvocato penalista: i due smentivano la relazione, per ragioni professionali, e non si facevano mai vedere insieme. Chiss se dietro quella porta chiusa c'era proprio quell'avvocatessa mora, quarantenne, di cui non ricordava il nome.
Desidera qualcosa da bere? Ho solo del succo di frutta.
Non si preoccupi, sono a posto cos, ringrazi Ardig.
Allora cominciamo. Mi spieghi tutto.
Il commissario riassunse velocemente l'intera vicenda: dai colloqui con la Castoldi e la vedova Pozzi fino ai risultati emersi dall'analisi dei tabulati dell'utenza telefonica del medico assassinato.
Purtroppo - concluse Ardig - non abbiamo ancora potuto effettuare il riscontro sui tabulati telefonici dell'A-Agency di Annoni. Confido di poter avere questi risultati gi entro la notte.
Perilli si sfil gli occhiali, stropicciando gli occhi.
Parl a bassa voce, fissando un quadro futuristico appeso sulla parete.
Non mi pare ci sia molto. Intanto questo Barassi  incensurato e poi di cosa sarebbe responsabile? Di aver chiamato a casa Pozzi nei giorni precedenti al delitto? Un po' poco, non le sembra?
Capisco le sue perplessit, tuttavia il quadro indiziario  pi complesso di quel che appare - replic Ardig - come potr vedere dai tabulati le telefonate effettuate verso l'utenza dell'abitazione del dottor Pozzi sono state numerose, una dozzina in appena cinque giorni.
Dai tabulati si evince che le telefonate sono avvenute anche nel giorno del delitto, nelle ore successive alla scomparsa del medico e addirittura alla presunta ora dell'omicidio.  contraddittorio, precis il magistrato, calcando il tono di voce mentre pronunciava le parole successive e contraddittorio.
Messaggio chiaro: la ricostruzione elaborata da Ardig, ovvero che il Barassi potesse aver saputo dell'arrivo a Malpensa della vittima veniva a cadere. Non avrebbe avuto senso, infatti, effettuare due chiamate nelle ore successive nell'abitazione del morto.
O forse era proprio quello che voleva il Barassi, depistarli con quelle due chiamate successive, immaginando che avrebbero acquisito i tabulati del defunto... Un'idiozia, perch telefonando a casa Pozzi aveva lasciato una traccia per risalire fino a lui.
Converr, in ogni caso, che questo signore potrebbe fornirci qualche spiegazione interessante sui suoi rapporti con la vittima, tent di barcamenarsi il responsabile della Omicidi.
Su questo convengo. Non avr alcuna difficolt a emettere un mandato di comparizione per questo Samuele Barassi. Per al momento non posso autorizzare nessun altro tipo di provvedimento nei suoi confronti. Non - calc ancora Perilli - sulla base di questi pochi indizi. Fino a prova contraria possiamo anche ritenere che questa persona abbia detto la verit alla vedova Pozzi, che si tratti di un vecchio amico d'infanzia del medico e che sia davvero malato di un tumore.
Ardig si arrese, poco convinto.
Il magistrato si alz avviandosi verso l'ingresso.
Un chiaro invito a congedarsi. La riunione serale era terminata.
Usc dall'elegante stabile e inizi a camminare in cerca di un distributore automatico di sigarette. Lo trov qualche centinaio di metri pi avanti, in piazzale Bacone.
Erano le due passate. In giro non c'era quasi nessuno.
L'aria era fresca, in lontananza sentiva il rumore dei furgoncini della nettezza urbana impegnati a pulire, con il loro getto a vapore, i marciapiedi di via Plinio.
Assaporava la sua sigaretta mentre camminava senza fretta, sotto gli alberi di via Eustachi, tentando di tenere repressa la frustrazione e la rabbia per non poter intervenire.
Doveva aspettare.
Il cellulare trill improvvisamente, squarciando il silenzio di quel frangente notturno. Era Scalise.
Capo, quel cellulare, il 338-6920... ha chiamato due volte l'A-Agency nel pomeriggio del 19 giugno.
Il giorno dell'incontro con la Castoldi!
Affrett il passo verso il portone dell'abitazione di Perilli e pigi il citofono per qualche secondo.
Dal mazzo era uscito il jolly.
La partita si era riaperta.
...
.
...
17. Milano, 27 giugno 2009.
...
.
...
Il sole aveva rischiarato il piazzale da pi di mezz'ora.
Le tapparelle erano abbassate, le luci rimanevano spente.
Due uomini, in borghese, stavano discretamente sorvegliando la villetta a schiera della famiglia Barassi, dalle 23 della sera precedente e non avevano segnalato niente prima di passare le consegne ai colleghi per il cambio.
Gli abitanti di quella casa stavano ancora dormendo.
Ovvio, le scuole erano chiuse e i bambini potevano restare a letto. Ma i genitori?
Ardig, Santoni e Pinton, con quattro volanti e una decina di agenti, avevano da poco raggiunto e circondato la villetta all'angolo di via degli Ottoboni.
Qualche vicino, gi sveglio, osservava preoccupato quell'imponente dispiegamento di auto e uomini.
Nessuna divisa, eppure le auto, quasi tutte Alfa e Lancia, quasi tutte scure e con antenne dritte come spilloni, e l'atteggiamento furtivo degli uomini, silenziosi e concentrati, non lasciavano dubbi. Dovevano essere poliziotti o Carabinieri, pronti per un'azione rischiosa.
Il commissario gett nervosamente un mozzicone di sigaretta dal finestrino aperto della vettura di servizio.
Le 7,21. Ancora troppo presto per tirare gi dal letto una famiglia di incensurati, senza neppure avere uno straccio di mandato.
Perilli, nella seconda riunione notturna, non aveva dato grande disponibilit ad assecondare l'operazione.
Nemmeno l'evidenza del collegamento tra questo Barassi e i casi Annoni e Pozzi, fornita dai tabulati relativi all'utenza telefonica dell'agenzia del pubblicitario e all'abitazione privata del medico, dove erano impresse le chiamate effettuate dal sospetto nelle due settimane precedenti, avevano convinto il sostituto procuratore.
Addio mandato di perquisizione.
Soltanto un ordine di comparizione urgente, da recapitare direttamente al domicilio della persona da audire.
Una formalit per cui sarebbe bastato un solo agente.
Tuttavia Ardig non poteva sottovalutare la situazione, conscio che la posta in palio poteva essere molto pi alta.
E rischiosa.
Questo Barassi era armato, deteneva una pistola e un fucile da caccia, regolarmente denunciati.
Non potevano preventivare, a priori, come avrebbe reagito trovandosi davanti all'uscio di casa la Polizia.
Voleva muoversi con i guanti bianchi, senza spaventarlo, evitando di correre rischi inutili.
Avrebbero atteso ancora per una mezz'ora. Poi, alle 8, avrebbero dato la sveglia alla famiglia Barassi.
I minuti passavano lenti.
Nell'attesa rilesse per l'ennesima volta la scheda preparata nella notte da Santoni e Velluti.
Samuele Barassi sembrava il classico dottor Jekyll e Mr Hyde. In apparenza la classica persona perbene, con la sua piccola azienda che funzionava come un orologio svizzero, in regola dopo ogni controllo amministrativo, fiscale o sindacale, e con una famigliola stile Mulino Bianco.
Sposato dal 1998 con una ragazza cubana di 22 anni pi giovane, Maria Conchita Aguero, da cui aveva avuto due bambini, una femmina di 8 anni e un maschio di 5.
Anche i Carabinieri di Rho avevano descritto i fratelli Barassi come due brave persone, dedite al lavoro e alle rispettive famiglie: pronte anche a dare una mano, con la beneficenza e il volontariato.
Un po' come il dottor Pozzi, il filantropo che aiutava i bambini africani ed era finito sventrato da una spada sputata fuori dalla tomba profanata di un inquietante marchese seicentesco indicato come la reincarnazione terrena del Maligno.
Eppure, scavando nel suo passato, dagli archivi della Questura, era emerso un altro profilo.
Quello del giovane Barassi, attivista politico di estrema destra, violento, pluri denunciato, pur senza essere mai condannato.
E quello di Barassi adulto, trentenne, denunciato nel 1986 per lesioni e maltrattamenti dall'allora consorte.
Insomma questo Barassi chi poteva essere? Il bravo pap da tutti lodato nel 2009 o la violenta testa calda degli anni Settanta e Ottanta?
E soprattutto che ruolo aveva in questa tragica vicenda: potenziale futura vittima o sanguinario carnefice?
O solo un testimone. O magari un complice, un fiancheggiatore...
Due indizi fanno una prova ripeteva Sherlock Holmes.
Lo aveva scritto, dopo il secondo delitto, persino quell'avventato di Malerba in uno dei suoi articoli, se ben ricordava.
E qui i due indizi c'erano. Eccome se c'erano.
Barassi aveva contattato prima l'amante del defunto Annoni, spacciandosi per un poliziotto, poi la signora Pozzi, quando il marito era ancora vivo, sostenendo di essere un vecchio amico del coniuge.
Indizi, appunto.
Il Minotauro cui stava dando la caccia, per, se lo immaginava diverso.
No. Non poteva essere lui l'assassino. Non aveva senso.
Per quale ragione avrebbe dovuto contattare la Castoldi alcuni giorni dopo il delitto Annoni?
Cos si era lasciato alle spalle una traccia importante, come poi infatti si era rivelata.
No. Non avrebbe mai commesso un simile errore.
Anche se... l'immagine dell'assassino mascherato da figura demoniaca che transita volutamente sotto le telecamere del garage di via Pisani...
No. Non doveva farsi suggestionare.
Dietro alle inferriate di quella villetta, lo intuiva, non c'era il capolinea della loro inchiesta.
Guard l'orologio: le 7,57.
Fece segno agli uomini di disporsi intorno all'abitazione poi, insieme al suo vice, suon il campanello.
Santoni aveva la pistola gi pronta, nascosta dietro la schiena: lui la teneva celata nella giacca.
Sentiva i nervi a fior di pelle.
Aveva scelto di lasciare il giubbotto anti proiettile in macchina.
Sapeva di rischiare. Molto, troppo. Perch?
Il videocitofono si illumin, dopo quasi un minuto.
Lunghissimo e interminabile.
Chi ?
Una voce femminile.
Signora sono un commissario di Polizia, devo entrare,  urgente per favore, rispose, sventolando il tesserino d'ordinanza davanti allo schermo della telecamera.
Qualche secondo e la porta si apr.
Il cancello, per, rimase chiuso.
I suoi muscoli si irrigidirono per un istante.
Falso allarme.
Una giovane donna, piccola di statura, in infradito, bermuda e maglietta, apparve sulla soglia.
Aveva i capelli neri, raccolti, e la carnagione olivastra.
Buongiorno signora, sono il commissario Ardig, mi faccia entrare per favore, scand lentamente, smanacciando con il tesserino identificativo.
Vedendo le auto con il lampeggiante, seppur spento, e i tanti uomini, che mal celavano le armi dietro la schiena, la padrona di casa si allarm istintivamente.
Cosa  successo?  accaduto qualcosa a mio marito?, chiese quasi urlando.
Stia tranquilla,  solo per un controllo, mi apra per favore ordin, secco, il responsabile della Omicidi.
La donna rientr e fece scattare l'apertura automatica del cancello.
Ardig e i suoi uomini sciamarono in giardino: soltanto lui e Santoni entrarono in casa.
L'ingresso dava direttamente nel salotto, arredato in maniera accogliente: divani in pelle, qualche quadro astratto alle pareti, alcune piante, un grande schermo al plasma su un mobiletto in ferro dove erano riposti dvd e decoder.
Una scala, sulla destra, portava al piano superiore, dove, probabilmente, c'erano le camere da letto. Sulla destra c'era la porta della cucina, leggermente aperta.
La ragazza era preoccupata e nervosa: Perch siete qui?.
Va tutto bene, signora, abbiamo bisogno di parlare con il signor Barassi.  suo marito, vero?
Certo, perch? Cosa...
Pu chiamarlo per favore?, ripet con tono deciso il poliziotto.
Non c'.  via per lavoro. Ma cosa succede?
Aveva una forte cadenza ispanica nell'accento e si stava agitando.
Il commissario prov a calmarla.
 soltanto un controllo, mi creda. Stia tranquilla. Le va se ne parliamo mentre ci offre un caff?, propose per tranquillizzarla. Mossa riuscita: la donna sembr effettivamente tranquillizzarsi.
Si spostarono in cucina, ma Santoni non li segu, rest all'ingresso e da l, in tacito accordo con il superiore, approfittando della distrazione della padrona di casa, cominci a ficcanasare in salotto.
Si tranquillizzi, siamo qui soltanto perch riteniamo che suo marito possa darci alcune informazioni utili. E volevamo fargli qualche domanda, tutto qui. Adesso dov'? Al lavoro?, prosegu Ardig.
 andato in Veneto da un cliente, lui fa il rappresentante. Posso telefonargli e dirgli che siete qui, rispose la Aguero, ora pi a suo agio e con un buon italiano.
Non si preoccupi, non c' fretta, ribatt il poliziotto che, intanto, guardandosi intorno, aveva rapidamente intuito che qualcosa non andava.
Accatastate vicino al frigorifero c'erano due capienti borse da viaggio sportive e un sacchetto di plastica trasparente, all'interno del quale c'erano giocattoli da mare per bambini: secchielli, palette, braccioli, occhialini e via dicendo.
Avete dei bambini, vedo, quanti anni hanno?, continu, fingendo indifferenza.
Manola ha otto anni e Miguel cinque, adesso sono di sopra. Dormono.
Suo marito quanti anni ha?
Ne ha appena fatti 54.  un pap un po' vecchio. Ci siamo sposati 10 anni fa, dopo un fidanzamento di tre anni.
Dove vi siete conosciuti?
A Cuba, a Varadero, chiar, con il suo apprezzabile italiano spagnolizzato.
Per due anni  venuto a trovarmi lui, ogni due mesi. Poi mi ha chiesto di sposarlo e quando abbiamo avuto i permessi siamo venuti qui.
Prov a giocare di anticipo cercando di sfruttare l'emotivit della donna. E la sua ingenuit.
Mi scusi signora, ha sentito dei tre omicidi che sono stati commessi recentemente qui a Milano?
Be'... non seguo molto queste cose... Ho sentito che hanno ammazzato delle persone. Con una spada vero? Sono stati gli... come si dice... quelli che pregano el diablo.
Gli adoratori.
Ecco s, adoratori. Gli adoratori di Satana. Sono stati loro, vero?
S, signora, riteniamo che siano stati loro. E riteniamo probabile che suo marito conoscesse almeno due delle vittime...
Lasci a met la frase, facendola echeggiare nella stanza.
...forse per lavoro. Non le ha detto nulla?
La donna si agit nuovamente. Sbiancando in volto.
Cosa state pensando? Che mio marito...
No, no, cosa va a pensare, si figuri, la calm.
Semplicemente stiamo interrogando tutti i conoscenti delle vittime per capirne qualcosa in pi. Tutto qui. Allora li conosceva?
Non so. Per...
Per?
La caffettiera inizi a borbottare. La cubana, decisamente in difficolt, ne approfitt per girarsi verso i fornelli.
Santoni entr in quell'istante, indicando le borse e lanciando un'eloquente occhiata di intesa al commissario che annu.
Signora, state partendo, vero?
La Aguero abbass lo sguardo.
Ebbene? State partendo?, la incalz duro Ardig.
Porto al mare i bambini. Tra poco li sveglio, si devono preparare.
Verr a prendervi suo marito?
Samu  via per lavoro, ci raggiunge stasera o domani. Ha detto cos. Andiamo in treno.
E dove andate? Ai Lidi Ferraresi?
Dalla scheda fornita da Velluti risultava che i fratelli Barassi avevano acquistato nel 2001 una villetta bifamiliare al Lido delle Nazioni.
La signora Barassi arross, senza replicare nulla mentre versava il caff fumante nelle tazzine.
Ardig e Santoni sorbirono il caff, lasciandola rifiatare per qualche secondo.
Ha perso la parola? Andate ai Lidi Ferraresi o no?
Ancora silenzio.
Il responsabile della Omicidi perse la pazienza.
Ed esplose.
Signora! Non ha capito perch siamo qui. E non ha capito come funzionano le leggi in Italia.
La donna lo osserv, spaventata.
Suo marito  coinvolto in un'indagine per omicidio. E abbiamo urgenza di trovarlo e parlargli. Quindi o si decide a raccontarci tutto quello che sa, adesso, senza farci perdere un minuto, oppure viene con noi in Centrale. Lei rischia un'accusa per favoreggiamento. Cosa vuole fare? Parla e preferisce che la portiamo via con le sirene davanti ai suoi figli?
Santoni lo guard con aria complice.
Se il dottor Perilli avesse assistito a quell'interrogatorio il capo della Omicidi sarebbe finito davanti alla disciplinare. Tuttavia il metodo del bastone, come l'esperienza gli insegnava, alla fine paga pi di quello della carota.
Le pupille della cubana, nerissime, iniziarono a diventare lucide.
Stava per scoppiare a piangere. Stava crollando.
Signora ci dica tutto, anche per il bene di suo marito.  meglio, mi creda, aggiunse, con tono conciliante.
Mio marito ha fatto qualcosa di brutto?, chiese con tono ingenuo.
Ardig si intener.
Non credo. Ma ritengo sia in pericolo.
La Aguero strinse i pugni, come se cercasse la forza per assimilare una brutta notizia, temuta a lungo e ora concretizzatasi.
Non so cosa sia successo. Da qualche giorno Samuele  cambiato.  preoccupato. Ha paura. Si comporta in modo strano.
Ci spieghi meglio, per favore.
In questi giorni navigava molto su Internet, sui siti dei giornali e guardava tutti i telegiornali. E mentre li guardava era sempre nervoso. E zittiva malamente i bambini se parlavano durante i telegiornali. E poi comprava tanti giornali. E li ritagliava.
Cosa ritagliava?
Non lo so. Mi ha risposto che era per il suo lavoro. Penso che siano di l, nello studio.
Possiamo vederli?
Venite.
Nonostante la tensione la consorte di Barassi dimostrava acume, ottima memoria, pragmaticit e anche una buona padronanza dell'italiano.
Si spostarono nello studio del rappresentante.
L'ufficio, piccolo, era stato ricavato in una nicchia in fondo al salotto, dove era stata issata una leggera parete divisoria di carton gesso. Sulla scrivania, ingombra, c'erano molte pagine di quotidiani, nazionali e locali.
E gli articoli ritagliati riguardavano proprio i delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi. In particolare, in bella evidenza, c'erano alcuni articoli del solito Malerba, con le foto delle tre vittime.
La signora Barassi si rese immediatamente conto della situazione.
Non... non capisco perch mio marito abbia ritagliato questi articoli. Adesso lo chiamo, cos gli potrete parlare.
Si diresse verso il telefono fisso.
Stia ferma. Le ripeto che va tutto bene, ma preferiamo non allarmare suo marito e non abbiamo fretta, le sugger Ardig, sempre in tono conciliante.
Voglio chiamare mio marito, adesso, ribatt convinta la donna.
Signora, si fidi di me. Come si chiama?
Maria Conchita. Mi chiami Conchita.
Benissimo. Signora Conchita, abbia fiducia in noi e vedr che non ci saranno problemi, stia tranquilla. Lasci stare il telefono. Piuttosto, mi racconti una cosa e sia sincera, tanto se dovesse mentirci lo scoprir comunque: suo marito ha un'arma?
La giovane cubana esit qualche istante.
Per cortesia... collabori.
Ha una pistola. La tiene per sicurezza. Dice che... con tutti i criminali che ci sono in giro... per la tiene sempre qui, in casa. Gli serve per stare tranquillo e sapere che pu difenderci, si giustific.
Capisco. Pu mostrarcela?, chiese cortesemente il commissario.
La donna di casa aggir la scrivania, aprendo freneticamente i cassetti e frugandoci dentro.
Non... non la trovo.
Guardi in ogni posto possibile,  importante.
Apr tutti gli armadi e scaffali, dello studio.
Non la trovo, non la trovo, non c', sbott sconsolata.
Non potrebbe essere in qualche cassetto in cucina o in salotto?, ipotizz Santoni.
No, no. Mio marito ha paura che i bambini possano trovarla. La teneva qui, nello studio, e metteva i colpi in una scatola metallica in un altro cassetto.
Pensa che suo marito l'abbia presa con s?
No. Non so. Non credo. Non la porta mai in giro. Dice che  pericoloso avere un'arma. Preferisce tenerla soltanto qui a casa.
Tornarono in cucina.
La donna era sempre pi agitata.
Posso chiamare mio marito? Per piacere?, implor.
Non  possibile. Mi creda, scosse la testa Ardig.
Piuttosto ci dica dove  andato, per favore.
Va sempre tra Brescia e Verona, dove c' quel bel lago con i castelli e le ville. Ha tanti clienti l.
Che clienti ha? Negozi?
Non solo quelli. Anche alberghi o ristoranti. E molti clienti lo ricevono a casa.
Il capo della Omicidi annu. Se aveva ben capito, Barassi proponeva ai suoi potenziali acquirenti articoli pregiati, realizzati artigianalmente e di alto valore: orologi, monili, gioielli. Oggetti costosi, che non si acquistano all'ingrosso, nei negozi, ma al dettaglio, magari dopo una laboriosa trattativa personale davanti a un buon bicchiere di Amarone.
Dove stavate andando lei e i suoi figli?
Conchita Aguero volse lo sguardo verso la finestra.
Non sapeva se e cosa rispondere. Tergiversava.
Parli, tanto lo scopriamo, alz la voce Ardig.
La donna si rassegn. Intimorita e preoccupata.
Dobbiamo andare in un posto che si chiama Senigallia, nella Marca.
Nelle Marche?
S, le Marche, ecco.
E perch?
Mio marito ha detto che deve trattare un affare in quella zona. Ha detto che il mare  bello e avremmo fatto una piccola vacanza. Ha prenotato un albergo, dobbiamo partire con il treno delle 12,30.
E suo marito la raggiungerebbe stasera?
Ha detto cos, rispose, con un tono poco convinto.
Un'ultima domanda...
Conchita li osserv paziente.
Suo marito ha avuto problemi di salute ultimamente?  stato da qualche medico?
La consorte del sospetto si allarm nuovamente.
No. Perch? C' qualcosa...
Il commissario alz la mano per tranquillizzarla.
Era solo una domanda. Noi poliziotti ne facciamo tante.
Fece cenno a Santoni di seguirlo nell'altra stanza.
Tienila d'occhio. Adesso ti mando anche Pinton. Non fatela parlare al telefono. E cercate di non allarmare i figli, se riuscite.
L'ispettore annu.
Ardig si allontan verso il salotto per telefonare al magistrato e informarlo delle novit.
Bisognava far mettere subito sotto controllo sia il telefono di casa di Barassi che il suo cellulare, per localizzarlo e seguirne gli spostamenti.
In ogni caso era preferibile non contattarlo telefonicamente, per evitare di allarmarlo e fare in modo che non reagisse o tentasse la fuga.
La soluzione migliore era tenerlo sotto controllo e far scattare la trappola quando si sarebbe presentata l'occasione pi opportuna.
L'uomo, a quanto riferito dalla moglie, era agitato e nervoso: temeva qualcosa o qualcuno. Ed era armato.
Dovevano stare attenti.
Il cellulare del sostituto procuratore suonava libero.
Sono dal Questore. L come va?, rispose Perilli.
Barassi non c'. La moglie dice che  in Veneto. O sul Garda. Abbiamo la necessit, anzi l'urgenza, di localizzarlo.
Il magistrato soffi nel telefono.
Senza rispondere.
Dottore, abbiamo trovato diversi riscontri che lo collegano alle vittime.
Pu raggiungerci in Questura?
Ardig sbuff. Non aveva alternative.
Arrivo nel giro di un quarto d'ora.
La telefonata di Velluti lo raggiunse mentre stava varcando il portone di via Fatebenefratelli.
Capo, abbiamo scoperto una cosa strana.
Il giovane commissario accost l'auto al marciapiede.
Spense il motore per poter ascoltare meglio.
Il Barassi ha inoltrato una domanda per il rilascio di un passaporto collettivo per lui, la moglie e i due figli, proprio presso la nostra Questura. Il passaporto ha una durata di quattro mesi ed  gi valido da alcuni giorni. Il Barassi lo ha ritirato gioved mattina.
Cazzo... vuole scappare all'estero, portandosi dietro la famiglia.
In un secondo Ardig mise a fuoco la scena immortalata dalla macchina fotografica del suo cervello meno di un'ora prima nella cucina della villetta di via degli Ottoboni: quei borsoni sportivi non servivano per una breve vacanza al mare, bens per un viaggio molto pi lungo, forse senza ritorno.
Lino, sto salendo dal Questore e dal magistrato. Raggiungimi l. Ci facciamo dare subito le autorizzazioni per i controlli bancari e per mettere sotto controllo le utenze telefoniche e localizzare il sospetto.
Prima di entrare in Questura invi un sms a Santoni, scrivendo: Controlla armadi in camere da letto. Forse B prepara fuga estero con famiglia. Attento.
Entr nel parcheggio interno della Questura e fu colto da un'illuminazione.
Questa volta niente sms. Telefon all'agente Sinato, rimasto al commissariato di piazza San Sepolcro.
Contatta l'ambasciata o il consolato cubano di Milano: fatti dire se un certo Samuele Barassi ha richiesto un visto per entrare a Cuba. Segnati il nome della moglie: Maria Conchita Aguero. Immagino abbia richiesto il visto anche per lei e per i suoi figli piccoli. E fai in fretta.
OK, capo.
Questa volta i riscontri c'erano, eccome.
L'sms di risposta di Santoni era arrivato nel giro di qualche minuto.
Gli armadi delle camere da letto erano quasi vuoti.
O meglio, erano rimasti soltanto gli abiti invernali: giubbotti, giacconi e via dicendo. E il magistrato, seppur obtorto collo, fu costretto a prenderne atto.
Firmando tutti i decreti richiesti da Ardig per i controlli sulle utenze telefoniche del Barassi e sui suoi conti bancari, anche se per questi ultimi, le verifiche comportavano tempi pi lunghi.
Sul tavolo delle riunioni il commissario stava mostrando la foto del sospetto, estratta dalla documentazione che il rappresentante orafo aveva depositato presso l'ufficio passaporti della Questura due settimane prima.
La descrizione, sommariamente, corrisponde a quella fatta dalla Castoldi riguardo al sedicente ispettore Filippini che l'avrebbe interrogata nei giorni successivi all'omicidio Annoni.
Lei che idea si  fatto?, chiese il Questore.
Dai riscontri che abbiamo  evidente che quest'uomo aveva dei contatti con almeno due delle vittime, Annoni e Pozzi. O comunque nutriva un interessamento nei loro confronti. L'aver tentato di nascondere la sua vera identit, spacciandosi per un poliziotto con la Castoldi e per un amico di infanzia, malato di tumore, con la signora Pozzi, ci induce a ritenere che abbia qualcosa da nascondere. Il fatto poi che si stia preparando a espatriare con l'intera famiglia rappresenta un ulteriore indizio a riguardo.
Siamo a fine giugno, le scuole sono chiuse, non potrebbe semplicemente trattarsi di una vacanza? Non ci sarebbe nulla di strano, intervenne Perilli, con la solita santommasiana diffidenza.
Non possiamo escluderlo. Tuttavia le coincidenze si stanno assommando non crede?, ribatt Ardig.
Sono d'accordo con il commissario, sentenzi lapidario il Questore, spostando il peso della bilancia investigativa, facendola pendere dalla parte del piatto del responsabile della Omicidi.
Va bene - sibil Perilli - come intendete procedere a questo punto?
Intanto dobbiamo localizzare Barassi. Quindi lo terremo sotto controllo.  armato e pu essere pericoloso. Non abbiamo urgenza di fermarlo: aspetteremo il momento pi propizio.
Le ricordo che non  accusato di nessun reato. Dovrete notificargli soltanto un mandato di comparizione urgente.
Lo ricordo benissimo, non si preoccupi, tagli corto Ardig.
Capo  come pensava lei. Ha chiesto un visto turistico per Cuba per quattro persone. Ma entrer in vigore soltanto il 2 luglio. Prima non potranno mettere piede sull'isola.
Sinato, entrato quasi senza bussare, snocciol tutto il resoconto senza nemmeno rifiatare.
Ardig finalmente sorrise, come non gli capitava da giorni. Iniziava a sentirsi come Teseo nel labirinto.
Aveva trovato il filo di Arianna e lo stava seguendo, anche se non aveva la minima idea di dove lo avrebbe portato. Forse proprio a quel Minotauro a cui stava dando la caccia da quasi venti giorni.
Non aveva un quadro preciso, anzi non lo aveva affatto, eppure una stella polare iniziava a intravedersi nella sua notte buia. Doveva seguirla.
Nel giro di pochi minuti sarebbero stati in grado di localizzare il rappresentante orafo e il suo fermo sarebbe stata questione di qualche ora: con un po' di quella fortuna che finora era mancata lo avrebbero potuto interrogare gi in serata.
E chiss, magari, avrebbero avuto in mano gli elementi di cui ancora necessitavano per riuscire a individuare quel maledetto Minotauro, che si era gi portato via tre vite.
Come un'eco lontana gli arriv nelle orecchie la voce di Velluti, distogliendolo dallo stato di isolamento e concentrazione in cui si era infilato.
Allertiamo i nostri colleghi a Senigallia?
Non serve. Almeno per ora. Appena lo localizziamo decidiamo come muoverci. Se, come sostiene la moglie, si sta muovendo nella zona del Garda, possiamo raggiungerlo in un'ora. Nel frattempo lo facciamo tenere sotto controllo dalla Digos locale.
Non c' rischio che sia gi in viaggio verso le Marche?
Ne dubito: se la moglie avesse preso il treno delle 12,30 sarebbe arrivata a Senigallia soltanto verso le 19. Non credo che il marito intendesse precederla di molte ore. Ovviamente dipende da quali affari deve concludere prima.
Che stia puntando a un'altra vittima?, chiese Sinato.
Abbassando una mano Ardig respinse l'ipotesi.
 pi probabile che stia trattando una vendita. In quella zona ci sono moltissimi ristoranti e alberghi di lusso, butt l Velluti.
Sono d'accordo. Se ha intenzione di starsene via per qualche mese avr bisogno di liquidi. La vita costa anche a Cuba. Peccato non poter avere subito i riscontri bancari..., tagli corto il commissario, pensoso e improvvisamente di un umore pi cupo.
Capo, che succede? Qualcosa non va?
Non so... una sensazione. Secondo voi perch stava mandando moglie e figli nelle Marche?
Sinato non rispose, Velluti si mordicchi il labbro qualche istante prima di sbilanciarsi.
Il nulla-osta per Cuba  valido a partire dal 2 luglio. Possiamo dedurre che davvero vogliano farsi qualche giorno di vacanza in Italia prima di partire per L'Avana. Prendendo per buona l'ipotesi di Perilli... in fin dei conti  estate, le scuole sono chiuse e Barassi non  neppure un lavoratore dipendente. Oppure...
Oppure ha il terreno che gli scotta sotto i piedi a Milano, l'ultima cosa a cui pensa sono le vacanze e vuole solo allontanarsi rapidamente. E in attesa di poter volare a Cuba ha scelto di andarsene nelle Marche, a cinquecento chilometri da qui, concluse amaro Ardig.
Se le cose stavano realmente cos significava che il quadro era pi complicato di quel che temevano.
Barassi in questo caso era un uomo in fuga: un uomo armato, inoltre.
Chiama Santoni. Fate portare qui la moglie. Dobbiamo torchiarla senza perdere tempo, ordin.
Pag il conto dell'albergo, usc nel pergolato, sul lato posteriore dell'edificio e and ad aprire l'Audi. Apr il bagagliaio: era stracolmo, i trolley di plastica rigida occupavano quasi interamente lo spazio. Sopra all'ultima valigia, piegata in due, era stesa una giacca di cotone: la prese e la stazzon per metterla un po' in piega.
Richiuse il portellone, appoggi la ventiquattrore di pelle nera sul sedile anteriore destro, quello del passeggero, e appese la giacca all'appendino del poggia mani del sedile posteriore.
Due minuti dopo, marciando a passo lento, per consentire all'acqua del motore di raggiungere la temperatura di 90 gradi, l'Audi imbocc la tangenzialina che portava al casello di Verona Sud.
Nel breve tragitto il potente motore inizi a scaldarsi.
La berlina acceler, super l'ultima rotonda andandosi a infilare in una delle porte Telepass e svolt quindi in direzione Milano-Torino.
Una Lancia Thesis, nera, la imit, varcando la stessa porta Telepass qualche secondo dopo, mettendosi in scia a una distanza di qualche centinaio di metri.
Percorsi una dozzina di chilometri l'Audi devi sulla destra, per spostarsi sull'Autostrada del Brennero, in direzione Bologna.
La Thesis rallent: l'autostrada diventava a due sole corsie. Quasi un chilometro separava i due veicoli: la strada, pianeggiante, priva di gallerie o cavalcavia, consentiva la massima visuale.
Proseguirono ancora per una trentina di chilometri, poi l'Audi si spost nuovamente sulla destra per lasciare la A22 e infilare il casello di Mantova Nord.
Anche la Lancia oltrepass il casello, senza per imboccare la rotonda successiva: l'autista accost in uno spiazzo antistante la barriera autostradale e spense il motore.
Non c'era il magistrato, che altrimenti l'avrebbe ostacolato come sempre. E nemmeno un avvocato difensore.
Soltanto Santoni avrebbe assistito all'interrogatorio.
Aveva poco tempo e ancora meno pazienza.
Avrebbe condotto l'interrogatorio alla sua maniera: poche carote e tante bastonate.
La Aguero arriv in ufficio poco dopo, accompagnata dal piantone. Si era cambiata rispetto al precedente incontro nell'abitazione di via degli Ottoboni.
Indossava delle ciabattine basse e un abito estivo a fiori, lungo oltre il ginocchio e abbastanza largo, di colori sgargianti.
Un abbigliamento casual, adatto per un viaggio in treno.
Signora Conchita, mi spiace: temo non potrete partire.
La donna lo guard con aria interdetta.
Ho rifatto i biglietti, abbiamo un treno alle 15,30. Possiamo prenderlo...
Ardig scosse la testa.
Non ci siamo, non mi ha capito.
La cubana sgran gli occhi.
Non andrete a Senigallia. E non andrete nemmeno a Cuba la prossima settimana.
Nonostante la pelle olivastra la donna impallid vistosamente. Tent di farfugliare qualcosa, con un misto di spagnolo e italiano, ma il commissario la stopp energicamente.
Basta. Non mi prenda in giro. E non mi faccia perdere tempo. Sappiamo tutto.
Apr un cassetto e raccolse una cartellina di plastica trasparente che fece svolazzare con un gesto plateale, facendola precipitare proprio davanti alla sempre pi spaventata moglie dell'irreperibile Barassi.
Senza dire una parola la consorte del rappresentante orafo esamin il contenuto della cartelletta, rendendosi conto di cosa si trattava. Erano i documenti che suo marito aveva richiesto alle autorit competenti per avere tutti i nullaosta necessari per il viaggio a Cuba.
Perch volevate scappare?, chiese il vicequestore, con tono amichevole.
La donna scoppi improvvisamente a piangere.
Si port le mani sul viso, tentando di celare le lacrime che scendevano copiose, rigandole le guance.
Scelse di lasciarla sfogare.
Prese i fazzoletti di carta e le porse l'intero pacchetto.
Santoni afferr un bicchiere di carta e lo riemp d'acqua dal boccione automatico del corridoio.
La crisi di pianto si esaur dopo qualche minuto.
Le bastonate erano servite.
Era il momento di passare alle carote.
Signora, per favore, ci aiuti. Riteniamo che suo marito possa essere in pericolo. E ragionevolmente siete in pericolo anche voi. Lei e i suoi figli.
Io non so... Samuele... non so, balbett la Aguero.
Ci racconti tutto dall'inizio. Perch stavate organizzando questa fuga a Cuba?
Non so... non so cosa sia successo. Non lo so. Mio marito non mi ha detto niente.
Al decimo non so il poliziotto perse la pazienza e alz la voce.
Sono stati uccisi tre uomini nell'ultimo mese. E suo marito li conosceva. Li aveva contattati telefonicamente. Adesso basta, mi dica quello che sa, altrimenti saremo costretti a trattenerla qui.
La Aguero annu, terrorizzata.
Samuele - ripart con il suo cantilenante italiano spagnolizzato - mi ha detto che dobbiamo andare via, per un po'. Che una persona lo minaccia per un affare andato male. E che poteva fare del male ai nostri figli.
Che affare? Chi lo minaccia?
Non lo so. Lo giuro. Non mi ha detto nulla. Io ho chiesto ma lui non mi ha risposto. Non mi ha detto nulla.
Sembrava sincera.
Quando le ha parlato? La scorsa settimana?
La richiesta per il passaporto necessario per l'espatrio a Cuba era stata inoltrata presso la Questura la mattina del 19 giugno, il giorno in cui avevano rinvenuto il cadavere del dottor Pozzi, quando la notizia non era ancora diventata di pubblico dominio.
Il visto presso il consolato cubano era stato richiesto addirittura il giorno precedente. Barassi, dunque, progettava la fuga addirittura gi dai giorni precedenti l'omicidio Pozzi.
Un altro elemento a suo carico.
Allora?
No, me ne ha parlato due giorni fa.
Ovvero quando aveva ritirato i passaporti in Questura.
Per...
Per le firme sui moduli di richiesta e le foto per i documenti avete dovuto prepararle prima. Signora... non mi dica bugie
No, no. Prima mi aveva solo chiesto se volevamo fare una vacanza a Cuba e cos mi ha dato i documenti da firmare. Non sapevo altro.
E poi?
Due giorni fa mi ha detto che aveva prenotato un albergo sull'Adriatico. Aveva gi fatto anche i biglietti per il treno. Mi ha spiegato che io e i bambini dovevamo andare l e aspettarlo. Niente altro.
Non le credo.
 cos.
Le avr dato una spiegazione. Le avr detto il perch di questa fuga.
S, ve l'ho gi detto. Mi ha parlato di un affare andato male, con gente pericolosa. Che dovevamo andarcene per un po'. Sparire ha detto. Poi da Cuba avrebbe sistemato tutto e saremmo rientrati a Milano per l'inizio della scuola dei bambini. Non mi ha detto altro.
Era una versione che reggeva: il Barassi probabilmente non voleva mettere in agitazione la moglie. Dovevano individuare subito il rappresentante e fermarlo il prima possibile.
Lo specchietto retrovisore inquadr la sagoma dell'Audi.
La berlina tedesca entr nella rotonda infilando la direzione della barriera di Mantova Nord.
Superato il casello imbocc la direzione per Brescia-Verona-Milano. Stava tornando sulla A4.
La Thesis nera rimase a distanza di un chilometro.
Niente, capo.
Come niente. Che cazzo significa?
Ha sempre il telefono spento. E fino a quando non lo riaccende  impossibile intercettare il segnale, si giustific Pinton, appena rientrato dallo scantinato della Questura, dove erano posizionate le apparecchiature per le intercettazioni e le localizzazioni.
Per la rabbia Ardig rifil un pugno alla parete dell'armadio che fungeva da archivio, facendolo vibrare come se fosse sottoposto a un movimento tellurico.
Cazzo. Cazzo. Cazzo. Dove diavolo  finito?
La sfuriata fu brevissima.
Qualche altra parolaccia e il commissario si calm.
Stiamo perdendo tempo prezioso. Avvertite i colleghi di Senigallia, mandate numero di targa e tutto quanto necessario per identificare il nostro uomo nel caso esca dal casello autostradale, ordin.
Pinton usc per eseguire le disposizioni ricevute.
Il responsabile della Omicidi imprec mentalmente.
Al suo indirizzo.
Era stato un ingenuo a non arrivarci prima.
Chiam al volo Santoni.
Dove  andata la Aguero?
L'abbiamo fatta riaccompagnare a casa, come avevi chiesto tu
Chi la piantona?
Un attimo che controllo. S... ecco. In questo momento ci sono gli agenti Larini e Zanella.
Due abbastanza svegli, valut.
OK, contattali. Devono andare dalla signora Barassi e farsi dare i numeri di tutti i cellulari di suo marito. Il pi in fretta possibile. Poi falli avere agli esperti per le localizzazioni.
Va bene, provvedo.
L'Audi si immise nell'area di servizio di Monte Baldo Nord a passo lento e punt sui posti pi vicini all'ingresso del bar.
Barassi scese ed entr nel locale. Acquist due tramezzini e una bottiglia di acqua naturale e consum in piedi, su un tavolino, il frugale spuntino. Controll l'orologio: era in anticipo sulla tabella di marcia.
Il successivo appuntamento, l'ultimo della sua giornata lavorativa - e probabilmente di un lungo periodo di tempo nella sua vita - era fissato soltanto per le 16, a Cremona.
Lo attendeva un orefice, interessato ad acquistare un orologio d'oro, per cui aveva gi un potenziale acquirente, alcuni anelli e altri monili: se non ci fossero stati problemi avrebbe piazzato l'intero lotto per una cifra vicina ai 25mila euro.
Rifece i calcoli per l'ennesima volta. Complessivamente ci avrebbe rimesso quasi 10mila euro.
Il solo orologio valeva intorno ai 20mila.
Ma la fretta, anzi l'urgenza, non  mai alleata di chi deve condurre un'importante trattativa.
La controparte avrebbe tratto un cospicuo vantaggio, in compenso aveva la garanzia di intascare immediatamente una cifra importante. E senza dover rispondere a nessuna domanda indiscreta.
Poi, una volta concluso l'affare, sarebbe rientrato sulla Brescia-Verona, da l avrebbe nuovamente ripreso l'autostrada del Brennero e sarebbe sceso verso Bologna, per poi imboccare l'autostrada adriatica e proseguire fino a Senigallia. Se non ci fossero stati intoppi sarebbe stato in albergo intorno alle 23.
Mentre tracannava una sorsata d'acqua gett un'occhiata fugace alla macchina: la valigetta con i preziosi era sotto il sedile. Si rassicur vedendo che era tutto a posto.
Il riflesso del sole sul cofano nero della Lancia, parcheggiata accanto alla sua Audi, lo colp in pieno negli occhi, costringendolo a voltare lo sguardo.
Per un istante ebbe la sensazione che un uomo fosse chinato tra i due veicoli. Magari stava semplicemente controllando che le gomme della sua vettura fossero a posto.
Santoni era riuscito a impossessarsi del cellulare della signora Barassi, impegnata a cucinare un piatto di pasta per i due bambini, che fremevano di fronte alla prospettiva di andare al mare.
Partiamo nel pomeriggio, ora mangiate, ripeteva con la sua cantilena ispanica la donna.
Approfittando della sua distrazione Santoni aveva iniziato ad armeggiare con il telefonino. Era un modello Samsung che ben conosceva: ne aveva avuto uno identico fino all'anno precedente.
Non impieg molto a individuare, nella rubrica, i numeri del rappresentante orafo.
Erano tre.
SAMU UFF era il numero fisso dell'ufficio della societ di Rho.
SAMU LAV era il numero che aveva utilizzato l'uomo per contattare sia il centralino dell'A-Agency di Annoni che l'abitazione di Pozzi.
SAMU TIM era un numero che, evidentemente, il sospetto utilizzava come utenza privata. Prese nota del numero e lo invi via sms a Pinton, gi in attesa.
I tecnici della Questura si attivarono immediatamente.
L'Audi lasci l'autogrill dopo aver fatto il pieno di gasolio. Barassi procedeva a una modesta andatura di crociera, oscillando tra i 110 e i 120, quasi sempre nella corsia centrale.
La Lancia nera aveva abbandonato l'area di sosta qualche minuto prima e aveva proseguito per oltre un chilometro, posizionandosi poi in una piazzola per la sosta di emergenza. Un paio di minuti dopo l'Audi la sorpass.
La Thesis si rimise in marcia, accelerando inizialmente per recuperare il terreno perduto, salvo poi rallentare e mantenersi ad alcune centinaia di metri.
Proseguirono per un'altra quindicina di chilometri, oltrepassando le uscite di Sommacampagna e Desenzano.
Avevano abbandonato il territorio veronese e si trovavano in quello bresciano.
Lo abbiamo localizzato.  nella zona del Garda, proprio come aveva detto la moglie. Sta percorrendo l'autostrada A4 in direzione Milano.
Pinton, decisamente pi rilassato, appoggi il tracciato sulla scrivania del responsabile della Omicidi.
Che inizi a riflettere. Il segnale era stato localizzato nell'area tra Sommacampagna e Desenzano.
OK, non ci scappa pi.
Sorrise.
Contattata la Polstrada. Devono mettere una vettura ad ogni uscita da Peschiera del Garda fino a Bergamo nella A4 e fino a Cremona sull'autostrada per Piacenza. Se dovesse uscire lo dovranno fermare per un normale controllo di routine, senza insospettirlo e allarmarlo. E quindi bloccarlo.
Senza attendere che Pinton uscisse, prese il telefono digitando il numero del centralino.
Passami subito la Mobile di Brescia.  urgente.
Nemmeno un minuto dopo dall'altra parte della cornetta c'era il commissario Fabio Mercuri.
Lo conosceva vagamente, si erano incontrati ad alcuni corsi di aggiornamento: sembrava uno in gamba.
Salt i convenevoli.
Abbiamo un sospetto da fermare.  pericoloso. Lo abbiamo localizzato con il segnale gps del suo cellulare. Sta percorrendo l'A4 nella zona di Desenzano ed  diretto verso Brescia. Ho gi attivato la Polstrada che lo attende a ogni casello.
Vuoi che gli mettiamo una civetta dietro?, chiese rapido Mercuri, confermando di aver capito al volo la situazione.
Esatto. Fai anche due auto. Occhio per.  armato. Fai partire la macchina. Dopo ti spiego tutto. Dammi il tuo cellulare che ti chiamo l direttamente.
OK. 334523....
Rientr Pinton, in costante contatto con la sala localizzazioni della Questura, per aggionarlo: dal segnale risultava che l'auto aveva superato Desenzano proseguendo verso Brescia.
La Polstrada era pronta a riceverlo all'uscita di Peschiera del Garda.
Richiam Mercuri.
Segnati modello e targa.
Dett tutti i dati e rimase in linea mentre il collega della Mobile bresciana a sua volta li trasmetteva ai suoi uomini.
Segnalato tutto. I miei si stanno portando al casello di Brescia Sud dove c' anche la diramazione per la Cremona-Piacenza. Aspettiamo che transiti e vediamo quale delle due direzioni prende, poi gli stiamo dietro.
Bene.
Adesso spiegami tutto.
Prefer non calcare sulle denunce per violenza e sul passato di estremista politico del sospetto.
 un incensurato. Un rappresentante orafo poco pi che cinquantenne, tale Samuele Barassi. Un padre di famiglia. Attenzione: presumiamo che abbia una pistola. E in qualche modo  coinvolto negli omicidi commessi a Milano nelle ultime settimane...
Quelli attribuiti alla setta satanica del marchese Acerbi?, domand Mercuri a colpo sicuro.
Proprio quelli. Non sappiamo a che titolo. Potrebbe essere un fiancheggiatore. O un complice. Di certo  un uomo in fuga. E da quel che sappiamo ha paura. Per questo bisogna stare attenti.
Tutto chiaro, lo ripeto ai ragazzi.
Conclusa la chiamata Ardig si afflosci sullo schienale della poltrona.
Pinton lo guardava in attesa di istruzioni.
Prepariamoci anche noi. Aspettiamo che superi la deviazione per Cremona quindi ci muoviamo. Se vediamo che punta su Milano gli andiamo incontro, lo prendiamo in consegna da Bergamo e lo seguiamo anche fino all'inferno se occorre.
E se esce prima?
Trover la Polstrada e ha due civette della Mobile di Brescia a tallonarlo. Lo fermano loro e noi andiamo a riprendercelo per poi riportarlo qui e torchiarlo per bene.
Il giovane agente annu e torn alla sua postazione per riaggiornarsi con i tecnici della Questura.
Il commissario inform Santoni degli sviluppi, dandogli ulteriori disposizioni: la signora Aguero doveva restare tranquilla e soprattutto lontano dai telefoni.
And verso l'armadietto per recuperare il giubbotto anti proiettile e un sorriso gli si stamp sul volto pensando al sostituto procuratore.
Il dottor Perilli si stava dirigendo nel Tigullio a godersi un weekend di relax sotto il sole della Liguria. Con un po' di fortuna sarebbe stato fuori dalle scatole per il primo interrogatorio del Barassi, facilitando il loro lavoro.
Gi da qualche chilometro il rappresentante si era reso conto che qualcosa non andava.
L'auto puntava decisamente verso destra, con strani sobbalzi. L'efficiente software del controllo dell'Audi non tard a confermare i peggiori sospetti: la pressione del pneumatico anteriore destro si stava abbassando ed era gi scesa sotto la soglia minima di 1.6.
Imprec.
Il successivo autogrill era a quasi venti chilometri.
Rischiava di non raggiungerlo in quelle condizioni.
Not il cartello che segnalava a meno di due chilometri un'area di sosta, denominata Campagnola, uno di quei parcheggi dove sostano camion e camper.
Decise di approfittarne per fermarsi e controllare.
Nell'area di parcheggio c'erano soltanto alcuni camion con le tendine tirate: gli autisti evidentemente stavano facendosi una pennichella. Si sistem vicino a degli alberi e scese per dare un'occhiata.
Aggir il cofano e gett una prima occhiata.
Comprese immediatamente di aver forato la gomma anteriore destra. Si chin a guardare meglio: era solo un piccolo foro, non uno squarcio irrimediabile. A causarlo era stata una puntina.
Si stup. Non era un chiodo o un pezzo di vetro.
Era proprio una puntina, simile a quelle che usano i disegnatori.
Non si capacitava di come avesse fatto a conficcarsi nel robusto battistrada del pneumatico, fino a lacerarlo.
Doveva aver avuto una sfiga atomica.
Probabilmente lo aveva investito frontalmente, altrimenti lo avrebbe schiacciato senza conseguenze.
Una sfortuna davvero incredibile.
Il danno, comunque, era limitato.
Iniettando la schiuma delle bombolette che, precauzionalmente, teneva sempre nel bagagliaio, sarebbe potuto ripartire immediatamente e avrebbe avuto un'autonomia di marcia di almeno 50-60 chilometri.
Poteva raggiungere un autogrill, farsi sostituire il pneumatico e prendersi un caff nel frattempo.
Il segnale si  arrestato. Circa tre chilometri prima dell'uscita di Peschiera del Garda.
Sul viso di Ardig si dipinse un'espressione di preoccupazione e rabbia.
Questa sosta non l'avevano preventivata. La trappola era pronta a scattare da Peschiera del Garda. Quel maledetto si era fermato appena tre chilometri prima.
C' un area di parcheggio attrezzata, aggiunse Pinton.
Potevano esserci mille ragioni per quell'imprevista fermata. Il desiderio di riposare o consumare uno spuntino, un bisogno fisiologico, un piccolo problema meccanico.
Attendiamo per cinque minuti. Se non riparte avverti la Polstrada di recarsi nell'area di sosta per intercettarlo, dispose il commissario.
La Thesis si era portata nella parte est del parcheggio.
La piazzola era quasi deserta: c'era un camion in sosta, ma non si vedeva traccia dell'autista.
Barassi, dopo aver ingenuamente estratto la puntina, allargando cos il foro, stava svitando il tappino del tubo che immetteva alla camera d'aria. Infil la cannula della bomboletta e inizi a pigiare sul tasto d'azionamento per iniettare la schiuma.
Aveva il sole alle spalle ed era accaldato.
L'operazione avrebbe richiesto un paio di minuti.
Stare in ginocchio sull'asfalto, sotto il sole, dopo aver guidato per quasi duecento chilometri, si stava rivelando un'autentica tortura.
Sent una sorta di sibilo: la bomboletta era quasi esaurita. Allung la mano per svitare la cannula. Distrattamente not un'ombra che si proiettiva sull'asfalto sottostante. Si gir immediatamente intravedendo una specie di tubo scuro puntato nella sua direzione.
Il silenziatore attut la detonazione.
I primi tre colpi lo investirono lateralmente, all'altezza del torace, quasi sotto l'ascella. Il rappresentante piomb a terra, accasciandosi proprio a fianco della gomma.
L'uomo esplose in veloce sequenza gli altri tre colpi: tutti indirizzati alla testa della vittima che sobbalz pi volte sul terreno ad ogni colpo inferto, facendo zampillare spruzzi di sangue rossastro.
Abbass la canna e apr lo sportello posteriore iniziando a frugare freneticamente.
La valigetta era stipata, quasi nascosta, sotto il sedile del guidatore. La recuper e si allontan rapidamente verso la Lancia scura.
Dal camion parcheggiato non intravide nessun movimento: le tendine sulla cabina restavano tirate e immobili.
Nessuno sembrava aver sentito nulla.
L'auto si allontan rapidamente.
Dal corpo di Barassi, accosciatosi sul fianco destro, fluiva copioso il sangue, che da rosso si faceva sempre pi scuro.
...
.
...
18. Milano, 27 giugno 2009.
...
.
...
L'Alfa 159 di servizio, con il lampeggiante acceso, sfrecciava sulla Milano-Bergamo.
Anche se non c'era pi alcuna fretta.
L'agente Pinton, il migliore del corso di guida veloce, stava regalando l'ennesima prova della sua indiscussa abilit al volante. Fissava in silenzio le strisce dell'asfalto, muovendo impercettibilmente il volante per tenere una perfetta linea retta.
Ardig, al suo fianco, sembrava una statua di sale.
Il volto inclinato leggermente a destra, lo sguardo rivolto distrattamente al panorama, il cervello impegnato a correre dietro a mille pensieri che si accavallavano affannosamente.
Se la Aguero avesse collaborato fin dall'inizio, raccontando quello che stava bollendo in pentola, compreso il tentativo di fuga orchestrato dal marito...
Se avessero recuperato prima il numero del secondo cellulare di Barassi...
Se lo avessero localizzato pi rapidamente...
Se avessero inviato qualche minuto prima la volante della Polstrada in quella maledetta area di sosta...
Se il sostituto procuratore Perilli non avesse tergiversato cos tanto la sera prima, impedendogli di muoversi con qualche ora di anticipo...
Se, se, se. E ancora se.
Troppi se. Troppi davvero.
Dalla smorfia sul suo viso traspariva tutta la frustrazione che lo dilaniava. Si sentiva responsabile, per non aver salvato una vita e non essere riuscito a precedere l'assassino, intercettando Barassi prima che venisse freddato.
Non poteva negare, neanche alla sua severa coscienza, di avere delle enormi attenuanti.
A cominciare dalla totale mancanza di fortuna.
La dea bendata, come da un po' di tempo gli accadeva, si era nuovamente dimostrata cieca nei suoi confronti, non aiutandoli minimamente.
E decisiva, senza dubbio, era stata la mancanza di collaborazione della signora Conchita.
Imprec mentalmente, imponendosi di calmarsi.
La resa dei conti interiore doveva essere rimandata.
Per forza. Ora doveva mantenersi lucido e freddo.
E ripartire da zero.
Gett un'occhiata distratta alle indicazioni autostradali.
Erano vicini all'uscita di Palazzolo sull'Oglio: stavano uscendo dalla provincia di Bergamo per entrare in quella di Brescia. Meno di mezz'ora e si sarebbe trovato di fronte a Samuele Barassi. Troppo tardi per salvarlo.
Forse ancora in tempo per catturare il suo assassino.
In settimana non esco mai la sera. Finisco di lavorare tardi e al mattino mi alzo presto. E ho bisogno di dormire almeno otto ore.
L'esordio non era stato dei pi incoraggianti, anzi. Per, terminando l'sms, Lucrezia aveva lasciato aperto uno spiraglio.
In genere esco soltanto il sabato sera.
E Federico in quel pertugio si era infilato a testa bassa, prendendo la palla al balzo.
Che ne diresti di uscire sabato? Potremmo andare sui Navigli, passeggiata e cena all'aperto.
Il messaggio di risposta di Lucrezia si era fatto attendere fino a tarda sera, tenendo Federico sui carboni pi ardenti che si potessero calpestare.
OK, a patto che non facciamo tardi. E non mi fai camminare troppo. Sentiamoci sabato mattina.
Federico, seguendo alla lettera le indicazioni, aveva atteso fino alle 11 di sabato, prima di inviarle un nuovo sms.
Ti va bene se stasera passo a prenderti verso le 18? A proposito, dove abiti?
Anche questa volta la risposta si era fatta attendere a lungo: soltanto verso le 13 Lucrezia si era decisa a inviare un messaggio stringatissimo.
Via Ampere, angolo via Pacini. OK alle 18. Puntuale. E ricordati di non farmi camminare troppo.
Adesso, mentre stava lavando l'insalatiera dove aveva consumato un pasto leggero - lattuga, mais, pomodori e tonno - continuava a ricapitolare la tabella di marcia pomeridiana.
Un riposino, doccia e barba, poi si sarebbe vestito e si sarebbe avviato con calma verso la zona Citt Studi, in modo da arrivare con un leggero anticipo e parcheggiare senza difficolt.
Abbass lo sguardo verso il pavimento. Ottone, con la zampa anteriore destra, grattava lo stipite della credenza.
Sbuff, poi si arrese. Prese il barattolo di croccantini e ne vers una manciata nella ciotola del collerico felino.
Gli agenti della Polizia Stradale avevano provveduto a far chiudere l'area di sosta appena erano sopraggiunti, trattenendo i pochi presenti.
A scoprire il corpo di Barassi era stata una coppia di turisti padovani. Con il loro camper erano entrati nella piazzola intorno alle 14,25.
Non avevano notato immediatamente il morto.
Soltanto una ventina di minuti dopo, incuriositi da quell'Audi lasciata incustodita, con la portiera sinistra aperta, il marito, Renato Vianello, incitato dalla moglie, si era cautamente avvicinato alla parte posteriore della fiancata sinistra.
L'auto sembrava abbandonata.
Preoccupato, seppur curioso, l'uomo, dopo qualche comprensibile tentennamento, aveva alla fine deciso di ispezionare tutto il perimetro circostante al veicolo.
E dopo aver aggirato il cofano aveva visto spuntare, da sotto il motore, quell'inconfondibile rivolo rosso scuro.
Sangue.
Un ulteriore passo aveva confermato i suoi istantanei e peggiori timori. Il corpo di un uomo era riverso sul fianco, accanto al pneumatico anteriore destro.
Vinto ogni timore, il turista veneto, da oltre un decennio volontario in Croce Rossa, e dunque abituato a fronteggiare situazioni d'emergenza, anche tragiche, come quella che si presentava davanti ai suoi occhi, si era chinato per prestare un eventuale soccorso, pur avendo intuito che non avrebbe potuto fare pi nulla.
La vittima, era stata freddata da pochi minuti, ne era certo. Il sangue continuava a fluire, il corpo era ancora caldo, gli arti non si erano irrigiditi e le periferiche nervose emettevano ancora dei segnali.
Lo aveva spostato, nel tentativo di appoggiarlo alla vettura, e aveva lasciato le sue impronte sui vestiti della vittima. Di questo se ne era reso conto soltanto dopo aver chiamato i Carabinieri.
Invece, al posto che gli uomini dell'Arma, qualche minuto dopo erano sopraggiunti gli agenti della Polizia Stradale, i primi ad ascoltare il suo racconto e a constatare ufficialmente il decesso dell'uomo.
Samuele Barassi, nato a Milano nel 1955, coniugato, di professione artigiano, come recitava la sua carta d'identit. Ardig sollev il telo plastico per esaminare la vittima.
Lo avevano trivellato di colpi, esplosi da una distanza ravvicinata. I bossoli erano stati rinvenuti in un raggio di tre metri dalla fiancata della macchina.
La testa era praticamente esplosa.
Sembra una Walther calibro 9. Abbastanza comune e diffusa, comment laconico Fabio Mercuri, il commissario della Mobile di Brescia, tra i primi a raggiungere l'area di sosta. Il primo a telefonare sul cellulare di Ardig, intorno alle 15,20, per informarlo dell'accaduto.
Vedremo dall'esame dei proiettili se  un'arma che ha gi sparato. Magari riusciamo a risalire al proprietario, prosegu Mercuri, notando che il collega milanese sembrava con la mente rivolta altrove.
Ci sono telecamere di sorveglianza in questo parcheggio?
No, rispose lapidario un agente della Polstrada.
Ancora una volta Ardig imprec mentalmente.
Prima di accendersi una sigaretta.
Finalmente le 18 si stavano avvicinando.
Dopo un pomeriggio che pareva interminabile.
Federico guard l'orologio per l'ennesima volta: erano le 17,26. Da quasi mezz'ora si trovava gi in via Pacini, l'arteria che collega piazza Piola alla stazione ferroviaria di Milano Lambrate, nel cuore di Citt Studi, a poche centinaia di metri dall'Universit del Politecnico, dove si formano i futuri architetti e ingegneri.
Per raggiungere via Pacini aveva impiegato quasi mezz'ora, procedendo comodamente.
Aveva parcheggiato la sua Alfa 147, comprata di seconda mano da pochi mesi, nel lato opposto della via, dove c'era l'ombra, e si era messo a passeggiare per ingannare l'attesa e lasciar decantare l'adrenalina e la tensione che lo avevano attanagliato da alcuni giorni e che montavano in vista dell'appuntamento.
Lucrezia gli era piaciuta fin dal primo momento, da quando era apparsa, come una visione paradisiaca, nell'ufficio amministrativo del suo giornale.
I suoi lunghi capelli biondi, il viso perfetto, la pelle di porcellana, il corpo sinuoso, la figura elegante.
Bella, bellissima, perfetta, inarrivabile, aveva valutato fin dai primi istanti, quando ancora ignorava se il cuore di quella splendida ragazza palpitasse gi per un altro uomo.
Un uomo fortunato e da invidiare.
Quel giorno non avrebbe mai neppure osato sperare di poter trasformare quello che era un sogno in un'opportunit concreta: stava per uscire a cena con Lucrezia, aveva la possibilit di passare una serata con lei, di scoprirla e di provare a incuriosirla.
E magari ad attirarla.
Non era mai stato un drago con le donne, non si era mai considerato uno di quelli in grado di far girare la testa alle ragazze al suo passaggio.
Era toccato a lui inseguire, a cercare, farsi avanti.
Sempre cacciatore e mai ambita preda.
E il copione si stava ripetendo anche questa volta.
Eppure questa volta non era come le altre.
Lucrezia aveva prodotto fin dal primo impatto un potere anestetico, quasi taumaturgico, su di lui: con la sua sola presenza aveva offuscato, se non addirittura cancellato, il ricordo ossessivo di Silvia, che lo aveva accompagnato quotidianamente da quando lei lo aveva lasciato.
Ancora una volta si rese conto che aveva molto da perdere, se Lucrezia non avesse dato segni di voler corrispondere il suo interesse.
Se questa uscita si fosse rivelata un flop ne avrebbe sofferto, molto.
Prov a scacciare i timori e rilassarsi.
A poche decine di metri di distanza un giovane, in jeans e T-shirt, su una Fiat Bravo metallizzata scura, lo osservava attentamente.
Non lo aveva perso di vista neppure un secondo da quando era uscito da casa.
Aveva pianificato tutto. Deve essere riuscito a conficcargli la puntina nella gomma durante una precedente sosta. Lo ha seguito a distanza e appena si  fermato lo ha raggiunto e freddato, prov a sintetizzare Mercuri.
Prima di aggiungere: E ovviamente ha scelto una gomma a destra in modo che, se la sosta fosse avvenuta in una piazzola sulla corsia di emergenza dell'autostrada, la macchina avrebbe coperto il lato destro alla visuale dei veicoli che transitavano, permettendogli di agire tranquillamente.
Un lavoro da professionista, concluse amaro Ardig.
Guard l'orologio ancora una volta: le 17,41.
Il tempo sembrava proprio non passare mai.
Procedendo sempre a passi lenti, per non accaldarsi, Malerba arriv davanti alla vetrina di un'agenzia immobiliare, zeppa di annunci di affitti.
Monolocali, bilocali, semplici stanze.
Di sicuro la clientela non mancava: quella zona pullulava di studenti universitari fuori sede, bisognosi di una comoda sistemazione a due passi dalla loro facolt.
Logico che i prezzi delle locazioni fossero alle stelle.
Un suono melodico lo riport alla realt: aveva ricevuto un sms. Apr lo sportellino del cellulare: era Lucrezia.
Sei in arrivo? Io ho una ventina di minuti di ritardo.
Federico sbuff, poi rispose: Sono gi qui sotto. Non preoccuparti, ti aspetto.
Torn a specchiarsi nel vetro dell'agenzia.
Il suo look per la serata non era molto differente da quello abituale: comode ma eleganti scarpe da passeggio nere, pantaloni neri, abbastanza stretti, di taglio sportivo, anche se non proprio jeans, leggeri e altrettanto comodi, camicia turchese e una giacca leggera, di cotone, sempre nera.
Quasi un completo elegante, se osservato da lontano, un abbigliamento pi casual esaminandolo da vicino.
Si incammin nuovamente verso la macchina, apr il bagagliaio e tir fuori la rosa blu acquistata in mattinata.
La capsula colma d'acqua, posizionata all'estremit del gambo, aveva fatto la sua parte.
Il fiore era ancora bello e profumato.
Aveva gi provveduto a eliminare ogni spina dal gambo.
Sperava che le piacesse e di poter partire con il piede giusto.
Esauriti i rilievi si erano trasferiti in Questura a Brescia, per un briefing a cui presenziavano anche il locale Questore, il capo della Mobile e il magistrato intervenuto nell'area di parcheggio, il sostituto procuratore Maurizio Occhipinti.
A relazionare i presenti fu il commissario Mercuri.
La vittima non  stata rapinata degli oggetti personali come il portafoglio e l'orologio, tuttavia abbiamo motivo di credere che una borsetta contenente dei preziosi, di un valore stimabile intorno ai 40mila euro circa, sia stata prelevata dal bagagliaio. Peraltro stiamo ancora attendendo una conferma a riguardo.
I presenti lo guardarono in attesa di maggiori ragguagli.
Cos fu Ardig a intervenire.
Uno dei miei ispettori, dopo aver avvisato il fratello della vittima della tragica notizia,  stato avvertito della probabile presenza sulla vettura del Barassi di una valigetta, riteniamo una ventiquattrore plastificata nera, contenente monili, gioielli e orologi di ingente valore.
Le informazioni raccolte da Velluti erano ancora da vagliare. Giacomo Barassi aveva ricostruito sommariamente gli spostamenti del fratello Samuele: il giorno precedente, il venerd, aveva perfezionato la cessione di alcuni gioielli presso i punti vendita di un grande centro commerciale e in due negozi, tutti situati a Verona.
Quella stessa mattina, invece, aveva effettuato una nuova consegna a Mantova, in un'oreficeria del centro, ed era atteso nel pomeriggio a Cremona per un'ultima vendita. Non era in grado di inventariare con precisione il contenuto della valigetta: sommariamente riteneva che gli oggetti destinati al commerciante cremonese e quelli invenduti superassero, come ammontare, i 40mila euro.
Una discreta somma. Un possibile movente per una rapina sfociata in un omicidio, sentenzi il sostituto procuratore.
Scatenando le ire, represse e non esternate, di Ardig.
Dopo Perilli era incappato in un altro magistrato ottuso.
Lasci che fosse Mercuri a proseguire.
Abbiamo riscontrato alcune anomalie. Intanto la vittima era in possesso di un'arma da fuoco, una Browning regolarmente denunciata e custodita nel vano porta oggetti del cruscotto della sua autovettura, prosegu, interrompendosi per qualche istante, in modo da lasciar assorbire la notizia ai propri interlocutori.
Girava armato? Aveva subito rapine recentemente?, domand il Questore.
No, non era stato vittima di rapine. Quanto meno non aveva sporto nessuna denuncia.
Non capisco perch abbia tenuto la pistola nascosta nel cruscotto, durante una sosta, se avesse avuto il timore di essere rapinato. Avete gi provato a ricostruire la possibile dinamica dei fatti?, chiese il Questore.
Reputiamo ipotizzabile - continu Mercuri - che il Barassi si sia accorto della foratura della gomma anteriore destra, provocata, riteniamo appositamente, con una puntina in ferro collocata nel battistrada del pneumatico durante una precedente sosta.
Questo significa che l'orafo era stato pedinato attentamente dal suo assalitore, esclam il Questore.
 quello che consideriamo plausibile.
Nessuno obiett nulla.
Mercuri ricominci a ricapitolare il possibile susseguirsi degli eventi.
Il Barassi si  fermato nell'area di parcheggio per valutare l'entit del danno e gonfiare la gomma con la bomboletta spray che abbiamo rinvenuto ancora attaccata al tubo della camera di pressione del pneumatico. Presumibilmente contava di rimettersi in moto e proseguire fino alla sua successiva destinazione, dove avrebbe cambiato la gomma, magari in un'officina o in una stazione di servizio.
I presenti assentirono tacitamente, invitandolo a continuare.
Mentre stava effettuando le operazioni di riparazione del pneumatico forato, l'aggressore lo ha raggiunto, esplodendo in rapida sequenza sei colpi che hanno colpito la vittima nella parte toracica e in testa. A quel punto l'assassino ha frugato all'interno dell'automobile, recuperando la valigetta con i preziosi e si  dileguato.
Non abbiamo testimoni?, butt l il Questore.
Purtroppo no. L'unica persona presente in quel momento nell'area di sosta non si  accorto di nulla. Si tratta di un autotrasportatore pugliese che stava riposando nella cabina del suo autoarticolato. A svegliarlo sono stati direttamente i colleghi del Polstrada che lo hanno interrogato, senza ricavarne nulla. E nell'area di parcheggio non c'erano telecamere di sorveglianza.
Come sempre, ragionava Ardig, il cui umore peggiorava di minuto in minuto.
Un'ultima cosa - precis Mercuri - nel bagagliaio dell'auto erano stipate diverse borse contenenti vestiti estivi, direi balneari, appartenenti alla vittima. Ma non solo. Dal tipo di indumenti e dalle misure riteniamo che si tratti di vestiti di una donna, supponiamo la moglie, e dei due figli di tenera et. Inoltre abbiamo scoperto, in un piccolo trolley, i passaporti del Barassi e della moglie, su cui erano registrati anche i figli, un permesso di ingresso a Cuba per l'intero nucleo famigliare e tre diversi pacchetti di biglietti aerei, tutti per quattro persone, due adulti e due bambini. Il primo pacchetto per un volo Alitalia Roma-Lisbona in partenza marted 30 giugno alle 10,45 dallo scalo di Fiumicino, il secondo per un pacchetto Lisbona-L'Avana fissato per la sera di mercoled 2 luglio, alle ore 21, e l'ultimo per un volo Lisbona-Panama City fissato per mercoled 1 luglio alle 10,30.
Tutti i presenti voltarono lo sguardo su Ardig.
 quello che sto cercando di capire anch'io. La vittima, in base alle nostre indagini, si stava preparando per espatriare a Cuba, dove risiedono i parenti della moglie, non a Panama. A questo punto ci attendiamo delle risposte dalla vedova non appena si sar ripresa dallo choc per la notizia e sar in grado di sottoporsi a un interrogatorio, tagli corto.
Una rapina atipica - convenne il magistrato - possiamo credere a una singolare coincidenza, ovvero che il rapinatore, informato magari da uno dei commercianti in affari con la vittima, lo abbia seguito e intercettato per sottrargli la preziosa mercanzia. Ci detto sono propenso a credere che si tratti di una rapina simulata per coprire un omicidio. In ogni caso - sanc con tono che non ammetteva repliche il magistrato - la competenza territoriale per questa indagine spetta alla procura della Repubblica di Brescia.
Ardig non rispose: non aveva energie per litigare.
La riunione si sciolse pochi minuti dopo.
Lucrezia si fece attendere per quasi mezz'ora.
Alle 18,25 un portone di un elegante palazzo ottocentesco sul lato destro di via Ampere si apr, lasciando intravedere la figura di una bellissima donna, bionda, fasciata da un abito estivo, rosso, abbastanza aderente, che partiva da sopra il ginocchio, lasciando poi aperta una scollatura maliziosa.
Usc dal portone con passo leggero, facendo ondeggiare i lunghi capelli biondi.
Ai piedi calzava dei sandalini neri, molto fini, con un tacco ragionevole. Abbastanza comodi per camminare, valut Federico. Lo smalto, rosso acceso, che ornava sia le dita dei piedi che quelle delle mani, si abbinava perfettamente al rossetto che le illuminava ulteriormente il viso.
Era fantastica, persino pi bella di come l'aveva immaginata: elegante e sensuale al tempo stesso.
Le and incontro, sorridendole e brandendo la rosa blu.
Era pronto a salutarla con un bacio sulla guancia.
Lei lo fredd, allungandogli la mano, in maniera professionale e formale, sfoggiando, in compenso, uno stupendo sorriso. Lo ringrazi per la rosa, la port alle narici e gli sorrise ancora. In un imbarazzo reciproco si avviarono verso la macchina.
Dall'altro lato della strada il giovane in jeans, vedendoli arrivare nella sua direzione, si mosse per tornare alla propria vettura.
Una volante della Questura bresciana stava accompagnando Pinton al casello di Bergamo, dove lo attendeva una macchina del commissariato Centro Storico di Milano per ricondurlo in ufficio.
L'Alfa 159 di servizio con cui si erano recati a Brescia era stata requisita da Ardig che, improvvisamente, al termine della riunione con i colleghi bresciani, aveva sentito il bisogno, fortissimo, di staccare la spina.
Lasciata l'auto nel parcheggio interno della Questura il commissario si era concesso due passi in piazza della Loggia e nei vicoli circostanti, pullulanti di negozi.
Era l'ora dell'aperitivo. I giovani bresciani affollavano l'esterno dei bar, gremiti di tavolini e sgabelli, facendo scintillare nei calici i pregiati rossi della Franciacorta.
Il poliziotto bighellon senza una meta precisa, fino a quando, scorgendo l'insegna di un grande magazzino, si infil dentro deciso.
Mezz'ora dopo rientrava in Questura con due buste di plastica contenenti un paio di scarpe da tennis, pantaloni di tela con tasche laterali, due polo, una felpa, biancheria intima e l'occorrente per l'igiene.
Riprese l'auto e, lentamente, si allontan dal centro di Brescia. Segu le indicazioni per la Val Camonica prendendo una strada provinciale.
Dovette cercare sulla rubrica telefonica del cellulare il numero che non ricordava a memoria.
Non si faceva sentire da almeno dieci giorni.
La telefonata dur meno di trenta secondi.
Non c'era bisogno di molte parole.
Non ce ne era mai stato.
La stanza degli ospiti lo attendeva, insieme a una cena vera, con primo, secondo, vino, posate e tovaglioli in tavola e un accogliente profumo che dalla cucina si propagava agli altri ambienti.
Non vedeva i suoi genitori da quasi sette mesi, da una veloce toccata e fuga nel giorno di Santo Stefano.
Aveva bisogno di far sbollire il cervello e distendere i nervi. Sentiva la necessit di evadere, di respirare l'aria delle sue montagne e farsi una bella passeggiata.
Stava inerpicandosi verso il Tonale non soltanto per il piacere di riabbracciare i suoi vecchi, quanto per il desiderio di trovare un po' di pace e isolarsi.
Sapeva per esperienza, ormai collaudata, che in alcuni casi  consigliabile mollare la presa quando il ferro  rovente e si rischia soltanto di scottarsi le mani ostinandosi a stringerlo. Questo era uno di quei casi.
Si sforz di mettere da parte i volti di quei cadaveri orribilmente trafitti dalla spada recuperata nella chiesa di Sant'Antonio, il corpo sanguinante di Barassi, i rebus cui non riusciva a dare risposta, la spocchiosit e la pedanteria di Perilli e Occhipinti.
Il sole stava tramontando. Davanti agli occhi si apriva un panorama splendido.
Cominci a rilassarsi.
Aveva programmato di portarla sui Navigli.
Appena saliti in macchina ci ripens: troppo traffico, troppa confusione, troppe difficolt nel trovare parcheggio.
Decise di cambiare itinerario al volo.
Ti andrebbe Brera?
Va bene,  tanto che non ci vado, rispose lei.
Mentalmente tracci il percorso ideale e soprattutto inizi a pensare dove avrebbe potuto lasciare l'auto.
Raggiunsero la zona del Castello Sforzesco in una ventina di minuti e trovarono parcheggio, incredibilmente, al primo colpo.
Alle 19 la morsa del caldo afoso iniziava ad allentarsi: Federico le propose una passeggiata nel parco circostante il Castello. Fecero un giro ampio, circumnavigando l'intero perimetro della maestosa fortezza viscontea.
Come sempre, a quell'ora, c'erano tanti turisti, sdraiati nell'erba, che banchettavano con panini e birre, accerchiati da piccole schiere di passerotti e di colombi che si contendevano le briciole. Nel fossato alcuni ragazzi orientali, cingalesi o bengalesi, giocavano a cricket.
Osservarono distrattamente queste scene di vita che scorrevano davanti a loro, quindi deviarono verso Brera, in uno degli angoli pi suggestivi che pu offrire la metropoli: via dei Fiori Chiari.
Per percorre i cinquanta metri o poco pi del caratteristico vicoletto impiegarono quasi dieci minuti: si fermarono pi volte a sbirciare le profezie, a dir poco entusiasmanti, che le cartomanti, dall'indubbia abilit istrionica, snocciolavano ai loro clienti, inebriati da profumi di incensi e suggestionati dall'effetto ottico e cromatico delle carte da tarocchi che le maghe sollevavano con consumata lentezza e ricercata teatralit.
Lucrezia osservava con occhi incantati quello scorcio di vita serale e l'animazione che li circondava, i tavoli dei ristoranti zeppi di turisti, i banchetti che vendevano oggetti di artigianato etnico, le borse griffate esibite e le scarpe di marca sfoggiate dalle ragazze che incrociavano.
Davanti alla basilica del Carmine e alla sua piazza armoniosa e squadrata rimase estasiata. Sembrava una turista spaesata: abitava a Milano da diversi anni eppure non aveva mai vissuto la citt e non ne aveva mai colto pienamente le sue bellezze.
Camminando gli raccont, candidamente, che la sua Milano era solo il tribunale e le poche vie intorno al Palazzo di Giustizia, il tragitto fino a via Vivaio e quello fino a San Babila, dove prendeva la metropolitana, la rossa, fino a Loreto, quindi cambiava, passando alla verde fino a Piola, a due passi da casa sua.
E il sabato sera, di solito, dove vai?, si inform cautamente Malerba.
Fino a due anni fa ero fidanzata. Con un collega. Abitava a Monza. Passavamo le nostre serate l. Andavamo molto al cinema e a teatro. Io adoro il teatro e tu?
Federico sent una vampata di calore salire fino alle tempie. L'ultima volta che era stato a teatro c'era ancora il muro di Berlino e doveva avere circa 15 anni.
Era andato a vedere, con la scuola, Il berretto a sonagli di Pirandello. Decise di bluffare.
S, piace anche a me. Sono stato recentemente a vedere Il berretto a sonagli di Pirandello.
Ah... quando  andato in scena? Leggo sempre con attenzione le programmazioni teatrali, ricevo anche le newsletter dei vari teatri. Non mi ero accorta che fosse in calendario.
Be'... forse hanno fatto un solo spettacolo.
Dove sei andato a vederlo?, chiese lei curiosa.
Cazzo, non gli veniva in mente il nome di nemmeno un teatro.
Uh... sai quel teatro, aspetta... come si chiama, quello in piazza Piemonte... Hai presente?
No, non sono molto ferrata sui nomi delle vie.
S, comunque era quel teatro l.
E chi recitava nel ruolo di Ciampa?, chiese attenta Lucrezia.
Ignorava chi fosse Ciampa.
Mah... sai... erano attori giovani, credo fosse una compagnia siciliana, bofonchi, sempre pi in difficolt, Federico.
Doveva uscire dall'angolo.
Scusa se cambio bruscamente discorso, ti piace il messicano? C' un ristorante carino qui vicino.
Lucrezia lo guard con un'espressione complice.
Non sono molto amante della cucina internazionale. Va bene anche una pizza.
Passeggiarono fino alle 21, spostandosi in corso Garibaldi, nell'isola pedonale invasa, come ogni sera, da giovani.
Attraversarono largo La Foppa facendosi largo quasi a fatica nella calca davanti al Radetzky, il bar pi cool del momento secondo i fighetti della Milano da bere.
Proseguirono ammirando i tanti piccoli scorci incantevoli che il centro di Milano sa offrire a un occhio attento.
E quello di Federico, senza dubbio, lo era: aveva sempre avuto un interesse per i particolari e per le curiosit del centro di Milano, di cui sapeva tanto, praticamente tutto, grazie anche alla sterminata aneddotica appresa dai racconti del nonno durante la sua infanzia.
Giunsero fino a corso Como e invertirono la rotta, rientrando verso Brera.
L'uomo alle loro spalle cercava di non perderli di vista, pur restando ad almeno un centinaio di metri dalla coppia.
Transitarono proprio sotto le finestre dell'A-Agency, l'agenzia di Alberto Annoni, la prima vittima della catena di sangue che stava terrorizzando Milano, e passarono, a pochi metri, in linea d'aria, da piazzale Marengo, dove tre settimane prima il pubblicitario era stato trucidato.
Federico gett un'occhiata distratta al piazzale, quasi sorridendo: senza quel brutale omicidio e senza l'incredibile inchiesta che si era sviluppata nei giorni successivi non avrebbe mai scritto gli articoli che avevano suscitato l'interesse del pm Perilli e, senza la sua convocazione in tribunale, non avrebbe mai avuto occasione di conoscere Lucrezia.
Ancora una volta, cinicamente, ringrazi mentalmente questa serie di delitti, senza i quali non avrebbe piazzato tanti scoop e non avrebbe avuto l'occasione di passeggiare a fianco di una ragazza letteralmente piovuta dalla luna, o meglio partorita dal pi bello dei sogni.
 carino qui, sentenzi l'avvocatessa indicando un'osteria tipica lombarda, con delle panche rustiche e dei tavoli in legno disseminati sul marciapiede: c'era un solo tavolo libero, piccolo, illuminato da una candela contenuta da un bicchiere da birra. Si accomodarono.
La cena era stata abbastanza rapida.
Orecchia d'elefante, la tradizionale cotoletta alla milanese, per entrambi, innaffiata da un Primitivo del Salento, un nero vellutato, dal colore rubino intenso. A concludere, torta di mele con pallina di gelato alla panna.
A reggere la conversazione era stato ancora Federico, che, dopo lo scivolone del teatro, sembrava in grado di recuperare.
Parlarono dei comuni studi in Giurisprudenza, delle rispettive carriere, delle loro famiglie, del reciproco amore per i gatti. E delle loro storie precedenti.
Entravano sempre di pi nel personale e, complici un paio di bicchieri dell'ottimo vino pugliese, Lucrezia iniziava a sciogliersi un po', abbandonando gli affascinanti, ma rigidi, panni dell'avvocato Romeo.
Terminata la cena si incamminarono nuovamente per corso Garibaldi, giunsero fino all'arco che immette in corso Como e fecero un paio di vasche nella piccola area pedonale, cuore assoluto della movida serale milanese.
Quindi iniziarono a rientrare, ripercorrendo a ritroso corso Garibaldi. Una scarpinata di un paio di chilometri.
Alla faccia della promessa di non farla camminare!
Lucrezia sembrava a proprio agio, rilassata e serena, eppure Federico aveva l'impressione di non riuscire a individuare un passaggio, anche stretto, per avvicinarla davvero.
Giunti all'angolo con piazza San Simpliciano le propose una deviazione: si inoltrarono nella via, diretti verso il sagrato della mastodontica chiesa duecentesca.
Lucrezia ammirava rapita il frontone, Federico ammirava rapito la splendida ragazza.
Il giovane in jeans, dall'angolo di corso Garibaldi, li osservava da una distanza considerevole, riuscendo soltanto a individuare le sagome.
Rimasero per qualche istante in un silenzio quasi religioso, poi Federico le fece segno di seguirla: sul lato sinistro della basilica, in piazza Paolo IV, c'era un giardinetto.
Carino, curatissimo e discreto.
Si appoggi su una panchina: Lucrezia, leggermente pi titubante, lo imit.
Erano soli, in una cornice suggestiva e affascinante.
Federico cerc i suoi occhi, cerc un appiglio a cui aggrapparsi, anche se Lucrezia sembrava pi attirata dal panorama circostante, dalla parete della Chiesa e dalle lussuose abitazioni che circondavano la piazzetta.
Rimasero seduti per qualche minuto, chiacchierando a bassa voce. Lei chiedeva informazioni su quella zona cos caratteristica, lui si barcamenava, con qualche piccola bugia, nello spiegare le peculiarit di quello scorcio della vecchia Milano.
Soltanto quando Lucrezia si alz, fronteggiandolo, Federico cap che doveva rischiare il tutto per tutto.
Lei si era girata per osservare ancora la basilica: lui prese ad accarezzarle i capelli, dolcemente.
Poi le fece una leggera pressione rotatoria sulle spalle.
Lucrezia si gir con uno sguardo fiammeggiante.
Chiuse gli occhi e la baci.
Soltanto quando sent il contatto della sua lingua, quando avvert la pelle delicata delle sue guance che sfiorava quella del suo viso, quando sent che le prendeva la mano stringendogliela forte, si rese conto che il sogno si stava realizzando: stava baciando Lucrezia.
Quel momento magico dur qualche minuto, fino a quando, un po' imbarazzati, ripartirono verso corso Garibaldi. Sempre in silenzio.
Questa volta, per, Federico stringeva saldamente la mano di Lucrezia.
Aveva l'impressione di volare mentre percorrevano il tragitto fino al Castello.
Si guardavano sorridenti, senza quasi parlare.
Fino a quando intravidero l'Alfa 147 di Federico.
Sul parabrezza, ben visibile, era stata infilata una contravvenzione.
Altro che parcheggio facile!
Aveva messo le ruote posteriori sulle strisce pedonali: 78euro di multa. Federico sorrise con incuranza: avrebbe pagato anche 5mila euro di multa quella sera.
Cestin la sanzione e corse ad aprire la portiera destra, per far accomodare Lucrezia con la dovuta galanteria.
Era passata da poco l'una. Arrivarono in via Ampere dopo una quindicina di minuti.
Federico accompagn Lucrezia fino al portone: si scambiarono un altro bacio. Lungo, intenso, romantico.
Lei lo salut e spar dietro la pesante porta.
Avrebbe voluto tornare indietro, tempestare di pugni quel solido portone legnoso, chiamarla, rivederla, trascorrere con lei il resto della nottata: passeggiando, chiacchierando, coccolandosi. Era euforico e felice: quella notte difficilmente avrebbe chiuso occhio.
Mise in moto e si avvi verso casa.
Anche la Fiat Bravo riaccese le luci, il guidatore, per, non part, mettendosi a smanettare con la tastiera del cellulare.
L'sms dest Ardig mentre fumava una sigaretta appoggiato sulla ringhiera di legno pesante del balcone, con la sagoma dello Stelvio, vagamente illuminata dalla luna, che si stagliava nell'oscurit della notte.
Pedinamento Malerba completato. Trascorso intera serata con ragazza in giro x Milano. Nulla da segnalare.
Poteva bastare.
Non occorreva chiamare.
Non c'erano esigenze investigative, soltanto curiosit personale. Eppure compose il numero dell'agente Sanna, un trentenne sardo.
Il classico sardo: piccolo, magro, taciturno, attento.
Ti ha fatto finire tardi, eh?
Infatti. Ha passato una bella serata il nostro giornalista. Ha girato per Brera e Garibaldi e poi...
L'agente sassarese si ferm, non voleva trascendere nel pettegolezzo.
E poi?
Sanna tergivers, non voleva essere indiscreto.
Alla fine si decise.
Be'... capo... l'ha baciata. Dovevi vedere che ragazza.
L'attenzione di Ardig aument ulteriormente.
Prova a descrivermela.
Bella, bella, bella. Davvero bella. Madre mia, avrei dato un dito per baciare una cos. Alta, bionda, con i capelli lunghi. Molto simile ad Adriana Volpe, la conduttrice televisiva. Hai presente?
Ovviamente no, Ardig in tiv guardava soltanto documentari o notiziari, oppure qualche evento sportivo.
Un campanello, per, inizi a squillare nella sua testa.
Bionda con i capelli mossi? Una donna magra, atletica, elegante?
S, capo, proprio lei, la conosci?
Forse.
Ci fu un attimo di silenzio.
Rotto proprio dal commissario: Durante la serata Malerba ha fatto telefonate o ne ha ricevute? Ha mandato sms o hai notato se ne riceveva?
No, direi proprio di no. Secondo me aveva il telefono spento per poter stare tranquillo con la ragazza. Ci teneva a fare bella figura. Si vedeva che erano alla prima uscita. Le ha preso le rose, le apriva lo sportello della macchina...
OK, va bene, tagli corto Ardig.
Prima di aggiungere con tono pi garbato: Hai fatto un buon lavoro, ora riposati. Ciao Sanna.
Si accese un'altra sigaretta e torn a fissare il buio delle montagne valtellinesi.
Senza accorgersene si mise a ridere. Felice.
Federico era estraneo a questa vicenda: lo aveva fatto tenere d'occhio negli ultimi giorni e non avevano notato nulla di anomalo.
Con l'omicidio Barassi non c'entrava nulla.
Tir un enorme sospiro di sollievo.
E continu a ridere silenzioso, pensando a Federico, contento per lui, non soltanto per la sua estraneit all'oggetto delle loro indagini.
Bionda, alta, elegante...
A Milano c'erano migliaia di donne potenzialmente corrispondenti a questo identikit.
Tuttavia, in quel momento, nella sua mente era impressa l'immagine precisa di una sola donna bionda, alta ed elegante, che Federico si mangiava con gli occhi qualche giorno prima in un interrogatorio davanti al sostituto procuratore Perilli: l'avvocato Romeo.
Gett il mozzicone della sigaretta in un bicchiere dove aveva versato dell'acqua e finalmente si sdrai sul letto.
Prima di prendere sonno rivolse ancora un pensiero a Federico e per un istante realizz che lo stava invidiando...
...
.
...
19. Brescia, 29 giugno 2009.
...
.
...
La giornata di riposo gli aveva permesso di ricaricare le batterie e rilassare le cellule cerebrali.
Prima di rientrare a Milano, di ritorno dalla Valtellina, Ardig fece tappa nuovamente a Brescia.
Mercuri lo aspettava per una chiacchierata informale.
La conduzione dell'inchiesta sull'omicidio Barassi spettava, per competenza territoriale, alla procura di Brescia, che aveva delegato la Mobile locale di eseguire tutte le indagini necessarie.
Ardig, senza troppa convinzione, avrebbe sollecitato il sostituto procuratore Perilli a richiedere un coinvolgimento della procura di Milano, e per conseguente delega della Mobile milanese.
Difficilmente il magistrato avrebbe acconsentito.
Aveva pochi dubbi: su questo ramo d'indagine avrebbe dovuto fare da spettatore, contando soltanto sull'eventuale sponda di Mercuri.
Il quale, a sua volta, si rendeva perfettamente conto di dover ricorrere ad Ardig per ricostruire il quadro nel quale era maturato l'omicidio del rappresentante orafo.
Si incontrarono in un bar, nell'area industriale di Brescia, lontano da occhi indiscreti.
Abbiamo sentito il fratello del Barassi ieri, nel pomeriggio, ci ha confermato che la vittima, gioved, aveva prelevato dal laboratorio orafo di Rho monili e preziosi di vario genere, per un valore superiore ai 90mila euro. In pratica la produzione dell'ultimo bimestre, esord il commissario della Mobile bresciana, mentre soffiava sul caff per farlo raffreddare.
Siamo gi riusciti - riprese - a risalire ai due commercianti veronesi che il Barassi ha incontrato venerd e al gioielliere mantovano che ha incontrato sabato. Hanno collaborato tutti, senza alcuna reticenza.
Quanto aveva incassato con questi primi affari?, domand Ardig.
Una bella cifretta. Complessivamente 38mila euro. I primi due pagamenti sono stati effettuati attraverso bonifici bancari dalle filiali veronesi di due istituti di credito. E qui viene il bello...
Spara.
Li hanno inviati a un conto corrente di una banca panamense.
Ancora Panama, riflett Ardig che, ormai, stava iniziando ad avere un preciso quadro in mente.
Il terzo pagamento  stato effettuato tramite un assegno, dall'ammontare di 16mila euro, che per non abbiamo rinvenuto, n addosso alla vittima n all'interno dell'automobile, che abbiamo accuratamente perquisito.
Probabilmente era custodito nella valigetta con i preziosi, sugger il poliziotto milanese.
 quello che pensiamo anche noi, convenne il collega bresciano.
Un mio uomo sta effettuando tutti gli accertamenti bancari sui conti italiani di Barassi. Per quello di Panama sai come vanno le cose..., allarg le braccia con fare eloquente.
Per possiamo avere l'elenco dei trasferimenti effettuati dalla vittima dai suoi conti italiani a quello panamense, sottoline il responsabile della Omicidi.
Appena avr i risultati degli accertamenti te li comunico immediatamente, tranquillo, abbozz Mercuri.
Un bel favore.
Doveva ricambiare. Non perse tempo.
Attendiamo le conferme bancarie. Intanto credo di essermi fatto un'idea precisa di quello che stava progettando il nostro uomo in fuga.
Mercuri lo ascoltava impassibile.
Come ti avevo gi accennato, dall'esame dei tabulati telefonici delle utenze di alcune delle vittime, abbiamo ricavato la convinzione che il Barassi avesse degli interessi o dei contatti con almeno due degli assassinati: Alberto Annoni, il pubblicitario, e Matteo Pozzi, il chirurgo. Purtroppo ignoriamo quale tipo di legame potesse accomunarli. Erano tutti milanesi, pressoch coetanei e con un profilo economico e professionale di alto livello.
 possibile che si conoscessero?, ipotizz Mercuri.
Personalmente ne sono assolutamente convinto, pur non avendo ancora trovato nessun riscontro. Frequentazioni, hobby, nulla. Potevano essere iscritti allo stesso fitness club, allo stesso circolo o a un Rotary o a un Lions. Stiamo verificando. Sempre che non si tratti di una frequentazione sotterranea e clandestina, per esempio in una bisca o in una casa d'appuntamenti. O ancora un giro di strozzinaggio.
Mi pare pi verosimile, considerando quanto gli  accaduto.
Comunque il Barassi contatta l'amante di Annoni dopo che questo viene ucciso, per rivolgerle alcune strane domande. In particolare per sapere se il pubblicitario, nei giorni precedenti l'omicidio, avesse manifestato timori o nervosismo o avesse ricevuto minacce. E camuffa la sua identit spacciandosi per un poliziotto. Quindi tenta, con un'insistenza quasi disperata, di mettersi in contatto con il dottor Pozzi, senza riuscirci. Il medico  in Giappone ed  irraggiungibile e quando mette piede all'aeroporto di Malpensa sparisce nel nulla per poi venire ucciso in una localit ignota qualche ora dopo. Allora Barassi che fa? Si mobilita per rinnovare il passaporto includendo anche i figli piccoli, chiede un visto turistico per Cuba per tutta la famiglia, prenota un albergo nelle Marche e ordina alla moglie di precederlo e attenderlo, intanto lui si precipita qui, nell'area del Garda, per concludere alcune vendite.
Una fuga in piena regola. Ma non capisco. Chiede i visti per Cuba e poi prenota i biglietti per Panama?
Azzardo, non avendo elementi concreti per suffragare questa mia ricostruzione. Barassi sa di avere il terreno che gli scotta sotto i piedi. Hanno ucciso Annoni e Pozzi - tralasciamo Orrigoni visto che al momento non abbiamo nulla che lo ricolleghi a lui - e presumibilmente comprende, per ragioni che al momento ignoriamo, di essere il prossimo nome sulla lista dell'assassino e degli assassini. Deve sparire il pi in fretta possibile. Gli servono i soldi e per metterli insieme vende quanto pi possibile del suo campionario, probabilmente a un prezzo ridotto pur di concludere in fretta le trattative.
Ribadisco, perch Panama e non Cuba dove oltre tutto avrebbe dei parenti della moglie come punto d'appoggio?
Perch gli assassini lo avrebbero comunque trovato. Doveva scomparire, in modo che chi lo braccava non riuscisse a ritrovarlo. E ritengo che volesse rendersi irreperibile anche a noi. E quindi ecco il piano di depistaggio, ammetto ben congeniato: richiede il visto per Cuba, prenota i biglietti aerei per L'Avana e per dare ulteriore credibilit al piano prenota un albergo nelle Marche per una settimana. In realt nelle Marche ci sarebbe stato soltanto per un paio di giorni, probabilmente il tempo di andare in banca, depositare gli assegni intascati nelle ultime trattative e bonificare le somme introitate sul solito conto della banca panamense. Nel frattempo il visto per Cuba sarebbe entrato in vigore. Poi sarebbe filato a Roma e da l a Lisbona, facendo perdere le sue tracce.
Lisbona  nella Comunit Europea. Avremmo potuto fermarlo anche l, obiett il commissario bresciano.
Frena. Intanto non poteva sapere che gli stavamo gi col fiato sul collo. Potevamo risalire a lui soltanto tra qualche giorno, quando sarebbe stato gi dall'altra parte dell'oceano. E se non avessimo trovato i biglietti aerei nel suo trolley avremmo impiegato un bel po' per risalire alle prenotazioni effettuate. Il tempo sufficiente per far perdere le sue tracce.
Mercuri annu.
Devo convenire. Effettivamente Barassi non immaginava di avere il fiato della polizia sul collo e valutava che ci sarebbero voluti giorni prima di risalire a lui.
Proprio cos. Non aveva motivo per temere che fossimo sulle sue tracce e poteva prendersela comoda per qualche giorno. Nel frattempo, non solo avrebbe lasciato l'Italia, ma addirittura l'Europa.
E noi, anzi voi, lo avreste cercato a Lisbona. Tentando di intercettarlo prima che si imbarcasse per l'Avana nel caso foste riusciti a scoprire tutto prima del 2 luglio. Altrimenti lo avreste cercato direttamente a Cuba e, considerando la scarsa collaborazione degli inquirenti cubani, sarebbero passate settimane, forse mesi. E se non avessimo trovato materialmente i biglietti per Panama non avremmo mai fatto un controllo su altre prenotazioni aeree oltre quella per Cuba. Hai ragione: un piano ben congeniato, concord convinto Mercuri.
Non credo abbia fatto tutto questo per noi.
Ovviamente, per depistare anche i suoi nemici...
Soprattutto loro. L'assassino - riassunse Ardig - finora ha dimostrato di avere informazioni e tempismo. Ha ucciso Annoni nel parcheggio all'aperto dove ogni giorno parcheggiava la sua auto, in un punto privo di telecamere e in un orario senza testimoni. Ha ucciso Orrigoni in un garage sotterraneo, dove lo attendeva gi armato, evitando telecamere e testimoni anche in questo caso. E presumibilmente ha sequestrato Pozzi direttamente in aeroporto, appena questo  sbarcato di ritorno dal Giappone. In tutti e tre i casi ha scelto il posto e il momento pi opportuno per colpire le sue vittime, riuscendo a sorprenderle dopo averne studiato movimenti e abitudini, attraverso pedinamenti e intercettazioni.
Un lavoro da professionista, non da dilettante.
Infatti.
Tornando a Barassi. Facendo credere di voler fuggire a Cuba contava di ingannare anche l'assassino. Che, plausibilmente, avrebbe seguito le sue tracce fino a Lisbona e in seguito avrebbe incontrato difficolt negli spostamenti a Cuba. Soltanto per entrare avrebbe dovuto chiedere il visto turistico e i controlli delle autorit cubane non sono uno scherzo... E invece Barassi sarebbe stato tranquillo a Panama, dove noi avremmo impiegato chiss quanto per scovarlo e dove l'assassino non lo avrebbe mai raggiunto.
Tutto perfetto. Peccato che l'assassino lo abbia preceduto.
Perch avr scelto Panama?
Questo lo ignoro. Possiamo ipotizzare che l avesse qualche contatto: un amico, un parente. Tieni conto che la moglie parla spagnolo, e presumibilmente lo masticano anche lui e i bambini, pertanto avrebbero avuto una vita pi semplice, almeno per la lingua. Oppure poteva rappresentare soltanto una tappa. Magari contava di rimanere l qualche mese e poi spostarsi in qualche altro Stato caraibico o sudamericano, complicando ulteriormente il lavoro dei suoi inseguitori.
Mercuri applaud leggermente.
Chapeau! Bravo Ardig: tutto combacia alla perfezione.
Eh s, proprio bravo. Tanto bravo che Barassi  stato ucciso quasi sotto i nostri occhi e l'assassino si  dileguato come sempre, concluse con un'amara ironia il capo della squadra Omicidi.
Ti lascio con un'ultima considerazione. Perch, al posto di orchestrare una fuga tanto machiavellica quanto rocambolesca, con tutti i rischi del caso, se temeva per la sua vita non  venuto da noi?
 una domanda retorica. La risposta la conosci quanto me, replic alzandosi.
Evidentemente - sentenzi Mercuri - non poteva parlarne con noi. E ha preferito correre il rischio di farsi uccidere piuttosto che...
Attendo tue notizie entro breve, si conged Ardig.
Contaci.
Aveva appena finito la sua corsa mattutina.
Quasi cinquanta minuti di buon passo all'interno di parco Sempione. E, appena rientrato a casa, si era pure sparato tre serie di flessioni da venti piegamenti l'una.
Sudato e ansimante prese una bottiglia di plastica di acqua naturale, a temperatura ambiente, e inizi a bere a garganella.
Il suono del messaggio ricevuto gli arriv come un'eco lontana. Distrattamente afferr il cellulare.
Sperava fosse la sua dolce Lucrezia.
Rabbrivid all'istante. Il mittente era anonimo.
Le parole enigmatiche e sibilline.
La vendetta si  compiuta. Se cerchi l'ultima risposta recati dove l'insigne astronomo Oriani fronteggia in eterno lord Byron.
Non se l'aspettava. Non era stato commesso nessun omicidio a Milano, almeno che lui sapesse.
Che senso aveva quella rivendicazione?
A meno che Ardig non fosse riuscito a tenere nascosta la cosa. Possibile? Come si fa a non rendere pubblica la notizia di un omicidio?
Eppure...
Decise di giocare a carte scoperte.
Non tent nemmeno di telefonare all'amico: se era impegnato, e lo era sempre, non gli avrebbe neppure risposto.
Invi un messaggio in copia a lui e a Santoni: Ricevuto sms da mittente anonimo. Ho la solita pergamena da recuperare. Cosa volete che faccia?.
Nell'attesa di un risposta si infil sotto la doccia.
Mentre lo scroscio di acqua tiepida lo investiva sent squillare il cellulare.
Si affrett a girare il rubinetto, arrestando il flusso.
Nudo e gocciolante apr il vetro della cabina del box doccia e acciuff il cellulare dal ripiano in cui lo aveva appoggiato. Era Santoni.
Quando  arrivato l'sms?
Pochi minuti fa.
Il commissario non pu venire di persona. Passo a prenderti tra dieci minuti.
Perfetto, ti aspetto.
Termin di sciacquarsi, si asciug rapidamente e si infil dei pantaloni neri di cotone e una camicia bianca.
Scese le scale e trov Santoni ad attenderlo gi davanti al portone. Da solo.
Gli mostr il messaggio senza fare alcun commento.
Cosa significa secondo te?
Non ho ancora avuto modo di pensarci. Fra l'altro ho il palmare scarico. Torniamo su e guardiamo su Internet cosa troviamo.
Il poliziotto annu.
Risalirono nell'appartamento del giornalista.
Sul tavolo del salotto, che fungeva anche da ingresso, c'era il pc portatile con la connect card gi innestata.
Un minuto dopo erano in rete.
Ottone, pigramente sprofondato sul divano, li studiava con aria perplessa, indeciso se alzarsi, nella speranza di strappare qualche croccantino, o restare comodamente sdraiato. Santoni si guardava intorno: era incuriosito dagli articoli che vedeva incorniciati, come quadri, sulla parete alle spalle del televisore.
L'astronomo Oriani fronteggia in eterno Lord Byron... In eterno. Non so, potrebbe trattarsi di un cimitero, forse il Maggiore o il Monumentale. Magari sono entrambi sepolti, sugger ad alta voce Malerba.
Avvi la ricerca partendo da George Gordon Byron.
Lo aveva studiato al liceo, ricordava che aveva avuto una vita avventurosa, tra rivoluzioni e belle donne, e che era scomparso piuttosto giovane, forse proprio in Italia, dopo essersi unito ai carbonari.
Sull'infallibile enciclopedia online, Wikipedia, trov la conferma che il poeta e politico inglese, intorno al 1816, costretto all'esilio, si era rifugiato proprio in Italia, dove aveva aderito alla Carboneria, partecipando attivamente ai primi moti rivoluzionari.
Non c'era nessun riferimento, per, riguardo a un suo possibile passaggio a Milano. Venezia, Ferrara, Ravenna, Porto Venere e Albaro, in Liguria.
Ecco le tappe del suo girovagare in terra italica. No, lord Byron a Milano sembrava non aver mai messo piede.
Non solo: era deceduto in Grecia, nel 1824, e i suoi resti erano stati riportati in patria. Doveva scartare l'ipotesi che fosse stato tumulato in un cimitero milanese.
Sapeva decisamente meno di Barnaba Oriani.
Che si trattasse di un astronomo lo ricordava semplicemente perch, nella zona della Certosa di Garegnano, all'estrema periferia nord di Milano, sotto il cavalcavia delle autostrade, correva una traversa periferica intitolata appunto a questo scienziato settecentesco.
Questa volta ad aiutarlo non era la sua memoria di studente, bens un'esperienza lavorativa piuttosto recente: nel 2004, o nel 2005, in quella via poco illuminata e mal frequentata una ragazza era stata uccisa a coltellate da un assassino mai identificato. Ed era toccato proprio a lui coprire la notizia, recandosi in piena notte, intorno alle 4, sul luogo del delitto, per scrivere un veloce pezzo da inserire nella versione online del giornale.
Era stato pi faticoso trovare via Barnaba Oriani nello stradario milanese che strappare qualche informazione al predecessore di Ardig, un certo Masciarelli, un abruzzese tosto e tutt'altro che loquace, poi diventato capo della Mobile in un capoluogo pugliese, Lecce o forse Taranto.
Digit il nome dell'astronomo su Google.
Come sempre il primo link era quello di Wikipedia.
Scopr cos che Oriani, nato nel 1752 proprio nel quartiere Garegnano, era stato un sacerdote, dedito agli studi di matematica e soprattutto di astronomia, tanto da essere ritenuto il vero scopritore di Urano, l'ottavo pianeta del sistema solare. Le sue scoperte attirarono addirittura l'interesse di Napoleone il quale, appena conquistata Milano nel 1796, volle conoscerlo di persona.
Continu a leggere il profilo dell'astronomo fino a quando una notizia curiosa lo colp come un colpo di frusta: Oriani s segnal anche per significative opere di filantropia. Con il suo testamento dispose, tra l'altro, che gli ingenti averi, frutto della fama e delle onorificenze acquisite con i suoi studi, fossero destinati, oltre che alla Specola di Brera, alla Biblioteca Ambrosiana, al Seminario arcivescovile e all'Orfanotrofio di San Pietro in Gessate.
Si appoggi sullo schienale della sedia e si mise a riflettere. Un maremoto si era innestato nel suo cervello.
La scoperta di Urano... la Biblioteca Ambrosiana...
Forse aveva gi sotto gli occhi la risposta che stava cercando. Se non ricordava male al fondo della principale sala della Biblioteca Ambrosiana, la sala Federiciana - cos denominata in onore del suo fondatore e mecenate, il cardinal Federico Borromeo - c'era un saletta secondaria, quasi una sorta di cortiletto interno, poco illuminato, disseminato di busti di marmo raffiguranti esimi personaggi che avevano fatto la storia di Milano.
I ricordi lo assalirono improvvisamente, come l'ondata inarrestabile dell'oceano durante uno tsunami.
Si rivedeva bambino, tenuto per mano da suo nonno, mentre percorreva i corridoi silenziosi della Pinacoteca Ambrosiana, da dove iniziavano il loro giro, prima di scendere appunto nell'omonima Biblioteca.
Gli anziani e i bambini nei musei entravano gratis, per questo, frequentemente, nei tanti pomeriggi autunnali o invernali, quando a una passeggiata al freddo e con la nebbia  preferibile stare al chiuso, il nonno lo portava spesso a visitare i luoghi del ricordo e della cultura di Milano.
I suoi preferiti erano il Museo delle Scienze Naturali, nei giardini di corso Venezia, dove c'erano gli animali imbalsamati e le ricostruzioni plastiche dei dinosauri, e quello della Scienza e della Tecnica, in via San Vittore, dove si trovavano le meraviglie dell'ingegneria e dell'industria: aerei, navi, auto, locomotive e tutto quanto aveva portato alla concretizzazione del progresso e del benessere attuali.
Ma era contento anche quando andavano a vedere i quadri, a Brera, a Palazzo Reale e appunto alla Pinacoteca Ambrosiana.
Il piccolo Federico allora odiava scrivere e mai e poi mai si sarebbe immaginato, un giorno lontano, nei panni di un giornalista.
Voleva diventare un pilota di Formula 1 o di moto, come Didier Pironi o Freddie Spencer, allora i suoi rispettivi idoli nelle corse motoristiche a quattro e due ruote, oppure un pittore, visto che gli piaceva dipingere, con gli acquarelli e le tempere, e tante volte, a scuola o a casa, aveva provato a emulare i maestri rinascimentali che ammirava durante le sue passeggiate pomeridiane con il nonno, sempre pronto, a sua volta, ad arricchire la visita con un aneddoto interessante sulla storia immortalata, generalmente di stampo religioso, mitologico o bellico, dall'artista in questione.
Per questo ricordava bene, anche se non la visitava da alcuni anni, la sala Federiciana, la sala che portava il suo nome.
E ricordava piuttosto bene quella dozzina, o quindicina, di busti bianchi che lo osservavano muti, con i loro lineamenti severi e superbi, mentre suo nonno gli elencava le imprese realizzate nelle loro vite terrene e i meriti conseguiti per poter essere poi ricordati, con quelle statue, appunto in eterno. Non ci avrebbe giurato, eppure ne era abbastanza convinto: tra quei busti c'era anche Barnaba Oriani.
Quanto letto su Wikipedia aveva attivato uno dei tanti file polverosi dimenticati nell'archivio della sua memoria.
Come tanti bambini, da piccolo, aveva ricevuto in dono un telescopio con cui, senza troppa fortuna, cercava di scrutare la volta celeste: gli avevano anche regalato un libro, con tante illustrazioni, sui pianeti e le costellazioni, che sfogliava, senza leggerlo, con grande frequenza.
Come i tasselli di un puzzle indecifrabile i ricordi, nel giro di qualche secondo, iniziarono a posizionarsi perfettamente, ricomponendo il mosaico di quei giorni lontani.
E dalla nebbia delle immagini sfocate del passato si materializzarono nitidamente quei visi impassibili di marmo bianco, tra i quali c'era, adesso ne era sicuro, anche Barnaba Oriani, lo scopritore di Urano, uno dei pianeti che maggiormente affascinava e incuriosiva il piccolo Federico.
L'ispettore Santoni che, in questo lasso di tempo, non aveva neppure osato disturbarlo, vedendolo cos assorto e concentrato, lo fissava impassibile e stupito, in attesa che si decidesse a parlare.
Nemmeno si trattasse dell'oracolo di Delfi...
Ho il sospetto che hai fatto un viaggio a vuoto. Facevi prima a rimanere al commissariato, spieg ridendo Federico, intercettando lo sguardo interrogativo del poliziotto.
Se ho ben interpretato il senso di questo messaggio dobbiamo tornare proprio in piazza San Sepolcro.
L'sms di Santoni lo aveva raggiunto appena aveva imboccato l'autostrada.
Mentre spingeva sul gas Ardig rifletteva.
La collaborazione spontanea offerta da Malerba sembrava un ulteriore elemento a conferma della sua estraneit ai fatti su cui stavano indagando.
Era curioso di vedere cosa avrebbero trovato nella solita pergamena. Anche se le sue priorit erano altre.
Perilli sarebbe rientrato dal suo weekend di relax in Liguria soltanto in tarda mattinata e non lo avrebbe incontrato fino a met pomeriggio. Pertanto, almeno formalmente, nessuno gli aveva ancora comunicato di non doversi occupare dell'omicidio Barassi.
Aveva poche ore, doveva approfittarne. Telefon a Velluti.
Devo parlare con il fratello del Barassi. Di persona. Con urgenza. Ripasso in ufficio, poi vado a Rho.
Meno di dieci minuti dopo erano nel piccolo parcheggio esterno del commissariato Centro Storico, riservato soltanto ai funzionari e ai dirigenti.
Si lasciarono alle spalle l'elegante facciata della sede del commissariato, Palazzo Castani, intonacata con un celeste tanto insolito quanto gradevole e attraversarono la piccola piazzetta dominata dalla splendida basilica del Santo Sepolcro.
Puntarono verso il lato destro della chiesa, verso il piccolo cortile dove campeggia la statua dedicata al Cardinale Federico Borromeo.
Mentre coprivano i pochi metri che li separavano dall'ingresso Federico rifletteva: mai si sarebbe aspettato che l'assassino o un suo complice potessero avere la sfacciataggine di recapitare una delle solite pergamene proprio nell'edificio antistante il commissariato di Ardig.
Una vera e propria sfida, ragionava il cronista, e una sorta di salto di qualit: finora, infatti, le pergamene, o le missive con gli indizi per recuperarle, erano state lasciate in luoghi aperti e molto frequentati.
I giardinetti adiacenti alla basilica di Sant'Ambrogio, il parcheggio di piazza Mentana, le panchine in piazza Santa Maria delle Grazie e il parco di piazza Vetra.
Tutti posti dove c'era un passaggio continuo e dove non c'erano telecamere di sorveglianza.
Questa volta, invece, avevano scelto uno dei luoghi pi sorvegliati di Milano: la Biblioteca Ambrosiana.
Dove si accede soltanto con il biglietto.
Non voleva rubare il mestiere ad Ardig, tuttavia non faticava a immaginare che, esaminando i filmati, avrebbero facilmente individuato il misterioso mittente della missiva o della pergamena che stavano per recuperare.
L'ingresso posteriore della Biblioteca, o meglio l'uscita, era delimitato da un cancello di ferro: videro subito il catenaccio che lo sbarrava.
 luned, credo che oggi la Biblioteca e la Pinacoteca siano chiuse, osserv laconico Federico, preoccupato di dover rimandare il recupero.
Nessun problema, ci facciamo aprire. Qualcuno dentro ci sar, ribatt l'ispettore ligure.
Prima di chiedere un po' ingenuamente.
Dove si trova l'entrata principale?
Il giornalista sorrise discretamente, cercando di non farsi beccare.
Incredibile, pensava, Santoni lavorava nel commissariato di piazza San Sepolcro da almeno tre o quattro anni e ignorava dove si trovasse l'ingresso principale della Pinacoteca, distante s e no una trentina di metri dal suo ufficio!
 qui dietro. Dobbiamo aggirare l'edificio, tagli corto Malerba.
Trenta secondi dopo erano in piazza Pio XI, davanti all'ingresso principale. Il portone a vetri era chiuso a chiave: all'interno si vedeva del movimento.
L'ispettore buss energicamente.
Un custode, sbucato da dietro a una parete di cartone, dove era illustrato il Codice Atlantico di Leonardo in mostra nella sala principale, fece segno di no con il dito indice destro.
Questo  il giorno di chiusura. Non sono consentite visite per il pubblico. L'orario di...
Polizia, apra immediatamente, lo stopp Santoni esibendo il tesserino identificativo.
L'uomo annu facendo segno, per, di aspettare.
Qualche istante dopo un secondo custode, una donna sui 50 anni, venne ad aprire la porta a vetri.
Buongiorno, prego, entrate.
Buongiorno a lei, scusi per l'intrusione. Sono l'ispettore Massimo Santoni del commissariato Centro Storico. Siamo qui per ragioni di servizio.
La donna sorrise educatamente.
Posso esservi utile in qualche modo? Sapete gi dove andare?
Santoni scocc un'occhiata a Malerba.
Dobbiamo recarci nella sala Federiciana.
Vi accompagno, seguitemi.
Infilarono un corridoio sulla sinistra che portava a una scalinata laterale: i gradini erano in pietra, le pareti erano abbellite con alcuni quadri rinascimentali di autori minori.
Salirono un solo piano, lasciandosi sulla sinistra le sale della Pinacoteca dove erano ospitati alcuni capolavori di Caravaggio, Bramantino, Botticelli, Tiziano, Correggio, Bernardino Luini e tanti altri.
Attraversarono un piccolo corridoio dalla cui vetrata si poteva godere di una splendida vista sul cortile interno dell'edificio, dove erano posizionate alcune statue di personalit milanesi e non.
Se la memoria non lo ingannava si trattava del cortile degli Spiriti Magni.
Per un attimo Malerba ebbe il timore di aver fatto confusione. Forse Barnaba Oriani si trovava l.
Prefer tener celati i suoi dubbi: erano comunque sempre in tempo a visitare il cortile se non avessero trovato quello che cercavano nella Biblioteca.
Scesero un'altra rampa di scale e si trovarono davanti all'ingresso della sala principale.
La donna fece segno di precederla.
Non si preoccupi - la rassicur il giornalista - conosciamo bene la sala Federiciana. Ci tratterremo soltanto per qualche minuto.
In realt Malerba non metteva piede in quello splendido luogo di cultura e storia da quasi vent'anni, dai tempi del liceo. Cos entrarono da soli.
L'impatto visivo fu straordinario.
L'immensa sala, di forma rettangolare, era illuminata da leggere luci soffuse, che risaltavano l'imponenza delle pareti alte una decina di metri, ricoperte interamente da scaffali colmi di volumi, molti dei quali risalenti al Medievo e al Rinascimento.
Testi, tra cui diversi splendidi miniati, quasi tutti vergati in latino, fatti reperire in ogni angolo dell'Europa dall'ostinazione e dalla lungimiranza del Cardinal Borromeo che, all'inizio del Diciassettesimo secolo, aveva utilizzato tutta la sua influenza per poter allestire questa monumentale raccolta, e regalare cos ai milanesi la prima biblioteca pubblica, la terza in assoluto in Europa dopo quelle inaugurate pochi anni prima a Londra e Parigi.
Dei piccoli riflettori al neon erano rivolti verso le teche ospitanti i documenti del Codex Atlanticus leonardesco.
Una leggera musica trasmessa da alcune casse in diffusione in tutto l'ambiente, canti gregoriani se non sbagliava, rendeva ancora pi suggestiva la visita.
Attraversarono la sala sfilando tra i disegni leonardeschi.
Malerba rallent: la sua attenzione era stata colpita da uno dei tanti schizzi progettuali del Genio, riguardante dei cannoni, intenti a sputare colpi a raffica, collocati su una pedana e muniti alle spalle di una sorta di pignone meccanico, come quello che fa girare la catena delle nostre biciclette, per facilitarne la rotazione e il puntamento.
Il poliziotto lo invit bruscamente a proseguire.
Raggiunsero il fondo della sala, dove c'era un arco, ricavato dagli scaffali zeppi di libri, che immetteva nel retro della principale sala Federiciana.
Si ritrovarono nella saletta secondaria, una sorta di cortile interno, come ricordava Malerba, illuminato soltanto da piccoli neon e da alcuni faretti incastonati sul pavimento in pietra.
Era un ambiente buio e fresco, quasi umido.
Le statue erano collocate principalmente sulle pareti laterali, quasi a forma di ferro di cavallo: la parte centrale della sala era delimitata da un piccolo muretto di una quarantina di centimetri, all'interno del quale c'era una teca con uno schizzo del Genio fiorentino dedicato all'ingegneria militare.
Istintivamente il reporter della Voce Lombarda cominci a esaminare le statue partendo da sinistra e procedendo in senso antiorario.
La prima era dedicata a Ioanni de Pecis, la seconda a Mariae Paravicini. Due perfetti sconosciuti per Federico, che prosegu fronteggiando Antonio Stoppani, Cesare Beccaria, Carlo Parea e Bernardus Gatti.
Sul lato sinistro della parete posteriore c'era un solo busto, dedicato a Petro Custodi. Si spost verso l'angolo destro della parete posteriore dove c'era un altro busto.
Si abbass per leggere l'incisione: Byron.
Sent il cuore sobbalzare.
Si gir all'improvviso puntando verso la parete principale.
Nell'angolo c'era un solo busto. And dritto a colpo sicuro: Barnabae Oriani lo attendeva impassibile.
Eccolo.
I due busti si fronteggiavano, con i loro occhi cavi e ciechi si guardavano fissi, per l'eternit appunto.
Non c'era nessun cestino per i rifiuti.
Si allarm. Soltanto per un istante.
Nel retro della base del busto dell'astronomo intravide qualcosa di giallo.
Immediatamente intu di cosa si trattava: era soltanto un foglio privo del canonico laccetto nero a sigillarlo.
Soltanto un indizio per recuperare una nuova pergamena. Fece segno a Santoni di avvicinarsi.
Indic il reperto cartaceo al poliziotto, che infil i guanti in lattice e lo raccolse con delicatezza, aprendolo e infilandolo in una busta di plastica trasparente appena estratta da una tasca.
Quindi si allontan da Malerba spostandosi verso un faretto, per sfruttare l'illuminazione artificiale. In quell'istante realizz, come aveva gi fatto il cronista, che si trattava soltanto di un indizio.
Si sofferm sull'enigmatico messaggio.
Senza l'aiuto del reporter non sarebbe mai stato in grado di recuperarlo. Si arrese, sbuffando.
Poi allung a Federico la busta trasparente.
Dietro il mantello del Boltraffio...
Il Boltraffio...
Si concentr senza perdere tempo, in uno sforzo mnemonico abnorme.
Il Boltraffio...
And ad appoggiarsi al murettino di fronte alle statue.
I bianchi volti di marmo dei personaggi storici per sempre ricordati in quell'angusto cortile interno lo guardavano severi. Come se stessero scrutando uno studente impreparato. Come la commissione d'esame schierata dall'altra parte della scrivania il giorno dell'orale della maturit.
Il Boltraffio...
Come un pistolero del selvaggio West la mano corse veloce alla fondina... per recuperare l'indispensabile palmare.
Lo accese con movimenti frenetici. La batteria era in riserva, e comunque non c'era campo.
Doveva immaginarlo, con dei muri in pietra cos spessi.
Dobbiamo uscire.
Ripercorsero la splendida Sala Federiciana, silenziosa e deserta, ritrovando la custode che, pazientemente, li aveva attesi nel corridoio per riaccompagnarli fino all'uscita.
Nel cortile posteriore della Biblioteca Ambrosiana non c'erano alberi o fontane.
Soltanto la statua eretta in ricordo del fondatore di quel luogo di storia e cultura: il cardinal Federico Borromeo.
Qui fa troppo caldo, andiamo in un bar?, propose Malerba.
Saliamo in commissariato, rettific Santoni.
Due minuti dopo erano nell'ufficio di Ardig, che osservava con un aria imbronciata l'ex compagno di studi.
Il commissario, appena rientrato da Brescia, esamin senza troppa attenzione il messaggio rinvenuto.
Quindi tagli corto.
Allora, cosa vaticina il nostro erudito giornalista?
Ho una vaga idea, mi occorre Internet per avere maggiori riscontri. Il capo della Omicidi clicc sul mouse chiudendo alcuni file aperti.
Prego, accomodati.
Il giornalista aggir la scrivania e, rimanendo in piedi, con i due poliziotti che lo osservavano praticamente appoggiati alle sue spalle, come due gufi appollaiati, avvi la sua ricerca.
Digit la parola Boltraffio.
Bingo.
Wikipedia, come al solito, aveva la risposta a tutti i suoi quesiti.
Giovanni Antonio Boltraffio, pittore milanese operante a cavallo tra il Quindicesimo e il Sedicesimo secolo, uno dei discepoli di Leonardo nel corso del suo ventennale periodo milanese a fine Quattrocento.
Aveva compiuto un passo avanti, scoprendo chi era Boltraffio. Ora doveva salire un altro gradino.
Torn a concentrarsi sul messaggio.
Dietro il mantello del Boltraffio...
Avrebbe dovuto cercare qualcosa raffigurante o riproducente la figura di questo Boltraffio.
Ragionevolmente una statua. O una scultura?
Oppure un dipinto? Un monumento?
O poteva trattarsi anche di un'incisione? O di un arazzo? Come cercare un ago in un pagliaio.
Di colpo gli venne un'illuminazione. La tomba.
Ecco cosa dovevano cercare.
Riprese a leggere avidamente da Wikipedia.
La scheda informativa fornita dall'insostituibile enciclopedia online non menzionava dove fosse stato sepolto l'artista.
Il cronista si gratt perplesso il mento.
Un istante dopo, risalendo a met della scheda, intu di aver individuato la risposta che stava cercando.
Nella parte dedicata ai link campeggiava la foto della grande statua dedicata a Leonardo, collocata al centro di piazza della Scala, di fronte a Palazzo Marino, sede del comune di Milano.
Un monumento che conosceva bene e che ricordava ornato, alla base, da quattro sculture minori, raffiguranti quattro artisti ritenuti i discepoli prediletti del da Vinci durante il suo periodo milanese.
Anche se non ricordava i nomi non dubitava sul fatto che uno dei quattro fosse proprio Giovanni Antonio Boltraffio.
Dobbiamo andare in piazza della Scala. La pergamena  ai piedi del monumento di Leonardo.
Non posso venire, accompagnalo tu, ordin secco Ardig, senza neppure rivolgere uno sguardo a Malerba.
L'ispettore e il giornalista uscirono, lasciando il commissario ai suoi pensieri.
Giacomo Barassi aveva scelto di incontrare i poliziotti nel capannone del suo laboratorio orafo a Rho.
L'attivit era ferma. I cinque dipendenti, quattro operai specializzati e una segretaria, erano stati lasciati a casa.
Ufficialmente l'azienda era chiusa per lutto fino al gioved successivo.
Ho preferito incontrarvi qui per evitare che, a casa, i bambini potessero sentirci. Conchita ha portato i figli da noi, per farli stare tranquilli. Non sanno ancora della morte di Samuele, spieg l'artigiano.
Aveva 51 anni, anche se ne dimostrava alcuni in pi.
Spalle strette, una cassa toracica da riformato, mani minute: il classico pelle e ossa.
Un vero e proprio topo da laboratorio: pallido, con gli occhiali, i capelli radi striati di grigio, l'aria da pretino incapace di far del male a una mosca.
Il fratello maggiore, dalle poche foto che avevano recuperato, non gli somigliava per nulla: pi alto, pi robusto, pi energico, pi viscerale.
Diversi come il giorno e la notte.
L'orafo li fece accomodare nel piccolo ufficio ricavato nella parte posteriore del magazzino, dietro all'ampio laboratorio. Un ambiente angusto e male illuminato.
L'arredamento era composto da scaffali metallici presi in qualche grande magazzino, da una scrivania di scarso valore e da un computer di vecchia generazione.
Alle pareti foto di famiglia, con i figli e i nipoti felici al mare, e un poster dell'Inter campione d'Italia 2006-07.
Velluti, prima di arrivare a Rho, gli aveva ricordato che dalla scheda di Samuele Barassi risultavano diversi carichi pendenti accumulati intorno alla met degli anni Settanta.
Alcune delle denunce per aggressione, lesioni lievi e resistenza a pubblico ufficiale avevano portato a delle condanne anche se, con i benefici della condizionale, non aveva mai dovuto scontare alcun giorno di reclusione. E dopo dieci anni aveva ottenuto la cancellazione delle condanne dal casellario penale.
Per questo, nei documenti esibiti in pubblico per la sua attivit professionale, risultava incensurato.
Decise di partire proprio da questi ultimi aspetti.
Signor Barassi dagli accertamenti che abbiamo fatto risulta che suo fratello, in giovent, ha avuto diversi problemi con la giustizia e ne abbiamo ricavato il profilo di una persona violenta. Cosa ci dice?
L'artigiano aveva il volto scavato dalle occhiaie: l'uccisione del fratello doveva essere stato un duro colpo per lui.
Samuele non era cattivo. Non era un violento. Quelle denunce erano... intemperanze giovanili, dovute anche alla sua attivit politica. Negli ultimi anni era cambiato. Aveva trovato quella tranquillit che inseguiva da quando era ragazzino. Aveva trovato la pace, finalmente.
I due poliziotti lo guardarono perplessi.
Sia pi chiaro, per favore.
Nostra madre  mancata pi di quarant'anni fa. Io ero troppo piccolo per ricordarmela. E l'affetto dei nonni  stato sufficiente per compensare questa enorme perdita. Mio fratello, invece, ne ha risentito molto.  diventato un ragazzino difficile, scontroso, ribelle. Prima in famiglia, poi a scuola e quindi fuori. Ha commesso degli errori. Come tanti giovani del resto. E poi quelli erano gli anni Settanta, gli anni delle contestazioni, degli scontri di piazza.
Suo fratello era un estremista?
No, per carit. Era iscritto all'universit, ha tentato prima Storia e poi Scienze Politiche. L ha conosciuto alcuni ragazzi iscritti a gruppi della destra. E si  fatto influenzare. Per qualche anno. Poi  partito per la leva militare e quando  tornato ha messo la testa a posto. Tutto qui.
Veramente - intervenne Velluti - a noi risulta che a militare ebbe molti problemi. E sub un processo davanti alla Corte Marziale per aver aggredito un superiore, rimediando un prolungamento del servizio di ben 5 mesi.
Un'altra ragazzata. Sapete bene com'era il servizio militare di una volta. Il nonnismo, l'autorit, le punizioni. Quell'esperienza lo ha cambiato. Lo ha fatto crescere, maturare. E quando  tornato si  messo a lavorare, qui in laboratorio, smettendola di fare casini.
Poi si  sposato, nel 1983, e qualche anno dopo si  separato. Fino a ottenere il divorzio definitivo nel 1992, prov a insistere Velluti.
Ha incontrato la persona sbagliata. Come succede a tanti.
L'ex moglie aveva presentato anche una denuncia per lesioni. Era stata picchiata da suo fratello.
Un paio di sberle, nulla pi, e la denuncia era stata ritirata. Un altro errore che ha pagato sulla sua pelle. Per, alla fine, aveva trovato la persona giusta: Conchita, una brava ragazza. Si era costruito una bella famiglia, il lavoro andava bene, era felice. Sembrava tutto a posto finalmente...
Gli occhi dell'uomo si inumidirono.
Ardig cap che era il momento di insistere.
Senta... ci aiuti a capire. Suo fratello stava progettando la fuga all'estero con tutta la sua famiglia. Aveva spostato somme ingenti su un conto a Panama e si preparava a espatriare con moglie e figli. Lei non poteva non sapere quello che stava accadendo.
Il fratello della vittima non tent nemmeno di mentire.
Ho saputo tutto qualche giorno fa. Mio fratello da un paio di settimane era tornato nervoso e inquieto come non lo vedevo da anni. Gli ho chiesto se ci fosse qualche problema e lui ha negato. Almeno inizialmente.
Poi?
Casualmente, parlando con il direttore della nostra banca - abbiamo i rispettivi conti personali e quello dell'azienda nello stesso istituto - ho scoperto che Samuele aveva ritirato tutti gli investimenti a lunga scadenza e le rendite, rimettendoci gli interessi maturati, parliamo di diverse migliaia di euro. Il direttore lo aveva sconsigliato dal compiere una simile operazione, ma mio fratello lo aveva ignorato. Per farla breve aveva spostato circa 60mila euro dal suo conto. Per la privacy e il segreto bancario non mi hanno riferito dove erano stati trasferiti quei soldi.
Glielo possiamo dire noi, su un conto di Panama.
Mio fratello, invece, mi aveva detto che li aveva spostati a Cuba, dove intendeva trasferirsi tra pochi giorni.
Le avr spiegato il perch... sia sincero, forza, lo incit Ardig.
 stato vago. Mi ha solo detto che era in pericolo, lui e la sua famiglia, che non poteva spiegarmi nulla, anche se non dovevo temere ritorsioni nei miei confronti o sull'azienda. Ho insistito, ma  stato come parlare a un muro. Non mi ha fornito nessun particolare in pi, in compenso mi ha chiesto del denaro. Io gli ho fatto avere 20mila euro con un assegno e gli ho permesso di prendere una cospicua parte del campionario che avevamo in deposito per tentare di venderli subito. Ha prelevato preziosi per quasi 80mila euro e contava di ottenere circa 60mila euro dalle cessioni. Non potevo dargli di pi, perch dovevo comunque salvaguardare l'azienda e i suoi dipendenti.
In tutto, tra bonifici, assegni e ricavato dalla vendita dei preziosi suo fratello contava di racimolare pi o meno 150mila euro mi pare di capire. Giusto?
Qualcosa in pi. Contava di spostare tutta la liquidit del suo conto corrente e avere cos altri 30mila euro disponibili.
Quasi 200mila euro, calcol Ardig, con cui la famiglia Barassi avrebbe potuto vivere bene a Panama per almeno una decina d'anni. Davvero un piano ben congegnato, considerando che persino per il fratello sarebbe stato a Cuba e non a Panama...
Signor Barassi, un'ultima cosa. Lei conosce questi uomini? Ritiene che suo fratello li possa avere conosciuti?, chiese il capo della Omicidi, appoggiando sul tavolo una cartelletta con le foto e un breve profilo di Alberto Annoni, Lorenzo Orrigoni e Matteo Pozzi.
Giacomo Barassi osserv le foto per un paio di minuti, senza proferire parola.
I suoi occhi si stamparono sui volti dei tre uomini cinquantenni. Soltanto dopo qualche minuto, sollevando a mezz'aria la foto di Annoni, si sbilanci.
Non ci giurerei... questo mi pare di ricordarmelo.
Ardig trattenne l'emozione che lo stava pervadendo, non lasciando trapelare nulla.
Si chiamava Alberto Annoni, era un pubblicitario.
Barassi rimase silente e concentrato.
Sono passati tanti anni, forse mi sbaglio, per... s, mi pare di ricordarmelo. S, Alberto. Non ricordo il cognome... era proprio lui. Aveva un fratello della mia et, se non sbaglio.
Questa volta Ardig non riusc a trattenersi.
Esatto. Oggi fa il dentista.
L'orafo esamin nuovamente le altre foto.
I poliziotti lo lasciarono fare in silenzio.
Finch si decise a parlare.
 passato parecchio tempo, per... questi erano gli amici del mare di mio fratello. Manca Cruyff... Ma loro...
Ardig e Velluti non riuscirono a comprendere il nome biascicato dell'assente e di fatto non lo annotarono.
Avevano la mente gi rivolta alla domanda successiva.
Quale mare? Dove?
Il Tirreno. In Versilia. Per alcuni anni, all'inizio degli anni Settanta, siamo andati l in vacanza.  l che mio fratello frequentava questi ragazzi.
L'adrenalina esplose come la lava che, trovato un orifizio, risale fino alla bocca del vulcano per eruttare con tutta la sua devastante potenza.
Finalmente aveva trovato quel bandolo della matassa che inseguiva da settimane, inutilmente.
La nebbia si stava diradando. Aveva agganciato il filo di Arianna, ora doveva seguirlo a ritroso e andare ad affrontare il Minotauro.
Ricorda di quali anni si trattasse?
Ero un adolescente o poco pi. Direi tra il 1970 e il 1975, quattro o cinque anni consecutivi, tra luglio e agosto. Avevamo una zia che prendeva sempre in affitto una villetta a Marina di Pietrasanta e ci ospitava per qualche settimana.
Non ricordava altro. Si congedarono da Giacomo Barassi raccomandandogli la massima discrezione.
Torna al commissariato. Riesaminate nel dettaglio i profili delle vittime. Se erano amici in giovent e probabile che non si siano persi di vista nemmeno in seguito. E manda qualcuno dalla vedova Pozzi.
E lei commissario?
Io mi precipito dal fratello di Annoni, per vedere se ci conferma la ricostruzione di Giacomo Barassi.
Piazza San Sepolcro e piazza della Scala sono separate da meno di un chilometro di passeggiata nel cuore pulsante di Milano.
Piazza Cordusio, via dei Mercanti con i suoi portici trecenteschi, piazza del Duomo e quindi la celebre Galleria intitolata a Vittorio Emanuele.
Il tour prediletto dai tanti turisti, asiatici o nordici, che affollano soltanto questa parte della metropoli, ignorando le tante altre bellezze nascoste che la citt potrebbe offrire.
In poco pi di dieci minuti il poliziotto e il cronista raggiunsero la loro meta.
Si lasciarono Palazzo Marino, il palazzo comunale, sulla loro destra e deviarono in direzione del Teatro della Scala.
Il complesso statuario dedicato dai milanesi a Leonardo, realizzato da Pietro Magni e inaugurato nel 1872, si ergeva al centro della piazza, circondato da siepi ben curate e panchine disposte in modo da formare un anello circolare intorno alla statua. Leonardo, a circa cinque metri di altezza, rivolgeva il suo sguardo cupo all'ingresso della Scala, dando le spalle al portone del Comune.
Sotto il basamento dove poggiava la statua dedicata al Genio, nei quattro angoli, erano state ricavate delle ampie nicchie che ospitavano le quattro sculture dedicate ai giovani allievi prediletti dall'illustre maestro.
Santoni, pur non avendo un particolare interesse per l'arte o per la storia, ben sapeva, avendolo letto e riletto negli incartamenti delle ultime settimane, che una delle quattro statue raffigurava Marco d'Oggiono, il pittore autore della Pala dei tre Arcangeli, la tela utilizzata dall'assassino per rivendicare gli omicidi delle ultime settimane.
Da quel che sapeva Malerba era totalmente all'oscuro di questi dettagli. Era pertanto curioso di vedere come avrebbe reagito quando si sarebbe trovato di fronte all'effigie di Marco d'Oggiono.
Transitarono davanti al portone d'ingresso del Comune e si avviarono verso l'area circolare che circondava il complesso statuario.
Il giornalista punt verso l'angolo posteriore destro, quello pi vicino al Palazzo Comunale.
La scultura ritraeva un giovane artista.
Guardarono subito l'incisione nel basamento.
ANDREA SALAINO.
Un perfetto sconosciuto.
Senza proferire alcun commento il cronista prosegu verso l'angolo superiore del lato destro.
CESARE DA SESTO.
Un altro perfetto sconosciuto per entrambi.
Nemmeno questa volta Malerba ebbe reazioni emotive o verbali.
Si spostarono verso il lato sinistro della statua.
Il volto austero di Leonardo continuava a fissarli dall'alto. L'ispettore concentr tutte le sue attenzioni sulle reazioni che un istante dopo avrebbe avuto il cronista.
Un giovane dai lineamenti nobili puntava lo sguardo verso nord-ovest, in direzione piazza Cordusio.
MARCO D'OGGIONO.
Il giornalista non spiacic una parola, comportandosi esattamente come aveva fatto con le due sculture precedenti, ovvero dirigendosi immediatamente verso quella successiva, posizionata nell'angolo sud ovest del monumento, limitandosi soltanto a un commento ironico.
Come volevasi dimostrare, ovviamente era l'ultima, sbott, seguito dallo sguardo inquisitore del poliziotto.
Percorsero l'ultimo lato della statua e finalmente si trovarono di fronte all'incisione cercata.
GIO. ANTONIO BOLTRAFFIO.
Questa volta Malerba cambi radicalmente atteggiamento, diventando improvvisamente attento e guardingo come un segugio che ha fiutato la preda da stanare.
Rifletteva a voce alta.
Dietro il mantello... dietro il mantello.
C'era soltanto erba, con qualche cartaccia.
Posti simmetricamente a un metro dalla scultura, uno sulla destra e uno sulla sinistra, c'erano due cestini per la spazzatura.
Quello di sinistra, effettivamente, era ubicato quasi alle spalle della figura scolpita.
Deve essere questo, sugger convinto il reporter.
L'ispettore calz nuovamente i guanti in lattice, andando a rovistare nel porta rifiuti situato alla destra della scultura.
Bersaglio centrato al primo colpo.
La solita pergamena chiusa dal solito laccetto nero.
Alcuni turisti osservarono pi increduli che incuriositi la scena. Cosa stavano facendo quei due uomini?
Perch uno di loro stava rovistando nella spazzatura?
Spostiamoci di qui, intim il poliziotto, avviandosi verso Palazzo Marino.
Costeggiarono l'entrata del palazzo comunale superandola, girarono a sinistra in via Marino, aggirando di fatto l'edificio e si portarono sulla piazza retrostante: piazza San Fedele, una sorta di oasi di tranquillit, un luogo poco frequentato dai turisti e dagli stessi milanesi che a fatica ne conoscevano l'esistenza. Una grande statua bronzea dedicata ad Alessandro Manzoni troneggiava al centro della piazza, di fronte all'entrata dell'omonima chiesa di San Fedele.
Santoni punt verso una panchina, scacciando con un gesto del piede i tanti piccioni radunati intorno.
Si sedettero e soltanto a quel punto l'ispettore tir fuori un altro sacchetto di plastica trasparente con chiusura ermetica.
Malerba comprese subito il significato di quel gesto: lo avrebbe repertato senza aprirlo e senza rivelargli il contenuto.
Un'ingiustizia, tutto sommato, perch la pergamena era indirizzata a lui ed era stato proprio lui a recuperarla.
I loro sguardi si incrociarono per qualche secondo.
Poi, con grande sorpresa del cronista, l'ispettore al posto di infilare il papiro nel contenitore inizi a tirare flebilmente il laccetto, srotolando la pergamena.
Si avvicinarono al foglio ingiallito per poter leggere meglio la minuscola scrittura.
Uomini accattabrighe, senza gratitudine e facili
a sparlare d'altrui con maligne allusioni, arrecarono,
per invidia, danno s grave.
Si rendevano meritevoli di gastigo
et furono puniti per morte.
Terminata questa opera di giustizia
possa ora riposare per sempre.
Federico rilesse per qualche secondo le poche righe, quindi esclam ad alta voce.
Cosa significa? Sembrerebbe una sorta di epitaffio, quasi un congedo, come se avessero finito di... di uccidere. Nel messaggio parlavano di vendetta compiuta...
Santoni lo osservava, attento e impassibile.
Il giornalista gli sembrava sinceramente stupito.
Come sarebbe stato sinceramente stupito chiunque avesse ignorato delle varie versioni modificate della Pala dei tre Arcangeli rinvenute al fianco dei vari cadaveri e avesse ignorato quanto avevano trovato nella chiesa di Sant'Antonio Abate.
Le direttive di Ardig, per, erano chiarissime: dovevano tenerlo d'occhio, senza insospettirlo.
Riprese la pergamena e la ripose nel sacchetto di plastica che avrebbe recapitato alla Scientifica.
Prima di tornare al commissariato il poliziotto spezzino decise di togliersi un ultimo dubbio.
Torniamo in piazza, devo controllare una cosa.
Malerba lo segu senza obiettare.
Fecero il percorso appena compiuto a ritroso, riportandosi sotto la statua di Leonardo, cominciando un giro in senso antiorario. Dalla scultura di Andrea Salaino a quella di Cesare Da Sesto.
Chi era questo Cesare Da Sesto?, domand distrattamente Santoni.
Non lo so, immagino fosse un pittore cresciuto alla bottega leonardesca come l'altro, il Salaino. Perch me lo chiedi?
Vorrei capirne qualcosa in pi, tent di defilarsi Santoni, mentre si spostava verso il suo reale obiettivo.
La scultura di Marco d'Oggiono.
E questo?
Stessa risposta. Suppongo un altro allievo di Leonardo, rispose Malerba con lo stesso tono piatto utilizzato per la precedente scultura.
L'ispettore indugi per qualche secondo, incrociando lo sguardo curioso e quasi inebetito del giornalista.
Torn alla prima scultura. Indic Boltraffio.
E nemmeno questo sapevi chi fosse?
Malerba sbuff spazientito. Sono un cronista di nera, mica un esperto d'arte! Se lo avessi saputo non avrei dovuto cercare su Internet. No?
OK, torniamo indietro, concluse Santoni, confidando di non aver insospettito il reporter.
Attraversarono la Galleria.
Rientriamo al commissariato.
Santoni si offr di riaccompagnarlo a casa.
Malerba, cortesemente, rifiut.
Preferiva fare una passeggiata per schiarirsi le idee.
Si strinsero la mano.
Tranquilli, non scrivo nulla, come sempre.
L'ispettore lo guard mentre si allontanava diretto verso via dei Mercanti.
Dai tabulati telefonici relativi al telefono cellulare del giornalista non era risultato nulla di anomalo: non aveva mai avuto alcun contatto con i numeri riconducibili alle vittime. E negli ultimi tre giorni non si era mai spostato da Milano.
Non poteva essere coinvolto nell'omicidio Barassi e il suo istinto gli diceva che di questa oscura vicenda era soltanto un testimone. In ogni caso gli ordini erano ordini: avrebbero continuato a tenerlo sotto controllo.
La telefonata di Santoni lo raggiunse poco dopo, mentre si immetteva sul tratto conclusivo della Milano-Laghi, appena superata la barriera di Milano Nord.
Bruno, abbiamo recuperato la pergamena.
Cosa c' scritto?
Il sottoposto cerc di scandire ogni parola del messaggio.
Non si capisce molto. Malerba cosa ne pensa?
Ha detto che sembra una sorta di epitaffio.
Ardig, con gli occhi sempre incollati alla strada, rimugin qualche istante.
Forse ha ragione. Federico ignora dell'intrusione della chiesa di Sant'Antonio. Questa pergamena potrebbe rappresentare una sorta di rivendicazione per quell'incursione nell'ex cappella degli Acerbi.
Interpelliamo Vanner?
No, no. Lasciamolo nel suo brodo, a Torino. Piuttosto senti il professor Fusaro e vediamo cosa dice.
OK, capo..
Un'ultima cosa.
Dimmi.
Trovatemi il numero di cellulare del fratello di Annoni e inviatemelo via sms. Devo parlargli con urgenza.
Va bene.
Non era fisionomista e per sua stessa ammissione non aveva buona memoria, soprattutto per i nomi.
Gianluigi Annoni lo aveva ricevuto a casa.
Lo studio dentistico il luned mattina era chiuso.
Indossava pantaloni di lino chiari e una polo di marca con un simbolo nautico stampato all'altezza del pettorale sinistro.
Si erano accomodati direttamente in cucina, su un pesante tavolo di formica appena lucidato dalla donna delle pulizie, un'immigrata dell'Est dall'aria perspicace, che sembrava prestare attenzione ai loro discorsi.
Sul tavolo il dentista aveva disseminato le foto dei tre uomini uccisi dopo suo fratello: Orrigoni, Pozzi e Barassi.
Aveva l'aria imbronciata, come se volesse perdere il minor tempo possibile e lasciarsi alle spalle rapidamente questa brutta storia.
Evidentemente la barbara uccisione del fratello, le notizie, comunque trapelate, circa una sua dipendenza dalla cocaina e le voci su un suo possibile coinvolgimento in un giro di prostituzione, stavano arrecando un danno d'immagine e di reputazione alla famiglia. E probabilmente un vulnus in termini professionali per la sua attivit dentistica.
Non so davvero cosa dirle. Non avevo idea di chi potessero essere questi uomini fino a quando non ho visto i loro volti sui giornali. E ignoro assolutamente se potessero aver avuto eventuali frequentazioni con mio fratello. Come avevo gi accennato ai suoi collaboratori i nostri rapporti con gli anni si erano piuttosto diradati e quindi...
Abbiamo motivo di credere che questi uomini fossero amici di giovent di suo fratello, lo interruppe Ardig.
Un fondato motivo, mi creda.
Il dentista sbuff impercettibilmente.
Le credo. Non sono comunque in grado di aiutarla. Alberto e io avevamo sei anni di differenza. Si render benissimo conto che anche se questi uomini fossero stati amici di mio fratello quarant'anni fa io non posso ricordarmelo, visto che allora ero solo un bambino. E come le ho anticipato difetto abbastanza in termini di memoria.
Ardig si stanc di farsi prendere per il sedere.
Dal suo tono deduco che non ha compreso il motivo della mia visita. Da lei attendo una conferma a dei riscontri fondati di cui siamo gi in possesso. Pertanto o lei collabora spontaneamente e ci aiuta oppure sar costretto a convocarla in commissariato per un interrogatorio formale, facendole perdere del tempo prezioso. E con il rischio che magari qualche giornalista la veda entrare e...
L'uomo si irrigid.
Mi sta forse minacciando?
Annoni lo guard fisso negli occhi senza mostrare cedimenti.
Posso farle passare qualche guaio. Cosa crede? Ho amici che possono...
Il commissario lo ferm con un brusco gesto della mano.
Non dica una parola in pi. Le ricordo che sono un pubblico ufficiale. E che  in corso un'indagine per omicidio. Pu scomodare anche il sindaco di Milano, se ne ha voglia, e pu anche tentare di farmi spedire a Lampedusa. Dove peraltro andrei volentieri. Non mi spaventa. Chiami chi vuole. Ma adesso mi risponda, per favore: stiamo cercando un assassino che si  portato via gi quattro vite, tra cui quella di suo fratello. E non abbiamo un istante da perdere.
Il dentista abbass lo sguardo, tornando a esaminare le foto.
Sinceramente questi uomini non mi dicono nulla. Non pu almeno darmi una traccia...
Decise di giocare a carte scoperte.
 probabile che questi uomini siano stati amici di suo fratello nelle vacanze che trascorreva in Versilia. In un periodo che oscillerebbe tra il 1970 e il 1975.
L'odontoiatra sembr concentrarsi.
Non posso escluderlo. Non vorrei sbagliarmi. Adesso che riesco a contestualizzarli... mi sembra di ricordarmi, vagamente, di un paio di questi volti. Ma avevo 11 o 12 anni allora.  possibile che mio fratello bazzicasse spesso a casa di questo, Lorenzo - disse indicando la foto di Orrigoni - e che nel suo gruppo ci fosse un certo Lele, che potrebbe essere questo Samuele, uno manesco.
Si ricorda se aveva un fratello pi piccolo, suo coetaneo?
Non lo so, commissario, non lo ricordo davvero.
Dove alloggiavate in Versilia?
A casa nostra, a Marina di Pietrasanta. Avevamo una villetta. L'abbiamo venduta dopo la morte di nostro padre perch non la utilizzavamo pi e necessitava di manutenzione.
Poteva bastare. Si salutarono freddamente.
Nell'attesa che qualche pezzo grosso si scomodasse per farlo trasferire a Lampedusa avrebbe dovuto darsi da fare per cercare di seguire il pi lontano possibile il filo di Arianna.
Che sembrava volerlo riportare indietro nel tempo di quasi quarant'anni...
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20. Milano, 29 giugno 2009.
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Il ribaltamento di un camion sulla Genova-Milano, all'altezza di Serravalle Scrivia, aveva bloccato il sostituto procuratore Perilli in un intasamento dai tempi imprevedibili.
Difficilmente il magistrato sarebbe rientrato in ufficio prima del tardo pomeriggio.
Ardig aveva ringraziato l'occasione propizia e non aveva perso tempo inviando i suoi uomini dai congiunti delle varie vittime, nel tentativo di trovare altri elementi utili per ricomporre i tasselli del puzzle che, faticosamente, stava tentando di ricostruire.
Santoni fu spedito, per l'ennesima volta, dall'ormai ex signora Barassi, la giovane cubana Conchita Aguero, con cui aveva stabilito una discreta confidenza per via della forzata frequentazione imposta nelle ultime drammatiche 48 ore; Sinato era stato, invece, inviato dalla vedova Pozzi, mentre al giovane, ma sveglio, Pinton era toccato il compito di intercettare il primogenito di Orrigoni nelle congestionate aule del Politecnico.
All'agente Zanella spettava l'incarico di raggiungere l'ex moglie di Orrigoni. Velluti stava lavorando in ufficio con l'agente Sanna sugli incroci dei tabulati telefonici dei vari cellulari delle quattro vittime, nella speranza di trovare, finalmente, un punto di contatto; all'agente Scalise, infine, era stato delegato il compito di recarsi all'Universit Cattolica dal professor Fusaro per sottoporgli la quarta pergamena e raccogliere il suo parere a riguardo.
A tutti il giovane responsabile della Omicidi aveva imposto una dead line, per terminare i rispettivi incarichi: le 15,30.
Per le 16 aveva infatti fissato un'affollata riunione direttamente presso il commissariato, per fare il punto della situazione e avere il quadro pi completo possibile in vista dell'incontro successivo con Perilli e, quasi certamente, con il Questore.
Restava un'ultima incombenza, forse quella pi gradevole: risentire la conturbante Manuela Castoldi, l'ex amante del pubblicitario Annoni.
Prefer non scomodare nessuno dei suoi uomini. Se ne sarebbe occupato direttamente di persona.
Compose il numero del centralino del commissariato e si fece mettere in contatto con l'A-Agency.
Un'impiegata lo accompagn fino alla porta di legno, laccata di bianco.
La scia di profumo francese lo invest appena apr.
Manuela Castoldi si alz, con movimenti lenti e sinuosi, dalla poltroncina per accoglierlo.
Sulla scrivania, sul lato destro dell'ufficio, c'erano depliant, brochure e diagrammi con dati relativi alle vendite di un prodotto cosmetico.
Il lato opposto era dominato da un robusto ripiano in legno, quasi una sorta di mensola, all'altezza di un metro, sotto il quale erano riposti un piccolo frigorifero, un condizionatore e un paio di cassettiere incastrate sotto la superficie lignea.
La pubblicitaria gli tese la mano, flettendo in avanti il busto e allargando cos, volutamente, l'ampia scollatura della camicia.
Indossava una gonna nera, leggera, elegante, un paio di sandali-ciabattine nere, firmate Prada, all'ultimissima moda, e appunto una camicia aderente azzurra, a maniche corte.
Le unghie, dei piedi e delle mani, erano laccate di un colore scuro, una sorta di blu notte che si abbinava perfettamente alla pietra preziosa dello stesso identico colore che decorava sia un anello che portava all'anulare destro che un ciondolo della fine collana d'argento che circumnavigava il suo collo.
Si squadrarono per qualche istante, come due cani che si annusano ai giardinetti pubblici prima di decidere se fare amicizia o litigare. I loro occhi neri si incrociarono per qualche secondo, intensamente.
La Castoldi incarnava alla perfezione quello stereotipo di donna che Ardig non approvava: arrivista, appariscente, snob, viziata e viziosa.
Una che per anni era andata a letto con un uomo pi vecchio di vent'anni soltanto per farsi mantenere e assicurarsi una carriera agevolata; una che sniffava cocaina; una che indossava quotidianamente abiti griffati di un valore superiore al suo stipendio mensile...
Eppure, non poteva negarlo, almeno non a se stesso, quella donna lo attraeva, lo intrigava, lo faceva sognare.
E anche eccitare. Non tanto per la sua indubbia avvenenza fisica o per la sua sensualit torbida. C'era dell'altro, che non riusciva a comprendere alla perfezione.
Forse soltanto la voglia di lasciarsi andare, di trasgredire, di sporcarsi con una donna su cui avrebbe dovuto indagare.
O forse quella solitudine, emotiva, oltre che fisica, che ultimamente bussava con sempre maggiore insistenza alla rigida porta della sua vita.
E lei? Che cosa poteva volere una ragazza di quel genere, abituata a fare shopping in via Montenapoleone o a cenare al Nabucco, da un uomo come lui? Protezione nelle indagini? E da cosa? Da un'eventuale accusa di detenzione di stupefacenti? Oppure, anche per lei, si trattava di un desiderio di trasgredire, con un uomo tutto di un pezzo, un uomo di legge, un fedele servitore dello Stato.
Un silenzio carico di significati e sensazioni interiori li teneva incollati, occhi negli occhi, a un metro di distanza.
Sono contento di rivederla, commissario, flaut con voce invitante.
Il poliziotto vacill per un secondo, finch la sua indole solitaria prevalse.
Le avevo promesso che non sarei tornato, se non fossero emerse novit determinanti per le mie indagini. Come invece  accaduto.
La donna abbass lo sguardo, mal celando una smorfia di delusione. Il momento magico, di intesa, di attrazione quasi animalesca, si era infranto.
Il capo della Omicidi tir fuori da una tasca della giacca una foto. Ritraeva un uomo sulla cinquantina, un tipo anonimo, comune, robusto, con i capelli perfettamente pettinati con la riga.
La Castoldi strabuzz gli occhi.
Lo conosce, vero?
 quel suo collega della Digos che...
Non  un collega.
La copywriter lo guard stupita.
Si chiamava Samuele Barassi. Potrebbe aver gi visto la sua foto sui giornali.
Ha utilizzato l'imperfetto...  stato ucciso anche lui?
Non ha letto i giornali negli ultimi due giorni?
Ieri era domenica e non li ho comprati, oggi ho sfogliato il Corriere della Sera, senza arrivare alle pagine di Milano.
Non lo hanno ucciso a Milano, ma nel bresciano. Comunque questo particolare non ha alcuna importanza.
Come posso aiutarla?, chiese lei.
Dalle nuove verifiche effettuate abbiamo maturato la convinzione che il suo ex... - Ardig zoppic nel trovare la definizione pi appropriata tra amante o compagno, anche se alla fine ripar in corner - ...datore di lavoro e le successive vittime, incluso questo sedicente ispettore Filippini alias Samuele Barassi, di professione rappresentante di prodotti orafi, si conoscessero. O quanto meno si fossero conosciuti in giovent, diciamo tra il 1970 e il 1975.
Non ero ancora nata in quegli anni, civett la Castoldi.
Non ne dubito, non si preoccupi.
Lei sorrise maliziosa.
Fatico a credere alle coincidenze. Fatico a credere che quattro ex vecchi amici vengano trucidati nel giro di tre settimane senza che possa esserci un collegamento. E lei?
Non voglio rubarle il lavoro, commissario. Tra l'altro mi pare lo sappia fare piuttosto bene, ammicc sempre pi maliziosamente la ragazza, riproponendo un piccolo espediente seduttivo gi utilizzato nel loro ultimo incontro, ovvero quello di armeggiare con la spallina del reggiseno, rovistando nel dcollet, consapevole di attirare lo sguardo dell'interlocutore sulla scollatura che si allargava.
Ardig ignor l'atteggiamento provocante, proseguendo nel suo ragionamento.
Faccia uno sforzo, provi a ricordare. Possibile che non abbia mai visto nessuno di questi uomini insieme ad Annoni?
Dispose le foto di Orrigoni, Pozzi e Barassi sul tavolo, in maniera parallela.
La Castoldi le osserv con aria concentrata. Ostentatamente concentrata.
Francamente non mi dicono nulla queste facce. Alberto incontrava continuamente tante persone. Non posso ricordarle tutte.
Annoni le ha mai parlato di dove trascorreva le vacanze da giovane?
La pubblicitaria mut il sorriso in una smorfia.
Si alz dirigendosi verso il condizionatore: prese il telecomando per regolarne l'intensit.
Poi si appoggi, in piedi, al bordo della finestra, puntellando il piede sul tacco destro del sandalino e rivolgendo uno sguardo languido al commissario.
Per Alberto non ero una compagna. O una fidanzata, ricorrendo a un termine che potrebbe risultarle pi congeniale. E non mi considerava n un'amica n una confidente.
Fece una pausa per valutare l'effetto delle sue parole. Stava scivolando volutamente nella sfera personale.
Stavate insieme. No?
Un'altra smorfia. Amara.
Andare a letto con una persona non significa starci insieme. Non se quella persona  uno come Alberto.
Sfil il piede dal sandalino e inizi a tastare, con le dita, la suola della ciabattina, con movimenti lenti, studiati, metodici. Per attirare lo sguardo.
Le dita accarezzano dolcemente il cuoio, con un movimento ritmico.
Ardig, apparentemente disinteressato, cerc di ignorarla.
Ma il fuoco ardeva sotto la cenere.
Sentiva esplodere dentro di s l'esigenza di liberare quel carico di emozioni e di istinti che risalivano a galla prepotentemente.
Mi spiace commissario, non posso proprio aiutarla. E non voglio sottrarre altro tempo prezioso alle sue indagini, sussurr con voce ancora pi flautata, nel tentativo poco convinto di congedarlo.
Gli occhi si incrociarono nuovamente, sfidandosi come due calamite che tentano di attrarsi reciprocamente senza vincere la rispettiva forza magnetica.
Ha ragione, non mi trattengo oltre, rispose brusco Ardig, alzandosi di scatto, nervosamente, come se fosse stato morso da una tarantola.
Con un movimento rapido Manuela lo super, mettendosi fra lui e la porta.
Muovendo solo la mano destra, all'indietro, senza vedere, individu la chiave nella serratura, facendola scattare con un giro in senso orario.
Non ci fu bisogno di alcuna parola.
Il bottone della camicia, all'altezza dello sterno, lo allent lei, mentre faceva un passo nella sua direzione.
Le labbra si incrociarono un secondo dopo, seguite dai corpi, spinti da una foga irrefrenabile a stringersi in un gorgo di abbracci e di strette.
La gonna scura scivol sul pavimento, seguita da un perizoma nero.
Restando attaccati, quasi incastrati, in un unico abbraccio, senza mai separare le bocche, quasi mordendosi a vicenda, si spostarono verso il ripiano.
Anche la camicia era svolazzata sul pavimento, seguita da quella del commissario.
Ormai nuda Manuela appoggi la schiena sul legno freddo, allargando le gambe per offrire la sua intimit: i due corpi si unirono, per un vorticoso interminabile momento fatto di spasmi, di mani che si cercavano, di pelle contro pelle, di gemiti sempre pi elevati, incuranti del rischio di essere sentiti dalle altre persone, che, dietro a quella porta chiusa, proseguivano nella loro quotidiana attivit lavorativa.
Arrivarono fino in fondo, con un ultimo sospiro, pi forte, prolungato, quasi di sollievo pi che di piacere, prima di staccarsi e tornare a essere due corpi distinti.
Nudi, lucidi di sudore.
Rimasero in silenzio per qualche istante.
Stavano ancora ansimando.
Calzando gli inseparabili sandalini, completamente nuda, Manuela si spost verso la scrivania.
Prese delle salviettine umidificate, dell'Alitalia, da un cofanetto vicino al computer.
Ne porse una ad Ardig, mentre con l'altra cominci a strofinarsi le parti intime per ripulirsi sommariamente.
Quindi si chin a raccogliere i vestiti.
Si fece ammirare per un'ultima volta nella sua nudit, poi infil la camicetta, iniziando ad abbottonarla lentamente, partendo dal basso.
Recuper il perizoma e lo fece risalire, con un movimento sensuale, lungo le gambe.
Infine sistem la gonna.
Il reggiseno, rimasto per terra, lo ripose invece direttamente nella borsetta.
Ardig, terminata la rapida pulizia con la salvietta, si riallacci i pantaloni, infilandoci dentro la camicia stazzonata.
Rimise a posto il colletto e riprese la giacca.
Si fissarono nuovamente. Con volti pi leggeri, rilassati, come se entrambi si fossero tolti un peso, anzi un macigno, che li opprimeva da troppo tempo.
Imbarazzato Ardig le prese un braccio, incapace di proferire una parola opportuna in un momento di quel genere.
Si accese una sigaretta offrendogliene una.
Lei rifiut. Fum in silenzio, cercando di far depositare le emozioni, iniziando solo in quell'attimo a realizzare quanto accaduto.
Devo proprio andare.
La Castoldi si avvicin alla porta, appoggiando una mano sulla chiave, senza girarla. Come se volesse imprigionarlo in quella stanza.
Loro due da soli. Come se volesse fermare il tempo.
E cambiare la realt, avvicinando i loro mondi, cos lontani, quasi opposti...
Lo cerc con gli occhi un'ultima volta.
Poi, con l'indice della mano sinistra, gli accarezz la camicia, all'altezza del torace, infilando la falange tra i bottoni, per tastare il suo petto, per sentire un'ultima volta la sua pelle.
Ritorn verso la scrivania.
Se ha ancora bisogno di me, dottore, questo  il mio numero di cellulare.
Ardig annu, evitando di incrociare il suo sguardo.
Ora era turbato.
E un senso di angoscia lo stava assalendo.
Fece per girare la chiave, ma questa volta fu lui a trattenersi.
Le parole che aveva in mente non uscirono dalla bocca.
Fu lei ad anticiparlo.
Commissario... dormi pure tranquillo.
In che senso?
Nel senso che prendo la pillola.
Gli apr la porta.
Si congedarono senza dire nient'altro, senza neppure salutarsi.
Prese il corridoio diretto verso l'uscita: la strada ormai la conosceva. Un'impiegata, la stessa che l'aveva accolto, si affacci dalla porta scrutandolo come se fosse un marziano, salutandolo con un flebile cenno della mano.
Evidentmente le pareti erano pi sottili di quanto avesse immaginato.
Scese in strada e respir l'aria afosa a pieni polmoni.
Inspirava voracemente. Come se fosse appena emerso da una lunga apnea. Un turbinio di sensazioni contrastanti lo agitavano.
Appagamento e soddisfazione facevano a pugni con un crescente senso di colpa.
Aveva fatto sesso con una persona oggetto delle sue indagini. Si era fatto coinvolgere personalmente, violando una norma deontologica a cui mai si doveva derogare.
Decise di concedersi due passi per ritrovare un minimo di equilibrio. Aveva commesso un'imprudenza, non soltanto professionale. Fare sesso senza protezioni, con una quasi perfetta sconosciuta era quanto di pi deprecabile potesse immaginare.
Eppure una sensazione unica lo aveva pervaso. Aveva vissuto, anche se solo per pochi minuti, eppure aveva vissuto. E si era sentito bene come non gli capitava da tanto. Decise di autoassolversi, almeno per il momento.
Le indagini venivano prima di tutto e doveva mantenere inalterata la sua lucidit mentale. Archivi la Castoldi e torn immediatamente, con la testa, alla riunione che lo attendeva in commissariato.
Non c'erano sedie per tutti nell'ufficio del responsabile della Omicidi.
Qualcuno rimase in piedi, appoggiandosi con la schiena alle pareti o all'armadio-scaffale contenente verbali e incartamenti accumulati negli ultimi tre anni.
Parlarono tutti, a turno, senza un ordine preciso, per circa una quarantina di minuti.
Alla fine cal il silenzio, rotto soltanto dal rumore del fiammifero che si infiammava dopo che la parte sulfurea aveva sfregato sulla carta vetrata della confezione.
Ardig accese una sigaretta, osservando con disappunto la sua squadra.
Il raccolto era misero, per utilizzare un eufemismo.
I congiunti delle vittime sembravano soffrire di una sorta di amnesia collettiva riguardante il passato, e in particolare la giovent dei loro mariti o padri.
Un enorme buco nero che mai, in anni o addirittura decenni di convivenza sotto lo stesso tetto, alla stessa tavola, nello stesso letto, avevano provato a illuminare, con semplici domande ad altrettanto semplici risposte.
Cosa ti piaceva fare quando avevi 20 o 25 anni? Dove andavi in vacanza? Con chi ti vedevi? Cosa facevate?
Non occorreva mica un interrogatario stile Kgb o Stasi.
E invece niente. Nessuno sapeva quali frequentazioni avessero avuto i loro cari negli anni Settanta, durante il loro periodo universitario.
Passi per la Castoldi, che alla fine era solo un'amante dell'Annoni, perci priva della necessaria intimit, familiare o sentimentale, per scavare sul passato del suo uomo.
Passi per la Aguero, che in fin dei conti era arrivata in Italia da una decina di anni e probabilmente non era in alcun modo interessata al passato del marito che l'aveva portata via dalla povert cubana per garantirle il benessere nostrano.
Passi per il giovane Cristian Orrigoni che, come tutti i ragazzi figli di genitori separati, poteva comprensibilmente non aver sviluppato un rapporto maturo con il genitore.
Quello che lo faceva maggiormente imbestialire era la vedova Pozzi, l'inconsolabile vedova che del defunto marito tesseva lodi continue, pontificando sul loro affiatamento, quasi una simbiosi.
Era lei, quella donna affranta e predisposta allo svenimento, quella su cui riponeva le maggiori speranze.
Speranze che, purtroppo, si erano scontrate contro un muro, frantumandosi rovinosamente.
La signora si era giustificata spiegando che aveva conosciuto il suo futuro marito soltanto dopo l'universit e che lui era sempre stato piuttosto taciturno, per non dire misterioso, sulle sue amicizie negli anni precedenti.
E lei, conseguentemente, aveva preferito non insistere.
Tutto qui.
Sbuff deluso, rivolgendo uno sguardo speranzoso all'agente Scalise, appena rientrato dalla visita al professor Fusaro all'Universit Cattolica del Sacro Cuore.
Il professore ha controllato scrupolosamente le parole contenute nella nuova rivendicazione e mi ha confermato che sono frasi estrapolate dal testo del Cusani dedicato alla vita di Giuseppe Ripamonti.
Esattamente come nei casi precedenti.
Gli assassini, o la setta di assassini, erano quindi ancora in piena attivit, come d'altronde ben sapevano.
Avevano profanato la Chiesa di Sant'Antonio e con quella pergamena lo rivendicavano.
Per non si assumevano la responsabilit del quarto delitto, quello del Barassi. Come temeva.
Un'arma diversa, un modus operandi diverso.
E la scelta di recapitare la quarta missiva con qualche giorno di ritardo dall'effrazione della cappella dell'Annunciata o ex Acerbi, facendola arrivare due giorni dopo l'omicidio Barassi, sembrava rafforzare l'ipotesi che gli assassini in qualche modo volessero prendere le distanze dall'uccisione del rappresentante di gioielli.
Ma allora chi aveva freddato l'orafo?
Un rapinatore interessato al suo campionario? Rifiutava di crederlo.
Torn all'ultima pergamena recuperata da Malerba e Santoni. Rilesse lentamente le parole vergate dalla mano misteriosa sul quella carta nobile e ingiallita.
Uomini accattabrighe, senza gratitudine e facili
a sparlare d'altrui con maligne allusioni,
arrecarono, per invidia, danno s grave.
Si rendevano meritevoli di gastigo
et furono puniti per morte.
Terminata questa opera di giustizia
possa ora riposare per sempre.
Uomini attaccabrighe.
Poteva essere un riferimento ai conti Annoni e alla loro conclamata rivalit con l'Acerbi.
Senza gratitudine.
Si tornava agli Orrigoni che subentrarono agli Acerbi nel possesso del palazzo in Porta Romana quando si estinsero i discendenti maschi.
Facili a sparlare d'altrui con maligne allusioni.
Il fatidico Pozzi, accusatore nel pubblico procedimento contro il marchese poi conclusosi con un'assoluzione del nobile Ludovico.
Arrecarono per invidia danno s grave, rendendosi meritevoli di gastigo e furono puniti per morte.
Tre uomini colpevoli di aver compiuto un torto, con conseguente grave danno, all'irascibile e vendicativo marchese, senatore e giureconsulto, nonch incarnazione terrena del Maligno, che secoli dopo si faceva giustizia ferocemente, prendendosi le vite di tre possibili lontani discendenti.
Tre morti ammazzati con una spada, una Vegas del Seicento.
Tre come i lati del famigerato triangolo perfetto su cui tanto insisteva Vanner.
Tre come gli Arcangeli sconfitti da Lucifero.
Terminata questa opera di giustizia possa ora riposare per sempre.
Lavate le onte seicentesche, con il sangue di tre malcapitati milanesi vissuti quattro secoli dopo, adempiuta la missione, ecco giunto il momento di far calare il sipario, lasciando la spada e la polvere con i resti ossei del marchese ai piedi della lapide a lui dedicata nella cappella dell'Annunciazione, dove forse era stato sepolto in un primo tempo o dove avrebbe voluto riposare per sempre.
Non ci sarebbero stati altri delitti, aveva sentenziato Vanner con sicumera mentre studiava la quarta versione modificata della Pala dei tre Arcangeli, con Lucifero solitario e trionfante e gli angeli sconfitti precipitati al suo posto negli inferi.
Non ci saranno altri delitti annunciavano gli assassini con questo rotolo lasciato in piazza della Scala.
Un'altra conferma, non una novit.
E invece il nuovo omicidio c'era stato eccome.
E avevano un quarto morto su cui non avrebbero avuto competenza per indagare, anche se questo delitto era assolutamente collegato con i tre che lo avevano preceduto.
Erano fermi al palo.
Il commissario volt lo sguardo sul vecchio Velluti, la sua ultima speranza: l'esame incrociato dei tabulati telefonici. L'esperto ispettore lo annichil, con un'espressione laconica.
Nulla di rilevante oltre a quello che gi sapevamo. Dalle sue varie utenze l'imprenditore orafo ha effettuato un numero impressionante di chiamate, quasi tutte esterne alla provincia di Milano. Stiamo ancora controllando: sembrano quasi tutte indirizzate a titolari di esercizi commerciali. Insomma roba di lavoro.
Ci sono dei numeri che ha chiamato con maggiore frequenza?
Anche in questo caso non notiamo nulla di anomalo. Per esempio nei tre giorni prima di essere ucciso il Barassi ha eseguito 11 chiamate all'utenza telefonica del negozio di Cremona dove avrebbe dovuto presentarsi sabato pomeriggio se non fosse stato ucciso. E ha inoltrato ben 14 chiamate a numeri interni alla Fiera di Verona dove sappiamo ha trascorso quasi tutta la giornata di venerd.
Dove sono concentrate le telefonate?
Quelle pi frequenti erano destinate a utenze sparse nelle province di Verona, Brescia, Mantova e Cremona. Inoltre ci sono diverse telefonate a un numero toscano, con prefisso 0384.
Livorno o Pisa, interloqu Santoni.
No, Lucca. Per la precisione le telefonate sono state indirizzate a un'utenza del comune di Pietrasanta. Si tratta di un negozio di antichit.
Un altro cliente, tagli corto Ardig.
E sui cellulari?
Quelli chiaramente sono pi difficili da localizzare, ci servir almeno un'altra giornata. Abbiamo poi trovato telefonate effettuate a numeri di Senigallia, ad alcuni alberghi, tra cui l'hotel che aveva prenotato.
Dobbiamo cercare ancora, ordin il commissario, il cui umore stava ricominciando a incupirsi.
Capo, un'ultima cosa.
Dimmi.
Prima che iniziasse questa storia del Barassi...
S?
Ti ricordi? Ci avevi detto - la prese alla larga indicando Santoni - di fare delle ricerche sulle biblioteche e sulle librerie e sui parenti dei giovani morti nell'indicente stradale del '95.
 vero, mi era persino passato di mente con tutto quello che  accaduto negli ultimi giorni. Allora? Ne  venuto fuori qualcosa?
Santoni prese la parola un po' imbarazzato.
Dei parenti dei ragazzi avrei dovuto occuparmene io. Ma sono stato dirottato a casa del Barassi.
Ardig annu comprensivo.
Il sottoposto aveva ragione.
Tuttavia ero gi riuscito a prendere contatto con il fratello maggiore di uno dei ragazzi. Abita ad Arese. Posso vederlo in tempi stretti, magari gi entro sera.
Ottimo, fai cos.
Gli sguardi dei presenti si puntarono su Velluti.
Insieme all'agente Larini abbiamo cominciato a girare in alcune biblioteche. Personalmente sono stato alla Sormani.
Si trattava di una delle biblioteche pubbliche pi importanti di Milano, situata a due passi dall'Universit Statale e dal tribunale: ospitava testi di ogni genere e una fornitissima emeroteca, con un archivio in cui si potevano trovare i principali quotidiani dal dopo Guerra al presente.
Ebbene?
Finora non ne abbiamo ricavato nulla, per come ti dicevo sono stato alla Sormani e l ho incontrato Vanner.
Non era rientrato a Torino?, chiese stupito Ardig.
Pare di no. Mi ha accennato a un'idea che voleva verificare.  stato vago e sfuggente come sempre.
Perch non me ne hai parlato prima?
Volevo parlartene venerd, ma poi con il casino di Barassi, si giustific Velluti.
Va bene, va bene. Cosa ti ha detto Vanner?
Niente di preciso. Soltanto che stava conducendo una ricerca analoga alla nostra, nelle biblioteche o nelle librerie, perch aveva un sospetto e voleva accertarsi se si trattasse soltanto di una suggestione o meno. Ha detto che si sarebbe fatto sentire lui, se avesse avuto novit.
Tirarono rapidamente le somme.
Dovevano proseguire con delle ricerche a tappeto, in tutte le direzioni. Avevano a disposizione soltanto un paio di ore.
Poi avrebbe dovuto incontrare il sostituto procuratore Perilli che, senza dubbio, lo avrebbe intimato dal non indagare in alcun modo sul delitto del rappresentante orafo la cui competenza sarebbe spettata alla Procura di Brescia.
Dispose i nuovi incarichi e sciolse la riunione.
Prima di congedare i suoi uomini, richiam Santoni, Velluti e Sanna. I tre tornarono a sedersi.
Cosa mi dite di Malerba?
I due ispettori e l'agente incrociarono gli sguardi, indecisi, quasi impauriti, sul da farsi.
Nessuno sembrava voler rompere il ghiaccio.
Massimo? Tu che cosa ne pensi?
Santoni fiss dritto negli occhi il commissario.
Per me  pulito.  fuori da questa storia.
Sembri sicuro, lo stuzzic Ardig.
Questa mattina mentre andavamo a recuperare la pergamena l'ho tenuto costantemente d'occhio. Era tranquillo, spontaneo, collaborativo. Li conosco, dopo tutti questi anni in servizio, quelli che hanno qualcosa da temere o da nascondere.
E poi - intervenne Velluti - ci sono gli alibi e gli spostamenti. Quando  stato commesso l'omicidio Orrigoni era gi al giornale, quando hanno rapito Pozzi era in tua compagnia e di un paio di nostri agenti e quando hanno ucciso il Barassi era a casa sua e si preparava a uscire con quella splendida fanciulla che ci ha descritto il qui presente Sanna.
Dovevate vederla, bellissima davvero, garant, calcando il suo accento sassarese il giovane poliziotto.
Il commissario si concesse un accenno di sorriso, mentre afferrava dal pacchetto una sigaretta.
Bene, mi pare siamo tutti d'accordo - concluse - sul fatto che Malerba sar pure un rompiscatole ma non  coinvolto in questa vicenda come invece era pronto a scommettere l'infallibile Vanner.
Buono quello, comment sarcastico Santoni.
Senza contare i tabulati telefonici - chios Velluti per riportare la discussione sul terreno professionale - da cui non risulta nessun contatto tra le utenze di Malerba e quelle delle vittime o dei loro congiunti. A parte le telefonate che ha fatto all'A-Agency e allo studio dentistico del fratello di Annoni. Avendo chiamato dal numero del giornale possiamo immaginare che volesse semplicemente intervistarli.
OK, non parliamone pi e interrompiamo la sorveglianza su Malerba. Massimo cerca il fratello di quel ragazzo di cui parlavi prima. Lino continua a spulciare i tabulati telefonici delle quattro vittime fino a impazzire. Forse troveremo un'altra traccia.
Anche quello di Barassi? Non so se...
Non preoccuparti. Vedo Perilli tra un'ora. Quando avr terminato l'incontro ti chiamer per comunicarti di cessare ufficialmente le indagini su Samuele Barassi. Fino a quel momento abbiamo un mandato che ci permette di indagare anche su questo sospettato. No?
Velluti annu, senza convinzione.
Allora approfittiamone.
Usciti i tre uomini il responsabile della Omicidi si attacc al telefono.
Il commissario Mercuri rispose rapidamente gi dopo il primo squillo. Esauriti i veloci convenevoli passarono subito al sodo.
Ho una buona notizia e una cattiva. Da dove vuoi che inizi?
Dalla cattiva.
Ah... Mi spiace, devo partire comunque dalla buona. Abbiamo individuato la macchina del killer e l'abbiamo gi recuperata.
Ardig strinse i pugni sul tavolo: aveva gi intuito in quale vicolo cieco lo avrebbe condotto il racconto del collega bresciano.
Ho gi capito: risulta rubata e all'interno non ci sono impronte.
Complimenti!  la risposta giusta, peccato che non siamo da Gerry Scotti e qui non si vince nulla, sdrammatizz Mercuri, con una battuta, prima di tornare serio.
Vado avanti. La vittima, lo sai, si era fermata all'autogrill di Monte Baldo Nord per consumare un panino, come risulta da uno scontrino trovato in auto. Le telecamere interne al bar lo hanno ripreso per quasi venti minuti. Intanto all'esterno l'aggressore, o un suo complice, hanno parcheggiato una Lancia Thesis nera a fianco dell'Audi del Barassi, sul lato destro. Qualcuno  uscito dallo sportello, abbassandosi per farsi coprire dalla vettura del rappresentante orafo, rimanendo chinato per una trentina di secondi, probabilmente quelli necessari per conficcare la puntina sotto la parte posteriore del battistrada, poi  rientrato stando sempre basso, ha richiuso lo sportello ed  ripartito. Barassi ha finito il suo panino, ha ingranato la retromarcia, il pneumatico ha schiacciato la puntina facendola penetrare in profondit fino alla camera d'aria, provocando cos un piccolo foro che, dopo una decina di chilometri, ha sgonfiato la gomma costringendo il guidatore a una sosta per effettuare la riparazione. Un lavoro da professionista, pianificato meticolosamente e realizzato alla perfezione.
E guarda caso si  fermato proprio in un'area di sosta priva di telecamere di sorveglianza.
Questo dubito lo avessero calcolato. Probabilmente l'assassino ipotizzava che l'orafo si sarebbe fermato in una delle frequenti piazzole della corsia d'emergenza. Dove non ci sono telecamere. A quel punto si sarebbe fermato e lo avrebbe freddato con tranquillit, perch dovendo eseguire la riparazione sulla fiancata destra la macchina li avrebbe coperti alla visuale degli automobilisti in transito. Ripeto: un piano perfetto.
Una curiosit: come ha fatto a eludere le telecamere dell'autogrill? Avranno ripreso la Thesis mentre entrava e usciva dal parcheggio.
Ovviamente. Per aveva i vetri laterali oscurati e mentre l'auto transitava dove sono collocate le pompe di benzina, e ci sono maggiori telecamere, l'autista ha sollevato un foglio di plastica trasparente nero, piazzandolo contro il vetro del parabrezza. Cos lui era coperto, pur riuscendo comunque a intravedere cosa aveva davanti e a guidare senza centrare ostacoli.
La targa invece era scoperta...
Proprio cos. E infatti siamo risaliti velocemente al proprietario. L'auto  stata abbandonata alla periferia ovest di Parma, in un parcheggio nella zona dell'interporto, a due passi dalle uscite della Milano-Bologna e della Parma-La Spezia. I colleghi emiliani l'hanno individuata domenica sera perch era stata lasciata in un posto riservato ai portatori di handicap e non era stato esposto il necessario contrassegno.
Un'ingenuit incredibile, troppo grossolana, rifletteva in silenzio il responsabile della Omicidi.
Anzi due errori grossolani. Il primo era stato quello di non cambiare la targa originale.
Mercuri intanto proseguiva.
La Thesis  stata rubata a Lucca il 10 marzo, quindi quasi quattro mesi fa. Al momento del furto aveva circa 72mila e 500 chilometri secondo la denuncia fatta allora dal proprietario. Noi sul contachilometri ne abbiamo trovati 73mila e 660. Se il nostro killer, stando agli spostamenti della vittima,  partito da Milano, si  diretto nel veronese, da l a Mantova, quindi a Brescia e infine a Parma ha percorso circa 500 chilometri. Aggiungiamo altri 400 chilometri nel tragitto da Lucca a Milano dopo il furto.
Fece una pausa.
Se non hanno cambiato la targa significa che in tutti questi mesi hanno custodito la vettura rubata proprio a Milano. E allora dove hanno accumulato gli altri 120-130 chilometri che mancano all'appello?
Ardig non rispose all'interlocutore, limitandosi a un silenzioso calcolo mentale: per andare e tornare da Milano-Malpensa occorrono circa 100 chilometri.
E un'altra ventina poteva averli percorsi nei dintorni di Castellazzo. I conti tornavano.
Solo quelli per.
Perch lasciare l'auto addirittura a Parma?
Avrebbero potuto sbarazzarsene uscendo a un casello pi vicino. Bergamo o Brescia per esempio. O Cremona. O Piacenza.
E perch abbandonarla proprio in un posto per disabili? Chiaro che cos i vigili l'avrebbero notata rapidamente.
Se l'avessero mollata nel parcheggio di un grande centro commerciale o in una viuzza periferica dove non ci sono divieti di sosta sarebbero servite settimane prima di ritrovare il veicolo.
Perch bruciarsi alcuni giorni di vantaggio?
Come ti dicevo - riprese il commissario bresciano - nell'abitacolo non c'erano impronte digitali e nessun tipo di traccia che possa esserci utile. Nemmeno del sudore nel sedile del guidatore: riteniamo lo abbia rivestito con della stoffa isolante, forse del nylon. E ancora una volta mi ripeto: un lavoro da professionista.
Concordo pienamente. Come vi state muovendo adesso?
Intanto battiamo tutti gli alberghi, pensioni e affittacamere nella zona della periferia sud di Verona. Barassi aveva dormito in un albergo vicino alla Fiera. Se l'assassino ha seguito il Barassi fin dalla sua partenza doveva gi trovarsi l, dopo aver pernottato nelle vicinanze.
Oppure direttamente in macchina...
Giusto. Comunque abbiamo chiesto ai colleghi veronesi di aiutarci. Magari qualcuno ha notato qualcosa di sospetto, non si mai, un colpo di fortuna...
Sono pessimista.
Poi abbiamo messo sotto pressione gli informatori che abbiamo tra i ricettatori. Nel caso il nostro assassino decidesse di sbarazzarsi dei gioielli rubati alla vittima provando a piazzarli a qualcuno. Per questa volta sono io a dirti che ne dubito.
Dimmi della pistola.
Dai nostri terminali non risulta che abbia mai sparato.
Altro che buone notizie, me ne hai dato solo di cattive, sbott seccato Ardig.
Questo  quello che passa il convitto, caro collega. Ti saluto e mi rimetto al lavoro.
Grazie di tutto.
Non si vedeva nessun segno di abbronzatura sul viso. E neppure di relax.
Ivano Perilli era pallido. E nervoso. Di pi: arrabbiato.
Doveva aver sentito da poco il sostituto procuratore Occhipinti.
Che doveva avergli ribadito che la competenza territoriale per le indagini spettava alla Procura di Brescia.
Come da prassi.
Complimenti commissario, - esord con tono sarcastico il magistrato - tre morti uccisi da un misterioso assassino, che agisce per un altrettanto misterioso movente, e un testimone chiave per cui le avevo emesso un mandato di comparizione urgente che ci sfugge sotto il naso e finisce ammazzato in un'altra provincia. Ottimo lavoro davvero.
Sono abituato ad assumermi le mie responsabilit e lo far anche in questo caso. Non dubiti, rispose Ardig, consapevole di rischiare uno scontro frontale con il sostituto procuratore.
Come potr immaginare ho gi ricevuto le chiamate del Questore e del Prefetto, a loro volta sollecitati da parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, comunali e via dicendo. Quattro morti in meno di un mese...
Un momento, non la seguo. Barassi ufficialmente  stato ucciso nel bresciano, secondo il magistrato competente in un tentativo di rapina. E infatti, anche se la vittima era milanese, le indagini spettano alla Procura di Brescia. Se per la legge noi non possiamo occuparci del caso di cosa si lamentano i politici? Per quanto riguarda le indagini di nostra pertinenza i morti sono sempre tre fino a prova contraria.
Non faccia finta di non capire, Ardig.
E invece faccio finta di non capire, a meno che lei non mi autorizzi a proseguire le indagini sull'omicidio Barassi.
Non posso. E lei lo sa benissimo.
E allora se ne fotta dei politici e delle loro lamentele!
I due uomini si sfidarono con sguardi in cagnesco per qualche istante.
Almeno ufficialmente non posso consentirle di indagare, lo sa...
E infatti io ufficialmente non sto pi indagando sul delitto Barassi.
Stavano cominciando ad addentrarsi nel terreno giusto per una possibile intesa.
Cosa le serve commissario?
Il mantenimento delle intercettazioni sulle utenze telefoniche dell'abitazione del Barassi e della moglie, Conchita Aguero. E la possibilit di interrogare la donna e il fratello della vittima nel caso mi occorresse farlo nuovamente.
Sulla prima richiesta non posso proprio aiutarla. Non posso firmarle un nuovo decreto. Per il resto... li tenga pure sotto osservazione e li interroghi, con discrezione, se dovesse averne la necessit.
D'accordo.
Ora, commissario, mi aggiorni sugli ultimi sviluppi.
Per oltre mezz'ora Ardig inform il magistrato su tutte le novit emerse nelle ultime 48 ore: dal tentativo di fuga a Panama organizzato dal Barassi alla conferma di un legame tra le vittime, o almeno tra alcune di esse, risalenti agli anni della loro giovinezza e in particolare al periodo universitario, fino al recupero della quarta pergamena con l'aiuto del solito Malerba.
Non c' il rischio che il giornalista decida di scrivere qualcosa?
No, stia tranquillo. Ha compreso perfettamente l'importanza delle indagini che abbiamo in corso. Stiamo cercando di catturare un pericoloso assassino e lui lo sa benissimo. Andr avanti a sostenere la sua tesi per cui una setta devota al culto del marchese Acerbi sta eliminando uno dopo l'altro i discendenti dei suoi rivali e dei suoi nemici.
 quello che ipotizziamo anche noi, no?
Il capo della Omicidi non rispose.
Proseguirono la riunione ancora per qualche minuto, poi, finalmente, Perilli conged il commissario.
Uscito nei corridoi del tribunale Ardig riaccese il cellulare. Trov numerosi sms che lo avvertivano che Malerba cell lo aveva cercato, mentre il suo telefono era spento o irraggiungibile. Non fece neppure in tempo a sbuffare che il display si illumin.
Era il numero del centralino della Voce Lombarda.
Lasci squillare l'apparecchio rimettendolo in tasca e infil le scale per scendere nel parcheggio del Palazzo di Giustizia.
Niente, il telefonino suonava a vuoto.
Ardig non rispondeva. Volutamente.
Riconosceva il numero del centralino del suo giornale e si regolava di conseguenza.
Certo, avrebbe potuto chiamarlo con un numero anonimo o con il cellulare di un collega, per non ne aveva affatto intenzione.
Se l'amico commissario non voleva rispondergli un motivo doveva pur esserci e forse lo capiva. Del resto al mattino lo aveva trovato piuttosto freddo nei suoi confronti.
Doveva essere infastidito dal contenuto di alcuni suoi articoli. Possibile. Anzi, probabile.
Avevano bisogno di farsi una bella chiacchierata a quattr'occhi e chiarirsi. O forse non era ancora il momento.
Decise di arrendersi.
Si rimise cos a scrivere, anche se con la testa continuava a chiedersi perch Ardig fosse cos freddo e sfuggente.
Chiss cosa stava bollendo in pentola.
Fu tentato dal chiamare Santoni, ma prefer desistere.
Proprio in quell'istante suon il telefono sulla sua scrivania.
Fede, hai un secondo? era la segretaria di redazione.
Un secondo solo, non di pi.
OK, allora ti passo un giornalista di Viareggio. Non ho capito il nome.
Viareggio? Uff... Va bene, accett di malagrazia.
Stupito.
Quella notte Viareggio era stato il teatro di uno dei pi tragici incidenti nella storia ferroviaria italiana: una cisterna contenente un micidiale gas infiammabile si era ribaltata proprio in stazione, investendo le case circostanti e trasformando un intero quartiere in un inferno di fiamme, devastazione e morte.
Le vittime erano gi pi di venti e il conto era destinato a salire. Che ci fossero dei lombardi tra di loro? Pochi secondi dopo, con un chiaro accento toscano, il collega si present.
Ciao, sono Paolo Giusti, del Bollettino della Toscana, ti chiamo dalla redazione di Viareggio.
Malerba conosceva vagamente questa testata.
Era un quotidiano abbastanza simile al suo, un giornale che cercava di fare concorrenza agli storici fogli di quella regione, come La Nazione e Il Tirreno: aveva una diffusione quasi regionale e veniva pubblicato soprattutto nella parte occidentale della Toscana, nelle province di Massa, Carrara, Lucca, Pisa, Livorno e Grosseto, soprattutto sulla costa.
Ciao, come posso aiutarti?, rispose, quasi distratto.
Intanto scusa per il disturbo. Ho letto sul sito Internet del vostro giornale alcuni tuoi articoli degli ultimi giorni e volevo chiederti qualcosa in pi sui delitti del vostro mostro, i delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi, sai mi occupo anch'io di nera...
E come mai dei delitti avvenuti a Milano interessano a voi toscani?, chiese Malerba sospettoso, temendo di trovarsi dall'altra parte della cornetta un mitomane o, perch no, un poliziotto.
Be'... sai, mi hanno raccontato che alcuni di loro venivano al mare qui in Versilia. Anche se devono essere passati parecchi anni, spieg Giusti, un po' titubante per il tono brusco con cui il collega milanese lo aveva accolto.
Federico rimase interdetto per qualche secondo: il destino sembrava nuovamente regalargli uno scoop facendoglielo letteralmente piovere dal cielo, un po' come era accaduto con il suo ex compagno di universit Restelli, con il professor Monti, con l'email dell'anonimo testimone e volendo anche con le misteriose pergamene.
Nessuno, fino a quel momento, aveva mai ipotizzato, da quel che gli risultava, un legame tra le vittime e questo poteva aprire nuovi scenari nell'inchiesta, anche se, di fatto, rischiava di smontare tutta la teoria che conduceva al marchese Acerbi e ai delitti provocati dalla collera covata dal terribile nobile quattro secoli prima.
Il tempo di prendere un blocco per gli appunti e una penna e cominci a incalzare il collega versiliese.
Raccontami tutto, poi ti dico tutto quello che vuoi sapere, ribatt, con tono questa volta pi morbido, il reporter milanese.
Mah... guarda, il padre di Annoni era abbastanza conosciuto perch per qualche anno era stato proprietario di un negozio di abbigliamento, una boutique rinomata, proprio a Forte dei Marmi, in una via del centro. Ti parlo degli anni Cinquanta e Sessanta. Non lo gestiva direttamente, anche se a luglio e ad agosto lo vedevi frequentemente in negozio, insieme alla moglie. Almeno stando a quanto mi hanno riferito alcuni conoscenti, perch io allora non ero ancora nato o quasi, visto che ho appena fatto 42 anni. Per del Forte conosco vita, morte e miracoli...
S, bravo, vai avanti per favore, lo incalz Malerba, con tono nuovamente brusco.
Come ti dicevo, Luigi Annoni, padre di Alberto, aveva questo negozio e soprattutto era uno sempre presente nella bella vita del Forte. Sai, uno di quelli che andava nei ristoranti e nei bar dove c'erano attori e vip del periodo, che si fornivano da lui e lo conoscevano bene. Insomma uno che sapeva vivere, che aveva i soldi e che li faceva girare. So che aveva un'impresa tessile a Milano e in Versilia mi dicono che ci veniva praticamente tutti i fine settimana, perch aveva una villetta al confine tra il Forte e Marina di Pietrasanta.
E il padre di Orrigoni invece?
In realt gli Orrigoni, perch erano tanti. C'era il vecchio, il nonno della vittima, che aveva persino aperto uno stabilimento balneare subito dopo la guerra insieme a un socio qui del posto, poi c'erano i figli, tre o quattro, uno era il padre dell'uomo ucciso, anche loro erano ben conosciuti al Forte. Uno di loro, lo zio della vittima, si  anche sposato con una ragazza del posto, prima di trasferirsi all'estero qualche anno dopo.
Malerba era decisamente stupito: possibile che la Polizia non fosse a conoscenza di tutto questo?
Decise di andare avanti con la conversazione.
Quindi le famiglie si conoscevano? domand curioso.
Suvvia - tentenn il cronista toscano - questo con certezza non te lo posso garantire. Boh... penso di s. O meglio, immagino di s. Il Forte non  Los Angeles e pi o meno ci si conosce tutti, almeno quelli che vengono qui abitualmente. Poi sai erano tutti milanesi, immagino si conoscessero, sia i genitori che i figli. Per ne sono passati di anni...
 strano che questa cosa ancora non sia venuta fuori, ribad Federico.
No, non tanto. Entrambe le famiglie hanno diradato i rapporti con il Forte nel corso degli anni fino a non venirci pi. E da parecchio ormai.
E quando?
Cos su due piedi non so. Posso dirti qualcosa dell'Annoni perch so che ebbe un malore intorno alla fine degli anni Settanta, mi pare un infarto o un ictus, adesso non so di preciso. Comunque una cosa successa di inverno, ma la notizia rimbalz anche in Versilia. Sai come succede no? Una telefonata tra conoscenti e la voce si diffonde. Il negozio lo avevano gi venduto a fine anni Sessanta e comunque dopo non si videro pi. Da quel che mi hanno detto, qualche anno dopo il vecchio Annoni ha avuto un altro attacco di cuore ed  morto.
Qualcosa quadrava, pens Malerba: dalle ricerche che aveva fatto sapeva che il padre del pubblicitario era morto abbastanza giovane, a meno di 60 anni, dopo qualche anno di malattia.
Invece gli Orrigoni?
Non so. Con il passare degli anni sono venuti di meno.
Come mai?
Nulla di strano. I vari figli e nipoti hanno preso altre strade, si sono sposati, hanno avuto figli e hanno preferito fare le vacanze altrove. Mi ricordo che lo zio della vittima, quello sposato con una di qui e che poi si trasfer all'estero, ogni tanto veniva ancora fino a qualche anno fa. Sai, parliamo di persone che oggi sono intorno agli ottant'anni e anche di pi.
E tu non li conoscevi?, butt l.
No, ti ho gi detto che parliamo di persone della generazione del mio babbo..., rispose meccanicamente Giusti.
No, non hai capito: chiedevo se conoscevi i figli, insomma le due vittime, corresse il tiro Malerba.
Ah... No. Io sono di Viareggio. Non li conoscevo. Per ho raccolto un po' di informazioni, in questi giorni, dai tanti amici che ho al Forte. E anche dal mio babbo che, come tutti i giovani allora, negli anni Sessanta, bazzicava molto il lungo mare del Forte e i suoi bar e mi ha confermato che vagamente si ricorda di un paio di loro, l'Annoni e l'altro, quello che voleva fare il medico.
Pozzi?
Il nome non se lo ricorda. Suppongo sia lui.
E della famiglia Pozzi? Hai scoperto qualcosa?
No, come famiglia non mi dice nulla. Erano alcuni dei tanti milanesi che venivano qui in vacanza.  difficile che qualcuno si ricordi di loro. Con tutta la gente che prende le case in affitto d'estate qui. Sai, il Forte, Cinquale, Marina di Pietrasanta, Lido di Camaiore... sono tutti paesi, che d'estate si popolano come citt. E poi di tempo ne  passato. Se pu esserti di aiuto faccio qualche ricerca pi approfondita.
No, no, non preoccuparti, rispose secco il giornalista milanese che, nel frattempo, cominciava a maturare una precisa idea.
Restarono al telefono per un'altra decina di minuti, in cui Malerba fece un rapido resoconto di quanto accaduto e delle sue supposizioni, in pratica riassumendo quello che aveva scritto nei suoi articoli gi pubblicati, quindi si congedarono dopo essersi scambiati i rispettivi recapiti.
E di questa telefonata non fece parola con nessuno, nemmeno con Brigante, il suo caporedattore.
Valut per un istante se chiamare Ardig.
Rinunci. Tanto non gli avrebbe risposto.
Apprensivo e insicuro Federico non era in grado di isolare le emozioni. E soprattutto di mettere una barriera tra il domani e l'oggi, tra il futuro ancora da scrivere e il presente da vivere.
Cominci immediatamente a dilaniarsi.
Partire per la Versilia? Domani? Dopo domani? O aspettare? Affidarsi a Giusti per avere ulteriori riscontri?
E Ardig? Era giusto non rivelargli nulla? Per le indagini poteva trattarsi di un elemento importante. E se la dritta si fosse rivelata una bufala?
E Brigante? Se voleva andare in Versilia necessitava di qualche giorno di permesso. O di vacanza. Ma se fosse andato per lavoro avrebbe avuto diritto alla trasferta. Tutto pagato e senza rimetterci ferie o permessi.
Si angusti per quasi un'ora.
Alla fine si convinse di aver trovato la soluzione giusta.
Si alz dirigendosi verso l'ufficio dell'anziano caporedattore.
Brigante, pantaloni grigi, cravatta scura e camicia bianca con le maniche rimboccate all'altezza dei gomiti, stava redarguendo pesantemente un collega.
Fammi capire. Investono un poveraccio sulle strisce pedonali e tu non mandi un fotografo? E noi domani in pagina cosa mettiamo? Una foto di repertorio?
Sento se qualche agenzia fotografica, per caso ha mandato..., balbett l'incauto cronista.
S, per caso. Gi che ci sei metti anche un nome a caso per la vittima. Cos completi il capolavoro.
Il redattore usc rabbuiato in volto dopo la pesante lavata di testa ricevuta.
Brigante era di umore nero. Quando si dice il momento sbagliato... Non poteva tergiversare e prese coraggio.
Beppe, forse ho una novit interessante...
Ecco, ci mancavi giusto tu. Sentiamo...
Perch non vieni anche tu? Ci facciamo qualche giorno di mare. La Versilia  carina. Sarebbe l'occasione per stare qualche giorno insieme.
Appena uscito dal giornale, ottenuto il via libera per una trasferta di quattro giorni, Federico aveva telefonato a Lucrezia.
Sentirsi per scambiarsi la buonanotte, anche se di fatto si erano messi insieme da appena due giorni, era gi diventata una piacevole abitudine.
Era quasi mezzanotte e lei era gi a letto.
Non mi pare il caso. Mi sembra troppo presto. Poi tu devi lavorare, mica sei in vacanza, no?
La risposta non era delle pi entusiaste.
Be'... sar impegnato poche ore. Tu nel frattempo potresti andare in spiaggia o riposare in albergo. Tieni conto che mi faccio rimborsare tutto dal giornale. Di, ti va?, prov a insistere Federico.
Davvero: mi sembra ancora presto. Non prendertela, replic lei con un tono di voce docile e stanco.
Malerba accus il colpo.
OK, come vuoi. Per cos non ci vedremo per qualche giorno.
Eh... va be'... capita. Forse  anche meglio cos. Almeno ci prendiamo qualche giorno di stacco. Per provare a capire cosa sta succedendo. Non fraintendermi. Sono contenta, per... mi sembra che stiamo correndo troppo. Non vederci qualche giorno ci far bene, la distanza  un buon termometro per valutare i sentimenti. Ti mando un bacio - concluse lei - notte.
Notte anche a te.
Chiuse la telefonata, attravers piazza Cavour e si sedette su una panchina vicino al parco pubblico di corso Venezia. Per riflettere.
Non si attendeva una simile risposta.
E il tono gentile, ma freddo e determinato, di Lucrezia lo aveva spaventato.
Che si fosse pentita? Che avesse dei dubbi?
Insistere era inutile: forzarla non era la strada giusta.
Decise di assecondarla.
Qualche giorno di lontananza avrebbe fatto bene anche a lui. E poi non doveva perdere di vista il suo lavoro e la sua inchiesta.
Riapr lo sportellino del cellulare e si mise a digitare un sms.
Domani vengo a Viareggio. Mi trovi una stanza in un tre stelle decente? Ti chiamo domani. Grazie. Federico Malerba.
Invi l'sms a Giusti e decise di andare a casa.
Ottone lo aspettava per lo spuntino notturno e doveva preparare la borsa per la trasferta.
...
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...
21. Milano, 30 giugno 2009.
...
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...
Inutile svegliarsi all'alba per finire imbottigliato nel traffico delle tangenziali.
Malerba, abituato da troppi anni ad alzarsi sempre dopo le 9, aveva preferito non sobbarcarsi un'alzataccia inclemente, programmando la sveglia per le 8,30.
Si dest lucido e pimpante, pieno di energia in vista della trasferta che lo attendeva.
Accese la tiv, per ascoltare un tg. La sua meta, Viareggio, una trentina di ore prima era teatro di una tragedia assurda e terribile, il deragliamento, di un treno transitante nella stazione cittadina aveva provocato una fuga di un micidiale gas ad alto tasso esplosivo, che si era propagato nelle abitazioni circostanti, incendiandole improvvisamente e causando una strage assurda e pesantissima, con quasi trenta morti, altrettanti feriti e un quartiere interamente annerito.
Avrebbe sicuramente dovuto scrivere qualcosa su questo terribile evento.
Fece una doccia veloce, una colazione dolcissima, con caff molto zuccherato, brioche imbottita con marmellata di mirtilli e uno yogurt sempre ai mirtilli, quindi - dopo aver dato una scatoletta di bocconcini al pollo al pigro Ottone, stancamente sceso dal suo divano solo per consumare il suo primo spuntino della giornata - aveva terminato di preparare i bagagli ed era partito.
Aveva preso il solito borsone sportivo, lo stesso che utilizzava in palestra, riempiendolo con l'occorrente per una trasferta di una settimana al massimo. Oltre alla sacca professionale, imbottita di ovatta, con cui si portava abitualmente in giro il pc portatile.
Era riuscito a partire intorno alle 9,20: un'oretta dopo aveva chiamato sua madre, evitando di importunarla prima, visto che nemmeno lei era abituata ad alzarsi molto presto, per sollecitarla a passare da casa sua a recuperare Ottone e ospitarlo fino a quando non fosse rientrato.
Per uscire dal centro opt per la circonvallazione ovest che percorse fino all'altezza dei Navigli prima di deviare verso il periferico quartiere della Barona.
Svolt verso la Tangenziale Ovest, passando davanti al Forum di Assago, il palasport dove aveva trascorso tante domeniche andando a vedere la sua amata Olimpia, la squadra di basket di Milano, la regina del basket italiano, grazie ai 25 scudetti messi in bacheca.
Super l'impianto sportivo e risal in tangenziale dove il traffico, alle 10, era comunque intenso.
Percorse a bassa velocit alcuni chilometri, costeggiando l'uscita di Opera che portava proprio al cimitero di Chiaravalle, dove un mese prima mani ignote avevano distrutto la lapide della tomba del marchese Acerbi, dando il via a questa assurda vicenda.
Raggiunse finalmente l'Autostrada del Sole e ingran la quinta.
Aveva davanti quasi 400 chilometri da divorare.
Il serbatoio era quasi pieno, in macchina aveva la solita scorta di bottigliette d'acqua per dissetarsi.
Fece tutta una tirata senza soste, superando Parma, entrando nella Cisa, l'autostrada che collega la citt ducale a La Spezia, e inizi ad arrampicarsi sulla sponda emiliana dell'Appennino.
Accese la radio, per ascoltare i notiziari: le principali notizie ovviamente riguardavano proprio la tragedia di Viareggio.
I resoconti erano terrificanti.
Tra i coinvolti, per, sembravano non esserci cittadini o turisti lombardi: se fosse stata confermata questa indiscrezione per il suo quotidiano non c'era alcuna necessit di approfondire la notizia.
Sarebbero bastati i resoconti delle agenzie e in questo modo nella sua trasferta in Versilia avrebbe dovuto concentrarsi soltanto sulla sua indagine.
Ascolt comunque, con sgomento, le tragiche notizie che continuavano ad arrivare dalla citt del Carnevale.
Passate le prime ore confuse del disastro, emergevano le storie delle vite spezzate da quel crudele rogo notturno.
Gli si strinse il cuore sentendo che un bambino di otto anni era scampato alle fiamme, dove erano periti la mamma e i due fratellini: gli restava soltanto il padre, in gravissime condizioni, quasi disperate.
Si commosse.
Il professor Fusaro esclude che il nome Barassi abbia una qualche attinenza con la vita del marchese Acerbi e con la Milano del Seicento. Ha persino contattato un esperto in araldica. Pare che il cognome Barassi sia decisamente pi recente, risalente al Diciannovesimo secolo, sintetizz l'agente Scalise, appena rientrato dal colloquio con il docente dell'Universit Cattolica.
Un altro buco nell'acqua. Almeno non stiamo lasciando nulla di intentato, brontol Ardig, sempre pi sconfortato dagli scarsi progressi della sua inchiesta.
Il filo di Arianna che aveva individuato continuava ad essere aggrovigliato.
Occorrevano pazienza e tempo per dipanarlo.
Non aveva n l'una n l'altro.
Malerba scollin poco prima delle 13.
La stanchezza e la fame cominciavano a farsi sentire.
Si ferm al primo autogrill del versante tosco-ligure e consum il pi milanese dei panini di cui il bar era fornito: l'Apollo, ovvero cotoletta di pollo impanata e pomodoro.
Il tutto accompagnato da una lattina di Coca-Cola.
Caffeina e zuccheri: proprio quello di cui necessitava.
Terminato lo spuntino abbandon l'autogrill e ripart seguendo la direzione Livorno.
All'altezza di Sarzana, al confine tra Liguria e Toscana, vide il primo spicchio di mare in lontananza, sulla sua destra.
All'orizzonte intravedeva il porto commerciale di La Spezia con gru e torri meccaniche e interminabili fila di container ammassati gli uni sopra gli altri.
Prosegu costeggiando Massa e Carrara, trovandosi sulla destra enormi depositi di marmo bianco, con blocchi grossi e squadrati, e sulla sinistra lo sfondo delle Alpi Apuane, con le loro grandi cavit bianche sui fianchi sventrati.
Si rilass, pensando alle opere uscite dallo straordinario marmo di quelle montagne, ai capolavori di Michelangelo, di Canova e di tutti gli altri scultori che, nei secoli, avevano attinto a quelle bianche venature per avere la materia prima per le loro splendide opere.
Santoni entr dopo aver bussato delicatamente.
Come se non osasse disturbare il capo.
Tanto per cambiare di pessimo umore.
Allora?, lo salut senza preamboli Ardig.
Poco o niente. Del resto sono passati 14 anni ormai.
Non sono mica 14 secoli, replic tranciante.
L'ispettore non raccolse e prosegu.
Ho parlato con Oscar Milani, aveva quattro anni in pi del fratello Lucio, uno dei quattro Angeli di Lucifero. Oggi ha 42 anni e fa l'imprenditore nel settore idraulico...
Vai al sodo, lo incalz il superiore.
Per fartela breve, mi ha confermato che suo fratello in particolare e tutti i suoi amici in generale erano cambiati con l'inizio dell'universit. Da quel che si ricorda i ragazzi si erano conosciuti all'epoca del liceo: frequentavano tutti il Bertrand Russell di Garbagnate Milanese, un liceo scientifico. Non erano compagni di classe, ma erano diventati amici per la comune passione della musica rock e metal.
Questo lo sapevamo gi.
Come ti dicevo, il cambiamento, secondo Oscar Milani,  avvenuto intorno al 1991. Capelli lunghi, spinelli, sbronze, notti trascorse nei locali e drastico calo del rendimento universitario. Pare che i genitori le abbiano tentate tutte per rimettere il figlio in riga. Inutilmente.
Lui che idea si  fatto?
 assolutamente convinto che si sia trattato di un incidente stradale. Addirittura mi ha confessato che in un certo senso se lo aspettavano. Bevevano, fumavano erba, erano allucinati, esaltati, aggressivi, sopra le righe. Correvano come pazzi in macchina: insomma tutte le premesse per una tragedia come quella avvenuta.
No, ti chiedevo che idea si era fatto dell'ipotesi che fossero coinvolti in ambienti esoterici. E delle denunce ricevute.
Ba'... ritiene che suo fratello avesse passato il limite. E che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Pare avesse tappezzato la camera di teschi, vessilli neri e altri oggetti lugubri. Ha ammesso con sincerit di aver creduto alle accuse mosse contro suo fratello e i suoi amici. E c' di pi...
Ardig si fece attento.
Ho chiesto al Milani di descrivermi che tipo fosse quel Massimiliano Acerbi detto Ozzy. Lo ricorda come un tipo pericoloso, indubbiamente un trascinatore, un capetto, ma non abbastanza da plagiare gli altri componenti del gruppo, trasformandoli da bravi ragazzi tutto casa, famiglia e oratorio in violenti e depravati. Secondo lui... s insomma... dietro ai ragazzi c'era qualcun altro. Una mente superiore.
Un cattivo maestro?
Pi o meno. Ha azzardato anche un'ipotesi.
Sentiamo.
Ricorda che suo fratello, nel primo anno di universit, frequent un corso dedicato all'esoterismo o all'occultismo. E da quel momento inizi a riempire la stanza di libri dedicati a Satana e di oggetti macabri.
Cosa studiava questo Milani?
Santoni and verso l'armadio-scaffale situato nella parete opposta alla finestra e recuper un fascicolo, quello intitolato Angeli di Lucifero.
Ecco. Studiava Storia all'Universit Statale.
E gli altri?
Un momento. Meduri studiava Ingegneria... Questo qua, Vitali, lavorava... cazzo... anche Ozzy era iscritto a Storia alla Statale.
I due si guardarono con aria eloquente.
Non significa nulla... per... Vanner aveva ipotizzato che dietro ai ragazzi potesse esserci un avatar. Una sorta di maestro che li indirizzava. Secondo lui le profanazioni delle tombe nel cimitero di Castellazzo non erano frutto dell'improvvisazione di un gruppetto di ragazzini annoiati.
Dobbiamo fare degli approfondimenti. Mandiamo qualcuno alla Statale a informarsi?
Manda Pinton e Sinato, in due faranno prima. Dobbiamo sapere quali corsi dedicati alle materie esoteriche si tenessero in quegli anni e chi erano i professori. Digli di muoversi in veste ufficiale e di fare pressione sui docenti, sul rettore, anche sul Padre Eterno se fosse necessario. Dobbiamo reperire queste informazioni nel pi breve tempo possibile.
OK, ci penso io.
E poi rintraccia i genitori di questo Milani. Dovresti dare un'occhiata, se possibile, alla stanza di questo ragazzo o almeno ai suoi oggetti personali. Li avranno conservati da qualche parte. Magari in cantina o in soffitta.
Cosa devo cercare precisamente?
Questi libri dedicati a Satana di cui ha parlato il fratello. Poi appunti, diari, foto. Tutto quello che ci possa aiutare.
L'ispettore si alz per congedarsi.
Massimo...
S?
Ottimo lavoro, bravo.
Grazie, dovere.
Ecco la Versilia, annunciata con tanto di eloquente cartello dell'Anas e dell'ente turistico locale in cui campeggiava un disegno vignettistico con ombrelloni e sdraio.
Verso le 15 imbocc l'omonima uscita, Versilia appunto, e si ritrov allo snodo che separa il territorio comunale di Pietrasanta da quello di Forte dei Marmi.
Un tabellone elettronico con tanto di termometro segnava 33 gradi.
Percorse via Apua, uno stradone lunghissimo che collegava Pietrasanta alla sua frazione balneare, Marina di Pietrasanta, e si ritrov sull'Aurelia, ovvero la storica strada statale che attraversa la costa tirrenica toscana e poi quella ligure, e che, quasi sempre, separa gli stabilimenti balneari e le spiagge dai centri abitati, diventando, nei giorni di punta, una specie di interminabile parcheggio.
Nonostante luglio fosse appena cominciato in Versilia l'estate era gi nel suo massimo fulgore, a giudicare dal sole cocente che picchiava sul rinomato lembo di costa tirrenica e dal traffico di gitanti che si stavano riversando sui suoi litorali.
Si sarebbe aspettato di vedere soltanto nonni con i nipotini e invece, mentre bolliva al sole, nelle code che si formavano tra un semaforo e l'altro del lungo mare, scopr con sorpresa che i bagni della Versilia erano affollati di giovani, adolescenti e anche universitari, a giudicare dall'et, e di adulti, oltre che di una cospicua aliquota di turisti nordici.
Seguendo le indicazioni del navigatore abbandon l'Aurelia per spostarsi all'interno del paese, prendendo la parallela via Carducci, dove transitavano pochissime macchine, soppiantate, in compenso, da biciclette, motorini e persino risci.
Nemmeno fossero a Pechino.
Quando giunse all'albergo indicatogli da Giusti, un edificio molto carino, una palazzina di tre piani circondata da un giardino rettangolare, ben curato, impieg altri dieci minuti prima di riuscire a trovare un parcheggio, non proprio regolare, vicino a dei cassonetti per la spazzatura, e raggiungere l'entrata dell'albergo.
Una volta in camera il giornalista si concesse una rapida doccia, mise il computer sotto carica, appese le polo nell'armadio.
Torn nella hall a ritirare i documenti: il suo collega Giusti lo attendeva a Viareggio, nella sede della redazione locale del Bollettino della Toscana per le 16,30, per recarsi in un bagno a Forte dei Marmi, dove avrebbero dovuto incontrare l'anziano bagnino che avrebbe potuto fornirgli le informazioni desiderate.
Cos, appena salito in macchina, prima ancora di accendere il condizionatore, Malerba controll di avere nel sedile posteriore la cartellina trasparente di cellophane in cui aveva infilato le foto delle tre vittime, tutte piuttosto recenti, che gli erano state fornite nelle varie conferenze stampa a cui aveva partecipato in Procura dopo i diversi omicidi.
Confidava davvero che il vecchio bagnino fosse in grado di aiutarli.
Mise in moto la sua Alfa 147 color zaffiro-turchese e si avvi verso Viareggio, infilandosi nuovamente nell'Aurelia, anche se questa volta in direzione opposta.
Per raggiungere Viareggio, impieg una decina di minuti, cui se ne aggiunsero altri dieci per trovare un parcheggio nella zona del centro storico, leggermente spostata rispetto all'intasato lungo mare.
Aveva ingannato il tempo dell'interminabile spostamento parlando al telefono con Lucrezia. Stava lavorando a un atto giuridico complesso, eppure gli era sembrata contenta di sentirlo e meno fredda rispetto alla sera precedente.
La vita  strana.
Come un'eterna partita di poker.
Per giorni, settimane, mesi, a volte addirittura anni, non ti capitano mai, tra le mani, delle carte buone.
Finch a un certo punto, magari tutte insieme, ecco arrivare le combinazioni attese per troppo tempo: tris, full, poker, scale.
Certo, occorre avere pazienza, non desistere quando la sorte ti  nemica e attendere l'occasione propizia.
Che prima o poi arriva, quando meno te lo aspetti.
Magari bussando impercettibilmente alla porta.
Come stava accadendo a lui. Anche se rispose piuttosto seccato: Avanti.
Rimase esterrefatto mentre la porta lentamente si apriva.
Nell'oscurit del corridoio, illuminata dalla luce intensa proveniente dalla finestra che dava su piazza San Sepolcro, si stagliava una figura lugubre.
Un uomo alto, vestito completamente di nero, con il volto nascosto nella penombra e due occhi chiari brillanti come il riflesso del ghiaccio.
Posso?
La voce impostata e sottile di Vanner arriv come un'eco lontana. L'inquietante sagoma del criminologo si materializz nitidamente.
Colto di sorpresa Ardig si limit a un generico Prego.
Lo studioso di dottrine esoteriche si accomod su una delle due poltrone ubicate di fronte alla scrivania.
Sfoggiava la solita espressione mefistofelica, con il sottile pizzetto piegato in una leggera smorfia.
Un ghigno beffardo si stava dipingendo sul viso.
Ti credevo a Torino. A cosa devo l'onore?, si riprese il commissario, ben consapevole, invece, della presenza a Milano del criminologo, impegnato in una sua personale ricerca nelle librerie e nella biblioteche milanesi, come gli aveva comunicato il giorno precedente il fidato Velluti.
Ho qualcosa per te.
Dalla tasca sinistra della giacca Vanner prese un libro.
Lo appoggi sulla scrivania.
Questa volta sorrideva apertamente.
Allung la mano verso il libro.
Apr la pagina dove c' il segnalibro, sugger il l'occultologo con voce affettata.
A Viareggio si respirava un'aria surreale.
La citt, comprensibilmente, era sconvolta.
La zona intorno alla stazione, ovviamente, era stata chiusa e il traffico cittadino era quasi al collasso.
Federico fatic a districarsi nelle varie stradine e a trovare un parcheggio. Raggiunse Giusti con un ritardo di quasi un'ora.
I convenevoli furono piuttosto brevi. Si incontrarono sotto la redazione del Bollettino della Toscana.
Come prevedeva il cronista locale lo aggiorn sugli sviluppi del drammatico rogo, fornendogli dettagli e informazioni sui feriti. Poi cambiarono discorso e si avviarono, a piedi, verso un bar vicino al porto turistico, dove Giusti sembrava essere di casa. Nel tragitto cominciarono a scambiarsi le prime impressioni.
Malerba, ex cestista con una statura imponente, vicino al metro e novanta, una corporatura tonica e robusta grazie all'attivit fisica che da sempre praticava, i capelli cortissimi tagliati quasi da marine che nascondevano abilmente i naturali riflessi argentati arrivati con gli anni, un pizzetto sottilissimo e curato a incorniciargli il viso e un look giovanile, con scarpe da passeggio alla moda e di marca, pantaloni leggeri di cotone e polo nera firmata, guardava con perfida perplessit il collega.
Decisamente meno aitante e griffato, con il suo metro e settanta di poco superato, distribuito su un fisico da impiegato, magro magro alla Fassino, e un visino reso ancora pi smilzo dagli occhiali piuttosto spessi, il tutto condito da un abbigliamento molto simile a quello di un impiegato del comune, con la camicia a mezze maniche bianca a righine azzurre portata sopra dei pantaloni scuri.
Non gli sembrava, a prima vista, un fulmine di guerra, uno di quei tipi svegli e in gamba, come lui stesso, con poca modestia, si riteneva di essere.
In realt, mentre tracannavano avidamente due Pepsi, Malerba comprese di essersi lasciato condizionare dalla prima impressione: Giusti, al di l dell'aspetto modesto e un po' dimesso, sembrava essere una specie di archivio storico vivente di Viareggio e dintorni.
Un data-base umano in cui erano memorizzati indirizzi, nomi e riferimenti.
Pareva conoscere tutti i frequentatori di quel bar e il personale di servizio e anche per strada erano molte le persone che lo avevano salutato.
Inoltre, durante il percorso, vedendo barche o case, gli aveva indicato con precisione e rapidit chi fossero i fortunati possessori di quelle invidiabili ricchezze.
Forse aveva trovato la persona che faceva al caso suo.
Ardig leggeva avidamente una pagina dietro l'altra.
Per alcuni minuti i due rimasero totalmente in silenzio, in un'atmosfera rarefatta.
Quando il commissario stacc gli occhi dal libretto fu Vanner a rompere il silenzio.
L'ho reperito presso la libreria dell'Occulto.
Si trattava di una delle tre o quattro librerie specializzate in materia presenti nella metropoli meneghina.
Uno di quei luoghi suggestivi, e un po' misteriosi, dove si trovavano non soltanto libri ma anche essenze da bruciare, tisane, gadget come folletti, draghi, guerrieri in miniatura, pugnali, maschere diaboliche e via dicendo.
 una tesi di laurea, del 1978. Guarda il titolo.
Il responsabile della Omicidi torn alla prima pagina del capitolo.
Ludovico Acerbi, leggende e verit sulla figura del Diavolo di Porta Romana.
Rilesse il nome dell'autore.
Marcello Noferini.
Terminata la bevuta i due giornalisti tornarono a piedi fino alla via dove aveva sede la redazione del Bollettino della Toscana: l recuperarono la sua auto, una vecchia Fiat Punto, e partirono alla volta del Forte, come lo chiamavano da quelle parti.
Si farebbe prima in bici, per si suderebbe un po' con questo sole, esord Giusti, tanto per far capire che ci sarebbe voluto un po' di tempo prima di arrivare a destinazione.
Erano le 18: al traffico dei vacanzieri si aggiungeva quello dei pendolari locali. E, infatti, per percorrere la decina di chilometri che separano le due rinomate localit balneari, divise da Lido di Camaiore e Marina di Pietrasanta, ci vollero pi di venti minuti e altrettanti ne servirono per sistemare la macchina in una delle prime viuzze laterali che portano verso l'interno di Forte dei Marmi.
Arrivarono cos al bagno La Playa, dove avevano appuntamento con il vecchio bagnino, quando le 18,30 erano scoccate da poco e la maggior parte dei clienti aveva gi lasciato lo stabilimento balneare.
Lavorava qui il tuo bagnino?, chiese Malerba.
Ha lavorato in tanti stabilimenti. Nel periodo che ci interessa era all'Atlantico, quello che, come ti ho accennato al telefono, era stato aperto una trentina di anni prima proprio dal padre dell'Orrigoni, il secondo morto, precis Giusti, dimostrando nuovamente la sua preparazione.
Superarono alcune fila di ombrelloni prima di intravedere un anziano, sui 75 anni, intento a giocare con i due nipoti sotto gli occhi attenti dei giovani genitori.
Il vecchio not l'arrivo dei due cronisti e si alz con un'invidiabile agilit, scrollandosi la sabbia dalle ginocchia con le enormi mani.
Oh, Paolo, di nuovo qui?, li accolse.
Ciao Mario, ti ho portato quel mio amico di Milano che vuole parlarti, ribatt Giusti.
Andate al bar, disse calcando la r finale, raddoppiandola e aggiungendo una e, dicendo in pratica barre.
Vi raggiungo tra un attimo, finisco qui e mi do una lavata alle mani.
I due cronisti si recarono al bar, trovarono un posto per sedersi e cinque minuti dopo vennero raggiunti dall'anziano bagnino, in costume da bagno e con una canottiera bianca che faticava a contenere una cospicua pancia, impiantata su un fisico comunque ancora prestante a dispetto dell'et.
Piacere, Federico Malerba, lo salut il giornalista rompendo il ghiaccio e alzandosi in piedi.
Il bagnino lo scrut per qualche istante.
Sembrava non essere particolarmente felice per quell'incontro e forse, almeno questa era l'impressione di Malerba, non gli doveva risultare tanto simpatico, magari per via della sua aria da fighetto milanese che emanava a una prima occhiata.
Comunque ricambi presentandosi, con una stretta di mano vigorosa: Il piacere l' il mio, Mario Bartoli.
Bartoli, come il ciclista, esclam di rimbalzo Federico.
No, quello era Bartali, io mi chiamo Bartoli, come un altro ciclista, ma non credo che lo conosca, rispose con il suo marcatissimo accento toscano e un altrettanto evidente tono polemico, o meglio di sfida.
Sulla materia, per, Malerba era ferratissimo: in redazione guardava spesso le corse con i colleghi dello sport e aveva seguito anche l'inchiesta doping che aveva travolto le edizioni del Giro d'Italia del 2001 e del 2002.
Michele Bartoli - lo rintuzz conciliante -  stato uno dei miei campioni preferiti. Per me nelle corse di un giorno  stato il migliore dell'ultimo ventennio, soprattutto nelle classiche del Nord. L'ho seguito, di persona, quando ha vinto il suo ultimo Giro di Lombardia.
Non era vero, Malerba non aveva mai assistito direttamente alla classica lombarda di fine stagione: per l'aveva seguita in televisione e ricordava bene la vittoria del campione pisano.
Si trattava di un'innocua bugia a fin di bene.
Solo per conquistarsi la stima dell'interlocutore.
Curioso - prosegu - lei ha il cognome di un grande campione e il nome di un altro grande corridore toscano, Mario, come Cipollini. Immagino che anche lei avr corso in bici.
Aveva toccato il tasto giusto. Il vecchio bagnino rimase conquistato dalla competenza ciclistica del giornalista milanese.
Cos, per qualche minuto, i due parlarono fitto fitto di questo sport, scoprendosi entrambi tifosi, oltre che di Cipollini, anche del povero Marco Pantani, scomparso ormai da cinque anni, un grande campione, e un uomo sfortunato, che Malerba aveva avuto il piacere, e l'onore, di conoscere, in occasione di alcune interviste realizzate negli anni pi duri del Pirata, quelli in cui i trionfi sembravano ricordi sbiaditi e il presente era fatto di avvisi di garanzia, perquisizioni, inchieste e accuse di assurdi reati da parte di magistrati ottusi e in cerca soltanto di notoriet mediatica, che preferivano tartassare un ciclista famoso piuttosto che perseguire i criminali veri.
Bartoli gli raccont di quando il quasi omonimo Bartali e il rivale Coppi duellavano nelle grandi corse a tappe, come il Giro o l'epico Tour de France del 1949, quello dominato dai due grandi amici-rivali, quello dello storico passaggio di borraccia sui Pirenei, o di quando i grandi della bici, come Merckx, Gimondi, Hinault, Moser, Saronni e tanti altri, venivano in Versilia ad allenarsi nei mesi invernali, beneficiando del clima mite e asciutto che permetteva di uscire sul lungo mare e stare in bici per cinque o sei ore.
Malerba evit di interromperlo e gli diede corda, spalleggiato da Giusti, pure lui discreto appassionato e conoscente, seppur alla lontana, di un altro grande campione toscano, Paolo Bettini.
Soltanto quando fu certo di essersi conquistato la simpatia del bagnino, e dopo aver ordinato delle bibite fresche per tutti, l'inviato della Voce Lombarda devi la conversazione sulla sua inchiesta.
Fu molto franco, spiegando al pensionato tutta la storia, sintetizzandola dall'inizio, dal delitto Annoni, fino all'ultimo omicidio, quello del medico Pozzi.
Quando ebbe terminato di raccontare la vicenda prese la cartellina e cominci a estrarre le foto in essa contenute.
Il vecchio bagnino per qualche istante rimase a guardare le foto dei tre malcapitati freddati dal misterioso killer che stava mietendo vittime a Milano, andandosene in giro addobbato con un inquietante costume luciferino e uno spadone degno di Highlander.
Ho quasi 78 anni e gli occhi purtroppo non sono pi boni come una volta, si giustific, prima di alzarsi e dirigersi verso la spiaggia.
Un minuto dopo torn inforcando degli occhiali da vista.
Non sono pi dei citti questi. Per... Ovvia, s, direi che uno l' il nipote dell'Orrigoni e codesto penso di ricordarmelo, per non mi ricordo il nome spieg, indicando la foto del dottor Pozzi.
Tombola, ci siamo, pens Malerba, che incalz l'uomo.
Il terzo si chiamava Alberto Annoni, non se lo ricorda?
Mah... la faccia non mi dice molto. Il nome s, perch c'erano degli Annoni che venivano qui al Forte negli anni Sessanta o Settanta.
Federico rimuginava in silenzio e il bagnino, quasi per giustificarsi dei suoi vuoti di memoria, prosegu.
Sa, io ho fatto questo mestiere per 50 anni, per tutte le estati. Ho cominciato a 14 anni e ho finito dodici anni fa. Si immagina quanti clienti ho visto passare per i miei bagni? Alcuni venivano ogni tanto, magari una volta sola, altri venivano tutte le estati e allora era diverso, quelli te li ricordi.
E questi nelle foto?
Orrigoni lo conoscevo, lo conoscevano tutti. Il su' nonno nel dopo guerra l'era un padr'eterno qui da noi e aveva aperto uno stabilimento in cui ho lavorato anch'io per parecchie estati. I figlioli me li ricordo, perch li ho visti piccini e poi omini, diamine se me li ricordo, continu, marcando ancora di pi la sua parlata toscana.
Quest'altro, come si chiama?, domand, indicando ancora la foto di Pozzi.
Matteo Pozzi, aveva la stessa et dell'Orrigoni, sottoline Malerba.
Ecco s. Veniva con la madre e il fratello, il padre si vedeva solo per pochi giorni. Non mi ricordavo il nome. S, vennero per parecchie estati, almeno cinque o sei. Mi pare avessero una stanza in affitto sempre nella stessa pensione, ma non ricordo quale, dopo tutti questi anni, si scus per l'ennesima volta l'ex bagnino.
Ritiene che i due ragazzi si potessero conoscere?
Boia - esclam - avevano la stessa et, venivano dalla stessa zona. Diamine, s che si conoscevano. Mi ricordo di tanti gruppi di ragazzi e ragazze che stavano sempre insieme, al mare, giravano con le vespe e la sera andavano in spiaggia.
E questo Annoni invece non le dice nulla?, domand incalzante Malerba.
Dovrebbe essere il figlio di quello che aveva il negozio di abiti in paese, al Forte, si inser Giusti.
Ah... quell'Annoni, quello che andava alla Capannina, quello che  morto di male al cuore una ventina di anni fa? chiese il pensionato.
Esattamente, proprio lui.
Quello lo conoscevano tutti, l'era un altro padr'eterno, uno che apriva negozi, ristoranti, che andava a ballare con le attrici. Uno di classe e con tanti soldi. Si chiamava Luigi, me lo ricordo come se fosse oggi.
E i suoi figli? domand ancora Malerba.
Mah... non me li ricordo. Cio... mi ricordo che aveva due figlioli piccini. Forse questo qua era uno di quelli che giocava al pallone in spiaggia. Quelli con i capelli lunghi. Sai chi potrebbe averli conosciuti bene?, sugger rivolgendosi a Giusti.
Quello che fa l'antiquario a Pietrasanta, quello che l'era professore, che poi l'hanno cacciato dall'universit per quello scandalo con la ragazzina... Hai capito? Quello che ha quel bel negozio nel corso. Quello - disse ancora rivolto a Giusti - che qualche anno fa ha sposato quella bella citta mora, la figlia del proprietario dell'Hotel Splendor, al Lido di Camaiore. Hai capito chi?
Quello che insegnava all'universit di Pisa e che scrive i libri?
Ecco bravo, quello. Diamine, quello studiava proprio a Milano da giovane.
Ho capito. Ho presente la persona di cui mi stai parlando. E anche il negozio. Nel corso, vicino alla piazza del Duomo, rispose Giusti.
Bravo, proprio quello. Lui li frequentava, l'Orrigoni e gli altri, lui li conosceva bene e sicuramente se li ricorda meglio di me perch avr trent'anni meno di me. Perch non andate da lui a chiedere?, concluse il vecchio.
I due cronisti si scambiarono uno sguardo di reciproca soddisfazione...
Consumarono in silenzio i due caff che si erano fatti portare.
Quindi Ardig si accese la consueta sigaretta.
In attesa che Vanner cominciasse il suo racconto, con l'enfasi e il tono cattedratico che ormai aveva ben imparato a conoscere.
Suppongo che tu sappia chi sia questo Noferini. Giusto?
Vedo che hai sempre buon intuito, commissario. A proposito, hai poi indagato sul tuo amico giornalista?
Ovviamente. Ed  risultato del tutto estraneo a questa brutta storia. Nel frattempo c' stata una quarta vittima...
Vanner lo scrut con aria curiosa.
Brevemente gli riassunse le ultime novit circa l'omicidio Barassi.
Adesso tocca a te. Dimmi tutto su questo Noferini.
Intanto ti premetto che lo conosco personalmente da quasi trent'anni, cominci Vanner.
Ovvero - ragionava Ardig - dai tempi della tesi di laurea sul marchese Acerbi.
Marcello Noferini  uno stimato studioso di materie esoteriche.  autore di diversi apprezzati libri. Ha insegnato in molte universit: Milano, Bologna, Perugia e infine Pisa.
Perch infine?
Perch quattro o cinque anni fa  stato trascinato in una brutta storia. Un'allieva lo ha accusato di averle proposto una votazione elevata in un esame in cambio di una prestazione sessuale. La ragazza sosteneva che simili proposte ricattatorie erano state avanzate anche ad altre studentesse.
E come  finita?
Altre ragazze hanno confermato la tesi della denunciante. Hanno sollevato un polverone mediatico e Noferini, su pressione del rettore, ha preferito dimettersi e rinunciare alla cattedra alla Normale.
E oggi cosa fa? Lo scrittore?
Anche. So che da alcuni anni ha aperto uno splendido negozio d'antiquariato a Pietrasanta, la sua citt natale.
Pietrasanta.
Un brivido percorse la schiena di Ardig.
Tutti gli indizi sembrava condurlo verso quella piccola cittadina.
Le vacanze giovanili dei vari Annoni & Co, la Lancia Thesis utilizzata per braccare Barassi rubata a Lucca e abbandonata all'imbocco della Cisa, le telefonate fatte dal rappresentante orafo proprio verso un antiquario di quella zona.
E ora questo professore misterioso.
Che aveva proprio un negozio di antiquariato.
Un'altra inverosimile coincidenza.
Qualcosa non va?, chiese prontamente Vanner, notando il mutamento di espressione del poliziotto.
Dammi un minuto, per favore. Aspettami qui.
Usc in corridoio dirigendosi verso l'ufficio di Velluti.
L'ispettore non c'era.
Si spost nell'open space dove erano collocate le scrivanie dei vari agenti. Individu Scalise.
Mi servono i tabulati telefonici delle utenze del Barassi. Portale subito nell'ufficio di Velluti.
Un minuto dopo l'agente entr con una cartelletta della Questura in mano.
Velluti mi ha detto che ci sono delle chiamate effettuate in Toscana. Con un prefisso di Lucca. Controlla per favore.
Me le ricordo bene, conferm Scalise prima ancora di aprire il fascicolo.
Ti ricordi a chi erano indirizzate?
A un negozio di arte.
Avete gli estremi?
L'agente frug tra i fogli, prima di estrarne uno.
Ecco qui. Il numero 0384...
A chi  intestato?
A un'attivit commerciale. La bottega dell'Arte s.s. di Marcello Nofer...
Non fece in tempo a terminare il nome.
Il commissario era scattato dalla poltrona come se fosse stato investito da una violenta scarica elettrica.
Attravers il corridoio velocissimo e torn nel suo ufficio.
Bingo, bravo Vanner.
L'esperto in satanismo lo osserv con un misto di curiosit e stupore.
Che succede?
L'ultima vittima, Samuele Barassi, il rappresentante orafo ha telefonato una ventina di volte nelle ultime due settimane al numero del tuo amico Noferini.
L'occultologo non batt ciglio.
Ora cosa farai?
Andr a Pietrasanta, a far visita a questo signore. Che sicuramente ha qualcosa di interessante da dirci. Prima di infilarmi nella tana del lupo, per, ho bisogno di saperne di pi.
Vanner lo guard in tralice.
Cosa vuoi sapere?
Tutto!
Il consulente volt lo sguardo verso la finestra.
Sembrava combattuto, quasi reticente.
Evidentemente non condivideva, o forse addirittura osteggiava l'idea che le indagini venissero indirizzate verso una persona che conosceva, del suo ambiente, e di cui, probabilmente, aveva stima e considerazione.
Si alz, sempre con lo sguardo rivolto verso la basilica di San Sepolcro.
Poi, dando le spalle ad Ardig, inizi a parlare.
La sua voce usciva quasi metallica, monocorde, come quella di un oracolo che vaticina profezie oscure e sciagure immani.
Noferini prima di tutto  uno studioso.  stato uno dei primi in Italia ad aver conosciuto di persona sia Anton Szandor LaVey che Michael Aquino.
Chi sarebbero?
LaVey  considerato il padre del satanismo moderno. Fino allo scisma voluto nel 1975 da Aquino.
Frena, frena. Non riesco a seguirti.
Nel 1966, dopo aver fondato il Cerchio magico, LaVey ha costruito la Chiesa di Satana basandosi su una dottrina dogmatica che metteva l'uomo, il singolo individuo, al centro del culto. Teorie che ha esposto nel suo libro intitolato La Bibbia satanica. Quasi un decennio dopo, per, le sue idee sono entrate in contrapposizione con quelle di Aquino, il suo discepolo prediletto, il suo storico braccio destro, che ha deciso di staccarsi dalla Chiesa di Satana per dare vita al Tempio di Set, che ha cercato di organizzare secondo i criteri della Chiesa cristiana moderna, con la differenza che al centro del culto non c' Dio, e neppure l'individuo come sosteneva LaVey, bens Satana. Oggi quasi tutti i satanisti si rifanno al Tempio di Set, abbracciando il credo di Aquino.
E Noferini aveva rapporti con entrambi?, chiese Ardig.
Li ha conosciuti, li ha frequentati,  stato loro ospite. Quando nel 1997 LaVey  deceduto Noferini  stato al suo funerale, a San Francisco.
Benissimo, abbiamo appurato che questo Noferini  un grande esperto di satanismo, un intellettuale e un autore di libri. Poi?
 di sicuro un uomo dotato di grande intelligenza e di un carattere fuori dalla media. Carismatico, soggiogante, magnetico.
Un leader, per sintetizzare. Un possibile avatar, restando nell'ambito della nostra indagine.
S, tronc netto Vanner, come se si trattasse di un'ammissione di colpa personale.
Ardig prendeva nota, in attesa del resoconto del consulente.
Non possiamo escludere che persone del calibro di Noferini possano esercitare un ascendente, un'influenza, su menti pi deboli e plasmabili, come quelle dei giovani. In questo caso dei suoi studenti.
Ancora una pausa.
Il responsabile della Omicidi cominciava a perdere la pazienza.
Sinceramente, fuori dai denti, ritieni che possa essere coinvolto in questa vicenda? Ritieni che possa essere lui il maestro degli Angeli di Lucifero. O che comunque sappia qualcosa?
Il criminologo rimase impassibile, con lo sguardo rivolto alla piazzetta sottostante.
Vanner, ti ricordo che sei stato proprio tu a pressarmi per rivolgere le mie indagini verso Malerba, un amico per il quale potevo mettere la mano sul fuoco. Sei stato tu a ricordarmi che non si potevano fare eccezioni. Questo vale anche per te.
Noferini non  un mio amico.
Meglio cos, meglio per te. Allora?
Ti ripeto che si tratta di una personalit forte, di un uomo dotato di fascino e magnetismo.
Ardig perse la pazienza ed esplose.
Cazzo, Vanner, ti ho fatto una domanda precisa. Vuoi rispondere?
Ti ricordo che sono stato proprio io a indirizzarvi verso Noferini.
Lo devo prendere come un s? Quindi anche tu ritieni che...
Non ho detto questo. Le conclusioni dovete trarle voi investigatori. Ma ti avverto: Noferini  un uomo intelligente e accorto. Se in qualche modo fosse coinvolto in qualcosa di illecito avr preso ogni contromisura possibile per non lasciare prove o tracce che possano far risalire gli inquirenti fino a lui.
Tanto accorto non mi sembra. Ha compromesso la sua luminosa carriera universitaria per la denuncia di una ragazzina. No?
Il tipico errore di percorso. Che ha pagato duramente. E che, sicuramente, lo avr reso ancora pi prudente. E poi in mano non mi pare abbiate molto: un tabulato telefonico che conferma uno scambio di telefonate tra Noferini e una delle vittime? Non mi sembrano elementi probanti per un'accusa.
C' dell'altro. Forse.
Questa volta a titubare era Ardig.
Fino a che punto poteva fidarsi di Vanner?
 vero, era stato il criminologo a servirgli su un vassoio d'argento l'indizio che cercava da un mese.
Tuttavia...
Decise di rischiare.
Questa mattina un mio ispettore si  fatto una chiacchierata con il fratello di uno dei ragazzi morti nell'incidente stradale del 1995, uno degli Angeli di Lucifero. Secondo questo signore i ragazzi erano profondamente cambiati, in peggio, intorno al 1991, quando iniziarono a frequentare l'universit.
Vanner ascoltava attento.
Ardig prosegu.
Nello specifico sembra che il leader del gruppetto, Ozzy, e un altro ragazzo, iniziarono a mutare atteggiamento in coincidenza con la frequentazione di un corso universitario dedicato all'occulto. Frequentavano Storia alla Statale, qui a Milano. Forse  l che hanno incontrato il loro avatar. E se non ho capito male questo Noferini ha insegnato anche a Milano. Ho gi inviato i miei uomini per effettuare tutte le necessarie verifiche.
L'esperto in satanismo torn finalmente a sedersi.
L'espressione glaciale e imperscrutabile non lasciava intuire se fosse o meno turbato dalle novit emerse.
Per qualche secondo sembr avere la mente rivolta altrove.
Vi risparmio un po' di lavoro. Noferini ha insegnato alla Statale di Milano per diversi anni. E se non ricordo male ha insegnato proprio a inizio anni Novanta, prima di trasferirsi a Bologna, penso intorno al 1995.
Proprio quando sono morti quei quattro ragazzi, proprio quando le indagini sugli Angeli di Lucifero rischiavano di scoperchiare un pentolone dove stava bollendo chiss cosa. Prostitute uccise, giovani donne violentate in orge, cimiteri profanati...
Nemmeno io sono propenso a credere alle coincidenze. Per questo mi ha scosso scoprire quella tesi di laurea dedicata all'Acerbi, dove era stata descritta con numerosi particolari la vita del marchese, la sua inimicizia con i conti Annoni, la sua carriera politica, la sua morte e persino il suo luogo di sepoltura.
Il cimitero di Chiaravalle, lo anticip il poliziotto.
La chiesa di Sant'Antonio Abate. Fino ai primi anni del Settecento. Leggila bene, commissario, lo gel Vanner.
E ci sono scritti anche i nomi di Orrigoni e Pozzi. E magari del Barassi?
No, quelli no.
Non importa. Mi pare che anche tu convenga che le coincidenze sono troppe. Attendo soltanto di avere una conferma dai miei uomini inviati all'universit, poi informo il magistrato e chiedo l'autorizzazione per recarmi a Pietrasanta.
Vanner annu e fece per congedarsi.
Se  possibile tienimi informato. Io resto a Milano per qualche altro giorno.
Uscito lo studioso, Ardig si attacc al telefono per incalzare Pinton, all'universit, e Santoni, in cerca dei genitori di Lucio Milani.
Servivano conferme nel pi breve tempo possibile.
La redazione viareggina del Bollettino della Toscana era situata in un appartamento al secondo piano in una palazzina nei pressi del porto di Viareggio, sul lato della strada opposta al lungo mare, nell'area del cosiddetto centro storico della cittadina, dove c'erano meno bar e negozi per turisti e si concentravano banche, uffici pubblici e privati.
In tutto, un centinaio di metri quadrati, con un corridoio lungo - dove erano posizionate fotocopiatrice, stampante, macchinetta per il caff e distributore per le altre bevande - sui cui si affacciavano alcune porte.
Un stanza, piuttosto piccola, era riservata al caporedattore, un'altra, di circa 40 metri quadrati, ospitava le cinque scrivanie dei redattori, mentre una terza stanza, serviva come saletta per ricevere gli ospiti e come archivio, a giudicare dagli scaffali stracolmi di fascicoli e faldoni.
Non c'erano segretarie.
Qui non abbiamo grafici o tipografi. Sono tutti a Pisa, dove abbiamo la redazione centrale. Noi dobbiamo solo scrivere, spieg Giusti, rilevando l'espressione poco convinta del collega milanese, evidentemente sorpreso dall'esiguit dello spazio redazionale.
Vide diversi computer portatili appoggiati su scrivanie o mensole.
Si stup.
Giusti lo anticip: Sono dei colleghi che ci hanno inviato da Pisa come rinforzi per le pagine speciali che realizziamo sulla strage della stazione. Gli altri adesso sono l, all'inferno, in via Ponchielli. Torneranno a scrivere pi tardi.
Fecero il giro di tutte le scrivanie: Giusti ci teneva a presentare a tutti i colleghi il cronista milanese che gli avrebbe permesso di piazzare lo scoop se non della vita almeno dell'anno.
Esaurite le presentazioni si chiusero nell'archivio.
Il viareggino cominci ad armeggiare tra i faldoni.
Malerba ne approfitt per andare al boccione dell'acqua e bere due bicchieri consecutivi.
Intanto osservava i colleghi toscani, che conversavano serenamente con il loro marcatissimo accento.
Ancora una volta si trov a invidiare i ritmi pi tranquilli della vita in provincia, con un'attivit lavorativa pi conciliante, meno stress, meno traffico, meno straordinari, meno incazzature...
Quante volte aveva sognato una vita cos.
Mollare tutto, trasferirsi in qualche accogliente provincia del centro, in Emilia, nelle Marche o appunto in Toscana, trovarsi un tranquillo giornale locale, assuefarsi a un rilassante tran tran routinario e godersi la vita.
Magari con a fianco una donna come Lucrezia.
Un sogno, un'utopia.
Perch chi nasce a Milano, chi ne assume fin da piccolo la mentalit e l'attitudine al lavoro e allo stress, poi ne rimane prigioniero.
Pu andarsene, certo, ma solo in metropoli come Londra, Parigi, New York. Al massimo a Roma.
Non certo a Viareggio.
Rientr da Giusti che, nel frattempo, stava parlando al telefono con qualcuno.
Aspetta,  entrato il mio collega di Milano, ti metto in viva voce, cos sente anche lui.
Malerba lo fiss con aria perplessa.
 Tommei, il nostro corrispondente da Pietrasanta.
Noferini - gracchi la voce dall'altoparlante del telefono -  un personaggio conosciuto e stimato qui a Pietrasanta. Ha scritto diversi libri di successo, tiene conferenze, sempre affollate, in estate, alla Versiliana.
La Versiliana?
 la nostra splendida villa, al confine con Forte dei Marmi, con un curatissimo parco e un'area per concerti, conferenze ed eventi pubblici.
Torniamo a Noferini, per cortesia.
Ah... s... Da qualche anno ha aperto un negozio di antiquariato qui in centro, in via Garibaldi. Si  riciclato. Qualche anno fa  incappato in una brutta disavventura.
Tommei rifer della denuncia presentata dalla studentessa, del procedimento disciplinare e giudiziario da cui lo studioso usc scagionato e delle polemiche che lo costrinsero ad abbandonare la cattedra alla Normale di Pisa.
Da allora non ha pi voluto insegnare. Continua a scrivere libri e a partecipare a convegni, concluse il corrispondente.
Non occorrevano altre informazioni.
Erano quasi le 21.
La redazione si era affollata: gli inviati alla stazione erano rientrati, visibilmente provati, e stavano scrivendo.
Prefer non disturbarli e non chiedere aggiornamenti.
Per ringraziare per l'ospitalit e la collaborazione, e avere compagnia, Malerba invit Giusti a cena.
Rientrarono rispettivamente in albergo e nella propria abitazione per darsi una rinfrescata veloce e si ritrovarono alle 22 nella piazza principale di Marina di Pietrasanta, a due passi dall'hotel dove alloggiava il reporter milanese, quasi all'inizio dell'area pedonale pullulante di negozi e locali, denominata il Tonfano.
Dall'albergo Federico ne aveva approfittato per chiamare Lucrezia.
Una telefonata veloce: sembrava contenta di sentirlo, eppure, ancora una volta, pareva un po' distante.
Che si fosse pentita di averlo baciato? Non os domandarglielo. Avrebbe voluto lasciare tutto, prendere la macchina e correre da lei a Milano.
Non poteva. Fin di prepararsi e raggiunse la piazzetta.
Questa volta fu il viareggino a farsi attendere per qualche minuto.
Si infilarono nella calca dei vacanzieri entrando nel corso principale del Tonfano, denominato via Versilia, con incredibile originalit, percorrendolo a passo di lumaca.
Una decina di minuti dopo individuarono un'enoteca con i tavoli all'aperto, sotto una veranda.
Malerba, poco amante del pesce, voleva gustare una tipica bistecca toscana.
Ordinarono un chianti rosso e due chianine con l'osso con un contorno di fagiolini all'uccellaccia, freddi e molto conditi.
Durante la cena conversarono del pi e del meno: il lavoro, l'andamento e i problemi dei rispettivi giornali, la vita privata.
Scopr, a sorpresa, che Giusti era sposato da quasi 15 anni, con una donna pi vecchia di lui di sei anni, un'impiegata nel comune di Viareggio. Non avevano figli e riversavano il loro affetto su un cane, Palito.
La loro vita scorreva placida in quel lembo di costa toscana, con le passeggiate la domenica sul lungo mare, le vacanze d'estate alla Capraia, l'isoletta dell'arcipelago toscano dove avevano un appartamento, e qualche puntata nel caos di Firenze.
Quando fu il suo turno prefer soprassedere su Lucrezia e limitarsi a dire che era un single, dopo aver chiuso una lunga storia. Si salutarono intorno alle 23, dandosi appuntamento per l'indomani alle 10, sempre nella stessa piazzetta davanti al Tonfano.
Prima di rientrare in camera fece due passi sul lungomare, addocchiando i tanti stabilimenti balneari che, la sera, si trasformavano in vere e proprie discoteche all'aperto.
Infil il pontile pedonale, tipico di quasi ogni lungo mare cittadino, e cominci a dirigersi verso la sua sommit, ovvero una piattaforma circolare eretta a una trentina di metri di distanza dalla spiaggia, a un altezza di circa quattro metri.
Si appoggi al parapetto rivolgendo lo sguardo all'orizzonte scuro.
I lampeggianti di alcuni imbarcazioni da pesca rompevano il buio che lo circondava.
Il silenzio, il cielo stellato, il mare oscuro intorno.
La malinconia lo assal improvvisamente.
Prese il cellulare e verg un sms.
Mi manchi. Ti penso.
Compose il numero di Lucrezia e lo invi.
Pentendosene un istante dopo.
Non doveva pressarla.
Rientr in albergo sconsolato.
Ardig era carico, anzi elettrizzato.
Usc dall'ufficio del sostituto procuratore Perilli quasi alle 23. Giusto in tempo per rientrare in ufficio e dare le ultime disposizioni a Velluti che lo avrebbe sostituito nei giorni successivi.
Aveva reperito tutte le conferme che gli occorrevano.
Come ipotizzava, Marcello Noferini aveva tenuto un corso di Storia delle dottrine esoteriche - un esame complementare nel piano di studi della facolt di Storia - presso l'Universit degli Studi di Milano dal 1989 al 1995, ovvero nel periodo in cui erano iscritti i due componenti degli Angeli di Lucifero, Acerbi e Milani, prima di trasferirsi all'universit di Bologna.
Dove in quegli anni, ragionava, operavano i cosiddetti Bambini di Satana, un'altra pericolosa setta satanica imputata per gravi reati e scoperta da un pool di investigatori emiliani che si avvalevano della collaborazione proprio di Dario Vanner.
La milionesima coincidenza di questa storia. E nella cantina della villetta della famiglia Milani, ad Arese, Santoni aveva recuperato alcuni libri del suddetto corso di Storia delle dottrine esoteriche, tra cui un manuale scritto proprio da Noferini, datato 1987, incentrato sulla figura di Edward Alexander Crowley, un filosofo, pensatore e poeta vissuto a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo, considerato il pioniere tra gli studiosi in materia di occultismo e satanismo, nonch il vero ispiratore delle idee di LaVey.
Davanti a questa sfilza di indizi nemmeno il dottor Perilli aveva trovato nulla da obiettare: l'indomani avrebbe informato la procura di Lucca, per cortesia deontologica, dell'arrivo del commissario Ardig, munito di un mandato di comparizione urgente per il professor Noferini e di un mandato di perquisizione per le sue pertinenze.
Lo avrebbero prelevato, con la maggior discrezione possibile, per condurlo a Milano e interrogarlo.
Terminato il briefing in commissariato il capo della Omicidi torn a casa.
Si coric, puntando la sveglia per le 5.
Contava di essere in Versilia prima delle 9.
In tempo, o quasi, per l'apertura della saracinesca della Bottega dell'Arte.
Prima di arrendersi al sonno un ultimo pensiero agit la sua mente.
Perch Vanner, nonostante il suo indubbio acume, e la sua memoria da cervellone telepatico, aveva impiegato cos tanto a collegare la figura dell'Acerbi a Noferini?
E se avesse ritardato la scoperta per qualche giorno volutamente?
Alla fine il sonno prevalse...
...
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...
22. Pietrasanta (Lu), 2 luglio 2009.
...
.
...
Tremate pi voi, o giudici, nel profferir la mia sentenza che non io ne l'ascoltarla.
Collocato a un'altezza di quattro metri circa, il ceppo marmoreo con il viso scolpito di Giordano Bruno li scrutava dall'alto verso il basso.
Malerba ammir sorpreso l'opera scultorea.
Non aveva idea di poter trovare in questa cittadina medievale toscana un ricordo dell'eretico romano bruciato sul rogo.
La mente non poteva non riportarlo indietro di quasi tre settimane prima, quando era andato in piazza Mentana, sotto la lapide bronzea in ricordo di Giordano Bruno, in cerca della seconda pergamena, quella rivendicativa dell'omicidio Orrigoni.
Non poteva credere alle coincidenze, non poteva credere che quella frase, anagrammaticamente scomposta e inviata sul suo cellulare, fosse scolpita proprio sul marmo di Pietrasanta.
Era la conferma del fatto che stava percorrendo la strada giusta e che non era arrivato fin l per caso. Tra i marmi bianchi di Pietrasanta avrebbe trovato il bandolo della matassa.
La pelle gli si rattrapp, nonostante i 30 gradi e pi che scaldavano, rendendo roventi, le pietre della piccola Atene della Versilia.
Evidentemente chi gli aveva mandato quell'enigmatico sms, forse gli stessi assassini, era stato a Pietrasanta, forse proprio da quell'antiquario che stavano andando a trovare.
Rimpianse di non aver coinvolto Ardig.
L'amico poliziotto avrebbe saputo fronteggiare questa situazione che si preannunciava rischiosa. Ma ormai il dado era tratto e non poteva tornare indietro.
Si sentiva preoccupato, e responsabile, anche per l'ingenuo Giusti, convinto di accompagnarlo soltanto da un probabile vecchio conoscente degli uomini uccisi per chiss quale ragione a Milano. Ignaro dei possibili risvolti, sempre pi pericolosi, di questa vicenda.
La vista di quella frase vergata sotto il ceppo dell'eretico aveva fatto scattare tutti i sistemi di allarme nel cervello del cronista milanese.
Non poteva davvero credere a questa coincidenza.
Avevano lasciato la macchina nell'area del mercato e, dopo un breve tragitto a piedi, erano entrati nel centro storico, da una porta trecentesca che immetteva in piazza del Duomo e in quello che una volta doveva essere stato il borgo protetto dalle mura.
L erano incappati nei lineamenti duri e severi di Giordano Bruno.
Giusti lo scosse con una pacca sulla spalla.
O, andiamo? O che si fa qui a guardare quel brutto muso?, lo esort con il suo accento da toscanaccio.
Si lasciarono alle spalle la costruzione in cui era inserito il ceppo in memoria dell'eretico e fecero il loro ingresso nella piazza.
L'impatto visivo era da togliere il respiro.
Nella piazza, perfettamente squadrata, di forma rettangolare, brillavano sotto il sole le pietre bianche delle costruzioni trecentesche.
Sul lato destro risaltavano il Duomo, in stile romano-gotico, in marmo bianco, con una scalinata degna delle cattedrali che adornavano il cuore delle grandi citt europee.
Al suo fianco, sulla destra, una splendida torre sempre in stile gotico. Quindi, sul fondo, un'altra chiesa, anch'essa imponente. Sul lato sinistro palazzi di stampo medievale, in pietra antica. In mezzo, ad abbellire la piazza, alcune sculture in stile Botero, con le figure ingrassate.
Sono proprio opere di Botero: da diversi anni ha comprato una casa qui a Pietrasanta, diventando cittadino onorario. In cambio ha regalato alcuni suoi capolavori al Comune che li espone pubblicamente, spieg con competenza il suo Cicerone.
Prima di aggiungere: La lavorazione del marmo e del bronzo sono attivit tipiche della Versilia.
Camminarono per qualche minuto nella piazza, godendosela quasi come se fossero due turisti spensierati.
Arrivarono fino in fondo, davanti al teatro comunale, dove campeggiava la statua dedicata a Leopoldo II, quindi rientrarono verso il centro della piazza, intersecato da una via che correva perpendicolare.
Era il corso, l'arteria principale di Pietrasanta.
Da quella parte - precis Giusti indicando il lato destro della piazza - c' corso Mazzini. Mentre di l - punt l'indice sul lato sinistro - c' corso Garibaldi.
Noi siamo mazziniani o garibaldini?, domand il reporter milanese.
Garibaldini!  l che troveremo il nostro antiquario, rispose prontamente il collega viareggino.
Malerba sent aumentare il disagio. Aveva paura.
Avvertiva la sgradevole sensazione di chi  consapevole di essere sul punto di fare il classico passo pi lungo della gamba. Lungo e rischioso.
Perch questa volta, se fosse inciampato, avrebbe rischiato di farsi male sul serio.
Maled la sua foga lavorativa.
Pens per un istante a Lucrezia.
Non aveva risposto al messaggio che le aveva spedito la sera precedente.
Forse non avrebbe neppure risposto. O forse proprio questa era la sua risposta, la pi chiara che ci potesse essere.
Prese coraggio e decise di non confidare nulla al suo accompagnatore.
Proseguirono verso corso Garibaldi.
Sicuramente sapr dei morti di Milano, ne hanno parlato troppo, sia le tiv che i giornali, dunque  inutile fare domande generiche, presentiamoci e mostriamogli i tesserini professionali: non vedo perch non dovrebbe aiutarci, stabil Malerba, tutt'altro che convincente.
Va bene, come vuoi tu, ribatt con tono altrettanto poco convinto Giusti.
Partiti poco prima delle 6 da Milano, dopo aver tenuto un'andatura di crociera di poco superiore ai 130 chilometri orari previsti dagli attuali limiti stradali, Pinton e Ardig, seguiti da Santoni e Larini sulla vettura d'appoggio, arrivarono sulla costa tirrenica poco dopo le 9.
Per tutta l'ultima ora di viaggio un pensiero costante, quasi un chiodo fisso, aveva trapanato il cervello del commissario.
La spia luminosa si era accesa mentre abbandonava l'Autostrada del Sole, all'altezza di Parma Ovest, per imboccare la Cisa per La Spezia. Proprio a quel bivio era stata mollata, tre giorni prima, la Lancia Thesis nera rubata dall'assassino di Samuele Barassi.
Fin dal primo istante in cui aveva appreso di questo particolare, reso ancor pi significativo dal fatto che il ladro aveva lasciato l'auto in un posto riservato ai disabili, pertanto ancora pi facilmente individuabile dalle forze dell'ordine - che infatti erano state prontamente allertate dalla polizia municipale, che aveva rilevato l'infrazione nel parcheggio - un tarlo lo aveva martellato in maniera asfissiante.
Adesso un altro particolare andava ad aggiungersi: Parma Ovest. Il bivio per la Cisa. Quasi un indizio per metterli sulla strada che conduceva alla Versilia.
Un clamoroso passo falso degli assassini?
Non lo pensava minimamente.
Soprattutto considerando la bravura e la professionalit dimostrata finora, con la solita eccezione di quella ripresa nel garage di via Vittor Pisani.
E un altro dubbio inizi a scavare nella sua memoria.
La Lancia Thesis dove era stata rubata?
Lontana da Milano, lo ricordava bene, perch Mercuri aveva fatto un calcolo chilometrico preciso, e risultava che nel tragitto di andata, dal luogo del furto a Milano, la vettura aveva percorso diverse centinaia di chilometri.
Aveva cercato di raggiungere telefonicamente Mercuri.
Purtroppo il cellulare del collega bresciano risultava irraggiungibile.
Il tarlo intanto scavava, distraendolo dalla routine della guida.
Modena? No. Savona? Nemmeno. Macerata? Troppo lontana. Niente.
Un messaggio arriv tempestivamente a distoglierlo dalla sua ossessione geografica.
La compagnia telefonica gli segnalava che il numero contattato era tornato raggiungibile.
Chiam Mercuri.
Antichi muri in pietra restaurati, soffitti altissimi ad arco, pavimento in pietra rossa: la Bottega dell'Arte rendeva davvero onore al suo nome, peraltro non originalissimo visto la tipologia di esercizio commerciale, anche da un punto di vista meramente architettonico, essendo senza dubbio la cornice perfetta per ospitare i meravigliosi oggetti antichi esposti al suo interno, oggetti di indubbia bellezza e altrettanto indubbio valore.
Situato nella via centrale di Pietrasanta, quella che dal piazzale del Comune conduce a piazza del Duomo, intersecandola e dividendola esattamente in due, il rinomato negozio d'antiquariato e antichit esponeva nella sua luminosa vetrina, rivolta proprio verso la parete sinistra del Duomo, alcune piccole pale o tavole di autori minori trecenteschi e quattrocenteschi, quasi tutte di soggetto religioso.
Il titolare era visibile all'interno, impegnato a pulire, con un pennello e un tubetto di crema lucidante, gli interni di una pregiata opera orafa, raffigurante Zeus intento a scagliare una saetta: un oggetto che avrebbe abbellito un salone di una villa o la hall di un albergo di lusso.
Malerba trasal nel vedere l'aspetto inquietante dell'uomo.
Sulla cinquantina, completamente pelato, con delle folte sopracciglia nere, quasi a punta, mascella sporgente e un fisico che la camicia bianca lasciava intravedere come robusto e tonico.
Nel complesso abbastanza simile a Mussolini.
Se avesse indossato anche la camicia nera...
Prima di entrare gettarono un'occhiata all'ambiente.
Tra le teche e le mensole, oltre alle opere d'arte di una tipologia canonica, erano esposti anche oggetti inquietanti: diavoli in miniatura, armi antiche, corazze o ancora dipinti raffiguranti teschi o scheletri in toga o in abiti settecenteschi.
Una copia della Medusa del Caravaggio era collocata su una parete.
Dietro al bancone, invece, c'era appesa una copia di un'opera esposta nella Pinacoteca di Brera di cui Federico non ricordava n il titolo n l'autore.
Un grosso angelo, dalle ali scarlatte, con uno spadone in mano, si ergeva, al fianco di altre due figure alate, sopra un Lucifero nudo e sconfitto che precipitava negli inferi.
Con uno sguardo altrettanto luciferino, fissandoli con le sue pupille nere, il proprietario sorrise loro, invitandoli, con un cenno della mano, a entrare nel negozio per ammirare pi da vicino gli oggetti in vendita.
Gli ultimi chilometri di autostrada li bruciarono sfrecciando quasi a 180 all'ora, alla faccia dei divieti e dei limiti, sfruttando la nota abilit pilotesca del giovane Pinton, seguito a fatica da Santoni, meno Schumacher al volante rispetto all'agente trevigiano.
Non avevano un minuto da perdere.
Il commissario aveva incitato Pinton ad accelerare, anche a costo di seminare la vettura d'appoggio, dopo aver terminato la conversazione telefonica con Mercuri.
Del resto le novit emerse erano a dir poco clamorose.
E giustificavano la fretta che aveva imposto ai suoi uomini.
La Thesis utilizzata dall'assassino di Barassi era stata rubata lo scorso marzo a Lucca. La denuncia per furto era stata presentata dal proprietario: Marcello Noferini.
Gli indizi erano tutti perfettamente coincidenti, il cerchio stava per chiudersi.
Infilarono l'uscita Versilia, trovando ad attenderli, oltre il casello, la Fiat Stilo dei colleghi del commissariato di Lucca, contattati la sera precedente, che avrebbe loro fatto da staffetta.
Partirono sgommando diretti a Pietrasanta, dove li attendevano alcuni colleghi e il capitano della locale stazione dei Carabinieri, coinvolto per evitare i soliti battibecchi inutili tra la Polizia e l'Arma.
Gli agenti del commissariato di Lucca, insieme a un carabiniere in borghese, lo stavano tenendo d'occhio, con la massima discrezione, gi da due ore.
I due agenti, per non dare nell'occhio, si erano messi scarpe da tennis, bermuda colorati, polo e occhiali da sole: sembravano due dei tanti turisti che, dopo aver guardato le vetrine e i monumenti, si concedono un aperitivo in attesa del pranzo.
Avevano scelto un bar all'angolo tra la piazza e corso Mazzini: da l potevano monitorare l'entrata, senza per vedere l'interno del negozio.
Uno di loro, comunque, si stacc per fare due passi e arrivare fin davanti alla vetrina con aria distratta.
Il corso non era molto frequentato a quell'ora, perci era meglio non fermarsi troppo.
L'agente, proprio mentre dava un'ultima occhiata alla vetreta della Bottega dell'Arte, vide arrivare due uomini nella sua direzione: uno piuttosto alto, di corporatura atletica e con i capelli corti, quasi da marine, l'altro minuto, non molto alto, con gli occhiali da vista.
Potevano essere due rappresentanti che portavano i loro depliants al Noferini, anche se il loro abbigliamento, troppo formale, e il fatto che non avessero borse o valigette professionali tendeva a far escludere una simile ipotesi.
La strada era in salita e uno di loro, quello pi alto, alzando lo sguardo incroci il suo per una frazione di secondo.
Il poliziotto si allontan spostandosi verso la piazza, dove lo aspettava il collega che, intanto, stava comunicando via auricolare con due carbanieri che, presidiando il corso dall'altra entrata, avevano gi individuato i due uomini ora proprio davanti al negozio dell'antiquario.
Parevano indecisi sul da farsi.
I poliziotti iniziarono ad agitarsi.
I colleghi li tranquillizzarono gracchiando nell'alto parlante. Conoscevano uno dei due, quello pi basso: era un reporter della zona.
L'altro, forse, poteva essere un amico o un parente.
Nel dubbio preferirono avvisare telefonicamente il commissario milanese per conto del quale stavano eseguendo l'operazione di sorveglianza.
La temperatura all'interno del negozio era invernale.
Il condizionatore doveva essere al massimo.
Rabbrividirono. Per il freddo.
E non solo per quello.
Noferini aveva appoggiato il pennello e il panno con cui stava restaurando la statuetta di Zeus sul ripiano della vetrina: l'antiquario arriv davanti alla porta e allung il braccio per far scattare il congegno della serratura bloccata automaticamente.
Il giornalista milanese, educatamente, fece segno a Giusti di entrare per primo, quindi lo segu.
Buongiorno, ci scusi per l'intrusione e per la mancanza di preavviso, esord con il tono pi gentile di cui era capace, tendendo la mano al proprietario del negozio e presentandosi.
Mi chiamo Federico Malerba, sono un giornalista, lavoro per un quotidiano lombardo. E lui - indic il collega -  Paolo Giusti, del Bollettino della Toscana.
L'antiquario rest in silenzio per qualche secondo fissando i due nuovi arrivati con un'aria misteriosa.
I suoi occhi neri e inquisitori saettavano da un volto all'altro dei due interlocutori.
Dei giornalisti... E in cosa possa esservi utile?, domand senza tradire emozioni.
Malerba stava letteralmente radiografando l'uomo: dalla sera precedente aveva provato a immaginare questo incontro.
In meno di tre settimane erano stati uccisi tre uomini, che probabilmente si conoscevano tra loro, che altrettanto probabilmente si erano frequentati da giovani, trent'anni prima, proprio l, in Versilia.
Tre uomini che, se il vecchio Bartoli non sbagliava, questo egregio e distinto signore doveva aver conosciuto piuttosto bene e non poteva avere dimenticato.
Possibile che non sapesse nulla di quei delitti?
Eppure l'uomo non sembrava indispettito per quella visita, anzi.
Intanto accomodatevi, o preferite andare al bar a prendere un caff?, chiese con un accento neutro e indecifrabile, poco toscano, decisamente diverso rispetto a quello marcato di Giusti.
Non vogliamo portarle via troppo tempo, attacc Giu sti.
Nessun problema. Vi occupate di arte o di restauro? State facendo un servizio su questo settore?, domand il commerciante, con un tono e un'espressione del volto che, ancora una volta, non sembrava far trasparire alcun tipo disagio.
Altezza media, intorno al metro e 75, un fisico asciutto e possente, un volto ancora fresco nonostante un nugolo di rughe ai lati degli occhi e sull'interminabile fronte.
Indossava pantaloni scuri, camicia bianca con maniche rimboccate, per facilitarlo nel lavoro, e giacca scura, appesa all'attacca-panni.
Rolex argentato, al collo una collanina con uno strano ciondolo penzolante, un anello con un insolito triangolo a ornare l'indice della mano destra.
Noferini era un uomo elegante e di fascino, sicuramente adatto al suo tipo di lavoro.
Aveva un'aria attenta, decisa, e al contempo un modo affabile nell'approcciarsi alle persone, con una voce impostata, da attore teatrale, da conferenziere, senza alcuna inflessione dialettale nella dizione.
Federico si trov spiazzato, cos fu Giusti a prendere la parola.
No, lavoriamo entrambi nella cronaca e stiamo seguendo insieme un'inchiesta, cominci a spiegare un po' farraginosamente il cronista viareggino.
Come lei sapr a Milano ci sono stati dei delitti nelle ultime settimane - lo interruppe Malerba prendendo la parola - sono stati uccisi tre uomini e da quel che sta emergendo abbiamo fondato motivo di credere che tutti e tre fossero soliti passare le vacanze qui in Versilia da giovani, precisamente a Forte dei Marmi. E ci chiedevamo se magari lei...
L'uomo alz la mano e lo ferm.
Perch siete venuti da me?
Nel giro di pochi secondi l'espressione e il tono di Noferini erano completamente mutati, passando dal cordiale al gelido, pur non variando l'espressione del viso.
Ritengo di non potervi aiutare, sanc con il tono di chi non intende proseguire oltre nella conversazione.
La reazione dell'antiquario lasci di sasso Giusti, ma non Malerba che, tutto sommato, l'aveva preventivata fin dalla sera precedente.
Mi permetta di concludere - ribatt pronto il cronista milanese - perch, come le dicevo, abbiamo motivo di ritenere che lei abbia conosciuto, molti anni fa, i tre uomini assassinati a Milano. Si chiamavano Alberto Annoni, Lorenzo Orrigoni e Matteo Pozzi.
Il commerciante non mosse un muscolo facciale dopo aver sentito i tre nomi e non apr bocca.
Cos il giornalista milanese lo incalz.
Allora? Non le dicono niente questi nomi?  sicuro di non averli conosciuti in passato?
Noferini rimase in silenzio per qualche istante: poi sorrise.
Freddo, impassibile, come un serpente che, uscendo da un anfratto, resta nascosto in attesa del momento propizio per mordere la sua vittima.
Vi ho gi detto che non sono in grado di aiutarvi. Sono stato chiaro. A meno che non abbiate problemi di udito. O di comprensione.
Malerba questa volta rimase gelato per la risposta.
Noi, veramente..., tent di replicare.
Mi spiace, sono obbligato a ripetermi: non so proprio come aiutarvi. E ora se volete uscire, per cortesia. Come vedete ho del lavoro da fare, tagli corto avviandosi verso l'entrata.
L'inviato della Voce Lombarda tent comunque un ultimo tentativo mentre raggiungeva la porta.
Ci hanno detto che da giovani questi tre uomini frequentavano il suo stesso bagno, l'Atlantico, a Forte dei Marmi.  sicuro di non averli...
Un altro sorriso.
Sono sicuro che non ci rivedremo. Arrivederci.
I due cronisti si ritrovarono, increduli, sul corso.
Stupiti, quasi impauriti.
Non gli avevano cavato una parola.
Ed erano stati trattati come due bambini disobbedienti.
Altro che tesserino professionale da esibire, altro che domande con cui pressarlo.
Li aveva quasi ipnotizzati, mettendoli alla porta senza alzare la voce e senza dargli la possibilit di replicare o di opporsi.
Malerba, per, tir un lungo sospiro di sollievo.
La suggestione accumulata dalla visione della lapide di Giordano Bruno era accentuata dagli oggetti inquietanti esposti nel negozio e dall'aspetto altrettanto inquietante del proprietario che lo aveva letteralmente terrorizzato.
Ed era visibilmente confortato dall'idea di essere nuovamente per strada, tra la gente normale, sotto il caldo del sole di inizio luglio.
Pianific le sue prossime mosse: sarebbe rientrato in albergo, avrebbe messo in borsa i vestiti, pagato il conto e via, in autostrada diretto a Milano.
Avrebbe fatto in tempo ad essere a casa gi per cena.
E al diavolo lo scoop...
Con quel terrificante antiquario non avrebbe mai pi scambiato una parola in vita sua.
I due giornalisti fecero per allontanarsi lungo il corso.
In realt fecero soltanto pochi metri: i due agenti in borghese - che li avevano costantemente sorvegliati dall'esterno - tagliarono loro la strada sventolando i tesserini identificativi.
Federico li guard stupito e ancora pi stupito guard Ardig che arrivava a passo svelto dall'altra parte della via insieme a Santoni e a un carabiniere in divisa.
Che ci fai qui?, domand incredulo Federico.
Che ci fai, tu? Piuttosto, rispose secco Bruno.
Per un istante i due si fissarono, poi sorrisero entrambi.
E bravo Fede. Ci sei arrivato persino prima di me, si compliment.
Uno dei miei soliti colpi di fortuna. E se sei qui anche tu significa che ci ho preso davvero. Giusto?, sugger Federico con la solita curiosit.
Adesso le domande le faccio io. Cos' successo?
Nulla. Volevamo fargli qualche domanda e invece ci ha messo subito alla porta senza nemmeno dirci una parola.
Con me non potr fare altrettanto.
Bruno...
S?
Preparati. Quello va preso con le pinze. Freddo come il ghiaccio. E con uno sguardo. Brrr... Mi sa che hai trovato veramente la reincarnazione del marchese Ludovico Acerbi, comment scherzando, ma non troppo, Malerba.
Ardig sorrise: veramente era convinto di aver gi incontrato la reincarnazione del Diavolo di Porta Romana, in Dario Vanner.
Forse, ragion ironico, il marchese aveva sdoppiato i suoi cloni.
Torn serio immediatamente.
Dove ti trovo?
Riparto nel pomeriggio per Milano.
Non puoi aspettare qualche ora?
Perch?
Ho bisogno di parlarti. Se sei arrivato fin qui significa che sai pi di quel che mi hai raccontato finora.
Preferirei partire.
Considerala una richiesta ufficiale.
Uff... va bene. Domani mattina, per, torno a Milano. Non sono mica venuto qui in vacanza.
Appunto, non ti interessano eventuali novit?
Non pi.
Ardig lo guard stupito.
Cosa poteva aver spaventato Federico in quel modo?
La porta del negozio si apr.
Un uomo robusto, pelato, in camicia bianca, fiss il nutrito gruppetto assiepato a pochi metri dalla sua vetrina.
La presenza di un ufficiale dei Carabinieri in divisa era sufficiente per catalogare gli altri sconosciuti: agenti anche loro.
I miei rispetti per i tutori dell'ordine. Se volete accomodarvi all'interno ho l'aria condizionata. Staremo pi freschi. Per - aggiunse con tono cordiale e voce stentorea - l'ingresso  vietato ai giornalisti.
Concluse con una risata cristallina, quasi mefistofelica.
Malerba e Giusti furono ben lieti di congedarsi.
Ardig sospir: la frequentazione assidua di Vanner si stava rivelando un'ottima palestra.
A una prima occhiata, infatti, Noferini era ancora pi inquietante e luciferino di quanto potesse risultare il criminologo torinese.
Lo seguirono all'interno del negozio.
A cosa debbo l'onore della vostra visita?
Intanto mi presento: sono il vicequestore aggiunto Bruno Ardig, responsabile della sezione Omicidi della squadra Mobile di Milano.
Addirittura due milanesi, prima un giornalista e ora un piedipiatti, se mi permette la confidenza..., comment con tono quasi sarcastico Noferini, mentre li faceva accomodare sulle poltrone sparse davanti alla sua scrivania.
Soltanto in quel momento, guardandosi intorno, Ardig not la copia della Pala dei Tre Arcangeli di Marco d'Oggiono situata alle spalle del proprietario.
Cui non sfugg il cambio di espressione del commissario.
Vedo che apprezza l'arte cinquecentesca. Si tratta della copia di un'opera eseguita da un allievo di Leonardo, un minore, Marco d'Oggiono. Milanese come lei, lo erud con tono cattedratico.
La ringrazio per la spiegazione. Conosco la storia di quell'opera, esposta nella nostra Pinacoteca di Brera, lo rintuzz prima di tentare il primo affondo.
Del resto lei lo sapr benissimo, avendo vissuto a Milano per molti anni, come studente prima e come docente universitario poi. No?
Noferini sorrise, senza proferire parola.
Toccava al commissario la mossa successiva.
Si domander il perch della nostra visita...
Francamente no.
Non le interessa?
No, mi ha frainteso. La curiosit e la sete di sapere sono tra le mie poche doti. Semplicemente ritengo di conoscere le ragioni della vostra visita. E soprattutto cosa vi abbia spinto a venirmi a fare visita cos numerosi. E persino con un gruppo interforze: Polizia e Carabinieri insieme. Una collaborazione che suppongo non si vedesse dai tempi dell'arresto di Provenzano.
Gli occhi dei vari rappresentanti delle due forze dell'ordine fulminarono l'intellettuale per il tono canzonatorio con cui li apostrofava.
Nessuno, per, trov le parole per contraddirlo.
Cos Noferini prosegu, con un sorriso da schiaffi dipinto sul volto e una sicurezza che sfociava nell'arroganza.
Vediamo se ho ben capito. Luned, la Polizia di Parma mi ha informato del ritrovamento della vettura che mi era stata rubata circa quattro mesi fa. Come si dice? Meglio tardi che mai. Mi viene spiegato che il veicolo non mi potr essere restituito in tempi brevi in quanto oggetto di una non ben precisata indagine. Qualche ora pi tardi ricevo una chiamata dalla Polizia di Brescia, interessata a sapere il chilometraggio della mia automobile prima del furto. Mi vengono rivolte alcune domande e intuisco che la macchina, evidentemente,  stata utilizzata per commettere qualche reato. Devo andare avanti?
Ovviamente, professore. Ci illumini, replic Ardig, anche lui in tono sarcastico.
Leggendo i giornali apprendo che un uomo  stato ucciso durante una rapina proprio vicino a Brescia. Una coincidenza singolare.
Vada avanti, caro professore, lo esort il poliziotto milanese.
Infine poco fa entrano nel mio negozio due sedicenti giornalisti interessati a sapere se, tra le mie amicizie giovanili, ci fossero stati anche i tre uomini uccisi a Milano nelle scorse settimane. Mi pare abbastanza per giustificare una vostra visita. No?
Un'altra risata chiuse il monologo di Noferini.
Professore, siamo qui per recapitarle questi mandati emessi nei suoi confronti dalla Procura di Milano. Pu interpellare il suo avvocato immediatamente. Noi, per, procederemo senza perdere un minuto.
L'antiquario esamin rapidamente il mandato di comparizione urgente, per un interrogatorio da tenersi presso la locale stazione dei Carabinieri, delegata a riguardo dalla procura milanese, e il decreto di perquisizione per le sue pertinenze immobiliari, l'abitazione e il negozio.
Non ho nulla da nascondere, procedete pure alla perquisizione. A patto di non rovinare nessuno degli oggetti presenti. E sono assolutamente disponibile a seguirvi in caserma.
Gli agenti iniziarono la perquisizione.
Fate attenzione, per favore, sono tutti oggetti delicati. E preziosi, si raccomand Noferini, tranquillo e rilassato, come se non avesse davvero nulla da temere.
Vuole contattare il suo avvocato?, domand Ardig.
No, preferisco non disturbarlo per queste sciocchezze, ribatt arrogante.
Prima di aggiungere: Contatto mia moglie per informarla di quanto sta accadendo. E non metterla in agitazione....
Sotto lo sguardo attento di Pinton l'antiquario prese il cellulare e chiam la consorte per comunicarle quanto stava accadendo con una piccola bugia: stava subendo un controllo amministrativo dalla Guardia di Finanza.
Terminata la telefonata si rivolse direttamente ad Ardig.
Commissario eccomi, sono a vostra completa disposizione.
Professor Noferini, le chiediamo di seguirci in stazione, conferm perentorio il comandante dei Carabinieri di Pietrasanta, il maresciallo Niccol Ippoliti, fino a quel momento silente.
L'ex docente universitario li segu per il corso, dove molti passanti osservavano incuriositi il capitano dell'Arma e il drappello di uomini che, con la massima discrezione, scortavano il noto e stimato antiquario e intellettuale.
Pinton, Larini e due colleghi toscani rimasero all'interno del negozio per proseguire la perquisizione.
Si trasferirono nella caserma dei Carabinieri di Pietrasanta, dove si sistemarono nella piccola sala riunioni, una saletta spoglia, con un tavolo da una decina di posti.
Noferini venne fatto accomodare all'estremit destra del tavolo.
Gli investigatori si posizionarono quasi di fronte a lui, con una formazione ad arco. Al centro c'era Ardig.
Gli altri presenti, oltre al maresciallo Ippoliti, di fatto il padrone di casa, erano Santoni, un ispettore del commissariato di Viareggio e un carabiniere che, invece, rimaneva in piedi con aria vigile, pronto a intervenire nel caso fosse stato necessario.
A rompere gli indugi fu Ippoliti.
Siamo stati costretti a convocarla in qualit di persona informata dei fatti in quanto, sulla base dei verbali fornitici dalla Procura di Milano, riteniamo che lei sia in possesso di notizie utili per contribuire al progresso delle indagini condotte dal qui presente vicequestore aggiunto Bruno Ardig, responsabile della sezione Omicidi della squadra Mobile di Milano.
L'ufficiale dei Carabinieri la stava prendendo alla larga.
Troppo alla larga.
Ardig prefer bloccarlo fin dall'inizio.
Se mi permette, maresciallo...
Noferini osservava la scena quasi divertito, sfoggiando un'espressione di sfida.
Professore, cercher di farle perdere il minor tempo possibile. Sperando nella sua collaborazione.
L'esperto in occultismo continuava a fissarlo con il suo sguardo penetrante.
Lei conosce Samuele Barassi, di professione rappresentante orafo?
Ho avuto dei saltuari rapporti di lavoro con lui.
Anche di recente?
Anche di recente. Ero interessato all'acquisto di alcuni preziosi che mi aveva proposto.
Quando dovevate vedervi?
Non avevamo ancora fissato un appuntamento. Forse la prossima settimana. Comunque prima delle vacanze.
 a conoscenza del fatto che Barassi  stato assassinato sabato scorso?
Naturalmente, l'ho appreso dai mass media. Come altri milioni di italiani.
Ed  a conoscenza anche delle modalit con cui  stato commesso l'omicidio?
Sempre dai giornali ho appreso che si  trattata di una rapina avvenuta in un'area di sosta dell'autostrada Milano-Venezia.
Risposte pronte, secche e coincise.
Il sospettato si dimostrava collaborativo e sicuro di s.
Dove si trovava sabato pomeriggio? Lo ricorda?, chiese intempestivo il maresciallo Ippoliti.
Ardig lo fulmin con lo sguardo.
Non aveva senso forzare subito l'interrogatorio.
E non aveva dubbi sul fatto che Noferini avesse un alibi a prova di bomba.
L'antiquario, infatti, sorrise sornione.
Fortunatamente la memoria mi assiste ancora. Ho passato l'intero pomeriggio in negozio, in serata, invece, mi trovavo a La Versiliana, ad assistere al concerto di Cristiano De Andr, insieme a mia moglie e a una coppia di amici. Nell'intervallo dello spettacolo mi sono intrattenuto qualche minuto, per un caff, con il sindaco e con l'assessore al turismo. Potete controllare.
Ippoliti si rabbui. Ardig riprese le redini.
Non serve, ci fidiamo della sua parola. Professore, una curiosit: da quanti anni conosceva Barassi?
 una conoscenza che risale agli anni della giovent. Al periodo in cui studiavo a Milano. Poi ci siamo ritrovati casualmente qualche anno fa, a una mostra sull'arte orafa, ad Arezzo. E da quel momento abbiamo intrattenuto occasionali rapporti professionali.
Era arrivato il momento di entrare nel nocciolo della questione.
Professore, lei ci sta dimostrando di essere un uomo informato. Sar sicuramente a conoscenza di quanto  accaduto a Milano nelle ultime settimane.
Si riferisce ai delitti ricollegabili, secondo la stampa, alla figura del marchese Ludovico Acerbi?
Esattamente. Una figura a lei piuttosto nota, da quanto mi risulta..., butt l il commissario con indifferenza.
Noferini allarg il sorriso.
 ben informato anche lei, complimenti. Ebbene s, il marchese Ludovico Acerbi  stato oggetto di un mio studio, ormai lontano, utilizzato per la mia tesi di laurea a Milano. Un personaggio affascinante e particolare.
Professore, che idea si  fatto dei delitti delle ultime settimane?
Commissario... sono soltanto un ex docente universitario che gestisce un modesto negozio d'arte in un piccolo comune di provincia. Non sono un criminologo. E non ho mai avuto la passione per i gialli.
Comunque un'idea pu averla maturata ugualmente. No?, lo incalz il commissario.
Sono uno studioso. Abituato a cercare la verit. E mi sbilancio soltanto quando sono documentato sulla materia. E non  questo il caso.
Eppure lei, probabilmente,  il massimo esperto che ci sia in Italia sulla figura dell'Acerbi.
Sono studi risalenti a trent'anni fa. E sinceramente ritenevo che fosse soltanto la stampa ad aver ipotizzato un collegamento tra la figura del marchese Acerbi e questi omicidi. Dubitavo che le forze dell'ordine prestassero credito a queste supposizioni di carattere esoterico.
Calmo e pungente, con il suo tono di voce rilassante, ma penetrante, e la sua parlata scandita e perfetta, Noferini era in grado di ammaliare gli interlocutori.
O di esasperarli, come nel caso di Ardig.
Suvvia, professore. Lei scrive una tesi di laurea su un nobile ritenuto la reincarnazione del Maligno. Trent'anni dopo la sua tomba viene profanata e tre uomini vengono uccisi con una spada e lei non si incuriosisce nemmeno?
Commissario. Gestire un negozio  impegnativo. E continuo a condurre i miei studi, anche se non insegno. Il tempo per fantasticare su delitti e profanazioni di lapidi lo lascio ad altri.
Va bene. Un'altra domanda: ha mai conosciuto Alberto Annoni?
La foto del pubblicitario venne appoggiata sul tavolo.
Non mi fraintenda. Non ho buona memoria per i nomi. E nemmeno per i volti. Ho conosciuto molte persone nella mia vita. Non mi ricordo di questo Annoni. Tuttavia non posso escludere di averlo conosciuto in passato.
E questo? Si chiama Lorenzo Orrigoni.
Ancora una volta Noferini sorrise, tranquillo e irritante.
Anche in questo caso non mi sento di escludere che possa averlo conosciuto.
Stesso risultato anche con la foto di Matteo Pozzi.
Noferini sembrava uno di quei pugili che hanno grandi doti da incassatore: i cazzotti di Ardig non lo scalfivano minimamente.
L'interrogatorio volgeva al termine.
Per una decina di minuti Ardig rivolse domande generiche all'antiquario, mirate pi che altro a studiare il soggetto. Poi fu lo stesso studioso a capovolgere l'inerzia del confronto.
Prima che lo scopriate da soli, scomodandovi in fantasiose ricostruzioni, vi precedo, informandovi che mi trovavo a Milano nella giornata dell'8 giugno, sono arrivato in treno intorno alle 16 circa e mi sono fermato fino al mattino successivo.
L'8 giugno, la sera dell'omicidio Annoni, rilev, mentalmente, il commissario milanese.
Tramite un gallerista lombardo ero stato contattato da un potenziale cliente, un certo Attilio Olivetti, interessato all'acquisto di una Madonna attribuita a Cesare Da Sesto, un'opera che custodisco nel mio deposito.
I tutori dell'ordine lanciarono un'occhiata stupita all'antiquario.
Cesare da Sesto  un pittore cinquecentesco lombardo, formatosi alla scuola del grande Leonardo. Dai pi  considerato un minore. Sono venuto in possesso di una sua pala e da tempo sono in cerca di un acquirente. Per questo ho sparso la voce nell'ambiente nei galleristi, soprattutto quelli del Nord.
Un altro allievo di Leonardo.
Come Marco d'Oggiono.
E come Boltraffio, menzionato dagli assassini nell'ultima pergamena inviata a Malerba.
L'ennesima coincidenza da annotare nel taccuino mentale di Ardig.
Che valore di mercato avrebbe quest'opera? chiese Ippoliti.
Non meno di 150mila euro.
Un articolo che pu interessare pochi fortunati.
Esatto. Per questo ho accettato di intavolare una trattativa privata spostandomi personalmente a Milano. Avrei dovuto incontrare questo potenziale acquirente a cena.
Utilizza il condizionale. Non vi siete incontrati?, lo anticip Ardig.
Mi toglie le parole di bocca.  andata proprio cos. Abbiamo avuto dei contatti telefonici e mi aveva dato appuntamento presso un ristorante in via Solferino, alle 21. L'ho atteso al tavolo, ma non si  visto. Il cellulare risultava spento e ho cenato da solo.
Via Solferino!
A poche centinaia di metri da piazzale Marengo, dove Annoni era stato ucciso poco dopo le 20.
Noferini, in pratica, stava ammettendo di essersi trovato quasi sul luogo del delitto, proprio nell'orario in cui il pubblicitario veniva massacrato a colpi di Vegas.
Posso farle una domanda? Lei poco fa si  vantato di avere buona memoria. Si ricorda cosa ha fatto prima di andare al ristorante? Tra le 19 e le 21 per la precisione?
Un risata baritonale precedette la risposta.
Ahim, non ho un alibi.
Nessuno le ha chiesto se ha un alibi...
Commissario... li leggo i giornali. La sera dell'8 giugno, intorno alle 21, o poco prima,  stato ucciso Alberto Annoni. Tra l'altro nello stesso quartiere dove mi trovavo anch'io. Non  per questo che siete qui?
Torniamo ai suoi spostamenti tra le 19 e le 21.
Ho passeggiato da solo per Brera. Non venivo a Milano da qualche anno e ne ho approfittato per rivedere la vostra splendida citt. Ho raggiunto il ristorante intorno alle 20,50.
E questo non c' nessuno che possa confermarlo?
Ovviamente no. Fino alle 18 sono stato da un collega, in una galleria d'arte in via Pisacane.
La via milanese degli antiquari.
Ha alloggiato a Milano quella notte?
S, in un hotel vicino alla stazione Centrale, sono ripartito il mattino successivo con l'Eurostar delle 9. Conservo ancora i biglietti del treno, con tanto di obliterazione, e la ricevuta dell'albergo e persino quella del ristorante.
E questo acquirente...
Olivetti, Attilio Olivetti.
Perfetto, Olivetti. Dicevo, questo Olivetti l'ha poi incontrato? E ha concluso la cessione dell'opera?
Assolutamente no. Olivetti non si  mai pi fatto sentire. L'ho contattato pi volte al suo cellulare trovandolo sempre spento. E alla fine ho desistito.
E non ha cercato di contattarlo tramite il gallerista che aveva fatto da intermediario?
Tentativo esperito inutilmente. Il mio conoscente disponeva soltanto del medesimo numero di cellulare di cui ero in possesso. Olivetti  letteralmente sparito.
Mmm... strano, no?, interloqu Ippoliti.
Non mi stupisco pi di tanto. Sar stato uno dei tanti millantatori avventati, che pensano di poter realizzare un affare con poche migliaia di euro. Quando ha capito che andava incontro a una figuraccia ha preferito eclissarsi..., lo giustific Noferini.
Stavano per concludere, quando sentirono bussare alla porta.
Il piantone introdusse Pinton, che, con lo sguardo, cerc gli occhi di Ardig.
Non ci fu bisogno n di gesti n di parole.
Il commissario si alz scusandosi. Uscirono in corridoio.
Il giovane agente aveva un'espressione carica, quasi turbata.
Che succede?
Durante la perquisizione....
Esit.
Cosa?
Abbiamo controllato anche la macchina del Noferini. Era parcheggiata davanti alla sua abitazione.
Vai avanti.
Nel bagagliaio. Abbiamo trovato una pistola... la pistola... insomma la Walther calibro 9.
Cazzo... quella?
Dobbiamo controllare la rigatura dei proiettili estratti dal corpo di Barassi. Per... c'era anche il silenziatore. L'abbiamo annusata: ha sparato da pochi giorni.
Il commissario rimase perplesso.
Qualcosa non quadrava.
Pinton, per, non aveva ancora finito: portava carico, come avrebbero detto, ricorrendo al dialetto siciliano, i collaboratori del commissario Montalbano.
Non  tutto, capo. Abbiamo recuperato anche la valigetta sparita dalla macchina di Barassi. O meglio una valigetta come quella.  stata scassinata, eppure la mercanzia sembra esserci tutta: gioielli, orologi, bracciali.
Non credeva alle sue orecchie.
Non poteva crederci.
Non voleva crederci.
Non doveva crederci.
E c'era anche un libro.
Il titolo?
 un trattato sullo scrittore Giuseppe Ripamonti. L'autore  Francesco Cusani.
Il libro da cui erano state estrapolate le frasi in milanese utilizzate nelle pergamene con cui erano stati rivendicati i delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi.
Il cerchio si era chiuso. Un cerchio perfetto.
Troppo perfetto per essere vero.
Un'ultima cosa...
Il responsabile della Omicidi drizz le orecchie.
La portiera posteriore sinistra ha la serratura allargata. Qualcuno ha infilato un ferro per aprirla, senza danneggiarla.
Poteva trattarsi di un tentativo di furto antecedente, magari accaduto giorni o settimane prima.
Oppure... oppure chi aveva piazzato tutti gli elementi per incastrare Noferini aveva forzato la portiera e aveva quindi aperto il bagagliaio con il tasto apposito collocato sul cruscotto.
Doveva accertarsene.
Si fece dare il numero di targa del veicolo e rientr in sala riunioni.
Professore, ho un'ultima domanda da rivolgerle.
La ascolto.
La sua attuale vettura ha subito furti o tentativi di furti, recentemente?
No. Dopo il furto della Thesis i ladri hanno deciso di lasciarmi in pace.
Parliamo di una Ford Focus targata EB 329...
 una vettura di mia propriet. La utilizzava principalmente mia moglie, ma dopo il furto della Lancia l'ho praticamente sequestrata alla mia signora.
Quindi  la sua macchina.
Temporaneamente s.
Le rinnovo la domanda. Ha notato qualche ammaccatura? Qualche forzatura ai finestrini o alle portiere?
Tenderei a dirle di no. Dall'insistenza con cui me lo sta domandando immagino di essere stato distratto e di non aver notato qualche particolare.  cos?
Dottor Noferini: lei possiede una pistola?
No.
Professore, le devo comunicare che da questo momento si trova in stato di fermo. Nelle prossime ore le verr inoltrato un decreto di convalida del fermo da parte del magistrato competente.
Gli altri inquirenti guardarono Ardig come se stesse delirando.
L'esperto in dottrine esoteriche non mosse un muscolo facciale, non facendo trapelare alcuna emozione.
E per qualche bizzarra ragione mi troverei in stato di fermo?
Nel vano posteriore della sua Ford Focus, durante la perquisizione tuttora in corso, i nostri agenti hanno rinvenuto una pistola, una Walther calibro 9, e una borsa contenente gioielli e preziosi per il valore di migliaia di euro.
Noferini non fece alcun commento.
Pareva stupito, ma nemmeno troppo a osservarlo con attenzione.
Come se, in qualche modo, si attendesse la notizia.
Il contrarsi delle rughe sulla fronte faceva per emergere un'irritazione crescente, quasi rabbiosa.
Dobbiamo fare le opportune verifiche. Dobbiamo riscontrare se la pistola sia quella utilizzata per uccidere Barassi. E se i preziosi appartengono al campionario del rappresentate orafo. Per il momento, come le ho anticipato, lei permarr in stato di fermo.
Un lampo d'ira attravers gli occhi dell'antiquario.
Che prontamente replic.
Non so nulla di quanto mi sta comunicando. Quegli oggetti non mi appartengono. Non troverete una mia impronta n sulla pistola n sulla valigia. State sprecando il loro tempo. Tuttavia mi rendo conto che non avete alternative e dovete fare il vostro mestiere.
Forse  arrivato il momento di contattare il suo avvocato, sugger il maresciallo Ippoliti.
Non ne vedo la necessit. Ovviamente si tratta di un malinteso che verr chiarito in poche ore rispose arrogante, ma sereno, Noferini.
Professore, lei ha il diritto ad essere assistito da un legale in questo frangente. Lo contatti, per favore, ribad Ippoliti.
D'accordo, come volete, tagli corto l'ex docente, ostentando platealmente la sua tranquillit.
Non ha niente da aggiungere?, tent Ardig.
Non vedo cosa, concluse placido Noferini.
Ardig compose il numero del sostituto procuratore Perilli.
Il cielo era sereno, ma il commissario gi immaginava che le nubi nere che si stavano addensando dopo la scoperta fatta da Pinton avrebbero presto provocato una tempesta che avrebbe avuto per epicentro proprio lui.
Le ore successive furono a dir poco convulse.
La procura di Brescia, come prevedibile, fece esplodere tutta la sua irritazione per l'intromissione dei colleghi milanesi in un'indagine di sua stretta competenza territoriale.
La trasferta a Pietrasanta dei poliziotti della squadra Mobile di Milano aveva permesso di rinvenire elementi utili all'indagine sull'omicidio Barassi, ma non aventi alcuna attinenza con l'inchiesta sui delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi.
L'invasione di campo da parte della Procura di Milano era palese. E non poteva essere accettata dal sostituto procuratore bresciano Occhipinti, che invi, istantaneamente, Mercuri e i suoi uomini in Versilia. Toccava a loro interrogare Noferini secondo il pm bresciano.
I poliziotti milanesi dovevano rientrare a Milano.
Richiesta tassativa e indiscutibile.
E Perilli acconsent. Scatenando le ire di Ardig.
Dobbiamo ancora verificare i possibili legami giovanili tra Annoni, Orrigoni e Pozzi. Siamo qui per questo, replic, scontrandosi per con lo scontato rifiuto del magistrato.
Appunto, mentre lei sta indagando soltanto sul delitto Barassi che non vi compete. Lo vuol capire?, ribad duramente il sostituto procuratore.
Non  vero. La tesi di laurea sull'Acerbi e il quadro di Marco d'Oggiono esposto sulla parete del negozio sono tutti elementi che inducono...
E lei, commissario, mi paragona queste ridicole supposizioni a prove schiaccianti come la pistola che ha sparato a Barassi e la valigetta con i suoi preziosi? Ma in che mondo vive?, tranci netto Perilli.
Alla fine Ardig si arrese.
Non avevano alternative. Milano li attendeva.
Prima di ripartire si fermarono a prendere un aperitivo in un stabilimento balneare di Marina di Pietrasanta.
Dalla veranda vedevano il mare, di un colore verdastro, con i raggi del sole che, prima dell'imminente tramonto, si riflettevano sul crepuscolo.
Soltanto in quel momento si ricord di Malerba.
Come era arrivato fino a Noferini? Cosa aveva trovato?
Decise in un secondo.
Massimo, tu resta qualche altro giorno. Noi rientriamo con una sola macchina e ti lasciamo l'altra.
Nessuno dei sottoposti prefer contraddirlo apertamente.
Santoni, per, sollev la pi elementare delle opposizioni.
Perilli lo verr a sapere.
Non preoccuparti. Ci penso io.
Tir fuori dal portafogli una banconota da 20 euro e una da 10, lasciandole sul tavolo.
Seguimi, Massimo. Voi aspettateci qui.
Uscirono dallo stabilimento balneare.
Erano da poco passate le 19.
Ardig cominci a scrutare con aria assorta la carrozzeria, lucida e immacolata, dell'Alfa 159 di servizio.
Prese il cellulare e chiam Federico.
Si fece indicare l'albergo in cui alloggiava.
Era a poche centinaia di metri.
Salirono in macchina percorrendo l'Aurelia.
Parcheggiata davanti all'hotel vide l'Alfa 147 dell'amico giornalista.
Guard da lontano la targa: MI.
Era proprio la sua.
Allacciati la cintura.
Come?
Allacciati la cintura, ordin secco Ardig.
L'ispettore annu imbambolato.
Non capiva la necessit di imbragarsi quando erano giunti a destinazione.
Ubbid soltanto per non far irritare ulteriormente il gi nervoso superiore.
Il commissario esamin i dintorni: nessun passante a breve distanza.
Ingran la marcia e part sgommando, acceler ancora e sband volutamente verso destra, verso la fila di auto parcheggiate.
Bruno, attento!
L'impatto, a non pi di 40 all'ora, fu comunque abbastanza violento.
L'Alfa 159 della Questura di Milano and a centrare il lato sinistro del paraurti e del bagagliaio dell'Alfa 147 dell'inconsapevole cronista.
Sei impazzito Bruno? Ma cosa...
Il responsabile della Omicidi alz la mano per zittirlo.
Tutto OK?
Io s, ma guarda qui. Le macchine...
Il muso della 159 era accartocciato sul lato destro, il cofano era scardinato, il fanale in frantumi.
Ardig sorrise, come un bambino che ha appena rubato le ciliegie dall'orto del vicino.
Che disastro, hai ragione. Mi  sfuggito il piede sul gas.
Santoni lo fissava incredulo.
Incapace di realizzare quanto successo.
Be'...  chiaro che la macchina  inutilizzabile. Bisogna portarla da un meccanico. Per a quest'ora sono tutti chiusi... E poi  la macchina di Malerba. Caro Massimo, ti tocca restare qui. Ne parler io a Perilli, non preoccuparti.
Soltanto in quel momento Santoni comprese le reali intenzioni del suo superiore e l'astuto stratagemma escogitato.
Nessuno avrebbe avuto nulla da ridire.
Neppure il sostituto procuratore.
Sentirono un mezzo grido alle loro spalle.
La mia macchina! Che cazzo avete combinato?
Il povero Malerba, bianco come uno straccio, usciva in quel momento dall'albergo.
Mi spiace Federico, mi  scivolato il piede sul pedale dell'acceleratore e ho perso il controllo. Comunque non preoccuparti. Torto nostro. Paghiamo tutto noi, tranquillo.
Tranquillo un cazzo! Guardate qui.
Calma, ti ricordo che siamo due pubblici ufficiali. Non puoi oltraggiarci.
Per oltre dieci minuti dalla bocca del giornalista non uscirono altro che imprecazioni e lamentele.
Ardig lasci che si scaricasse prima di rasserenarlo.
Santoni sarebbe rimasto con lui e lo avrebbe accompagnato in giro con un'auto che avrebbero noleggiato quella sera stessa.
Lo consolarono con un aperitivo nell'isola pedonale del Tonfano, facendogli sbollire l'incazzatura.
Poi il commissario lo scrut serio.
Ora mi racconti tutto. Come hai fatto ad arrivare fino a qui?
Federico cominci ad aggiornarli sulle novit emerse negli ultimi giorni, dalla provvidenziale telefonata ricevuta da Giusti fino alla visita allo stabilimento balneare del vecchio Bartoli.
E bravo Federico, comment alla fine. Manifestando una sincera ammirazione nei confronti dell'amico giornalista.
Il racconto dell'anziano bagnino rafforzava la debole ipotesi su cui stavano lavorando dalle ore successive all'omicidio Barassi.
Ovvero che le quattro vittime, Annoni, Orrigoni, Pozzi e appunto Barassi, fossero tutte legate da un filo invisibile che doveva averle accumunate negli anni della loro giovent, negli anni Settanta, forse proprio in quell'incantevole lembo di costa tirrenica.
Un filo poi scomparso, almeno apparentemente, negli anni successivi, tanto da essere ignorato, o nascosto, anche per i congiunti pi stretti delle vittime: la vedova Pozzi, l'ex moglie e i figli di Orrigoni, la Castoldi, la Aguero.
Dovevano continuare a seguire il filo di Arianna, che si dipanava proprio l, sotto la sabbia fine della Versilia.
La trasferta, grazie all'incontro con Malerba, si stava rivelando ugualmente utile, anche senza la possibilit di partecipare agli interrogatori di Noferini.
Dall'antiquario, ci avrebbe scommesso un anno di stipendio, i colleghi bresciani non avrebbero tirato fuori nulla.
Loro, invece, avevano una pista concreta da seguire.
Senza quasi accorgersene estern i suoi pensieri, parlandone ad alta voce.
Finalmente abbiamo la prova che Annoni, Orrigoni, Pozzi e Barassi si frequentavano.
Santoni gli scocc un'occhiata di sorpresa.
Barassi?, esclam con genuino stupore il giornalista.
I due poliziotti fecero finta di non aver sentito.
Come Barassi? Quale? Quel rappresentante che hanno ucciso nella rapina in autostrada qualche giorno fa?
Il cronista li guardava trepidante.
Santoni rimase zitto. Toccava al capo sbrogliare la situazione in cui si era infilato incautamente.
Ardig incroci lo sguardo carico di attesa dell'amico reporter. Ormai era della partita anche lui.
Tanto valeva metterlo al corrente di quanto avevano scoperto.
Facciamo due passi sul lungo mare?, propose.
Pagarono il conto e si ributtarono nella caotica isola pedonale del Tonfano.
Manda un sms a Pinton, digli di andare a mangiarsi una pizza. Ci vediamo tra un'ora e mezza nella piazza principale, davanti alla farmacia.
Santoni cominci a smanettare con la tastiera del telefonino.
Iniziarono a dirigersi verso sud: camminarono per oltre un'ora, arrivando fino a Lido di Camaiore, prima di rientrare. Una decina di chilometri, sulla pista ciclabile, a quell'ora poco frequentata se non dai patiti del jogging.
Parl quasi sempre Ardig, quasi come se si stesse confessando.
Prima rivel a Malerba delle rivendicazioni rinvenute vicino ai cadaveri, con il quadro di Marco d'Oggiono modificato dopo ogni omicidio, poi dei crocifissi spezzati trovati nel cimitero di Chiaravalle e in quello di Castellazzo, quindi di come fossero arrivati a individuare Barassi senza per riuscire a catturarlo, strappandolo cos al tragico destino che lo attendeva sulla Brescia-Milano, e infine della figura di Noferini, l'ex docente, scrittore, studioso e antiquario che alle spalle della sua scrivania da lavoro aveva appeso proprio una copia della Pala dei tre Arcangeli e che nel baule della sua macchina, quasi certamente, ospitava la pistola con cui era stato ucciso il rappresentante orafo e la valigetta che gli era stata sottratta subito dopo l'omicidio, per simulare una rapina.
Hai trovato l'assassino, si limit a concludere Malerba.
Frena. Noferini  un'anima nera, senza dubbio. Un uomo freddo e intelligente. Per ho l'impressione che la sofisticata montatura per incastrarlo non sia poi cos solida. In primis perch avr degli alibi di acciaio a scagionarlo per i delitti Orrigoni e Pozzi.
Una montatura per incastrarlo?, osserv il giornalista.
Secondo te, se avesse davvero avuto qualcosa a che fare con questi omicidi, si sarebbe tenuto la copia del quadro di Marco d'Oggiono appesa dietro la poltrona? E avrebbe tenuto in macchina le prove per accusarlo dell'omicidio Barassi? Non solo, la pistola con il silenziatore e la borsa con i gioielli, ma persino il libro di Cusani da cui erano estrapolate le frasi contenute nelle pergamena che ti hanno recapitato. Ti pare logico? E la macchina che gli hanno rubato? Trovata, guarda caso, proprio all'imbocco della Cisa, a Parma Ovest. Mancava solo un cartello con l'indicazione Uscita Versilia. Di Fede...
Hai ragione. Lo hanno voluto incastrare. Eppure lui era a Milano la sera in cui hanno ucciso Annoni. E proprio nelle vicinanze.
E questo, insieme alla pistola rinvenuta nel bagagliaio, per il momento lo inchioda.  il nostro maggior indiziato per gli omicidi Annoni e Barassi. E non dubito che, con questi indizi, il magistrato competente lo incriminer. Ma temo non andranno lontani, chios convinto il commissario.
Come pensi di muoverti adesso?, chiese Malerba.
Sono obbligato a tornare a Milano, questa notte stessa.
Erano quasi rientrati a Marina di Pietrasanta.
Rimane qui Massimo. Per a questo punto devi aiutarci.
Io? E come?
Parla con quel tuo amico giornalista, tornate dal vecchio bagnino, girate per Marina di Pietrasanta. Ci sar qualcun altro che abbia ricordi degli anni Settanta e del gruppetto formato da Annoni, Orrigoni, Pozzi e Barassi. E Noferini. Il bandolo della matassa  qui, non ho dubbi.
E io? domand l'ispettore.
Tu, Massimo, fatti aiutare dal comandante locale dei Carabinieri.
Perch dai Carabinieri?
Non mi fido dei colleghi del commissariato di Viareggio. Dovranno collaborare con quelli di Brescia. Gli segnalerebbero la tua presenza e sai come andrebbe a finire. E poi i Carabinieri sanno sempre tutto, vita, morte e miracoli di quanto accade o  accaduto sul loro territorio.
E in che veste mi presento?
Dovrai raccontare la verit. Non hai alcun mandato, non ti muovi in veste ufficiale. Se ci aiutano bene, altrimenti provi ad arrangiarti da solo, con l'ausilio di Federico e del suo amico giornalista. Domani sera facciamo un bilancio e decidiamo se farti tornare o meno. Intanto dite al meccanico di non ripararvi le macchine almeno fino al pomeriggio. Cos guadagniamo tempo con Perilli. Tutto chiaro?
Malerba e Santoni annuirono.
OK, io rientro a Milano. In bocca al lupo.
Crepi.
...
.
...
23. Milano, 3 luglio 2009.
...
.
...
Non c'era traffico. E Pinton al volante aveva poco da invidiare a Trulli o Fisichella.
Arrivarono a Milano poco dopo l'una. In tempo per qualche ora di sonno.
Anche se Ardig non era nelle condizioni di rilassarsi.
Nel suo cervello era in corso la consueta tempesta.
Un uragano che mischiava ricordi, sensazioni, pensieri, idee, ipotesi, shakerate in un turbinio terribile.
Guard l'orologio: le tre e quaranta.
And sul mini-balcone della sua abitazione.
Tre piani pi in basso la citt dormiva.
I semafori lampeggianti, le saracinesche abbassate, rarissime le macchine in giro.
Si appoggi sul pavimento in cemento, con la schiena sulla ringhiera laterale, le gambe quasi rannicchiate per l'esiguo spazio. Il posacenere sulla destra, vuoto e pulito. Accese la sigaretta.
Il volto mefistofelico di Noferini prese forma, sovrapponendosi a quello altrettanto luciferino di Vanner.
La pelata dell'ex docente toscano si mischiava con i capelli biondo-ingrigiti del criminologo torinese, gli occhi neri del primo oscuravano quelli azzurro-verdi del secondo.
Intorno un caotico vortice di indizi ed elementi: il negozio di Pietrasanta, con diavoli, draghi e serpenti scolpiti, l'odore degli incensi, la tesi di laurea sul marchese Ludovico Acerbi, i quattro ragazzi morti nel 1995 a causa del rogo nel comasco, la Lancia Thesis nera rubata, il quadro appeso...
La Lancia Thesis!
Improvvisamente le parole del commissario Mercuri risuonarono come i colpi di un campanile nella sua mente.
Mancano all'appello 100-150 chilometri.
Ripens al calcolo mentale che aveva fatto quel giorno: per andare da Milano a Malpensa e tornare occorrono circa 90 chilometri.
E un'altra ventina la Lancia Thesis nera poteva averli percorsi nei dintorni di Castellazzo.
I conti tornavano. E non solo quelli.
Gett il mozzicone della sigaretta e ne accese un'altra.
I suoi uomini avevano visionato pi volte i filmati delle riprese operate dalle telecamere all'interno dell'hub di Malpensa.
In alcuni fotogrammi si intravedeva il dottor Pozzi, con il suo bagaglio, che si avvia verso l'uscita.
Un'inquadratura, sfocata, lo immortalava appena fuori, nell'area dei taxi, mentre si dirigeva verso i parcheggi esterni. Poi lo avevano perso.
Butt la sigaretta direttamente dal balcone.
Ora sapevano cosa cercare.
Prese il cellulare e chiam in Questura.
Non poteva perdere nemmeno un minuto.
Dopo qualche minuto trov un sovraintendente, Pasini, con cui aveva una buona sintonia.
Metti un paio dei tuoi al lavoro. Fatevi mandare dai colleghi del posto di polizia dell'aeroporto di Malpensa i filmati della mattina del 18 giugno, dalle 6 alle 10, di tutte le videocamere posizionate tra l'uscita degli arrivi internazionali e i parcheggi esterni del Terminal 2.
Chiss quante sono..., obiett Pasini.
Non importa. Bisogner vederle tutte. In fretta. E con attenzione.
Quei filmati sono stati gi visionati e il dottore ucciso non compariva mai in nessun fotogramma.
 chiaro, lo hanno prelevato in un punto non ripreso dalle telecamere. Avevano studiato tutto.
Pasini non replic: tutto sommato condivideva la ricostruzione di Ardig.
E gli ordini di un superiore non si possono discutere.
Quindi cosa cerchiamo?
Una Lancia Thesis nera, targata EB... Probabilmente non  entrata in nessun parcheggio a pagamento, ma  rimasta accostata, magari con il guidatore a bordo o con le frecce d'emergenza, vicino al marciapiede.
OK, cos  pi facile. Iniziamo a controllare.
Grazie.
Prese l'accendino e afferr l'ennesima sigaretta.
Il cielo cominciava a rischiararsi.
L'ispettore Santoni, arriv alla stazione distaccata dei Carabinieri di Marina di Pietrasanta, in via Carducci, poco prima delle 9.
La sua visita era gi stata annunciata la sera precedente, seppur quasi a mezzanotte, e il comandante locale, il maresciallo Piero Salvucci, di fatto il vice di Ippoliti, era gi ad attenderlo nel suo ufficio.
L'ufficiale era sulla cinquantina, capelli corti brizzolati con un accenno di stempiatura, non molto alto, fisico nella media e sguardo profondo.
Un uomo che ispirava fiducia a prima vista, simpatia, con il suo accento umbro-marchigiano, e schiettezza.
Santoni, come suggerito da Ardig, prefer non girare intorno ai discorsi.
Riassunse rapidamente i punti essenziali della loro inchiesta sulle morti di Annoni, Orrigoni e Pozzi, omettendo volutamente ogni riferimento al delitto Barassi, aggiungendo di non aver alcun mandato ufficiale.
Come le avranno gi detto, a Milano si sono verificati, nell'arco di pochi giorni, tre omicidi particolarmente efferati. Inizialmente, per una serie di circostanze, avevamo orientato le nostre indagini sulla pista esoterica. Per la brutalit e la furia con cui erano stati commessi questi omicidi sembravano poter rientrare, in qualche modo, nell'alveo di quei gruppi o sette che si dedicherebbero all'occultismo. Stiamo continuando le indagini in questa direzione, per, dalle verifiche eseguite - anche su un quarto omicidio, commesso con differenti modalit e che non rientra nella nostra sfera di competenza - abbiamo riscontrato che le vittime, che in apparenza non si conoscevano e non avevano alcun legame di frequentazione, avevano due punti di comunanza.
Il carabiniere lo ascoltava attento, senza interromperlo.
La prima comunanza - prosegu Santoni -  l'et: i morti erano tutti nati nel 1954 o 1955. Un particolare, questo, che avevamo chiaramente notato fin dall'inizio. Il secondo punto che li accomuna  il fatto di aver avuto legami e frequentazioni con la Versilia, e in particolare con Forte dei Marmi, in giovent, presumibilmente negli anni Settanta. Legami poi interrottisi definitivamente, da quel che abbiamo appurato.
Il maresciallo Salvucci prese finalmente la parola.
E giustamente volete verificare se davvero i tre, e forse anche il quarto, all'epoca si conoscessero e se fossero stati amici.
Proprio cos. Non sappiamo ancora il perch di questi omicidi, il legame che ci poteva essere tra le vittime e se, ovviamente, l'opera dell'assassino sia terminata o ci siano altri potenziali bersagli nel suo elenco. E forse, scavando nel passato, qui in Versilia, troveremo qualche risposta. Siete disposti ad aiutarci in maniera non ufficiale?
Il carabiniere tergivers.
Santoni cap che doveva completare il ragionamento ed essere schietto.
Sappiamo che questi uomini conoscevano anche Marcello Noferini che, come certamente lei sapr...
Salvucci annu.
Il punto  proprio questo. I nostri colleghi di Brescia stanno torchiando Noferini per ricostruire la dinamica dell'omicidio Barassi. Noi invece vogliamo chiarire i contorni di una serie di delitti ben pi ampia.
Se vi occorrono solo delle informazioni non c' alcun problema, assicur l'ufficiale dell'Arma.
Questa volta fu l'ispettore ad annuire.
Sono qui da meno di due anni, posso dire di conoscere bene il presente di questa realt. Non altrettanto il passato. Per metto a disposizione tutti i miei uomini per qualsiasi sua richiesta.
Non posso che ringraziarla.
Si spostarono nell'archivio della piccola stazione.
Con l'ausilio di un appuntato Santoni avvi le ricerche utilizzando un computer, di un modello piuttosto vecchiotto.
Il maresciallo torn in ufficio per adempiere alle sue quotidiane incombenze, lasciando l'appuntato e il poliziotto della Mobile milanese intenti nel lavoro di ricerca.
No. Nessuno di loro - spieg Santoni una ventina di minuti pi tardi - ha avuto a che fare con voi in quegli anni, nemmeno per una banale denuncia, anche solo per schiamazzi o per aver smarrito un documento.
Peccato.
Tuttavia riteniamo che qualche collegamento si possa trovare. Sappiamo che le famiglie di Annoni e Orrigoni avevano delle propriet immobiliari qui a Forte dei Marmi o a Marina di Pietrasanta. Dovremo cercare nei bar, nelle spiagge, nei locali: ci sar qualche loro coetaneo che dovrebbe ricordarseli, no?
Penso proprio di s. Intanto, per portarmi avanti, ho gi attivato un contatto che potrebbe darci velocemente delle prime risposte, anticip Salvucci.
Di chi si tratta? Se posso domandarglielo, chiese l'ispettore ligure.
Certo che pu chiedermelo. Si tratta del maresciallo Papini.  andato in pensione una decina di anni fa, ma continua a venire spesso a trovarci.  stato per quasi vent'anni il comandante di questa stazione, dove ha prestato servizio per una vita. Fu lui a indagare sul cosiddetto mostro della Pineta.
Il mostro della Pineta?, domand Santoni stupito.
S,  un vecchio caso irrisolto. Probabilmente ormai dimenticato. Nemmeno io mi ricordavo di questa vicenda, che qui in Versilia  rimasta impressa nella memoria di tutti. Due ragazzine uccise in piena estate, nel 1974 e nel 1976, entrambe bruciate nella pineta tra Viareggio e Torre del Lago. Due omicidi di cui non si  mai trovato il colpevole, purtroppo. E nemmeno un movente.
Santoni ascoltava curioso, anche se difficilmente questi due vecchi delitti potevano avere un qualche collegamento con la scia di sangue che stava terrorizzando Milano.
Tornando al maresciallo Papini. L'ho contattato mentre lei era in archivio. Mi sono permesso di convocarlo, per una visita amichevole. Arriver a minuti. Cos potr parlarci direttamente. Nell'attesa che ne direbbe di un caff?, propose Salvucci.
Accett l'invito. Presero l'uscita laterale, percorsero i pochi metri che li separavano dall'Aurelia e andarono verso il bar dello stabilimento balneare pi vicino per consumare una rapida colazione.
Al ritorno in caserma l'ex comandante di stazione, Gino Papini, li attendeva in sala d'attesa, chiacchierando con alcuni piantoni.
Il tempo di una rapida presentazione e i tre si trasferirono nell'ufficio del comandante.
Papini aveva da poco passato i 70 anni ed era in piena forma: capelli grigi, baffetti altrettanto grigi, ma con una tonalit pi tendente al bianco, piccolo di statura, ancora asciutto nel fisico.
Merito dell'orto, mi tiene in forma pi degli esercizi, sentenzi, ridendo, il vecchio ex carabiniere, con la sua marcata pronuncia toscana.
Era un pistoiese trapiantato da pi di quarant'anni in Versilia e di quel piccolo lembo della costa settentrionale toscana conosceva vita, morte e miracoli. E segreti.
Era gi stato messo al corrente da Salvucci, dopo la rapida telefonata intercorsa tra i due, per cui, appena Santoni gli mostr le foto dei tre morti milanesi, non perse tempo.
Diamine, me li ricordo eccome. Soprattutto questo, disse indicando una recente foto di Alberto Annoni.
Qui  un po' invecchiato. Non molto poi. Era il classico ragazzotto ricco, viziato e prepotente. Aveva intorno un bel po' di citte e c'aveva - spieg marcando la parlata toscana - un bel caratterino.
Ha combinato qualche guaio in quel periodo?, butt l Santoni.
Nessun reato. Solo qualche rissa in spiaggia, per qualche ragazza. O per il calcetto. Ovvia... nulla di grave, per aveva il su' caratterino. Certo non immaginavo che potesse fare una fine cos brutta.
E gli altri? Orrigoni e Pozzi? Li ricorda?
L'ex carabiniere si mise a fissare intensamente le foto dei due uomini ammazzati, entrambi cinquantenni.
Mah... i nomi non mi dicono molto. C'erano dei milanesi, probabilmente i loro genitori, che si chiamavano cos. E son passati 35 anni ormai. Di faccia qualcosa mi dicono. S che di facce ne ho viste tante! Oh, ne  trascorso di tempo, ma questo... questo penso di ricordarmelo - disse indicando l'Orrigoni - anche se gli era mingherlino, oggi l' grassoccio...
E questo?, aggiunse Santoni mostrando una foto del gioielliere Barassi, ucciso in una strana rapina nel bresciano.
Per qualche istante l'anziano militare rimase silente, concentrato sulle foto delle vittime.
Poi ripart come se, improvvisamente, nella sua memoria fosse stato individuato il file giusto.
Maremma bucaiola! Ora me li ricordo bene, tutti quanti, si illumin in volto, sorridendo.
Questi erano quelli che giocavano a pallone. Sui campini e sulla sabbia. Diamine se l'erano bravi. C'era quello bravissimo, che non faceva vedere la palla a nessuno. O come si chiamava?
Santoni non stava capendo molto, ma prefer non interromperlo.
Fu Salvucci a fermare il flusso di pensieri dell'ex commilitone.
Papini ci aiuti a capire. Erano una squadra di calcio?
Via, proprio una squadra no. Giocavano a pallone insieme. Con altri ragazzi. Per questi erano un gruppo unito. E per due o tre estati hanno vinto i tornei che organizzavano i bagni. Avevano quel ragazzo che era fortissimo. Ma come si chiamava? C'aveva un nome di un campione. Uno di quelli famosi...
Aspetti, ci racconti tutti dall'inizio, sugger Santoni.
Per qualche istante Papini rimase assorto sulle tre foto, in attesa di fare chiarezza nella sua memoria, quindi ricominci a dipanare in maniera pi fluida l'intricata matassa dei suoi ricordi.
Allora, sar stato il 1975 o il 1976. Erano le estati del mostro della Pineta. Me le ricordo bene. E questi ragazzi dovevano essere tutti in vacanza nello stesso bagno. La sera giocavano a calcetto sul campo allestito sulla spiaggia, tra alcuni bagni, in uno spazio libero da ombrelloni. Andava tanta gente a vedere le partite. E ci andavamo anche noi. Con la storia del Mostro avevamo gli occhi sempre aperti. Mi ricordo che si mettevano tutti la stessa maglia. Rossa mi pare. Avevano i capelli lunghi e le basette. Sembravano i Beatles. E vincevano sempre perch c'avevano quel campione. Uno come un Batistuta, un Maradona, uno che restavi a guardarlo a bocca aperta.
Uno di loro era un calciatore?
Non di quelli veri. Mica giocava in serie A. Diamine, mica avrebbe giocato in spiaggia uno cos. No, aveva giocato nel Milan o nell'Inter, se non sbaglio, tra i giovani, poi si era fatto male e aveva dovuto smettere. Per in spiaggia dovevate vederlo. E la palla gli restava incollata al piede!
E non si ricorda proprio come si chiamasse?, prov a domandare Santoni speranzoso.
Il nome no. Per lo chiamavano con il nome di un campione famoso. O com'era?
Un campione italiano?
No, uno di quelli stranieri. Un inglese, un tedesco, uno di quelli l.
Salvucci sollev il telefono della scrivania e chiam il centralino della stazione: Mi chiamate qui il Nicchi per favore?.
Pochi istanti dopo un giovane appuntato entrava nell'ufficio del comandante.
Andrea, tu che sai tutto di calcio, aiutaci. Quali calciatori fortissimi c'erano negli anni Settanta?, ordin Salvucci al sottoposto che lo osserv con aria stupita.
Dobbiamo risalire - aggiunse il comandante - all'identit di una persona a cui, per via della sua bravura a calcio, era stato dato come soprannome il cognome di un famoso campione dell'epoca.
Di che anni parliamo, primi anni Settanta?, domand il giovane carabiniere.
Pi o meno il 1975-76.
Dunque... Pel si era ritirato da poco. Maradona e Platin erano troppo giovani. Non era italiano vero? Rivera? Mazzola? Riva?, part a raffica Nicchi.
No, e l'era un nome da straniero, rispose Papini.
Be' - prosegu Nicchi - c'era Gerd Mller, il bomber tedesco. C'era Beckenbauer, il capitano della Germania campione del mondo nel 1974. C'era anche Rummenigge che poi ha giocato da noi, nell'Inter.
In quegli anni a dominare il calcio mondiale erano il Bayern Monaco come club e la Germania come nazionale, giusto?, precis Santoni che, a sua volta, era sempre stato un discreto appassionato di calcio.
S. E i loro grandi rivali erano l'Ajax in Coppa Campioni e l'Olanda ai Mondiali. Furono anche avversari...
Nicchi non fece in tempo a terminare la frase che Papini lo interruppe brusco.
L'Olanda. Ecco. L'Olanda. C'aveva la maglia rossa, giusto?
No. Arancione, lo corresse l'appuntato.
Arancione ecco. Giocavano con la maglia arancione.
Allora il calciatore potrebbe essere Cruyff, Neeskens, Krol...
Crui. Bravo. Lo chiamavano cos Crui, esclam soddisfatto Papini, storpiando il nome del grande campione orange.
Grazie Nicchi, ci sei stato utilissimo, lo conged Salvucci.
Il giovane carabiniere usc e a quel punto fu Santoni a cercare di sintetizzare.
Mi pare di capire che le nostre vittime per alcune estati abbiano fatto gruppo fisso qui, in Versilia, giocando a pallone insieme e formando una squadretta che emulava la grande Olanda di quegli anni.  cos?, riassunse il commissario rivolgendo lo sguardo a Papini che conferm sollevando il capo.
Non vorrei fare confusione - intervenne Salvucci - forse mi sono perso un passaggio, ma non ho capito: questo Craif, Cruif chi era? Una delle vittime?
Papini scosse la testa.
No, l'era un altro giovinetto. Milanese anche lui. Per vi ho gi detto che non ricordo il nome.
Un momento. Non era uno di quelli in foto?
No. E ve l'ho gi detto. Non fate i grulli...
Senza scomporsi Santoni tir fuori dalla giacca una foto di Barassi.
Era questo Cruyff, vero?
L'ex carabiniere strizz gli occhi per mettere bene a fuoco.
Macch. Mica era lui.
Il carabiniere e il poliziotto si guardarono perplessi.
 sicuro che questo Cruyff fosse un milanese?
Diamine. C'aveva un accento che sembrava uno di quelli dei film!
E non lo ha pi rivisto qui in Versilia?
Macch. Sparito.
E gli altri? Non ricorda nulla nemmeno di loro? Li avr visti negli anni successivi, no?, chiese l'ispettore della Omicidi.
No, effettivamente no. Non ci avevo mai pensato fino ad oggi. Nessuno di loro si  pi rivisto in Versilia, almeno per quel che mi ricordo io. Probabilmente saranno andati a lavorare, si saranno sposati e avranno cambiato luogo di villeggiatura.
Strano. Se erano un gruppo cos affiatato come mai poi sono spariti?, rincar il comandante della stazione locale dell'Arma.
E son passati quasi 35 anni. Oh che volete che vi dica?, replic ridendo il vecchio Papini, ancora intento a fissare le varie foto.
Santoni intanto si era messo immediatamente a ragionare: a questo punto dovevano individuare il pi rapidamente possibile questo Cruyff.
Poteva essere il prossimo nome sulla lista del killer, oppure poteva trattarsi direttamente del killer stesso.
In entrambi i casi bisognava muoversi con la massima urgenza.
Dobbiamo saperne di pi di questa Olanda. Servirebbe una foto, disse a voce alta.
Dove possiamo trovare qualche riscontro? Nei bagni di Marina di Pietrasanta?
Fu Papini a indicare la strada migliore da seguire.
Nella redazione del Tirreno, a Viareggio, sono conservati tutti gli articoli. Hanno un archivio, l'ho consultato diverse volte per le mie indagini. Baster cercare nelle pagine delle estati del '75 e del '76 e qualche cosa verr fuori. Questi ragazzi avevano vinto sicuramente dei tornei di calcetto. Li avevano premiati con delle coppe, c'erano dei fotografi. Me lo ricordo bene, c'ero anch'io sulla spiaggia quelle sere.
Salvucci balz come una molla dalla scrivania prendendo il berretto d'ordinanza.
A questo punto direi di non perdere tempo, andiamo subito a Viareggio a consultare l'archivio.
Un momento, forse abbiamo un'altra possibilit, lo ferm Santoni.
Prese il cellulare e chiam Malerba.
Il giornalista era in compagnia del collega viareggino con cui si era recato, il giorno precedente, nel negozio di Noferini a Pietrasanta.
Erano nuovamente a colloquio con il vecchio bagnino Bartoli.
A poche centinaia di metri di distanza.
Mezz'ora dopo Santoni e Salvucci, accompagnati dallo stesso Papini, salivano le scale della palazzina dove era ospitata la redazione del Bollettino della Toscana.
L'entrata negli uffici era libera: visto l'orario i giornalisti non erano ancora arrivati, ad eccezione del responsabile della redazione, Mirco Bigi, avvisato telefonicamente da Giusti, che li accolse personalmente, dando disposizioni all'unica segretaria per affiancarli nella consultazione dell'archivio, situato nella cantina al piano inferiore.
Rapidamente individuarono i fascicoli relativi ai mesi di luglio e agosto degli anni '74, '75, '76 e '77.
Qualche minuto dopo tornarono in redazione, al primo piano, dopo aver effettuato tre viaggi, con una decina di fascicoli rilegati e chiusi con un cordino.
Per effettuare la ricerca furono sufficienti venti minuti.
Salvucci si concentr sul 1974, Giusti sul 1975, Santoni sul 1976 e Malerba sul 1977.
Fu proprio l'ispettore a centrare il bersaglio.
Eccoli, ci siamo, esult, per richiamare l'attenzione dei colleghi.
Si trattava di un articolo, a centro pagina, nell'edizione del 17 agosto del 1976.
Tre colonne con una foto, in bianco e nero, non molto grande, di un gruppetto di ragazzi in tenuta da calciatori, premiati da un uomo sui 45 anni in maniche di camicia, con una piccola coppa.
La grande Olanda trionfa sulle spiagge del Forte, recitava il titolo.
L'articolo, siglato S. Muc., era piuttosto esauriente.
Il cronista, in poche righe, spiegava che la formazione composta prevalentemente da giovanotti milanesi, guidata da un fuoriclasse, il 21enne Roberto Micheletti, un talento fuori dal comune, imprigionato da un ginocchio scricchiolante, aveva sbaragliato tutte le rivali conquistando il trofeo di calcetto dei bagni del Forte, sulla spiaggia, davanti a un numeroso pubblico accorso la sera di Ferragosto.
Seguiva l'elenco dei nomi dei giocatori in rigoroso ordine alfabetico: Alberto Annoni, Samuele Barassi, Roberto Micheletti, Marcello Noferini, Lorenzo Orrigoni e Matteo Pozzi.
Nero su bianco, in quel trafiletto di secondaria importanza per la cronaca e la storia, c'era la conferma che la pista che stavano seguendo, la pista della Versilia, era quella giusta.
I quattro uomini uccisi e l'enigmatico professor Noferini da giovani non soltanto si conoscevano ma erano anche amici: le ragioni delle loro drammatiche morti si trovavano l, in quel dorato lembo di costa tirrenica, in un passato in cui adesso avrebbero dovuto andare a scavare.
A fondo.
Intanto, per, dovevano individuare questo misterioso Cruyff, alias Roberto Micheletti, di cui non sapevano nulla.
Il nome Micheletti, per, aveva fatto suonare nella testa dell'ispettore un campanello d'allarme: lo aveva gi sentito nominare, pur non ricordandosi dove, come o perch.
Quattro di loro sono stati uccisi. Uno, Noferini,  in stato di fermo. Dobbiamo concentrarci di pi su questo Micheletti. Meglio tornare in stazione da voi, propose a Salvucci, trovando il consenso di tutti gli interessati.
Uscirono dalla redazione.
Era arrivato il momento di informare il commissario Ardig delle novit.
Ottimo lavoro Massimo. Fai scannerizzare la foto e mandamela via email. E ringrazia pure quella testaccia dura di Malerba.
Vuole sapere cosa pu scrivere nel suo articolo.
Mmm... prima fatemi parlare con il magistrato. Poi lo chiamo io per dirgli cosa scrivere e cosa omettere. Ora lasciatemi lavorare.
Ardig sembrava aver ritrovato il buonumore.
In attesa dei riscontri dai controlli che gli agenti della Questura stavano effettuando sulle telecamere di sorveglianza dei parcheggi di Malpensa avrebbe cominciato a lavorare su questa nuova pista, offerta dall'ingresso in scena di questo nuovo personaggio: Roberto Micheletti.
Un nome abbastanza diffuso a Milano e in Lombardia.
Micheletti.
Eppure una luce a intermittenza si era accesa nella sua memoria.
Micheletti.
Un pregiudicato? Un personaggio noto? Magari televisivo? O un addetto ai lavori? Un avvocato penalista, un perito, un giudice.
Micheletti.
Cazzo... dove aveva gi sentito quel nome?
Micheletti.
Pi si sforzava e pi la nebbia aumentava.
Micheletti.
Niente da fare.
Prese una sigaretta dal pacchetto e digit nome e cognome nel motore di ricerca dell'archivio della Polizia di Stato.
Per la sorpresa il mozzicone acceso fin per cadergli quasi addosso, cadendo sulla poltrona senza fare gravi danni al tessuto.
Aveva aperto il primo file della lista apparsa sul monitor.
E la memoria, istantaneamente, aveva messo tutto a fuoco. Nitidamente.
Lo scooter distrutto, i frammenti di plastica e vetro sparsi in un raggio di una decina di metri, le tracce dei pneumatici, il traffico incolonnato in viale Lucania, quel corpo su cui era adagiato un telo incerato della Croce Rossa, l'asfalto reso bollente dall'afa della prima domenica di giugno, i commenti di quel cretino di Ferroni della Polstrada.
Micheletti.
La vittima del pirata della strada sulla sopraelevata di Corvetto.
Tac, tac, tac, tac, tac.
I tasselli del puzzle continuavano a incastrarsi alla perfezione uno dopo l'altro.
Micheletti, classe 1954, di professione insegnante.
Tutto tornava.
Il furgone, rubato, come la Lancia Thesis nera, l'assoluta mancanza di impronte digitali o di qualsiasi altra traccia - macchie di sudore, cartacce di caramelle, mozziconi - esattamente come nella berlina trafugata a Noferini.
Il solito lavoro da professionisti.
Il ritrovato buonumore era svanito, spallato via dall'adrenalina e dalla concentrazione.
Chiam Velluti per aggiornarlo del nuovo sviluppo.
Trovami tutto su questo Roberto Micheletti. E fai in fretta.
Inform immediatamente Santoni della scoperta.
Poi, per correttezza, avvert Mercuri.
Il quale, con altrettanta correttezza, lo aggiorn su un importante sviluppo: Noferini aveva fornito alibi inattaccabili per i giorni in cui erano stati uccisi Orrigoni, Pozzi e Barassi.
Mentre Velluti stava ricostruendo il profilo di Micheletti e Santoni, in Versilia, con l'aiuto di Malerba, cercava ulteriori riscontri, il capo della Omicidi, appena ricevuta la foto della grande Olanda, si rec a Palazzo di Giustizia.
Doveva conferire con il sostituto procuratore Perilli, fresco reduce dallo scontro con il collega bresciano Occhipinti, per via della trasferta versiliese del commissario e dei suoi uomini.
L'accoglienza fu brusca, come aveva previsto.
E meno male che le avevo chiesto prudenza e discrezione. Ma come le  saltato in mente?
Pausa.
E non basta! No. Bisognava anche arrestare un illustre docente e intellettuale come Noferini.
Altra pausa.
Cosa pensava? Che a Brescia non sarebbero stati informati? Le ricordo che  loro la competenza sul caso Barassi.
I decibel iniziavano a salire.
Ardig aveva preventivato la rabbia del sostituto procuratore, per cui prefer lasciarlo sfogare senza controbattere.
Soltanto quando l'invettiva del pm perse di intensit il commissario tir fuori, come un grande prestigiatore, il coniglio dal cilindro, calando, come un consumato giocatore di poker, il suo asso nella manica: la foto, in bianco e nero, del gruppetto di giovani premiati sulla sabbia tirrenica dopo la vittoria nella coppa degli stabilimenti balneari.
Appoggi il foglio sul tavolo. Perilli inforc gli occhiali, esaminando l'immagine con aria stupita.
Cosa significa? Non capisco!
Ha presente i vecchi almanacchi del calcio della Panini? Da sinistra a destra, sono schierati: Annoni, Orrigoni, Pozzi, Barassi, Noferini e Micheletti.
Non era il vero ordine della foto.
L'effetto ottenuto fu quello desiderato. Il magistrato osservava a bocca aperta la stampa scannerizzata.
Sono loro?, si limit a commentare.
Proprio loro. I quattro morti milanesi, pi Barassi e Noferini.
Come quattro? Chi sarebbe questo quarto uomo se il quinto  Barassi? Non mi risultano altri omicidi..., sbott il sostituto procuratore.
Roberto Micheletti.
Non la seguo.
 morto lo scorso 7 giugno, in piazzale Corvetto.
Il sostituto procuratore sgran gli occhi.
Ribad che non gli risultava nessun omicidio commesso a Milano nei giorni anteriori al delitto Annoni, a parte quello di un rumeno, accoltellato in una rissa tra connazionali.
Intu soltanto in quel momento che il tavolo si stava ribaltando.
Il mazziere era diventato Ardig. Era lui a dare le carte in questa complicata partita di poker che il magistrato, che dirige le indagini, e il commissario, delegato a condurle seguendo le sue direttive, stavano giocando da quasi un mese.
Alz le braccia in segno di resa.
Commissario, temo di aver perso qualche passaggio. Sia gentile. Mi spieghi tutto, per cortesia.
Ardig sorrise.
Poi cominci a riepilogare l'intera vicenda: l'incidente stradale, catalogato troppo rapidamente come l'ennesimo delitto da attribuire a un pirata della strada, i primi sospetti derivanti dall'assurda traiettoria effettuata dal furgone responsabile del tragico sinistro e rafforzati dalla mancanza di impronte digitali sul mezzo risultato rubato.
La competenza a indagare in questo caso era della Polizia Stradale, si giustific Ardig, producendosi in un'excusatio non petita.
Nessuno gli attribuiva alcuna responsabilit per non aver approfondito maggiormente i lati oscuri di quell'incidente che, fin dal primo istante, lo aveva in qualche modo insospettito.
Non avevo avuto nessuna ragione, finora, per collegare quel drammatico episodio con quanto accaduto successivamente - precis riferendosi ai delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi - del resto la vittima era incensurata.
Eppure qualche dubbio, mi pare di capire, lo aveva maturato.
Indubbiamente. Intanto per l'incredibile velocit a cui, stando ai rilievi, viaggiava il furgone: almeno 120 chilometri all'ora. Si rende conto? Alle 4 del pomeriggio, in quella sopraelevata cos stretta. E poi c'era quella sbandata del guidatore, pi che altro una sterzata, da una corsia all'altra. Inspiegabile...
Come se avesse voluto centrare di proposito il ciclomotore della vittima, sugger il sostituto procuratore.
Appunto. Ed  quello che ho pensato inizialmente. Poi, ripeto, una volta appurato che la vittima era incensurata, ho desistito, lasciando le indagini alla Polizia Stradale. Anche se il tarlo, per qualche altra ora, aveva continuato a rodermi il cervello.
Per quale ragione?
Mi sembrava strano che il ladro, un nomade o chiunque fosse, avesse sempre indossato i guanti, in una giornata cos afosa di giugno, e si fosse premunito mettendo un rivestimento sul sedile per non lasciare tracce di sudore.
Un lavoro da professionista, non di un balordo qualsiasi.
La frase del magistrato arriv come la sentenza di un tribunale.
Una sentenza della Cassazione. Inappellabile.
Un lavoro da professionista. Quante volte, nell'ultimo mese, aveva pronunciato o si era sentito ripetere questa frase da Santoni, Velluti, De Piccoli e Mercuri.
Tutti unanimi nel riconoscere l'abilit, la meticolosit, la competenza e l'esperienza del killer.
Bravo e abile nell'eludere le telecamere, sia in pieno centro a Milano, dove aveva freddato Annoni e trascinato il cadavere di Pozzi, sia nel sorvegliato garage di via Vittor Pisani che nell'altrettanto sorvegliato hub di Malpensa o ancora nell'autogrill dove aveva seguito Barassi.
Bravo e abile nell'uccidere in pubblico, in piazzale Marengo, nel parcheggio di via Vittor Pisani o nell'area di sosta della Brescia-Milano, senza mai incappare in un testimone.
Bravo e abile a forzare porte di sicurezza, o il pesante portone della chiesa di Sant'Antonio, o serrature di autovetture, senza mai lasciare alcuna traccia.
Un professionista del mestiere.
Non certo uno come Noferini, mente eccelsa, carattere carismatico, capacit di farsi seguire, quasi fino al plagio, ma indubbiamente inesperto e impreparato di fronte alle mille trappole evitate con cura dall'assassino.
La voce di Perilli lo dest dai suoi pensieri.
Commissario che succede? Si  incantato?
Riflettevo sulle sue ultime parole. Un lavoro da professionista.
Non condivide?
Tutt'altro. E mi rendo conto soltanto ora di aver sottovalutato una direzione in cui dobbiamo condurre le nostre indagini.
Quale sarebbe?
La competenza e la preparazione dell'assassino.
Il sostituto procuratore lo fiss con attenzione.
Comincio a ritenere che l'assassino, quello materiale, quello che di fatto con le sue mani ha strappato le vite di Annoni, Orrigoni, Pozzi e, per quanto mi riguarda, Barassi e Micheletti, sia una sorta di esecutore. Agli ordini di una guida.
Noferini?
Sarebbe la soluzione pi semplice. Tuttavia tenderei a escluderla. In quanto...
Questa volta a precederlo fu il magistrato.
In quanto l'assassino ha disseminato il suo percorso con una serie di indizi, la profanazione della tomba dell'Acerbi, le rivendicazioni con le varie versioni della Pala dei tre Arcangeli, le pergamene con le frasi estrapolate dal libro di Cusani, e infine la pistola con cui  stato ucciso Barassi e la valigetta con i suoi preziosi lasciate nell'automobile di Noferini, proprio per portarci allo studioso di Pietrasanta. Convengo con lei.
E non dimentichi la macchina precedentemente rubata a Noferini e utilizzata per inseguire Barassi, chios Ardig.
Tutti indizi lasciati in bella mostra per condurci a colpo sicuro fino alla bottega dell'ex docente universitario, concluse il titolare delle indagini.
A meno che - aggiunse Ardig - tutto questo non sia opera proprio di Noferini.
Ritiene che si sia volutamente fatto incastrare, cos platealmente, convinto poi di essere scagionato ed essere a quel punto inattaccabile?
Un piano perfetto. Che soltanto una mente contorta e superiore come quella di Noferini potrebbe escogitare e realizzare, facendo combaciare ogni dettaglio. Questo  un altro tarlo che sta scavando.
Un momento, Noferini - lo interruppe il magistrato - ha tutto da perdere in questa situazione, no? Domani il suo fermo verr convalidato e la notizia diventer di pubblico dominio. I giornali e le tiv si scateneranno. E ci vorranno settimane, forse mesi, prima che la sua posizione possa essere chiarita definitivamente. Intanto la sua reputazione, il suo prestigio, la sua credibilit, verranno del tutto...
Verranno sputtanate se mi passa il termine, concluse la frase Ardig.
O forse, consider il commissario, era proprio questo il vero obiettivo dell'assassino: punire Noferini.
Non con la morte, ma con il carcere, considerando che le accuse avrebbero potuto reggere anche davanti ai robusti alibi che l'antiquario sembrava avere per i delitti Orrigoni e Pozzi, o comunque con l'infamia, e con anni di tribolazioni giudiziarie, se le prove non fossero bastate a farlo condannare.
L'arresto, le indagini, la conseguente esposizione mediatica avrebbero distrutto l'immagine dello studioso di materie esoteriche.
E gli anni di processi, perizie, interrogatori, avvocati e via dicendo lo avrebbero consumato psicologicamente.
E se Noferini avesse preventivato anche questo, anche la gogna mediatica, utilizzandola come ciliegina sulla torta al suo piano perfetto, quasi diabolico?
Scacci il pensiero. Troppo pernicioso.
E poi c'era un altro tassello che non combaciava: che movente avrebbe spinto Noferini a liberarsi dei suoi ex amici di giovent?
E perch sbarazzarsene in modo cos plateale?
Lasciamo perdere le deduzioni, restiamo sugli indizi che abbiamo, tagli corto il poliziotto.
Va bene. Come intende procedere a questo punto?, domand il magistrato.
Intanto ho avviato tutti i necessari approfondimenti sulla figura del Micheletti. E attendo ulteriori riscontri anche dalla Versilia.
E per quanto riguarda l'assassino? La competenza e la professionalit di cui mi parlava prima?
Non so ancora come muovermi. Per, se la mia valutazione  fondata, il nostro uomo  per l'appunto un professionista.
Un sicario della malavita? Un criminale abituale?
Avrebbero il profilo giusto. Dobbiamo estendere il cerchio a tutti coloro che hanno una preparazione e delle conoscenze specifiche in materia. Un militare, per esempio, oppure un collega o un investigatore privato. Come vede la lista  lunga.
Terminate le congetture il magistrato e il responsabile della Omicidi tornarono a concentrarsi sulle indagini in corso.
Alla luce dei nuovi elementi emersi - concluse Perilli indicando la foto scannerizzata che immortalava i cinque uomini deceduti nell'ultimo mese e Noferini sulle spiagge tirreniche - la autorizzo a proseguire nelle indagini sia sull'omicidio Barassi che sull'incidente occorso a Micheletti.
E con la procura di Brescia, come la mettiamo?
Chiamer Occhipinti per informarlo delle novit. A questo punto  evidente che la morte di Barassi va comunque messa in correlazione con i precedenti omicidi dei suoi ex compagni di calcetto. Gli offriremo collaborazione e dovranno accettarla: questa  la nostra partita.
Si congedarono con una cordiale stretta di mano.
Rientrando in commissariato Ardig ricevette la telefonata di Malerba.
L'amico giornalista stava sulle spine: dalla redazione lo pressavano.
Per il momento non scrivere nulla n sul fermo di Noferini n sulla fotografia che conferma il legame tra le vittime, consigli Ardig, omettendo volutamente ogni riferimento a Micheletti.
Federico, infatti, ignorava che il sesto uomo nella foto fosse gi deceduto.
Ma il cronista non era un ingenuo e Ardig lo sapeva.
Scusami. E lo sconosciuto nella foto? Avete appurato chi fosse?
Il commissario si ferm a riflettere un istante.
Aveva bisogno del massimo sostegno del procuratore per procedere nelle indagini senza intoppi.
Preventivava di trovare resistenze sia dalla Polizia Stradale per il caso Micheletti che dai colleghi bresciani per quello Barassi.
Anche se forse... forzando la mano... con una fuga di notizie...
Decise di rischiare.
OK, eccoti lo scoop. Servito su un vassoio d'argento. L'uomo misterioso nella foto - rivel il poliziotto - si chiamava Roberto Micheletti.  stato falciato da un pirata della strada a Milano lo scorso 7 giugno in circostanze ancora non completamente chiarite.
Malerba, intento a prendere appunti, impieg qualche secondo nel mettere perfettamente a fuoco quanto ascoltato dalla voce dell'amico.
Il 7 giugno? Il giorno della profanazione della tomba del marchese Acerbi?
Proprio quel giorno. Bravo.
Aspetta, quel giorno... Hanno investito un poveraccio in piazzale Corvetto, sulla sopraelevata. Vicino a dove abitavo da bambino.
Ottima memoria. Complimenti signor inviato, lo canzon Ardig.
Prima di tornare serio.
Ripeto, non citare la foto. Spiega soltanto che da una serie di testimonianze  emerso che i cinque erano amici di giovent e si frequentavano nelle vacanze in Versilia.
E le forze dell'ordine cosa dicono?
Nulla, lo scoop  tuo e noi non commentiamo le tue indiscrezioni. Puoi aggiungere che le indagini sono condotte in questa direzione.
Un momento,  stato un incidente oppure un omicidio attraverso un incidente simulato?
Secondo te?
Lo hanno ucciso, altro che pirata della strada!
Se il giornale ti licenzia magari ti prendo qui alla Mobile...
Volentieri!
Battute a parte. Scrivilo come tua supposizione, senza un fatto che la supporti.
Chiaro. Lancio il mio sasso nello stagno, come sempre e tiro indietro la mano.
Bravo, fammi tornare al lavoro.
Malerba ringrazi soddisfatto: stava per piazzare l'ennesimo colpaccio.
Ridacchi, mentre guardava il rilassante paesaggio della costa tirrenica dalla finestra del suo albergo: ai colleghi del Giorno, della Padania, del Corriere, della Repubblica e a tutte le altre testate l'indomani mattina sarebbe venuto il sangue acido per la rabbia. E per l'invidia.
Velluti aveva fatto in fretta.
Al ritorno in ufficio Ardig trov il suo vice ad attenderlo in ufficio.
Con il consueto dossier.
Ed una faccia che ben prometteva.
Non tenermi sulle spine, esord, invitandolo a saltare i preliminari.
Milanese, classe 1954, buona posizione sociale. Come tutte le altre vittime. Ma soprattutto una laurea conseguita nel 1978 presso la facolt di Storia all'Universit degli Studi di Milano. Dove  diventato titolare di una cattedra, per un esame complementare. Il responsabile della Omicidi salut la notizia con un fischio d'approvazione.
Tutto torna. Frequentava l'universit con Noferini, Annoni e Barassi.
E non  tutto, continu sornione Velluti.
Cio?
Si  laureato con una tesi di laurea intitolata: Piazza Vetra, il patibolo della Santa Inquisizione. Un'altra bella coincidenza. No?
Piazza Vetra, dove Malerba li aveva condotti a recuperare la terza pergamena.
La piazza dove, a detta del professor Fusaro, il marchese Acerbi aveva fatto giustiziare, con le torture e il rogo, gli untori, veri e presunti che fossero, nel periodo dell'infuriare della peste.
Un altro tassello che andava a incastonarsi perfettamente nel puzzle sempre pi preciso che stavano costruendo.
Questo Micheletti ha lasciato una moglie o una compagna con cui possiamo parlare?
Puoi scegliere tra una moglie e una figlia maggiorenne. Chi preferisci?
Meglio la moglie, sperando abbia una buona memoria.
OK. Anna Travagliati. Impiegata proprio alla Statale, negli uffici amministrativi dell'ateneo.
Contattiamola senza perdere tempo.
La vedova Micheletti, terminato il lavoro, era gi rincasata. Abitava in una palazzina di inizio Novecento, in via Mincio, proprio in zona Corvetto: la probabile destinazione di Roberto Micheletti in quel maledetto pomeriggio del 7 giugno.
Non era sembrata particolarmente stupita della telefonata ricevuta, come se, prima o poi, si attendesse la visita di un poliziotto.
Ardig si present da solo, lasciando Velluti ad affrontare una nuova ricerca. Doveva reperire i tabulati telefonici del Micheletti e avviare i consueti incroci con quelli delle altre vittime. Un lavoro lungo, noioso, indispensabile.
La donna lo accolse sul pianerottolo del quarto piano.
Abbastanza alta, magra, atletica. Indossava delle ballerine leggere, dei pantaloni bianchi, elasticizzati, aderenti, e una T-shirt sportiva, nera.
Un tipico abbigliamento casalingo. Aveva un filo di trucco e i capelli, biondi, raccolti a coda di cavallo.
Nel complesso era una bella donna, nonostante qualche ruga vistosa sulla fronte e uno sguardo torvo.
Dalla scheda fornita da Velluti sapeva che la Travagliati aveva 49 anni, sei in meno del defunto marito, un titolo di ragioniera, una figlia di 21 anni - iscritta ad Architettura al Politecnico di Milano - e una condanna a otto mesi di reclusione, con la condizionale, rimediata a soli 19 anni, durante una manifestazione studentesca, per aver lanciato una pietra contro un cellerino.
Si accomodarono in salotto, in un ambiente luminoso, reso ancora pi gradevole da un'ampia vetrata che dava su un balcone-terrazzo e da numerose piante disseminate nella stanza. Sul tavolino, davanti ai divani, c'era una caraffa con del t freddo.
Il commissario accett la bibita, per rompere il ghiaccio.
La donna vir al sodo della discussione.
Perch si  scomodato addirittura un vicequestore?
 per suo marito. Ovviamente.
La vedova Micheletti si irrigid, tirando i lineamenti del viso.
Avete catturato il vero pirata, finalmente?
Non sono qui per questo. Inoltre il presunto responsabile  gi in carcere.
Ardig si era informato prima di incontrare la donna: il rumeno fermato dalla stradale aveva sempre negato di essere l'autore del furto del furgone e dell'incidente mortale.
La sua posizione, per questo reato, era ancora al vaglio degli inquirenti.
Le impronte digitali e il suo Dna lo avevano per inchiodato per un altro grave delitto: la violenza carnale nei confronti di una studentessa ventenne.
Una violenza di branco, avvenuta due mesi prima dell'incidente a Corvetto: insieme ad altri tre connazionali, tutti individuati e fermati grazie alla sua testimonianza, avevano sequestrato una coppia di fidanzatini in zona Lorenteggio, in un parcheggio periferico, li avevano rapinati, malmenati, rompendo il naso al giovane, e minacciati con dei coltelli, prima di stuprare la ragazza.
L'immigrato aveva dei precedenti per aggressione e furto, ma con le accuse di stupro, lesioni aggravate, sequestro di persona e rapina era scattato l'arresto.
Lo attendevano diversi anni di carcere, ma sulla sua responsabilit nell'incidente di Corvetto i dubbi erano sempre pi crescenti.
La donna lo fiss curiosa.
Posso fumare?, gli chiese.
La padrona di casa  lei. Se me lo consente fumo volentieri anch'io.
Le porse l'accendino.
Si guardarono per qualche istante, studiandosi a vicenda.
Cosa vuole sapere?, lo incalz la vedova Micheletti.
Tir fuori dalla giacca le foto di Annoni, Orrigoni, Pozzi e Barassi. Mancava quella di Noferini: una carta che si sarebbe giocato pi tardi.
Conosceva questi uomini?
Le dite lunghe e magre iniziarono a smistare le immagini.
So chi sono.
Ovvero?
Li hanno uccisi nelle ultime settimane. Tutti. Io leggo i giornali. E guardo molta tiv. Soprattutto adesso che sono sola.
Li conosceva?
Mai visti.
E mai sentiti?
No.
Mai citati da suo marito?
Mai.
Sicura?
Sicura.
Quella donna gli piaceva.
Non in senso fisico o sensuale, come la pi avvenente Castoldi, quanto per il temperamento, l'orgoglio, la decisione con cui lo guardava.
Doveva forzare la mano.
Dalla tasca della giacca fece uscire un altro foglio: la foto scannerizzata della grande Olanda trionfatrice la sera del Ferragosto del 1976 sulle spiagge della Versilia.
Guardi qui.
La signora Micheletti avvicin il foglio al naso.
Impieg qualche secondo per analizzare tutto.
Questo ... mio marito. Lo riconosco. Gli altri...
Le risparmio la fatica... sono loro.
Un silenzio, pesante come un macigno, cal nella stanza.
La Travagliati si accese un'altra sigaretta.
Rest per un paio di minuti a contemplare la foto.
Mille fantasmi la cingevano, per portarla in un baratro di sospetti e incubi.
Non  stato un pirata della strada.
Non era una domanda.
Pensiamo di no.
Aspir una lunga boccata.
Poi intrecci le gambe sul divano.
Non sembra sconvolta, la provoc Ardig.
Un'altra lunga boccata e una nuvoletta azzurrognola sal verso il lampadario.
Ha perso la parola?
Non sono in grado di aiutarla. Purtroppo.
Perch?
Non ho mai visto nessuno di questi uomini. E non li ho mai sentiti nominare da mio marito. Mi creda.
Le credo.
Si scrutarono ancora qualche istante.
Sembrava sincera. Ma nascondeva qualcosa.
Quando ha conosciuto suo marito?
All'Universit. All'inizio degli anni Ottanta. Era un assistente di cattedra, io lavoravo nella segreteria dell'istituto di Storia Medievale.
Vi siete fidanzati subito?
La donna sorrise.
Abbiamo iniziato a frequentarci. E ci siamo sposati nel 1985.
Non portava la fede al dito.
E non sembrava una vedova affranta e inconsolabile.
Vi avvicinavate alle nozze d'argento...
Gi
Un matrimonio felice? Se posso permettermi?
Un matrimonio come tanti. Con alti e bassi, rispose fredda.
Questa foto  stata scattata nel 1976.
Le ho gi detto che ho conosciuto Roberto alcuni anni dopo.
Le avr parlato della sua giovent, di quello che faceva prima di conoscerla. Di dove andava in vacanza, chi vedeva...
Non sapevo neppure che amasse il calcio. Giocava a tennis quando l'ho conosciuto. E stava andando a giocare a tennis anche quella domenica, quando  passato sulla sopraelevata di Corvetto.
Difficile da credere. Sa che lo chiamavano Cruyff, come il fuoriclasse olandese, per come era bravo?
Mio marito era una persona riservata. Anche con me. Aveva i suoi segreti.
Posso vedere lo studio di un suo marito?
La donna si alz, facendo segno di seguirlo.
Entrarono in un corridoio piuttosto lungo e si fermarono alla seconda porta.
Con la mano la signora Micheletti tast alla ricerca dell'interruttore.
La luce al neon illumin una stanza dove, a giudicare dall'odore di chiuso, non entrava nessuno da settimane.
La tapparella era totalmente abbassata.
Una scrivania, ingombra di libri, con un computer portatile collegato a una stampante, occupava la parete destra.
Di fronte c'era un mobile adibito a biblioteca.
Ardig cominci a scorrere i titoli.
I libri erano posizionati a seconda dell'argomento trattato, con tanto di etichette a catalogare le varie aree.
Storia antica, storia medievale, storia contemporanea, religione, filosofia, letteratura latina, letteratura italiana, letteratura inglese, dottrine esoteriche.
Eccoli, i testi che cercava. Si avvicin ulteriormente.
Avrebbe avuto bisogno della consulenza di Vanner.
Doveva arrangiarsi da solo.
Individu la Bibbia Satanica di LaVey.
Posso? chiese alla padrona di casa.
Prego.
Apr le pagine finali del libro, dove si trovavano le informazioni relative alla casa editrice e allo stampatore.
Trov quanto cercava.
Traduzione a cura di Marcello Noferini.
Anno 1979.
Suo marito conosceva questo Noferini?, sentenzi indicando il nome stampato sulla penultima pagina del libro.
Non lo so, si strinse nelle spalle la donna.
Continu a esaminare i testi ospitati nell'area dedicata all'esoterismo. Non c'erano libri di Noferini, contrariamente a quanto si sarebbe aspettato.
Tornarono in salotto.
Sua figlia non  in casa?
 in piscina, qui vicino. Ritorna da un momento all'altro.
Non aveva tempo da perdere.
Suo marito era turbato negli ultimi tempi?
Gli occhi chiari della vedova Micheletti puntavano verso la finestra, da cui filtrava la luce del sole ormai calante.
Era nervoso. Agitato. Inquieto.
Come se avesse avuto qualcosa da temere?
O da nascondere, concluse lei a sorpresa.
E non ne avete parlato?
Non faccia finta di non avermi ascoltato. Le ho gi detto che mio marito era riservato. E aveva i suoi segreti. C'era una parte della sua vita in cui non potevo accedere. Io non ho mai potuto varcare quella porta. Forse ci riuscir lei, commissario.
Il citofono li fece quasi sobbalzare.
La donna apr senza neppure chiedere chi fosse.
Sua figlia stava rincasando.
Ardig scatt in piedi.
Davvero non mi pu aiutare?
No. Capolinea. Non avrebbe tirato fuori nient'altro.
Si fece accompagnare alla porta.
Si salutarono con un sorriso.
Infil le scale, incrociando dopo un piano, una ragazza alta, castana, con i capelli bagnati e una borsa sportiva a tracolla.
Prima di risalire in macchina si concesse una passeggiata. Erano quasi le venti.
L'afa stava calando.
Il traffico pure.
Cominci a dirigersi verso viale Brenta, quindi infil viale Bacchiglione.
Osservava distrattamente gli edifici intorno.
L'illuminazione arriv improvvisa.
Chiam in commissariato. Gli passarono Sinato.
Mi serve una ricerca particolare. E urgente. Andate nell'archivio della Questura. Controllate i fascicoli degli anni compresi tra il 1975 e il 1980.
Cosa cerchiamo?
Ardig inizi a fornire tutti gli elementi per la ricerca...
...
.
...
24. Milano, 4 luglio 2009.
...
.
...
Visi tirati, occhiaie, accenno di barba incolta, qualche sbadiglio.
Larini, Scalise e Zanella avevano lavorato per tutta la notte. Ininterrottamente.
Ore e ore passate a scartabellare nella montagna di fascicoli disposti in diligente ordine, anno per anno, mese per mese, sui mastodontici, e polverosi, scaffali in metallo degli archivi sotterranei della Questura di via Fatebenefratelli.
Una ricerca complessa, difficile, estenuante.
La seconda met degli anni Settanta rappresenta, sul fronte dell'ordine pubblico e della sicurezza, la pagina pi nera nella storia moderna di Milano.
Da una parte la criminalit comune, la malavita organizzata, con le bische, la prostituzione, il mercato crescente dell'eroina, le rapine, i sequestri di persona.
Anni degni della Chicago dei gangster, anni in cui, nei marciapiedi sotto la Madonnina, gli uomini di Faccia d'Angelo, Francis Turatello, e del bel Ren, Renato Vallanzasca, regolavano i loro conti affrontandosi a colpi di mitra, prima di essere soppiantati da quelli dell'emergente Angelo Epaminonda.
Dall'altra parte il terrorismo, quello nero, minoritario, e quello rosso, prevalente: una vera e propria guerra civile, sulle strade milanesi, dove erano caduti poliziotti, giudici, giornalisti, imprenditori, studenti, attivisti e militanti politici di entrambi i fronti.
Pochi anni terribili che avevano lasciato dietro una lunga scia di sangue: centinaia di vite spezzate e la paura tra la gente comune, anche solo a uscire di casa.
Non era facile cercare in quel periodo cos oscuro e violento per Milano un omicidio diverso da quelli legati al mondo criminale e a quello eversivo.
I tre agenti avevano sfogliato e letto pagine senza sosta.
E alla fine, qualcosa, era saltato fuori.
Un numero ristretto di delitti ancora senza risposta, ancora senza un perch, ancora senza un colpevole.
Una giovane moglie uccisa in casa nel 1977, con un corpo contundente, senza aver subito violenza e rapina, una prostituta accoltellata in viale Zara e sfigurata con dell'acido, una ragazzina di soli 16 anni strangolata e rinvenuta su una panchina di un parco.
Crimini tuttora insoluti, a pi di trent'anni di distanza.
Poi un caso passato quasi sotto silenzio, proprio nell'infuriare dell'emergenza terroristica.
Una studentessa di Medicina, appena 21enne, trovata carbonizzata nei prati alla periferia sud ovest di Milano, nei pressi di Opera, non lontano dal cimitero di Chiaravalle.
Un particolare, quest'ultimo, registrato con attenzione da Zanella, l'autore della scoperta. Ma c'era dell'altro.
Si chiamava Chiara Turconi. Era in stato interessante, si trovava al terzo mese di gravidanza. Prima di venire uccisa, con una serie di coltellate, aveva avuto dei rapporti sessuali protetti, spiegava lo stesso agente.
Ardig lo ascoltava, mentre spulciava il materiale contenuto nel fascicolo: i verbali, i resoconti della Scientifica e le macabre foto del martoriato corpo.
A indagare - prosegu Zanella - furono gli uomini del commissario Sacchetti.
Fece una pausa, lasciando riflettere il suo responsabile.
Il commissario Ettore Sacchetti, il mitico Capo della Mobile in quella burrascosa seconda met degli anni Settanta, il futuro prefetto di Milano, il poliziotto tutto d'un pezzo che aveva messo all'angolo Vallanzasca, costringendolo a fuggire a Roma dove poi era stato arrestato facilmente dai Carabinieri, lo sbirro senza pistola che aveva incastrato prima Turatello - finito in un carcere di massima sicurezza in Sardegna dove era stato brutalmente sventrato da altri detenuti - quindi Epaminonda, spingendo quest'ultimo a pentirsi e collaborare.
Un grande uomo di Stato, un esempio per Ardig.
Sacchetti, ormai settantenne, smessa la divisa, da alcuni anni era stato eletto senatore e dagli scranni di Palazzo Madama continuava a occuparsi della sicurezza e dell'ordine pubblico, battendosi per far avere maggiori finanziamenti e dotazioni alle forze dell'ordine.
Vado avanti?, chiese esitante Zanella.
Certo.
Per questo atroce delitto non venne mai iscritto nessuno nel registro degli indagati. Dalla lettura dei verbali emerge che le indagini si orientarono proprio verso ambienti esoterici. Intorno al cadavere, infatti, vennero trovati dei resti di ceri neri.
Il solito brivido corse lungo la schiena di Ardig.
Nessun accenno a crocifissi spezzati?
No.
Resti di ceri neri. L'ennesima singolare coincidenza.
L'omicidio - continu Zanella - non era stato commesso nel prato dove  stato rinvenuto il cadavere. La ragazza doveva essere stata uccisa da almeno due ore e il corpo era praticamente esanguato.
Altro da segnalare?, domand il commissario.
Quella notte pioveva di brutto. E questo ha complicato il lavoro della Scientifica, cancellando molte tracce.
Va bene. Ottimo lavoro ragazzi. Ora andate a casa a riposare. Ci vediamo domani.
Stava per chiamare Velluti quando trill il cellulare.
Malerba.
Dimmi, Fede.
Ho appena ricevuto un'email. Mittente anonimo. Non c' indirizzo
Ardig rabbrivid.
Cosa dice?
Che la Procura di Lucca ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Marcello Noferini, indagato quale responsabile degli omicidi Annoni, Orrigoni, Pozzi e Barassi.
Che cazzata. Non scrivere nulla.
Bruno... l'email non era destinata soltanto a me.  stata spedita in copia a una dozzina di colleghi: tutti quelli che si stanno occupando di questi omicidi. Non posso ignorare la notizia. Gli altri non lo faranno. Tra i destinatari c' anche la redazione interni dell'Ansa. Potrebbero mandare la notizia in rete gi tra qualche minuto.
Aveva ragione. Non potevano farci pi nulla.
Sentiamoci dopo.
Conged Malerba e imprec.
Chapeau!
Cos l'assassino aveva davvero chiuso il cerchio.
Noferini nel giro di qualche ora sarebbe diventato il nuovo Pacciani, il nuovo Bilancia, il nuovo Delfino.
Il Mostro con la M maiuscola da sbattere in prima pagina. Anzi di pi.
Perch se questi assassini avevano nella brutalit, nella bestialit, nella ferocia, la loro caratteristica principale, il potenziale mostro Noferini aggiungeva di pi, molto di pi: un professore, un intellettuale, uno scrittore, un uomo facoltoso, un satanista, un esperto di dottrine esoteriche.
Il massimo per dipingere il male assoluto, il cattivo dei peggiori incubi. Sarebbero stati scritti fior di editoriali sulla sua misteriosa figura, le tiv ci sarebbero andate a nozze con dibattiti e ricostruzioni.
E la Procura di Lucca, spinta dalla pressione mediatica, non avrebbe potuto fare altro che arrestarlo, sulla base delle prove a suo carico.
Sferr un pugno violentissimo sulla scrivania, facendosi male alla mano destra. Poi si impose di calmarsi.
Apr una bottiglietta d'acqua naturale.
Tracann mezzo litro d'acqua quasi d'un fiato.
Quindi si accese una sigaretta.
Si sentiva impotente, paralizzato di fronte a questa fuga di notizie che complicava ulteriormente il suo lavoro. Comprese che non aveva alternative: doveva accelerare nella sua inchiesta. Chiam Velluti.
Vieni a prendere un fascicolo nel mio ufficio. Metti sotto qualcuno. Pinton, Sinato, Sanna. Vedi tu chi trovi. Ho bisogno di sapere tutto su una studentessa universitaria uccisa nel 1976.
Nel 1976?, obiett il sottoposto.
Ti ho detto di venire qua, senza farmi perdere tempo. Ti spiego tutto.
Afferr nuovamente il telefono.
Massimo, come sei messo?
Santoni era nuovamente in compagnia del maresciallo Salvucci e del vecchio Papini.
Sono qui alla stazione dei Carabinieri di Marina di Pietrasanta.
Novit?
Nulla di nuovo.
Allora torna a Milano. Mi servi il prima possibile.
OK. Sono in ufficio per le 15, traffico permettendo.
Imprec nuovamente. La situazione stava precipitando.
Si domand per quale ragione a emettere il provvedimento di arresto fosse stata la procura di Lucca, evidentemente attivata dai Carabinieri di Pietrasanta, e non quella di Brescia, competente territorialmente per le indagini sull'omicidio Barassi.
Si spost verso la finestra, per riempirsi gli occhi del rilassante panorama di piazza San Sepolcro.
La statua di Federico Borromeo sembrava sorvegliare la piazza, garantendone il silenzio e la tranquillit che contraddistinguevano quell'insolito scorcio del centro milanese.
Mentalmente lanci una bonaria richiesta di soccorso all'indimenticato cardinale ambrosiano. Rise da solo.
Servirebbe un miracolo...
Mai una prebenda fu tanto opportuna.
Difficilmente cardinal Borromeo, da lass, si poteva essere scomodato per venire in aiuto al collerico commissario.
Ma almeno la Dea Bendata, grande assente nell'ultimo mese, sembrava essersi degnata di rivolgere il suo sguardo verso il giovane responsabile della Omicidi.
Lo intu quando, dopo aver sentito bussare, vide comparire sulla porta il sovraintendente Pasini.
Antonio, a cosa debbo il piacere?, esord sorpreso Ardig.
Troppi pensieri. Si era dimenticato della richiesta fatta al collega la mattina precedente.
Il funzionario lo squadr, incerto se il superiore stesse scherzando, cosa di cui dubitava conoscendolo, o davvero si fosse scordato dell'incombenza affidatagli.
Qualche secondo per valutare e alla fine opt per la seconda ipotesi.
Ardig perdi i colpi, vedo... Non ti ricordi? Mi avevi chiesto di visionare i filmati di alcune telecamere esterne del Terminal 2 di Malpensa.
Improvvisamente il responsabile della Omicidi realizz.
L'espressione soddisfatta del collega faceva ben presagire.
Dalla cartelletta che teneva sotto braccio tir fuori alcuni fogli: immagini di fotogrammi, stampate in bianco e nero. Riconobbe il muso della Lancia Thesis in diverse istantanee.
Ecco la tua macchina nera. Ripresa tra le 6,25 e le 6,45 della mattina del 18 giugno, dichiar solenne, con tono canzonatorio, Pasini.
Prima di calare l'asso sul panno verde.
Ed ecco chi la guidava.
Questa volta al posto del consueto brivido sulla schiena si sostitu un istantaneo rizzarsi dei bulbi piliferi e dell'epidermide. Come se gli stessero versando acqua ghiacciata sulla schiena.
I volti dei due uomini si distinguevano nitidamente.
Appoggiati al cofano della macchina.
Uno dei due, sulla quarantina, robusto, indossava jeans, giacca nera e Ray Ban.
L'altro, sulla trentina, aveva il volto scolpito, glabro, la mascella squadrata, i capelli rasati, tipo militare, e fisico prestante.
Sfogli le varie immagini. In una soltanto il pi vecchio dei due si era tolto gli occhiali scuri.
Esponendo i suoi connotati alla merc della telecamera.
Cazzo, esclam Ardig.
Preparati a offrirmi una cena come si deve. Questa volta andiamo in qualche posto di lusso. E il vino lo scelgo io, prosegu divertito Pasini.
Non dirmi che..., azzard speranzoso.
Proprio cos. Il faccino di questi due baldi signori era ospitato nell'archivio fotografico dei ricercati dell'Interpol.
Fine della ricerca: erano quasi al capolinea.
Stava per incontrare il Minotauro.
Stava per cominciare la caccia.
Stava per far calare il sipario.
Chi sono?
Predrag Markovic - rispose Pasini, indicando il pi anziano dei due - nato a Belgrado nel 1963. Ex ufficiale serbo nella guerra in Croazia, volontario in bande paramilitari che gravitavano intorno alle terribili Tigri del comandante Arkan, responsabili di tanti sanguinosi eccidi, quindi membro della polizia politica di Belgrado, comandata direttamente dagli uomini pi fidati di Slobodan Miloevic, dal 1995 al 2001.  fuggito da Belgrado qualche mese dopo la caduta del regime di Miloevic, nel 2002. Era stato avvistato in Germania, dove aveva dei parenti, poi in Olanda, dove era sospettato di un omicidio a Rotterdam, come sicario prezzolato della criminalit locale. Ufficialmente  un latitante ricercato per omicidio.
Un tipo pericoloso, osserv laconico Ardig.
Non  tutto, prosegu Pasini.
La mobile di Treviso lo aveva nel mirino e lo inseguiva qualche anno fa.
Perch?
Ti ricordi la rapina nel 2006 a quel portavalori nel trevigiano?
Il commissario scosse la testa.
Un commando di uomini armati di kalashnikov - ricord il collega - assal un blindo dopo avergli bloccato la strada con un'auto di traverso. Trivellarono di colpi il mezzo e fecero saltare la porta laterale con una piccola carica di esplosivo. Ferirono le tre guardie e si portarono via mezzo milione di euro. Agirono in meno di un minuto e si volatilizzarono nel nulla.
Ah... s, mi ricordo. E allora?
Da informatori i colleghi trevigiani vennero messi sulle tracce di questo Markovic, che da alcuni mesi operava nella zona tra Treviso e Pordenone, dove pare gestisse un giro di prostituzione di ragazze serbe. E trafficasse in armi. Dopo quella rapina, per,  sparito dalla circolazione.
Avr cambiato aria perch il terreno gli scottava sotto i piedi. Poi aveva i soldi...
Probabile. Ma lo sai, la vita da latitante costa... Comunque, secondo quelli di Treviso, era fuggito in Slovenia, dove aveva appoggi.
E oggi  tornato.
Pare di s.
E l'altro?
Zelimir Silobad. Anche lui di Belgrado. Classe 1977. Ha partecipato alla campagna militare in Kosovo. Espatriato per sfuggire all'accusa di traffico d'armi e altri capi d'imputazione.  ricercato per aver gravemente ferito un uomo a Lubiana nel 2007, con una coltellata.
Un altro bel soggettino, comment Ardig.
Anche lui pare sia passato in Italia, intorno al 2005. Il suo nome figurava tra quelli contenuti in un elenco stilato dalla Digos di Vicenza, nell'ambito di un'operazione anti prostituzione. Non  mai stato trovato e dunque..., concluse allargando le braccia Pasini.
Basta e avanza, tagli corto Ardig.
Ora pi rilassato.
Il suo fantasma finalmente aveva un nome e un cognome. E un volto. Anzi due.
Predrag Markovic e Zelimir Silobad.
Eccoli i professionisti che stava inseguendo da un mese.
Un ex militare ed ex poliziotto.
Ecco chi aveva tutti i requisiti in possesso dell'assassino: sangue freddo, cattiveria, volendo anche crudelt, competenza ed esperienza per eludere telecamere e testimoni, per rubare automobili, forzare serrature e via dicendo.
Per fortuna almeno un errore lo avevano commesso: farsi riprendere dalle telecamere esterne del Terminal 2 di Malpensa. Non ci sarebbero mai arrivati se non avessero collegato quella Lancia Thesis nera che aveva pedinato Barassi con il rapimento del dottor Pozzi.
In realt, ad essere obiettivi, non c'erano prove per collegare la scomparsa del medico con la contemporanea presenza in aeroporto, proprio nei minuti in cui il luminare transitava in quell'area, di quei pericolosi latitanti serbi.
Ma non aveva nessuna intenzione di credere all'ennesima coincidenza.
Aveva i suoi killer. Doveva catturarli e fargli poi sputare il nome del mandante.
Non sarebbe stato facile, per, stanarli. Doveva ricorrere ad ogni aiuto possibile: Digos, Interpol, Carabinieri.
Sospir.
Il sostituto procuratore Perilli aveva accettato di scomodarsi per venire di persona nell'ufficio del responsabile della Omicidi.
Santoni, appena arrivato dopo un viaggio di quasi quattro ore, era stato l'ultimo a entrare nella stanza, appena in tempo per il briefing.
Intorno al tavolo da riunioni aveva convocato anche Velluti, Pinton e Sinato.
Per aiutarli ad avere un quadro preciso aveva tracciato una sorta di schema su un foglio A3 dispiegato sul tavolo.
Sembrava un generale intento a rivelare i dettagli del suo piano bellico ai suoi ufficiali alla vigilia di una battaglia campale.
Sappiamo che la Lancia Thesis rubata a Lucca, di propriet di Marcello Noferini, si trovava a Malpensa la mattina del 18 giugno, pi o meno negli stessi minuti in cui il medico usciva dall'area Arrivi del Terminal 2 per recarsi al parcheggio a recuperare la sua vettura. Parcheggio che, come ben sappiamo, non ha mai raggiunto, scomparendo nel nulla prima, durante il tragitto, per poi essere ritrovato morto, il giorno successivo, nei giardini Vergani a Milano. Dalle telecamere di sorveglianza abbiamo appreso che la vettura rubata era in possesso di due pericolosi ricercati serbi, Predrag Markovic e Zelimir Silobad.
Ardig riepilog a beneficio dei presenti il curriculum dei due criminali balcanici.
Da quel che sappiamo, entrambi hanno operato, nel giro della prostituzione gestito da connazionali, in Veneto, tra il 2005 e il 2006.  possibile che in quel periodo abbiano lavorato insieme e addirittura partecipato a una sanguinosa rapina a un portavalori avvenuta nei pressi di Conegliano nel 2006. Ed  probabile che i due avessero poi riparato in Slovenia.
I presenti annuirono senza interromperlo.
Abbiamo inoltre la prova che la suddetta auto rubata a Noferini era presente, la settimana successiva, nell'area di servizio Monte Baldo Nord, nel veronese, proprio in concomitanza con la sosta effettuata da Samuele Barassi pochi minuti prima di venire ucciso in una successiva area di parcheggio nel bresciano. Non abbiamo prove determinanti per collegare la presenza di questa vettura ai due omicidi e non abbiamo nemmeno la sicurezza che nell'autogrill, al volante della Thesis, ci fossero proprio Markovic e Silobad, poich le telecamere non sono riuscite a riprendere il guidatore, tuttavia le modalit del delitto mi inducono a propendere per questa ipotesi.
Il commissario si ferm in attesa di una valutazione da parte del magistrato. Che indugi qualche istante prima di sbilanciarsi.
Capisco la sua prudenza, in ogni caso affermerei che non ci sono dubbi. Troppe coincidenze fanno una prova. No?
Bene - riprese Ardig - allora proseguiamo. Dalle indagini svolte in Versilia abbiamo la conferma che le quattro vittime, Annoni, Orrigoni, Pozzi e Barassi, si frequentavo in giovent, erano amici e addirittura formavano un'affiatata squadretta di calcio, di cui facevano parte anche lo stesso Noferini e un altro allora giovane milanese, Roberto Micheletti, deceduto a sua volta lo scorso 7 giugno in uno strano incidente stradale a Corvetto. Approfondendo le ricerche su questo Micheletti abbiamo poi avuto un'ulteriore conferma, ovvero che quattro di questi uomini, Annoni, Barassi Noferini e lo stesso Micheletti, frequentavano qui a Milano la stessa facolt, Storia, all'Universit Statale di Milano, negli anni compresi tra il 1974 e il 1978. E possiamo dedurre, da queste informazioni, che i sei ragazzi avessero un rapporto di amicizia, presumibilmente, sia durante le vacanze estive, in Versilia, che nei mesi invernali a Milano. Di questa amicizia, per, non abbiamo avuto quasi nessun riscontro da parte dei congiunti delle vittime, ad eccezione del fratello del Barassi che ci ha permesso, con le sue rivelazioni, di infilare la direzione della Versilia nelle indagini, e di quello di Annoni che ha parzialmente confermato questa ricostruzione.
Un'altra pausa.
Cosa ne deduce, commissario?, domand curioso Perilli.
In genere tutti noi conserviamo foto o ricordi della nostra giovent, soprattutto delle nostre vacanze. La moglie di Pozzi e quella di Micheletti ignoravano totalmente che i rispettivi mariti avessero trascorso le vacanze giovanili in Versilia. E nessuno di loro, nelle proprie abitazioni, aveva qualcosa che potesse ricollegarli a quegli anni. Che so, una maglietta da calcio della loro squadretta, una foto di gruppo, una cartolina. Nulla.
Comincio a capire, lo interruppe il sostituto procuratore.
Il commissario lasci che fosse il magistrato a proseguire.
Come se avessero voluto nascondere il loro passato, gli anni della loro giovent.
 quello che  accaduto, sentenzi Ardig.
Pertanto  nel loro passato che dobbiamo scavare. In che anni?, chiese il pm.
Da quanto ci hanno riferito le vedove Micheletti e Pozzi il buco nero, andando a ritroso, inizia dal 1979, massimo 1980. Le signore hanno memoria degli anni successivi, spieg Ardig.
Quindi la ricerca va effettuata tra il 1974 e il 1979.
Pi o meno.
E come pensate di muovervi?
Ci siamo gi mossi. Santoni ha indagato in Versilia, dove non mi sembra sia emerso nulla di strano. No?
L'ispettore intervenne per la prima volta.
Forse qualcosa. L'impressione  che i ricordi e le tracce della presenza del gruppetto in Versilia scompaiano dopo l'estate del 1976, quella in cui vinsero la coppa ferragostana degli stabilimenti balneari.
Ardig lo fiss con attenzione.
Cio?
L'anno successivo la squadra, la grande Olanda come la chiamavano gli stessi ragazzi, non partecip al torneo, nonostante fosse la squadra detentrice. Non parliamo dei Mondiali o della Champions, per  strano...
Altroch..., concord Ardig.
E nessuno dei pochi testimoni interpellati, tra cui il vecchio maresciallo Papini, allora comandante della stazione dei Carabinieri di Marina di Pietrasanta, ricorda di averli rivisti dopo quell'estate o comunque dopo quella successiva. Tranne Noferini, ovviamente, che abitava l.
Come se si fossero persi di vista e avessero scelto di non andare pi in Versilia.
Una scarica elettrica attravers Ardig.
Lino?, si rivolse a Velluti. Quando  stata uccisa quella ragazzina milanese, quella del fascicolo?
La Turconi? L'hanno trovata nel dicembre del 1976. Per la precisione il 13 dicembre, il giorno di Santa Lucia.
Perilli e gli altri poliziotti guardarono Ardig sbigottiti.
Il magistrato fece capire di essersi perso un passaggio chiave.
Ricapitolo a beneficio di tutti i presenti. Nel dicembre '76 una studentessa, tale Chiara Turconi, viene trovata morta, bruciata, nei campi vicino a Chiaravalle. Con dei ceri neri intorno al corpo. E dall'estate successiva la compagnia estiva si scioglie e nessuno di loro si reca pi in vacanza in Versilia.
Un attimo - lo ferm Perilli - stiamo correndo troppo.
Ne dubito, abbozz Ardig.
Lei ipotizza che i sei uomini siano i responsabili, o comunque siano stati coinvolti, nell'omicidio di questa giovane... come si chiamava?
Chiara Turconi, studentessa di Medicina. Aveva 21 anni, rispose Velluti.
Un momento, avete detto bruciata?
A porre la domanda era stato Santoni.
S, Massimo, carbonizzata, lo zitt seccato Ardig.
L'ispettore con un gesto richiam l'attenzione, riprendendo la parola.
In Versilia, nelle estati di quegli anni, hanno rinvenuto i cadaveri di due ragazzine, entrambe bruciate. Erano nella pineta dietro il lungo mare. Quei due delitti erano stati attribuiti a un mostro mai individuato.
Un silenzio glaciale cal nella stanza.
Eseguite tutte le verifiche e fate ogni riscontro, ordin il sostituto procuratore.
A questo punto voglio avere un quadro inconfutabile. Intanto vi far avere tutti i mandati necessari per poter interrogare Noferini. Qui o nel carcere di Lucca dove, a quanto ho appreso,  gi stato trasferito.
Ardig assent, sciolse la riunione e affid singoli incarichi ad ogni suo uomo disponibile.
Aveva un paio di ore da riempire, nell'attesa di fare il punto sulle ricerche condotte dai suoi uomini: decise di approfittarne per recarsi alla Cattolica, dal professor Fusaro che, da quel che ricordava, al mattino era sempre presente in ateneo.
Intanto avrebbe telefonato a Mercuri, per aggiornarlo sulle novit.
Niente. Non gli caviamo una parola. E ci prende pure in giro, ci tratta come degli imbecilli.
Il commissario bresciano aveva un diavolo per capello.
Noferini si stava dimostrando, come aveva previsto, un muro di gomma, impermeabile alle domande degli inquirenti. Non tentennava e non arretrava di un millimetro.
 un duro. Conosce la legge,  tranquillo, consapevole che faticheremo a incastrarlo e si diverte a dimostrarcelo, si sfog deluso Mercuri.
Gli alibi?, chiese un po' ingenuamente Ardig, mentre transitava in largo Cairoli.
Figurati. Non si  quasi mai mosso da Pietrasanta. Il giorno del delitto Barassi ha persino presenziato a un convegno a La Versiliana, dove c'erano anche il ministro per i Beni Culturali e il presidente della provincia di Lucca, oltre al sindaco, assessori e via dicendo. Fai te.
E i movimenti bancari?
Niente. Piccoli prelievi, soliti bonifici. Nessuna ingente somma spostata. Se fosse lui il mandante dei delitti significa che ha trovato un killer che lavora gratis, magari solo per il piacere di uccidere. Considerato il suo carisma e le sue doti persuasive non mi stupirei....
Non poteva lasciar divagare inutilmente il collega.
Doveva informarlo.
Forse abbiamo gi individuato l'esecutore materiale dei delitti. O meglio gli esecutori..., lo interruppe Ardig.
Mentre infilava via Carducci cominci a raccontare di quanto scoperto dai filmati delle telecamere dell'aeroporto di Malpensa.
Uno scoop tira l'altro.
Tutti i suoi colleghi avrebbero pubblicato la notizia dell'arresto del professor Marcello Noferini, senza poter abbondare in particolari.
Il suo ruolo nella vicenda era oscuro, non si conoscevano neppure le argomentazioni addotte dalla procura di Lucca per chiederne l'arresto.
Nessuno, tra i colleghi, escluso Giusti, poteva collegare Noferini all'ultima vittima: Barassi.
Lui s. E non solo.
Il suo asso nella manica era la Grande Olanda.
Johann Cruyff, Johnny Rep, Johann Neeskens, Ruud Krol, Ruud Geels e Kees Kist.
Aveva tutti i nomi dei componenti della squadretta, aveva una nuova foto, inedita, scovata, grazie al solito Giusti, nell'archivio della biblioteca comunale di Forte dei Marmi.
Niente di straordinario: una semplice istantanea con le due squadre finaliste del torneo del Ferragosto '76, immortalate nella canonica stretta di mano prima della gara conclusiva.
La trasferta in Versilia, professionalmente parlando, si era rivelata estremamente proficua.
Brigante era soddisfatto, il direttore gli mandava i suoi complimenti e la sua casella di posta elettronica, che aveva scaricato con il palmare, era ingombra di messaggi di lettori. Era tempo di rientrare a Milano. Da vincitore.
Aveva un solo cruccio: Lucrezia.
In tutti questi giorni si era limitata soltanto a uno stringato sms.
Sto lavorando tanto, sono molto stanca. Ho letto tuo articolo, complimenti. Un bacio.
Non molto incoraggiante.
Sembrava passato un secolo da quando l'aveva baciata.
Invece erano trascorsi soltanto sette giorni.
Appena rientrato a Milano l'avrebbe cercata, di persona.
Mentre chiudeva il borsone da viaggio fu colto da un ultimo pensiero: il professor Monti.
Non lo sentiva ormai da diversi giorni.
Cerc il numero sulla rubrica e lo chiam.
Attenzione, il numero chiamato  inesistente.
Strano.
Ricontroll il numero, che, del resto, conosceva a memoria. Era proprio quello.
Avrebbe ritentato pi tardi.
Conosco il professor Noferini. L'ho incontrato diverse volte di persona.
Il professor Fusaro come sempre si dimostrava collaborativo e concreto. Di poche parole, sapeva arrivare al punto senza troppi voli pindarici.
Un tipo da prendere con le molle...
In che senso?
Freddo, arrogante, presuntuoso.
Non mi sembra un gran giudizio, complessivamente..., valut Ardig.
Non mi piace, non mi  simpatico. Tuttavia lo stimo.  capace, preparato e intelligente. Ci occupiamo di materie diverse, non abbiamo mai lavorato per lo stesso ateneo. Ho comunque avuto modo di incontrarlo in alcuni eventi pubblici e, le ripeto, ho potuto constatare quanto sia preparato. E come sappia attrarre l'attenzione e l'ammirazione di chi lo ascolta.
Posso essere franco con lei, professore?
Certo, commissario.
Sto dando la caccia a un avatar. Sa di cosa si tratta?
Un maestro.
Un cattivo maestro. In questo caso.
Ho capito... Noferini... Non mi chieda un giudizio, per favore.
Le sto chiedendo proprio questo.
L'anziano docente si sfil i vistosi occhiali da vista.
Si stropicci gli occhi, poi finalmente torn a fissare il poliziotto.
Pu essere. Ha carisma, carattere, ascendente. Davvero, pu essere.
La ringrazio.
Torn a recuperare la macchina lasciata in una traversa, via Nirone.
Intanto, camminando, rifletteva.
Seguendo il filo di Arianna aveva quasi raggiunto la caverna del Minotauro. O meglio dei Minotauri.
Era evidente che uno come Noferini non avesse nulla a che spartire con due pericolosi e violenti ex poliziotti e militari serbi come Markovic e Silobad.
Un'illuminazione lo squarci. Che ci fosse un altro Teseo impegnato nella sua stessa caccia?
Stava cercando di riordinare i pensieri quando un bip lo distolse.
Illumin il display del cellulare per leggere l'sms appena ricevuto. Il numero non era registrato in memoria.
Ciao Commissario... quando vuoi, sai dove trovarmi. Manuela.
Non prov nessun tipo di emozione.
Cancell il messaggio dirigendosi verso l'automobile.
Lo attendeva un lungo pomeriggio in commissariato.
Pass al bar per un tramezzino e una spremuta, quindi sal in ufficio.
Pronto per una lunga serie di resoconti.
Il primo a bussare alla sua porta fu Santoni.
Aveva passato le ultime ore al telefono con i Carabinieri di Marina di Pietrasanta, a loro volta in contatto con la capitaneria di zona, a Pietrasanta.
Il fax aveva sputato una cinquantina di pagine dattiloscritte. Tutto il materiale contenuto nei fascicoli riguardanti i due delitti attribuiti al Mostro della Versilia o Mostro della Pineta.
L'espressione del viso, poco convinta, quasi delusa, dell'ispettore, non faceva intravedere nulla di esaltante.
Ardig segu l'istinto.
Qualcosa non ti convince?
Infatti.
Santoni gli pass il materiale: evidentemente non ne aveva bisogno per esporre la sua relazione.
I due delitti sono simili, per il modus operandi e per la scena criminis. Ma con differenze notevoli. Prima di tutto l'et delle vittime. La ragazzina uccisa nel 1974, aveva solo 15 anni e dall'esame necroscopico  emerso che era ancora illibata. La seconda vittima aveva 19 anni e dall'autopsia  risultato che aveva gi avuto rapporti, persino di natura anale.
Il capo della Omicidi sfogli rapidamente le schede.
Janine Ceulemans, nata a Seraing, in Belgio, nel 1959.
Si trovava in vacanza in un camping nella zona di Castagneto Carducci, in provincia di Livorno.
A pi di cento chilometri di distanza dalla pineta che separa Viareggio e Torre del Lago dove fu ritrovata carbonizzata il 19 agosto 1974.
Gli inquirenti - prosegu l'ispettore - ipotizzarono che l'assassino avesse prelevato la ragazzina nel pomeriggio del giorno precedente, sul litorale di Donoratico, dove si trovava con la famiglia. I genitori hanno dato l'allarme dopo qualche ora, con una denuncia ai Carabinieri locali, la sera del 18 agosto. Le ricerche sono scattate, soprattutto nella zona tirrenica del basso livornese. Il cadavere, come detto,  stato scoperto soltanto il giorno successivo. Aveva finito di bruciare da poche ore. Il decesso, stabilirono i medici, andava datato alla sera del 18 giugno. Poche ore dopo la scomparsa, o meglio il rapimento.
La dinamica era abbastanza chiara: il Mostro aveva prelevato, forse adescandola, forse prendendola con la forza o con la minaccia, la povera Janine a Donoratico, l'aveva quindi condotta altrove e l'aveva uccisa qualche ora dopo, senza abusarne sessualmente.
Infine aveva arso il cadavere a distanza di quasi 24 ore.
Come  stata uccisa?
Questa  l'altra discordanza.  stata strangolata. A mani nude. L'assassino doveva avere mani robuste e una forza notevole. Potrebbe essersi trattato di un raptus.
E la seconda vittima, invece?
Ci stavo arrivando. Le hanno sfondato il cranio con un corpo contundente. Una spranga, una pala, un attrezzo da cantiere.  stata colpita anche sulla parte toracica. Presentava diverse fratture. Anche alle braccia. Sicuramente aveva cercato di opporre resistenza. E aveva subito violenza sessuale, anche se nella vagina non sono state rinvenute tracce di sperma.
Un maniaco o un mostro che si premura di non eiaculare per non lasciare tracce? O che utilizza il preservativo?, rifletteva scettico Ardig.
Non convince, sono d'accordo. C' poi una terza differenza. Il cadavere, in questo caso,  stato bruciato poco dopo l'omicidio, non a distanza di un giorno come nel delitto Ceulemans.
Osserv la scheda.
Viola Baccelli, nata nel 1957 a Firenze, residente a Lastra a Signa, nell'hinterland fiorentino: aveva appena conseguito il diploma di ragioniera.
Si trovava in vacanza a Lido di Camaiore, in una pensione, con una compagna di classe, Mara Vascotto, a sua volta deceduta nel 1990 in un incidente stradale.
L'ultima anomalia rispetto al primo omicidio - concluse Santoni - riguarda il fatto che la vittima alloggiava nei dintorni rispetto al luogo dell'omicidio. In questo caso l'assassino non ha dovuto trasportarla altrove.
Gli inquirenti toscani avevano attribuito i due delitti alla stessa mano, basandosi su tre elementi: le vittime erano entrambe giovani, erano state entrambe carbonizzate e i loro corpi erano stati arsi nella stessa zona boschiva tra Viareggio e Torre del Lago, a distanza di poche centinaia di metri.
I due delitti potrebbero non essere stati compiuti dalla stessa persona, si sbilanci Santoni.
Ardig annu.
Un'ultima cosa.
Dimmi, Massimo.
Ho controllato la scheda di Noferini. Nell'estate 1974 si trovava negli Stati Uniti, dove si  diplomato in un college della Pennsylvania.  rientrato in Italia soltanto a fine settembre.
Con il primo delitto, pertanto, l'esperto in dottrine occulte non poteva avere nulla a che fare.
Con il secondo invece...
Ipotizziamo che chi ha ucciso Viola Baccelli abbia voluto bruciarne il corpo in quella pineta proprio per depistare le indagini e farne ricadere la responsabilit sul presunto Mostro che aveva gi colpito nel 1974, tent Santoni.
Era proprio quello a cui stava pensando Ardig.
Che aument la posta sul tavolo.
Quelle due prostitute dell'Est. Quei due delitti attribuiti agli Angeli di Lucifero nei primi anni Novanta...
Non furono carbonizzate, lo anticip l'ispettore.
OK, ma furono uccise anche loro con un corpo contundente, no?
Una delle due, l'altra a coltellate.
Un'attinenza comunque c'era.
E i loro corpi furono abbandonati in una zona boschiva.
Infatti.
Un'altra attinenza con i delitti Baccelli e Turconi.
Massimo... non mi maledire.
Il sottoposto scosse la testa benevolmente, predisponendosi, mentalmente, alla nuova incombenza che gli stava per essere affibbiata.
Devi tornare in Versilia. Fatti aiutare dal maresciallo Salvucci. Devi indagare sul delitto del 1976, devi raccogliere pi informazioni possibili. E saperne anche qualcosa in pi su Noferini, la moglie, l'attivit commerciale, l'incidente occorsogli con la studentessa alla Normale.
Va bene.
Se tutto andr come credo tra qualche giorno saremo noi a interrogarlo. E dobbiamo avere in mano qualcosa di concreto se vogliamo provare a metterlo in difficolt.
Santoni si alz dalla sedia.
Parto subito?
Sarebbe meglio.
OK passo da casa, preparo la borsa e vado.
Massimo... grazie.
Uscito il sottoposto rimase solo. A riordinare i pensieri.
Nella sua mente elementi e indizi ruotavano a velocit vorticosa. Faticava a rimetterli in un ordine, cronologico e razionale.
Prima la profanazione della tomba dell'Acerbi, con tanto di rivendicazione.
Quindi l'omicidio Micheletti, mascherato da incidente stradale.
Poi i tre delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi, tutti plateali e rivendicati.
A seguire l'incursione nella chiesa di Sant'Antonio, la Vegas utilizzata per assassinare le tre vittime e i resti di quelle vecchie ossa, presumibilmente quelle dell'Acerbi, depositati sulla lapide in memoria del marchese: la rivendicazione pi eloquente, per annunciare che il sipario sta calando.
Infine l'assassinio di Barassi, nuovamente mascherato, questa volta maldestramente, da rapina.
Dulcis in fundo Noferini, con la valigia sottratta al Barassi e la pistola utilizzata per ucciderlo lasciate in bella vista nel suo bagagliaio.
Aveva dimenticato un passaggio: il telefonino di Pozzi lasciato davanti al cimitero di Castellazzo, quel piccolo camposanto che gli Angeli di Lucifero, nei primi anni Novanta, avevano scelto quale palcoscenico per le loro macabre rappresentazioni.
L'assassino aveva tracciato un percorso, preciso, facile da seguire: lo avevano imboccato e ora si trovavano a un punto morto.
Noferini, e il quadro era davvero questo, non avrebbe detto una parola, perch non avrebbe mai rischiato di scoperchiare il pentolone che avrebbe potuto riscrivere la storia investigativa degli omicidi di Viola Baccelli e Chiara Turconi negli anni Settanta e delle due prostitute dell'Est negli anni Novanta.
Non avevano un testimone, un superstite. Nulla.
Nemmeno un movente valido. Gi, il movente...
Il grande assente in tutta questa sanguinosa vicenda era proprio un movente.
La fantasiosa vendetta del marchese Acerbi, portata avanti da una setta satanica poteva reggere, in parte, per i delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi: una pattuglia di invasati, plagiati da una mente superiore, magari proprio quella di Noferini, poteva aver ucciso i lontani discendenti delle casate rivali del Diavolo di Porta Romana, per motivazioni incomprensibili razionalmente, anche se purtroppo spiegabili per chi ragionava con l'ottica, folle e sanguinaria, dei gruppi satanici.
In fin dei conti per cosa avevano ucciso le Bestie di Satana?
Restavano per gli omicidi Micheletti e Barassi.
Nessun collegamento con l'Acerbi.
E infatti non erano stati giustiziati con la Vegas.
Avevano chiuso la bocca a due testimoni scomodi?
O a due complici?
E perch tirare in ballo gli Angeli di Lucifero, scomparsi nel 1995?
Aveva bisogno di parlare, di sfogarsi, di confrontarsi con qualcuno che potesse ascoltarlo e dargli un parere, magari persino dei consigli o dei suggerimenti.
Non Vanner: non si era mai fidato a pelle di quel borioso e inquietante studioso e inoltre, in qualche modo, era vicino, se non persino amico, di Noferini.
Continuava a non capacitarsi su come avesse fatto a impiegare cos tanto tempo a collegare il docente versiliese con il Diavolo di Porta Romana.
Non il professor Fusaro: non c'era abbastanza confidenza per coinvolgerlo.
Malerba. Ecco, Malerba.
Ormai era dentro le indagini e sapeva quasi tutto.
D'impulso prese il telefono e chiam l'amico giornalista.
Il rumore di fondo era chiaramente quello di una macchina con i finestrini aperti.
Aspetta... metto l'auricolare... eccomi.
Dove sei?
Ho superato Fiorenzuola da poco. Sono quasi a Piacenza.
Ah... pensavo fossi gi rientrato a Milano.
No, sono partito tre ore fa da Viareggio. Piuttosto, che mi racconti? Hai qualche novit?
Nessuna, per... vorrei parlarti. Come sei messo stasera per cena?
Il primo e unico pensiero di Federico da quando aveva lasciato il mare della Versilia era stato uno solo: Lucrezia.
Peccato che l'avvocato Romeo, nonostante i tanti sms spediti, non si era fatta sentire. Era sabato e se aveva una speranza, una sola, di poterla vedere, era proprio quella sera.
Fece oscillare i piatti della bilancia.
Da una parte la bella e inarrivabile Lucrezia, che forse non avrebbe risposto ai suoi messaggini per tutta la sera, dall'altra Ardig, che insolitamente voleva vederlo a cena.
Si decise.
Ci sono. Andiamo al messicano?
Meglio di no... voglio parlarti senza il rischio di eventuali orecchie indiscrete.
Allora vieni a casa mia. Ti faccio un'insalatona di riso. Che dici?
Va bene, per porto io le birre. Vengo alle 20?
Aggiudicato. A dopo.
Velluti e Pinton entrarono insieme.
Avevano lavorato per tutto il pomeriggio, rispettivamente sui movimenti telefonici e bancari di Micheletti e sul profilo di Chiara Turconi.
Il primo a parlare fu l'esperto ispettore pugliese.
Niente, capo, esord laconico con il suo solito tono piatto.
Nessuna telefonata fatta o ricevuta da utenze legate alle altre vittime. Nessun comportamento anomalo, nessun movimento bancario degno di rilievo. Se non avesse incrociato quel furgone sulla sopraelevata del Corvetto poco dopo sarebbe andato a giocare a tennis. Aveva il campo prenotato.
Ardig gir lo sguardo su Pinton.
L'agente appoggi sulla scrivania una foto in bianco e nero di una ragazzina sorridente, giovanissima, con i capelli a frangetta tipici degli anni Settanta.
La foto era stata scattata davanti a un liceo, in piena estate, a giudicare dagli abiti leggeri indossati dal soggetto.
 una foto della vittima, Chiara Turconi, scattata due anni prima, dopo l'esame di maturit. Queste sono le altre foto...
Non era la prima volta, da quando era in Polizia, che si trovava di fronte a immagini raccapriccianti: foto di corpi orribilmente feriti, mutilati, carbonizzati e irriconoscibili, come in questo caso, sono presenti in tutti i fascicoli riguardanti degli omicidi.
Ardig era gi preparato a fronteggiare il traumatico impatto delle immagini del cadavere bruciato della studentessa. La freddezza che contraddistingueva il suo carattere e l'esperienza lo aiutarono nel concentrarsi sui particolari, ignorando il ribrezzo per quel che vedeva.
Un particolare gli salt all'occhio: gli stivali erano quasi integri, scampati alle fiamme. Di color pelle, con il tipico taglio di moda in quegli anni.
Nella galleria fotografica era presente anche l'immagine di una borsetta da donna. Sempre color pelle.
Cosa sappiamo?, chiese senza distogliere lo sguardo.
Chiara Turconi, nata a Milano il 29 giugno del 1955.
La stessa data di nascita di Michel Platin. Curioso, no?, lo interruppe inopportunamente Velluti, grande tifoso juventino.
Il commissario lo fulmin con lo sguardo.
Pinton ricominci.
Studiava Medicina ed era in regola con gli esami. Secondo i genitori aveva una vita tranquilla: usciva poco la sera, non aveva un fidanzato e riceveva poche telefonate.
I genitori ignoravano che la figlia aspettasse un bambino?
Pare di s. Lo hanno scoperto soltanto dopo l'autopsia.
E non aveva un fidanzato..., aggiunse ad alta voce Ardig, poco convinto.
Infatti  proprio su questo particolare che si concentrarono gli inquirenti. Frugarono tra le conoscenze della ragazza nel tentativo di trovare l'eventuale padre del bambino, che avrebbe potuto avere un movente per...
Ardig alz il braccio per interromperlo.
Un momento. In quegli anni non era ancora legale l'aborto?
No, capo - intervenne Velluti -  stato legalizzato soltanto nel 1978. Per in quegli anni abbondavano le infermiere, e persino i medici, che eseguivano aborti clandestini. E la ragazza studiava Medicina, dunque se avesse voluto avrebbe facilmente trovato dove sbarazzarsi del bambino.
Bisogna vedere se voleva sbarazzarsene o meno. Magari era il padre a non volerlo, obiett il capo della Omicidi prima di fare cenno a Pinton di ricominciare.
Per farla breve, vennero interrogati numerosi amici della giovane. Non emerse nulla. Ma tra i nomi degli interrogati ne ho trovato uno interessante: Matteo Pozzi.
Pozzi?
 proprio lui, ho gi controllato le generalit. Era un suo compagno di universit.
E magari era proprio lui il padre del bambino... No,  troppo facile, rimugin Ardig.
Pinton allarg le braccia, possibilista.
Altro?
Non molto. Sembra che la ragazza fosse uscita di casa, quella sera, dicendo che andava al cinema. Non vedendola rincasare, i genitori, in piena notte, cominciarono a chiamare alcuni amici...
Non avvertirono i Carabinieri?
No, a informare la Polizia  stata una telefonata anonima. Alle 4,38 della mattina. A quel punto una pattuglia del commissariato di Corvetto ha scoperto il cadavere, ancora bruciante, in un campo situato vicino ai binari della Ferrovia, vicino allo scalo ferroviario di Rogoredo.
L'estrema periferia Sud di Milano, a meno di un chilometro circa dal cimitero di Chiaravalle, calcol il giovane commissario.
Nella borsetta trovata a pochi metri dal cadavere gli agenti hanno recuperato i documenti della vittima e qualche ora dopo  stata avvisata la famiglia, che ha poi effettuato il riconoscimento della figlia nel pomeriggio.
Strano, per, che non fosse ancora stata sporta denuncia. Una figlia che non torna a casa..., ragion Ardig.
Forse, capo, non volevano. Come dire... compromettersi. Insomma una denuncia di scomparsa della figlia. Magari la notizia sarebbe trapelata..., abbozz Velluti.
Il superiore gli scocc un'occhiata stupita.
Prima di intuire.
Un momento... era una famiglia nota?
Capo... era la figlia di Piero Turconi.
Un altro colpo di scena.
La povera ragazza incinta, trovata carbonizzata in un prato della periferia, come l'ultima delle tossiche o delle prostitute, era la figlia di uno dei pi grandi avvocati penalisti della storia milanese.
Piero Turconi, il Perry Mason di Milano, il legale che aveva difeso brigatisti e boss della mala, fino ai politici coinvolti in Tangentopoli. I suoi scontri in aula con Di Pietro e gli altri pm milanesi erano stati memorabili.
Non sapevo che gli avessero ucciso una figlia, si giustific il responsabile della Omicidi.
Io ne avevo un vago ricordo. O meglio - intervenne Velluti - sapevo che aveva perso una figlia, anche se credevo si trattasse di un incidente. Effettivamente l'episodio, per quanto tragico,  finito rapidamente nel dimenticatoio. Forse anche su stimolo del padre.
Turconi, un uomo sfortunato, se ben ricordava: a met anni Novanta un cancro si era portato via il figlio che lo aveva affiancato come avvocato nel prestigioso studio legale.
E la moglie, di questo ne era sicuro, si era spenta recentemente, al massimo da due o tre anni.
Caspita, che botta. Due figli morti prematuramente. E la prima in questo modo tragico, comment con spontanea sincerit.
Il destino si  accanito contro di lui. Mi stupisce che abbia retto a tutti questi colpi. Evidentemente aveva proprio una tempra eccezionale, aggiunse Velluti, che ben ricordava il legale nei tanti anni in cui aveva frequentato il tribunale.
Da quel che so - continu Velluti - non se la passa tanto bene. Ha un cancro anche lui.
Quanti anni avr?, chiese Ardig.
Mah... ricordo che festeggi i 70 anni, insieme al figlio, in tribunale, proprio dopo un'assoluzione di un suo assistito. Doveva essere il 1993 o il 1994. Per cui sar del 1923 o del 1924.
Potremmo sentirlo... Magari, anche se sono passati pi di trent'anni, avr qualche altro dettaglio da fornirci sulle ultime ore della figlia. No?, azzard Pinton.
Non mi sembra il caso. Andare a disturbare un 85enne, per riaprire una ferita cos profonda... No, lasciamo stare. Tanto a cosa servirebbe?, tagli corto Ardig.
Piuttosto... Cercher di scambiare due parole con il senatore Sacchetti. Magari da lui possiamo tirare fuori qualcosa in pi.
Di questa storia non posso scrivere nulla?
Per una volta tanto a parlare era stato Ardig.
Raccontando tutti gli sviluppi dell'indagine all'amico cronista.
Federico butt l la domanda quasi con indifferenza, mentre riponeva in frigo la scodella contenente l'insalata di riso avanzata. L'avrebbe terminata l'indomani.
Ovviamente no.
Peccato.
Posso fumare?, chiese Ardig alzandosi da tavola e avvicinandosi alla porta balcone.
Dalla strada arrivava l'eco delle chiacchiere dei passanti, attutita dai tre piani di altezza.
Le vacanze si avvicinavano e Milano nei weekend cominciava a svuotarsi. Nelle vie del centro, per, la ressa era costante, soprattutto di sabato sera.
Dalla ringhiera il poliziotto tentava di curiosare sui tavoli all'aperto dei tanti ristoranti disseminati in via Vincenzo Monti. Ottone, sdraiato sulle mattonelle del balcone, vicino ai vasi di piante, si godeva il fresco serale.
Quanti anni ha il botolo?, domand Ardig.
Considerando che un anno solare vale circa sei anni di vita per un felino diciamo che  quasi centenario...
Per... li porta bene.
Non cambiare discorso. Cosa posso scrivere di questa storia della figlia dell'avvocato Turconi?, lo incalz l'amico cronista.
Bruno, aspirata un'ultima boccata, valut cosa rispondere.
Non sono sicuro che quel delitto c'entri qualcosa. Davvero. E se non c'entra nulla...
Capito. Rischio di sollevare un vespaio.
Appunto.
L'afa era svanita, la temperatura si era fatta pi gradevole.
Ti va di fare due passi?, propose Bruno.
Come no.
Torn verso il frigorifero, prese due Beck's, quindi apr un cassetto e afferr l'apribottiglie, che si infil in tasca insieme al cellulare e al palmare.
Si incamminarono verso piazza Virgilio, da l girarono verso piazza Santa Maria delle Grazie.
Le panchine davanti alla basilica erano deserte.
In giro non c'era nessuno.
Bruno osserv perplesso la piazzetta.
Ti ricordi quando siamo venuti a prenderti qui? Quella mattina... prima di andare in piazza Vetra a recuperare la terza pergamena?
Gi... c'eravate tu, Pinton e quel tuo collega che non avevo mai visto. Quella specie di Nosferatu...
Scoppiarono a ridere entrambi.
Vanner. Dario Vanner. Di passami l'apribottiglie.
Stapparono le birre.
Federico depose i due tappi di latta proprio nel cestino dove aveva frugato in cerca della pergamena.
Quindi indietreggi portandosi di fronte ad Ardig.
Lo squadr con aria inquisitoria.
Chi sarebbe questo Vanner?
Un criminologo, un esperto in materie esoteriche. Aveva aiutato i colleghi varesini nelle indagini sulle Bestie di Satana e l'ho contattato per avere una sua consulenza. Ora  tornato a Torino.
Tipo inquietante. Al di l delle differenze fisiche somiglia a Noferini, no?
Infatti si conoscono e penso fossero anche amici. Per questo adesso lo tengo alla larga dalle indagini. E poi non mi  mai piaciuto.
Ti  servito?
Sai che non lo so... davvero. E comunque i conti in questa storia continuano a non tornarmi.
Non ti convince l'idea che i due latitanti serbi siano stati pagati da Noferini?
Abbiamo controllato i suoi conti bancari, non ha movimentato un euro.
Andiamo Bruno... avr avuto un conto segreto o del contante per pagarli in nero. Magari un'opera d'arte di valore.
E che vantaggio ne avrebbe avuto dalla morte di quei cinque disgraziati? E perch si sarebbe fatto incastrare?
L'hai detto anche tu, no? Per farsi scagionare. Le prove a suo carico sembrano costruite da qualcuno che vuole incastrarlo. Lui ha gli alibi, viene prosciolto e poi indossa i panni della vittima. Assolutamente insospettabile e cos finisce per farla franca. Facile no?
Non dire cazzate, ora Noferini  in carcere e per bene che gli vada per i prossimi sei o sette anni sar sotto processo, gli pender sulla testa la spada di Damocle di una condanna all'ergastolo e subir la solita gogna mediatica toccata alla Franzoni, a Stasi e a tutti gli altri. E tu sai bene cosa significa.
Malerba rimuginava perplesso.
Ardig prosegu: Ti rendi conto che se non avessero lasciato tutte quelle rivendicazioni per strada non saremmo mai risaliti a Noferini? Se voleva la morte di Annoni, Orrigoni e Pozzi li faceva uccidere con una pistola. Punto. E senza lasciare messaggi e pergamene in giro. Forse saremmo risaliti a Markovic e Silobad, mai a lui. Noferini  una vittima, non il colpevole. Almeno non per questi reati....
Non ti seguo, mi stai dicendo che...
Si scambiarono un'occhiata.
Pensi alla ragazzina? Alla Turconi?
Anche a quella della pineta di Viareggio, la Baccelli. E alle due prostitute ritrovate nel parco delle Groane. Noferini  dietro a tutta questa catena di delitti, non ho dubbi. Ma senza prove...
Fece un gesto di disappunto con la mano.
Fin di scolarsi la birra con un'ultima sorsata.
Federico osservava silenzioso l'entrata del Cenacolo.
Anche se non mi fai scrivere nulla voglio indagare sulla Turconi.
Fede, lascia stare.
Mica puoi impedirmelo. Sono un libero cittadino.
Per il momento..., acconsent Bruno.
Prima di aggiungere: Va bene, per muoviti con discrezione. Il padre  un uomo anziano e malato.
Tranquillo, non faccio cazzate...
Come se non ti conoscessi... Di torniamo a casa.
Il cronista punt verso la fontanella all'angolo con via Ruffini. Ingoll qualche sorsata d'acqua.
Una coppia di ragazzi transitava sul marciapiede opposto, costeggiando il chiostro del convento.
Procedevano mano nella mano.
Felici, spensierati, innamorati.
Sembravano lui e Lucrezia appena sette giorni prima.
La malinconia lo assal improvvisamente.
Bruno percep quanto stava accadendo.
Federico sospir.
Se Lucrezia si fosse fatta sentire... se fossimo usciti... l'avrei portata qui. Non  romantico?
Lucrezia?
Si finse stupito. Era a conoscenza di tutto quanto era successo, il sabato precedente, tra Malerba e l'avvocato Romeo.
Tuttavia non aveva il coraggio di rivelare all'amico che lo aveva fatto pedinare da Sanna. E soprattutto non poteva ammettere di aver sospettato anche di lui.
Mi sono perso qualcosa? Di, racconta.
Questa volta il monologo tocc a Federico.
Parl quasi senza fermarsi, tutto d'un fiato.
Ti manca, eh?
Non sai quanto... cazzo, eravamo partiti bene. Poi si  allontanata. Non so perch.
Non sar convinta. Dalle tempo, non pressarla.
Vorrei vederti al mio posto.
Un po' vorrei esserlo... fidati.
Prese una sigaretta e inizi ad armeggiare con l'accendino.
La mente corse a Manuela, a quel raptus di sesso, istintivo, animalesco, che li aveva travolti.
Scoppi a ridere.
Federico lo guard interdetto.
Mentre si avviavano verso piazza Virgilio cominci a raccontarle dell'amplesso consumato quasi in trance nella sede dell'A-Agency.
Ti sei scopato quella figa della Castoldi?, esclam stupito Federico.
Complimenti per lo stile oxfordiano che ti contraddistingue, replic ironico, Bruno.
Cavolo. Bel colpo!
In che senso?
Be'... non  Lucrezia, sia chiaro. Lucrezia  di un altro pianeta. Per  una bella ragazza, attraente, sensuale. Insomma...
Non so se ho fatto bene. Semplicemente non ho pensato.  successo. Quasi senza accorgermene. Camminarono in silenzio fino al portone dell'abitazione di Malerba.
Ti manca?, chiese a bruciapelo il giornalista.
Chi? Manuela? No..., rispose secco e sbrigativo Ardig. Troppo sbrigativo.
Federico sorrise, senza aggiungere nulla.
Si salutarono.
Rincasato, il cronista usc sul balcone. Era quasi l'una.
Ottone era ancora l sdraiato pigramente al fresco.
Non riusc a resistere. Apr il cellulare e verg un breve sms indirizzato a Lucrezia.
Sei sparita? Che succede?
...
.
...
25. Milano, 5 luglio 2009.
...
.
...
L'ampia facciata del cimitero Maggiore, che i milanesi chiamano il Musocco, si intravede gi dall'incrocio con piazzale dei Laghi, lo svincolo che immette verso la sopraelevata che conduce alle autostrade.
L'estrema periferia nord-ovest di Milano.
Malerba aveva percorso in pochi minuti la grande arteria - denominata corso Sempione nella prima parte e viale Certosa nella seconda - che dal parco Sempione, dall'Arco della Pace, conduce fino al Musocco.
Il traffico, la domenica mattina,  praticamente nullo.
E quella era la seconda domenica di luglio: met dei milanesi erano fuori citt per il weekend o per un anticipo di vacanze.
Non saliva fino a quel lembo estremo della metropoli da una vita. A dire la verit non si ricordava neppure in quale circostanza si fosse recato in quel viale, che culminava in uno slargo, piazzale Landolfo da Carcano, diviso in ampie aree di sosta.
Parcheggi la macchina vicino a un chiosco di fiori.
Si guard intorno: le attivit commerciali della zona era dedicate, esclusivamente, alle onoranze funebri.
Non c'era un negozio di alimentari, di abbigliamento o di elettronica.
Tutti marmisti, con lapidi e addobbi funebri, impresari di pompe funebri o fiorai.
Al Maggiore, come aveva letto poco prima su Wikipedia, erano ospitati circa mezzo milione di milanesi trapassati a miglior vita.
Tra questi, probabilmente, c'era anche Chiara Turconi.
Il condizionale era d'obbligo.
L'informazione arrivava direttamente da Beppe Brigante che aveva sentito al telefono un'ora prima.
L'anziano caporedattore vantava, a suo dire, una memoria di ferro.
Nel 1976 era un giovane redattore del quotidiano La Notte, lo storico quotidiano pomeridiano - il quotidiano che, uscendo intorno alle 12, con una prima edizione mattutina, e alle 15, con una seconda edizione aggiornata, raccontava ai milanesi, quando Internet era ancora una parola ignota per tutti, i fatti accaduti nella notte e nelle prime ore del mattino, quando gli altri giornali erano gi stati stampati - e ricordava nei dettagli la vicenda dell'omicidio della figlia dell'avvocato Turconi e non aveva dubbi sul fatto che il corpo della sventurata giovane fosse stato tumulato proprio al Musocco.
Ovviamente c'era il rischio che la famiglia avesse fatto spostare, successivamente, le spoglie in un altro camposanto. Valeva comunque la pena fare un tentativo.
Varc l'ingresso principale.
Individu subito le macchinette elettroniche per le informazioni relative all'ubicazione della tomba o dell'ossario. Digit il nome e attese la risposta.
Al Musocco erano sepolte due Chiara Turconi, in due aree opposte dell'immenso cimitero. Prese nota delle coordinate dei due campi santi e si rassegn, mentalmente, a scarpinare. Cominci a girare tra colombari e lapidi perdendosi in un tempo da record.
Decise di tornare all'entrata.
Si rec al gabbiotto per chiedere aiuto a uno degli addetti.
Il custode, in maniche di camicia, se ne stava nel suo loculo di cemento che fungeva da portineria: quattro metri di lunghezza e tre di larghezza, uno spazio angusto, refrigerato soltanto da tre ventilatori portatili, di cui uno, per, di notevoli dimensioni.
L'uomo, sulla cinquantina, piuttosto sovrappeso, cercava di asciugarsi il sudore dalla fronte, con il dorso della mano, non posando mai lo sguardo sugli enormi e vistosissimi aloni, causati dal sudore, che chiazzavano le sue ascelle, ormai due enormi macchione nere sull'azzurro chiaro della camicia di ordinanza della divisa municipale, che doveva indossare da regolamento, nonostante il caldo torrido.
Era una di quelle giornate in cui nessuno, secondo il suo punto di vista, avrebbe dovuto recarsi a visitare chi ormai stava eternamente riposando al fresco, sotto qualche metro di terra. Per questo riserv un'occhiata tutt'altro che incoraggiante al nuovo arrivato.
Malerba, tuttavia, non si fece scoraggiare. E prov a giocarsi la sua carta vincente, con la consueta faccia tosta.
Buongiorno, sono un giornalista della Voce Lombarda. Sono qui per fare un servizio sul cimitero, esord brandendo il tesserino professionale e il taccuino.
Il custode lo squadr con atteggiamento pi curioso che infastidito.
Il reporter, mentendo spudoratamente, cal il jolly sul tavolo.
Posso farle qualche domanda? Cos cito il suo nome nel mio articolo di domani...
L'uomo si illumin.
Veramente? Certo. Mi chiamo Mauro Cupit, lavoro qui da 22 anni. O meglio sono 22 anni a settembre...
Il giornalista gli rivolse qualche generica domanda sul numero delle tombe ospitate e su chi fossero i personaggi celebri che riposavano tra quelle mura, vergando qualche scarabocchio sul taccuino per rendere ancora pi convincente lo stratagemma.
Quindi, conquistata la simpatia del portinaio, arriv al nocciolo della questione che pi gli premeva.
Ora che mi ci fa pensare... Anche mia cugina  sepolta qui. Vorrei farle un saluto. Anche se trovare la tomba tra tutte queste... non so...
Scherza? La aiuto io, ci mancherebbe. Come si chiamava sua cugina?
Chiara Turconi.  morta nel 1976.
Il custode lo osserv con un piglio nuovamente serio.
Lei  il nipote dell'avvocato Turconi?
Il giornalista non esit.
Naturalmente,  mio zio. O meglio,  il fratello di mia nonna.
Si augur che la bugia potesse reggere, altrimenti avrebbe fatto una figuraccia apocalittica.
Venga, la accompagno, rispose il custode, piazzandogli una pacca sulla spalla con la mano sudata.
Costeggiarono il muro dirigendosi verso la parte orientale del cimitero. Deviarono in un corridoio che si apriva tra due campi santi.
Sfilarono tra angeli alati, madonne preganti, putti e crocifissi di ogni genere. In lontananza si vedevano le grandi cappelle funerarie comprate, nel corso del secolo scorso, dalle famiglie pi abbienti.
Durante il tragitto Cupit lo informava, velocemente, su alcuni defunti.
Quella  la tomba di Tizio? Se lo ricorda? Quel presentatore televisivo. L  sepolto Caio, ha presente? Quello che aveva quel bell'auto salone vicino al Portello. E l riposa quella signora, Sempronia, quella dello scandalo...
Malerba cercava di mostrarsi incuriosito e interessato, anche se non prestava la minima attenzione alle ciance del custode.
Svoltarono in un altro corridoio sterrato, delimitato da lugubri cipressi, tutti ordinatamente piantati a un paio di metri di distanza l'uno dall'altro.
Dopo qualche metro si infilarono in un altro corridoio, tra due ali di tombe di marmo sbiadito e croci sbiancate.
Eccola, dichiar Cupit, quasi trionfante.
Al primo impatto visivo la tomba - in granito, grigio argentato, sormontata da una croce, sempre di granito, scuro - sembrava abbandonata. La lapide era sporca, il vaso conteneva fiori scuri e secchi.
Le date di nascita e di morte della defunta erano incise sulla superficie marmorea, con caratteri scuri, quasi gotici, un po' scrostati.
La foto, ovale, piccola, ospitata dietro un vetro ormai opaco, era quella del viso di una ragazzina pi giovane dei 21 anni raggiunti in vita dalla povera studentessa.
Suo zio veniva qua ogni settimana. Fino all'anno scorso, comment Cupit.
Veniva?, domand meccanicamente Malerba.
Be'... prima della malattia, ovviamente.
Ah... s.. certo. La malattia, rispose con poca convinzione, ignorando di quale malattia si trattasse.
 molto che non vede suo zio?
Da un po'...
Il custode ora lo scrutava perplesso.
Stava inerpicandosi su un terreno minato.
Doveva sviare la curiosit dell'uomo.
Sulla lapide, nel canonico vaso di latta incastrato nel granito, c'erano dei fiori quasi marci.
Cosa sono?
Girasoli.
Esamin con maggiore attenzione il contenuto del vaso.
Girasoli? Piuttosto andati..., comment.
Dottore... ormai, replic lapidario Cupit, allargando le braccia.
Malerba non capiva il significato di quel gesto.
Osserv interdetto l'interlocutore.
Non sa niente?
Di cosa?
Quello che portava i girasoli... non era un suo parente?
Non sapeva cosa rispondere. Tergivers.
A toglierlo dall'impasse fu direttamente il portinaio.
Magari era un suo parente alla lontana...
Chi?
Quel poveretto...
Mi scusi, non la seguo.
Quello dei girasoli... quello morto in quell'incidente stradale
Strabuzz gli occhi.
Come si chiamava?
Non lo so, non si  mai presentato. Ho letto sul giornale che  morto circa un mese fa. Sulla sopraelevata di Corvetto. Lo ha investito un pirata...
Un'ondata di calore invest il cronista.
Roberto Micheletti?
Allora lo conosceva!
Pu descrivermelo?
Uno normale. Distinto. Arrivava con un grosso scooter. Di quelli a due posti, moderni.
Veniva qua con mio zio?
No. Non mi pare. Veniva da solo. E restava qui a lungo. Mezz'ora. A volte anche un'ora.
Prov a bluffare.
Ho capito, non era un parente, doveva essere il fidanzatino di... mia... insomma di Chiara.
Eh... lo immaginavo, lo sa? Si presentava sempre con quei girasoli gialli, si fermava tanto. Si vedeva che era commosso.
Se lo ricorda bene.
Mi chiedeva di tenergli d'occhio lo scooter. E mi lasciava sempre una piccola mancia. Non  che lo stipendio qui sia cos alto...
Ogni quanto veniva?
Mah... ogni due o tre settimane. Da molti anni.
Veniva da solo?
S, s. Da solo. Come mai le interessa tanto?
Curiosit... magari lo racconto a mio zio, quando lo andr a trovare.
Non serve. Suo zio sa gi tutto, sentenzi sicuro il custode.
Stupendo.
Come fa a saperlo?
Perch le stesse domande che mi ha rivolto lei me le aveva fatte qualche mese fa anche un'altra persona. Che ho poi rivisto con suo zio.
Un'altra ondata di calore invest Malerba, partendo dal basso e risalendo fino alla fronte.
Impallid improvvisamente.
Va tutto bene? Forse  meglio andare al fresco. Qui il sole picchia.
Grazie.
Si avviarono verso l'entrata e si spostarono nel gabbiotto della portineria.
Cupit indic una sedia a Malerba e prese dal piccolo frigorifero una bottiglietta d'acqua naturale riempiendo un bicchiere di carta.
Federico ingurgit un sorso.
Intanto elaborava quanto appreso.
Pu rispiegarmi tutto, per cortesia? Chi era questa persona?
Il portinaio sorrise.
Lei non  il nipote dell'avvocato Turconi.
Non era una domanda. Malerba si arrese.
No, sono un giornalista, mi chiamo Federico Malerba. E sto indagando per verificare se ci sia una connessione tra la morte di Chiara Turconi e alcuni omicidi commessi nell'ultimo mese qui a Milano.
Cupit si asciug il sudore, che gli imperlava la fronte e il collo, con un fazzoletto di stoffa.
Aveva un'espressione dubbiosa.
Federico non si fece scoraggiare.
Anche Micheletti forse  stato ucciso. E chi lo ha investito, probabilmente, non era un pirata della strada. Mi dia una mano, per favore.
Lo avevo capito, lo sa? Voglio dire, lo avevo capito che lei non era un parente. Faccio questo lavoro da troppi anni e ho imparato a leggere negli occhi della gente, si vant pomposamente il custode.
Complimenti. Mi aiuta o no?, replic secco il reporter.
 successo questo inverno.
Il cronista drizz le antenne.
Un giorno, sar stato gennaio,  venuto un uomo, proprio qui. Mi ha fatto numerose domande. Non ha detto come si chiamava. Si  presentato come un collaboratore dell'avvocato Turconi. Voleva avere informazioni sui girasoli. Su chi li portava. Ogni quanto veniva. Tutte queste cose qui...
E lei, cosa ha fatto? Lo ha aiutato?
Poco. Il nome non lo sapevo. Gli ho spiegato che un signore sulla cinquantina, elegante, educato, veniva qua ogni due o tre settimane. Con uno scooter. Tutto qui.
E questa persona dice di averla poi rivista con l'avvocato?
L'ho rivisto altre volte. Molte volte. Subito dopo il nostro incontro.  venuto spesso, sia al mattino che al pomeriggio. Poi un pomeriggio, sar stato marzo o aprile, l'ho rivisto con l'avvocato. Lo teneva sotto braccio, lo aiutava a camminare.
Non sa come si chiamasse, vero?
No. Non si  presentato quel giorno.
Termin di bere l'acqua.
Ringrazi Cupit e si avvi verso l'auto.
Sentiva la testa girare e l'adrenalina scorrere nelle vene.
Prima di salire in macchina decise di fare due passi per scaricare la tensione. Attravers il parcheggio assolato, dirigendosi verso una traversa alla destra di viale Certosa, una via con un po' di alberi, via Parete.
Cammin per una decina di minuti.
La strada confluiva in un piazzale, davanti all'entrata del cortile della Certosa di Garegnano, la chiesa che dava il nome all'ominomo quartiere Certosa.
Si appoggi sul muretto esterno, in pietra.
La passeggiata gli aveva permesso di riordinare le idee.
Guard l'orologio: erano quasi le 13.
Aveva bisogno di una doccia e di mangiare qualcosa.
Contador, la maglia gialla, faticava a tenere la ruota di Kloden sulla massacrante salita del Tourmalet.
I tifosi, accalcati a bordo strada, incitavano il campione spagnolo a non mollare.
Le gambe, per, sembravano rigide: ogni colpo di pedale costava sofferenza al dominatore di quel Tour de France.
Mi perdoni, quando ci sono le grandi corse tappe..., si giustific il padrone di casa mentre raccoglieva le tazzine del caff.
Mi scusi lei, le sono piombato in casa di domenica, senza nemmeno un preavviso.
Mi ha fatto piacere. La mia signora  al mare, con i nipotini. Volevo raggiungerli, ma domani devo rientrare a Roma perch ho commissione. Se non fosse venuto a trovarmi, non avrei avuto nessuno con cui condividere il piacere di guardare una corsa cos bella, sorrise l'ex prefetto rivolgendosi al giovane commissario.
L'ex capo della Mobile abitava in un elegante condominio in viale Umbria, in un appartamento al terzo piano, ben arredato e molto luminoso.
Lo aveva accolto sul pianerottolo e si erano spostati in salotto, dove uno schermo al plasma era gi sintonizzato sulla telecronaca del Tour de France.
Le voci di Auro Bulbarelli, il telecronista della Rai, e dell'ex corridore Davide Cassani, che lo affiancava in qualit di commentatore, rimbombavano nella stanza.
Ardig, un po' per educazione, un po' per timore reverenziale, aveva preferito far proseguire i convenevoli, accettando un caff, sorbito sul divano, mentre seguivano la corsa ciclistica, senza pressare l'autorevole interlocutore sulle questioni di lavoro che aveva da sottoporgli.
Contador, intanto, sembrava aver superato la crisi: la sua pedalata era tornata pi fluida e stava recuperando su Kloden che, invece, ora appariva pi impastato.
Il senatore Sacchetti abbass l'audio.
Sullo schermo continuavano a scorrere le affascinanti immagini dei corridori della Grande Boucle impegnati nell'ostica scalata pirenaica, in mezzo a due ali di folla che li spingeva a pigiare sui pedali.
Deduco che non sia venuto a farmi visita solo per il piacere di condividere un caff, commissario. Come posso aiutarla?, chiese curioso Sacchetti, guardandolo dritto negli occhi.
Chiara Turconi.
Le rughe intorno sull'ampia fronte del senatore si fecero pi scavate.
Una spina nel fianco. Non l'unica, purtroppo, in tanti anni di carriera. Quando un caso rimane insoluto ti porti dietro un senso di vuoto, di impotenza, quasi di colpevolezza, per non essere riuscito a fare in fondo il tuo dovere. Sar capitato anche a lei, forse, nonostante la sua giovane et...
Il responsabile della Omicidi annu.
Nel corso della sua carriera aveva passato notti insonni a ricostruire mentalmente, dettaglio dopo dettaglio, il mosaico dei casi cui non erano riusciti a dare risposta.
Quella evocata da Sacchetti era una sensazione di frustrazione che conosceva benissimo.
E quando la vittima - riprese il senatore -  una ragazzina di soli vent'anni, con un figlio in grembo, massacrata in quel modo... ti resta per sempre un nodo, pronto a stringerti lo stomaco quando spegni la luce e resti solo con i tuoi fantasmi che arrivano puntuali a tormentarti.
Rimasero in silenzio per qualche istante.
La sua telefonata non mi ha stupito.
Lo immaginavo.
Da quanto scrivono i giornali avevo intuito che le sue indagini stavano lambendo l'oscuro mondo dell'occultismo. E il fantasma di Chiara, quel corpo annerito... Mi spieghi cosa sta cercando.
Ardig parl per quasi mezz'ora, ricapitolando, nei dettagli, l'intera vicenda.
Per facilitare Sacchetti aveva portato le foto dei protagonisti di questa tragica storia, incluso Micheletti, e le copie delle rivendicazioni lasciate vicino ai cadaveri.
Cos questo  Noferini... lo conosco, di fama. Pur non essendo mai stato oggetto delle mie indagini.
 in custodia cautelare, nel carcere di Lucca, lo aggiorn Ardig.
L'ex prefetto inizi a sfogliare le foto delle varie vittime.
Non mi dicono nulla.
Nemmeno questo Pozzi?
Francamente no. Deve averlo interrogato qualche mio collaboratore. Ne abbiamo sentiti tanti, di ragazzi, in quel periodo. Ma niente. La vita di Chiara era circondata dalla nebbia. Tutti la descrivevano come una ragazza modello: brava studentessa, orari regolari, frequentazioni selezionate, andava in chiesa...
Invece?
Tanto per cominciare stava portando avanti una gravidanza all'insaputa dei genitori. Dagli esami tossicologici cui abbiamo sottoposto il cadavere risult che aveva assunto sostanze stupefacenti, anche se non nella notte dell'omicidio. E l'anatomopatologo stabil che aveva avuto anche dei rapporti di natura anale.
I due uomini si scambiarono uno sguardo d'intesa, senza fare alcun commento irriguardoso per la memoria della vittima.
Non sub violenza sessuale, vero?
No. Poco prima di morire aveva avuto un rapporto sessuale protetto. E aveva bevuto alcolici.
Tutti questi elementi sembrano escludere l'ipotesi che sia stato un maniaco o un branco di aguzzini, concord Ardig.
Infatti - riprese Sacchetti - stavamo seguendo la pista del movente passionale. La gravidanza, presumibilmente inattesa e non voluta, poteva aver scatenato la follia di un uomo, un compagno, un fidanzato o un amante. Forse la pressava per indurla a sottoporsi a un aborto clandestino e lei...
Un movente plausibile, convenne il giovane commissario.
Soprattutto se l'uomo in questione non fosse stato un giovane, uno studente, comunque un coetaneo, bens un adulto, magari sposato. Abbiamo passato al setaccio ogni aspetto della vita privata della giovane, eppure alla fine non trovammo nulla.
E la famiglia?
Non collaborava. La madre, distrutta da dolore, non era lucida. E il padre sembrava tenere pi al buon nome della famiglia, e a conservare un'immagine irreprensibile della figlia, che alla verit.
Tent di ostacolare le indagini?
Me lo domando ancora... Non ho mai avuto conferme a riguardo. Certo era un avvocato stimato, potente. E in Procura aveva molti amici. Dopo qualche settimana cominciai ad avvertire pressioni. Infuriava la guerra tra Turatello e Vallanzasca. La banda di quest'ultimo aveva da poco ucciso tre dei nostri in due diversi conflitto a fuoco in piazza Vetra e al casello di Dalmine. E poi c'erano le Brigate Rosse...
La spinsero a mollare le indagini?
No, non potevano - riflett amaramente il senatore - almeno non esplicitamente. Fu la mancanza di risultati a farlo. Gli uomini erano contati, come oggi purtroppo. E a Milano in quegli anni avevamo un paio di morti alla settimana di cui occuparci. Semplicemente mi indussero a fare il mio dovere occupandomi appunto degli altri criminali in circolazione.
Avevate seguito anche la pista esoterica?
Anche quella. Allora del satanismo non si sapeva molto. Ricordo bene quei ceri neri rinvenuti vicini al cadavere... I colleghi della Digos ci aiutarono, per non trovammo nulla. Non c'erano sospettati, non c'era l'arma del delitto, non c'era un movente...
Lei che idea si era fatto, senatore?
Lasci perdere il senatore... Continuo a pensare che Chiara sia stata uccisa da qualcuno che conosceva. Che frequentava. E che per questo aveva seguito docilmente nel luogo dove  stata uccisa.
Non su quel prato.
No, figuriamoci quella notte diluviava e faceva molto freddo. Non avrebbero potuto consumare un rapporto sessuale all'aperto. La ragazza aveva trascorso la serata altrove: aveva bevuto, aveva avuto un amplesso ed era stata uccisa. Successivamente il corpo era stato portato dai suoi aguzzini in quel prato, dove l'avevano bruciata nonostante la forte pioggia.
Dunque non era solo, l'assassino.
Ne dubito. Sul terreno non c'erano tracce di pneumatici. E la strada era piuttosto lontana, circa duecento metri. Un bel tragitto se devi portarti in braccio una ragazza di cinquanta chili, sotto un diluvio. Senza contare anche la tanica di benzina utilizzata per il rogo. Un uomo solo avrebbe dovuto fare pi viaggi e perdere troppo tempo.
La ragazza potrebbe aver fatto sesso con pi uomini prima di morire?
 quello che ci siamo chiesti anche noi. Non trovando risposta. Non c'erano tracce di sperma nell'organismo. E senza quelle...
Il partner poteva aver indossato un profilattico o quanto meno aver scelto di non completare il rapporto, evitando di eiaculare nella vagina della giovane...
Un flash.
Sferzante, accecante.
Anche Viola Baccelli, la 19enne fiorentina trovata nella Pineta della Versilia, aveva avuto un rapporto non completo o protetto, prima di essere uccisa e carbonizzata.
L'ennesima coincidenza.
Qualcosa non va?, chiese apprensivo Sacchetti.
Solo un sospetto terribile.
Ha voglia di confidarsi con un vecchio poliziotto in pensione?
Perch no...
Appena uscito dall'appartamento del senatore Sacchetti, Ardig riaccese il cellulare, che aveva tenuto spento per non essere disturbato durante la conversazione.
L'apparecchio trill mentre era ancora sulle scale del condominio.
Ho bisogno di parlarti.
La voce di Malerba era affannata.
Che succede?
Ho una cosa grossa. Posso passare da te?
Va bene, vieni in ufficio.
Arrivo tra dieci minuti.
Fai anche tra mezz'ora.
OK, a dopo...
Aveva sottovalutato Federico. Doveva ammetterlo.
L'amico cronista, negli ultimi giorni, lo aveva ripetutamente sorpreso.
Aveva scoperto che i vari Annoni, Orrigoni, Pozzi e Barassi in giovent trascorrevano le vacanze in Versilia, aveva scovato lo stabilimento balneare che frequentavano e persino il vecchio bagnino che li conosceva ed era addirittura arrivato a bussare prima di lui alla porta della galleria antiquaria di Noferini.
Un lavoro con i fiocchi. Da vero investigatore.
E adesso la ciliegina sulla torta.
La rivelazione del custode del cimitero Maggiore sui girasoli portati, con costanza e puntualit, da Micheletti sulla tomba di Chiara e le indagini condotte in proposito da un misterioso presunto collaboratore dall'avvocato Turconi.
Proprio quest'ultimo elemento gettava una nuova luce sull'inchiesta. Per il momento si trattava soltanto di supposizioni, non suffragate da alcuna prova.
Tuttavia non poteva non domandarsi per quale ragione un conoscente dell'avvocato Turconi avesse rivolto quelle domande al custode del cimitero.
E anche la consecutio temporis contribuiva a inquietarlo.
L'incidente di Micheletti e i successivi delitti erano avvenuti circa cinque o sei mesi dopo i fatti raccontati da questo Cupit.
Si compliment con il reporter.
Prima di affrontare il succo della discussione.
Fino a domani ti chiedo di non scrivere nulla su Micheletti.
 il mio scoop. Mi chiedi di rinunciare. Come faccio a...
Ne hai gi parlato con il tuo capo?
Malerba attese qualche secondo prima di rispondere.
Alla fine scelse di essere onesto.
Non ancora... per l'ho informato sul perch andavo al cimitero Maggiore. Tra l'altro Brigante ricordava perfettamente tutti i particolari dell'omicidio Turconi perch l'aveva seguito proprio lui.
Non ci voleva.
Avrebbe voluto tener riservata, almeno per altre 24 ore, la notizia di un possibile collegamento tra l'assassinio della giovane studentessa di Medicina e gli ultimi delitti milanesi.
Per non insospettire il vecchio avvocato Turconi.
Anche se ormai...
Poteva solo limitare i danni.
Fai cos... scrivi della ragazza, senza mettere nulla su Micheletti.
Fino a quando?
Almeno fino a quando non interrogo Turconi. Spero di riuscire a parlargli gi domani.
Accidenti..., imprec Malerba.
Fede, non posso fare altrimenti. Mi sembra di averti sempre aiutato in passato, quando ho potuto. No?
Domani sera dovr scrivere. Altrimenti Brigante...
D'accordo, dammi fino a domani sera.
Piazza San Sepolcro era deserta.
Le pietre dei gradini antistanti alla basilica erano tiepide. L'ombra le aveva rinfrescate dopo che il sole aveva battuto fino a un'ora prima.
Federico si adagi pigramente, appoggiando i gomiti sui gradini e allungando le gambe.
Non aveva nessuna voglia di andare al giornale.
Sbirci l'orologio: le 15,42.
Doveva mettersi in movimento.
Al posto che alzarsi si sdrai completamente sui gradini, rivolgendo lo sguardo al cielo.
Azzurro, limpido, con pochissime nubi bianche, molto lontane tra loro.
Lucrezia.
Sospir pensando al bacio che si erano scambiati appena una settimana prima. Afferr il cellulare e compose il numero senza nemmeno guardare il display.
Libero.
Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque squilli.
Sei. Sette...
Ciao...
Aveva volato.
Nel senso letterale del termine.
In meno di mezz'ora era riuscito a percorrere, a piedi, la distanza, un chilometro circa, che separava il commissariato di piazza san Sepolcro dalla sua abitazione in via Vincenzo Monti, dove aveva recuperato l'auto, senza nemmeno salire per rinfrescarsi, e a raggiungere la zona Citt Studi dove risiedeva Lucrezia.
Nel frattempo aveva chiamato la segreteria di redazione del giornale inventandosi una scusa: aveva tamponato un'auto sulla Circonvallazione e tra constatazione amichevole, carro attrezzi e via dicendo avrebbe perso l'intero pomeriggio.
In realt si trattava di una mezza verit: la sua Alfa 147, dopo il sinistro provocato volutamente da Ardig in Versilia, aveva la fiancata sinistra ancora da rifare.
Il carrozziere di Viareggio aveva sistemato paraurti e fanali, in modo da consentirgli di tornare a Milano: la macchina, comunque, necessitava di una riparazione pi accurata.
Brigante, borbottando come al solito, ingoi il rospo, accontentandosi di avere un articolo, dettagliato, entro le 20.
Ci avrebbe pensato pi tardi.
La sua mente ora era rivolta esclusivamente a Lucrezia.
Aveva mollato l'auto pi o meno nello stesso punto in cui, otto giorni prima, aveva sostato nell'interminabile ora in cui aveva atteso la giovane e affascinante avvocatessa.
Questa volta Lucrezia non si fece attendere molto e dopo nemmeno cinque minuti si materializz, varcando con passo deciso il pesante portone dello stabile in cui viveva con i genitori.
L'espressione era battagliera, i lunghi capelli biondi fluivano alle sue spalle mentre si avviava verso il giornalista.
Malerba, che aveva galoppato come un pazzo per arrivare il prima possibile, zerbinandosi senza un minimo ritegno appena la ragazza aveva detto di volerlo vedere dopo averlo ignorato per una settimana, recuper un rigurgito di dignit e anzich correre incontro al legale si impose di attendere.
Fermo, immobile, impassibile, con la schiena appoggiata alla portiera dell'auto.
Lucrezia era bella, bellissima, ancora pi bella di come le era sembrata una settimana prima.
Indossava delle Espadrillas scure, aperte sulle dita, una gonna leggera, scura, e una maglietta color malva.
Lo stesso color malva le addobbava le unghie dei piedi e delle mani. Un leggero tocco di trucco faceva risaltare ulteriormente il suo fascino.
Sinuosa, slanciata, con un'aria corrucciata.
Federico sent il cuore sobbalzare.
Avrebbe rinunciato a tutti gli scoop che aveva a portata di mano per strapparle un sorriso, una carezza, un altro bacio...
Ciao.
Nemmeno un bacio sulla guancia.
Si fronteggiarono per un istante.
Poi lei sorrise, senza dire una parola.
Hai avuto un incidente?, domand guardando le vistose ammaccature sulla fiancata sinistra.
No comment...
La ragazza aggir la macchina dirigendosi verso lo sportello destro. Apr e si and a sedere.
Andiamo a fare un giro?
Dove?
Non so... in qualche parco, ho voglia di verde.
Punt sui giardini in largo Marinai d'Italia.
Un polmone verde abbellito dalla Palazzina Liberty.
Percorsero viale Romagna in un silenzio glaciale.
Malerba, spiazzato, non sapeva cosa dire.
Lucrezia taceva, osservandolo, sorniona e misteriosa.
Trovarono parcheggio facilmente.
Il giardino, come prevedibile, era strapieno.
Famiglie con bambini, gruppi di giovani sdraiati sull'erba, ragazzini che giocavano al pallone, anziani sulle panchine, cani che scorazzavano felici sul prato.
Attraversarono il parco raggiungendo la Palazzina Liberty. Si accomodarono sui gradini circostanti.
Federico sorrise: un'ora prima era seduto su altri gradini, quelli della basilica di San Sepolcro. E Lucrezia sembrava lontana anni luce.
Ora erano fianco a fianco, vicini come la settimana precedente sulla panchina dove si erano scambiati il loro primo bacio.
L'emozione di quel ricordo lo fece rabbrividire.
A cosa pensi?, chiese lei a bruciapelo.
Al nostro primo bacio. A quello che ho provato mentre ti stringevo.
E cosa hai provato?
Il paradiso. Mi hai fatto vivere un sogno.
Gli occhi di Lucrezia brillavano come diamanti al sole.
Non riusc a resistere. Il suo corpo si mosse autonomamente dal cervello, come in trance.
Le avvicin la bocca e la baci.
Un bacio lungo, intenso, avvolgente.
Abbracciami, sussurr Lucrezia con voce bassissima.
Restarono avvinghiati per qualche secondo.
Poi un altro bacio. Le accarezz i capelli.
Perch sei sparita? Sono stato male...
Sssst.
Gli port un dito alla bocca per zittirlo.
Ho avuto paura.
Di cosa?
Lucrezia lo guard con aria profonda.
Di illudermi. Di farmi male.
Perch?, chiese Federico quasi impaurito.
Sei un giornalista, sulla cresta dell'onda. Hai i soldi, un carattere esuberante. Chiss quante donne hai intorno... Non volevo essere la tua ennesima conquista.
Non hai capito nulla di me, rispose diretto Federico.
L'atmosfera idilliaca di pochi istanti prima sembrava sul punto di incrinarsi irrimediabilmente.
Mi sei piaciuta dal primo istante in cui ti ho vista. E da quando ti conosco non faccio altro che pensare a te. Non sai cosa...
Lucrezia sorrise nuovamente.
E nuovamente gli port l'indice sulle labbra per zittirlo.
Non dire nulla.
Si baciarono ancora.
Lei si alz di scatto, porgendogli la mano.
Passeggiamo?
Camminarono mano nella mano per quasi un'ora.
Attraversarono corso XXII Marzo e arrivarono fino al Palazzo di Giustizia, conversando del pi o del meno.
Le raccont della trasferta in Versilia e dalla puntata mattutina al cimitero Maggiore.
Presero un gelato e si accomodarono su un muretto.
Finito il cono lei apr la borsetta alla ricerca di un fazzoletto di carta: con stupore Federico vide degli articoli di giornale piegati.
Allung la mano, senza nemmeno chiedere il permesso e li afferr delicatamente. Erano i suoi articoli, gli ultimi, quelli scritti da Marina di Pietrasanta.
Non me ne sono perso uno.
Un altro bacio.
Il cellulare cominci a trillare. Il numero del giornale.
Erano quasi le 19. Attendevano il suo articolo.
Doveva mettersi a lavorare.
Si incamminarono verso la macchina. Prima di aprire la portiera, Federico la strinse forte, fissandola negli occhi.
Prometti che non scomparirai un'altra volta?
Te lo prometto.
Nell'ufficio del sostituto procuratore, al terzo piano del Palazzo di Giustizia, l'aria sembrava sospesa.
Nonostante fosse domenica pomeriggio il dottor Perilli aveva accettato di incontrare Ardig senza fare obiezioni.
Le indagini, finalmente, sembravano aver imboccato la strada giusta e neppure il magistrato voleva tergiversare.
Per guadagnare tempo il giovane commissario aveva immediatamente inviato Pinton a interrogare Cupit.
Il custode del Musocco aveva ripetuto parola per parola quanto riferito in mattinata a Malerba.
Un elemento in pi che il capo della Omicidi port a sostegno della sua tesi.
Credibile.
L'ultima cosa che avrei voluto fare era disturbare un uomo come Turconi. Anche se, da quel che mi dice...
Non abbiamo alternative.
Il magistrato rimase silente a riflettere.
Va bene, cosa le serve?
In primis un'autorizzazione per visionare i suoi movimenti bancari. Poi dovremo esaminare i tabulati telefonici. E se avremo dei riscontri...
Lo vorrete sentire, complet il ragionamento Perilli.
A quel punto... sarebbe inevitabile, sospir Ardig.
Il procuratore si mise a digitare sulla tastiera.
Dopo qualche minuto la stampante inizi a cigolare, sputando nel carrello alcuni fogli Word.
Ecco le prime autorizzazioni.
Il commissario prese la documentazione appena firmata dal pm.
Si scoccarono un'occhiata reciproca.
Prima di...
Non si preoccupi. Se non ci saranno intoppi avremo tutte le riposte che cerchiamo gi domani pomeriggio.
Mi trover qui in ufficio ad aspettarla.
La telefonata di Mercuri arriv quando stava per coricarsi.
Ardig?  lui l'assassino!
La pistola?
Esatto,  quella che ha sparato a Barassi, la perizia balistica lo conferma. E ovviamente la valigia con i preziosi  quella sequestrata al rappresentante.
Un istante di silenzio, prima della chiusa: Abbiamo l'assassino,  Noferini.
Occhipinti non avr dubbi...
Nemmeno uno. Ora lo far trasferire a Brescia.
Ti ringrazio.
Grazie a te, teniamoci aggiornati.
Anche se era quasi mezzanotte non poteva perdere tempo.
Digit il numero di Perilli.
Dottore, scusi l'ora.
Deduco sia urgente.
Lo .
Dica.
La pistola inchioda Noferini. Quelli di Brescia chiederanno di trasferirlo da loro gi domani.
Non  detto che ci riescano. Mi lasci lavorare.
Il tono del magistrato era sorprendentemente battagliero. E rincuor il capo della Omicidi.
Va bene.
A domani.
Abbiamo trovato due vecchie foto di Chiara Turconi. Una scattata sul luogo del delitto, l'altra di lei, qualche anno prima.
Perfetto. Come titolate?
Vediamo, qualcosa come Si riapre il caso Turconi?. O qualcosa del genere.
Malerba salut Brigante e spense il pc portatile appoggiato sul tavolo della cucina. Usc sul balcone.
Ottone, incredibilmente, era sempre l, piazzato tra i pochi vasi di fiori con la canonica aria seccata.
Si appoggi al davanzale, con lo sguardo rivolto verso nord.
Negli occhi Federico aveva ancora la bellezza di Lucrezia, nelle orecchie riecheggiava la sua voce cristallina, nella mani sentiva ancora scorrere i suoi capelli.
E il cuore battere sempre pi forte...
...
.
...
26. Milano, 6 luglio 2009.
...
.
...
Per stemperare la tensione si era preso una mattina di totale libert.
Aveva affidato a Velluti l'incarico di scandagliare i movimenti economici e patrimoniali dell'avvocato Turconi, lasciando a Sinato e Zanella l'onere di consumarsi gli occhi sui tabulati telefonici delle utenze intestate all'anziano legale.
Abbandonate le tradizionali Clarks e il solito abbinamento jeans e giacca, Ardig usc di casa in scarpe da tennis, pantaloncini e maglietta per concedersi un'ora di relax.
Passeggi per un paio di chilometri, risalendo per corso Buenos Aires, fino a Porta Venezia e da l si infil nei giardini comunali, inanellando diversi giri del percorso interno, fino a ritrovarsi stremato su una panchina.
Ansimava e grondava sudore.
Cerc in tasca i pochi spiccioli che si era portato dietro, insieme alle chiavi di casa e all'immancabile cellulare.
Arriv al chioschetto e acquist una bevanda energetica, che ingoll con tre avide sorsate.
Non era in forma, fu costretto ad ammetterlo.
Troppo lavoro. Troppo stress.
E soprattutto troppe sigarette.
Appoggi i palmi delle mani sulla zona lombare e inizi a fare qualche piegamento di stretching flettendo le gambe sulla panchina.
Verde, alberi, prati intervallati da sentierini sterrati.
Anche Malerba stava correndo.
Con una foga analoga a quella dell'amico poliziotto.
Lo sfondo era simile, seppur non identico.
Parco Sempione, il pi grande polmone verde di Milano. Mentre macinava metri su metri, spostandosi verso l'Arena Civica, gli torn in mente il professor Monti.
Il suo cellulare continuava ad essere irreperibile.
Non aveva n un suo numero di casa n un'email.
Non poteva rintracciarlo. Dove diavolo era sparito?
Capo, disturbo?
No, no, tranquillo.
Era Velluti.
Hai... una voce affannata. Non so se...
Ho appena finito di correre. Forse non ho pi l'et...
Magari l'avessi io la sua et!, comment l'ispettore brindisino ritornando al lei con cui alternava il pi confidenziale tu con cui si rivolgeva al superiore.
Ardig sbuffava dal microfono del cellulare.
Il commissario stava attraversando i bastioni di Porta Venezia. Lo attendeva una passeggiata di almeno venti minuti prima di rincasare.
Il caldo e la sete lo avevano spremuto, permettendogli di espellere le troppe tossine accumulate. Si sentiva distrutto fisicamente, ma rigenerato mentalmente.
Percep il tono emozionato del sottoposto.
Allora?
Colpito e affondato.
Cio?
L'avvocato ha due conti correnti. Sul primo non sono stati effettuati movimenti significativi, mentre sul secondo sono stati eseguiti, negli ultimi mesi, diversi prelievi successivi a incassi di rendite finanziarie. Parliamo di ingenti somme e tutte in contanti.
Quanto?
Circa 650mila euro.
Una montagna di soldi.
Hai provato a chiedere...
Gi fatto! Ho parlato con il direttore della filiale. Nessuna idea su dove o come abbia investito i soldi. L'avvocato ha richiesto, tramite una delega scritta, la disponibilit e il ritiro delle somme con alcuni giorni di anticipo. Ha fatto complessivamente quattro prelievi di circa 180mila euro l'uno.
Nient'altro?
No. Il direttore era abbastanza imbarazzato, quasi reticente. Il segreto bancario del resto...
OK, abbiamo saputo quello che ci interessava. Sono in ufficio tra un'ora.
A dopo.
Camminando cercava di riordinare le idee.
Era arrivato il momento di stringere.
Svolt in viale Plinio e riprese il cellulare.
Perilli rispose al quinto squillo.
Dottore, prepari un mandato di comparizione per l'avvocato.
 sicuro?
Assolutamente.
Uhm... Prima passi da me.
Sal in macchina, con i capelli ancora umidi dopo la doccia, e la giacca in mano.
Si gett nel traffico cittadino dirigendosi verso il tribunale.
Attiv il viva voce innestato sul cruscotto.
Ciao, Pasini.
Ciao, commissario. Ancora niente.
No?
Che ti aspettavi? Che Markovic e Silobad avessero preso una stanza d'albergo dando le loro reali generalit? O che si presentassero a un posto di Polizia spontaneamente?
Spariti nel nulla...
Li stanno cercando tutti. Noi, la Digos, l'Arma, l'Interpol... Abbi fede.
Grazie, ci aggiorniamo.
Questi soldi non potrebbero essere stati utilizzati per qualche operazione finanziaria o immobiliare?
Dobbiamo riscontrarlo. Temo ci occorra troppo tempo. Giorni, forse una settimana.
Il magistrato si incant a guardare i riflessi della luce del sole sulla superficie lucida del tavolo.
La scia di sangue, a Milano, sembrava essersi spezzata.
L'ultimo omicidio commesso nel capoluogo, quello del dottor Pozzi, risaliva al 18 giugno, quasi tre settimane prima. Il delitto Barassi era avvenuto a pi di cento chilometri di distanza dal capoluogo, in territorio bresciano, e per quella morte, secondo la Procura di Brescia, c'era gi un colpevole assicurato alla giustizia: il diabolico professor Noferini.
La pressione, mediatica e politica, intorno alla Procura e alla Questura milanese si attenuava giorno dopo giorno.
E le ferie estive, sempre pi vicine, avrebbero fatto dimenticare ai milanesi tutti questi morti.
Valeva la pena assecondare la fretta e l'impulsivit del giovane Ardig, autorizzandolo a disturbare un uomo stimato e al di sopra di ogni possibile sospetto come l'avvocato Piero Turconi?
Una sua telefonata al Questore, al Procuratore capo o a un parlamentare, gli avrebbe potuto creare un bel po' di rogne. Ed era l'ultima cosa che voleva.
Tanto pi che un quasi certo colpevole ora lo avevano: Noferini.
Ardig sbuff, vedendo il magistrato nicchiare.
Siamo arrivati fin qui... mi firmi il provvedimento.
Commissario, lei sa bene che se qualcosa...
Dottore! Turconi potrebbe avere molte cose da dirci.
Le dita si strinsero nervose sul tappo svitabile della splendida Montblanc nera.
Ho gi chiesto il trasferimento di Noferini. Abbiamo indizi sufficienti per collegarlo ai delitti Annoni, Orrigoni e Pozzi. Iniziamo a interrogarlo e vediamo cosa ne tiriamo fuori. Per l'avvocato Turconi c' tempo, tanto mica scappa.
Di tempo l'avvocato potrebbe non averne molto. E dalle sue parole potremmo ricavare qualche ulteriore elemento per incastrare Noferini, se davvero fosse lui il responsabile dei primi tre crimini...
Il tappo della Montblanc inizi svitarsi lentamente.
Acc... e va bene.
Il responsabile della Omicidi sorrise mentre si faceva allungare il tanto agognato mandato dal sostituto procuratore.
Via Corridoni.
A due passi dal Palazzo di Giustizia.
Eleganti palazzine ottocentesche e pochi parcheggi.
Nei condomini un appartamento su due adibito a studio legale o notarile.
L'85enne penalista Piero Turconi risiedeva all'ultimo piano di una casa di lusso. Con tanto di terrazza.
Ardig, questa volta, sal da solo.
Armato. Senza indossare il giubbotto antiproiettile.
Pinton e Sanna lo aspettarono al pian terreno.
Larini aveva parcheggiato l'auto, senza lampeggiante, in doppia fila e li attendeva sul marciapiede.
Il commissario prese l'ascensore, di quelli a gabbia metallica, lenti, meccanici, rumorosi: quelli immortalati nelle pellicole di Dario Argento.
Impieg pi di un minuto per raggiungere l'ultimo piano. Trov due porte.
Sulla prima, a sinistra, campeggiava una targa dorata: STUDIO LEGALE TURCONI.
La seconda, a destra, contornata di piante, era quella dell'abitazione privata.
Suon il campanello. Nessuna risposta.
Intu, per, che qualcuno aveva mosso il rivestimento dello spioncino e lo osservava da dietro la porta blindata.
Brand il tesserino identificativo.
Vicequestore Ardig. Ho un mandato della Procura. Mi faccia entrare.
Silenzio. Qualche secondo e avvert un rumore meccanico: le chiavi stavano girando nella serratura.
Ancora silenzio e uno scambio di voce indecifrabili dietro la porta. Un nuovo scatto.
Una figura femminile si materializz nello spicchio di apertura. Una catenella di ferro bloccava l'entrata.
Sono un poliziotto.
Le mostr il tesserino avvicinandolo.
La ragazza, dell'Est, giovane, indossava una sorta di camice bianco e i tipici zoccolini in plastica da infermiera.
Sblocc la catenella e lo fece entrare.
L'odore di alcool e medicinali lo invest, fastidiosamente. L'ambiente era in penombra.
Percorse un ampio corridoio arredato in maniera solenne. Tappezzeria damascata, quadri con paesaggi, sculture in marmo o bronzo, vasi decorati.
Pi che un'abitazione privata sembrava un piccolo museo adibito a struttura ospedaliera.
La giovane badante lo fece accomodare in un salone analogamente arredato: due enormi arazzi con scene di caccia, un lampadario di Boemia, un tavolo rotondo di legno pesante, degno della corte di Camelot, circondato da una decina di sedie massicce.
Qualcosa da bere?, chiese la donna con un'inflessione sovietica.
No, avrei necessit di conferire con l'avvocato.
Cosa?
Di confer... di parlarci. Subito.
L'assistente domiciliare annu perplessa.
Momento, tu aspetta.
La ragazza rientr in corridoio scomparendo nella direzione opposta a quella dell'ingresso.
Qualche secondo e gli parve di percepire un parlottio leggero e concitato, in una lingua sconosciuta.
Russo o slavo.
Sent avvicinarsi il tono delle voci.
Due figure comparvero dal corridoio.
Oltre alla giovane assistente domiciliare c'era una donna pi matura, sui 45-48 anni.
Castana, tarchiata, dai lineamenti marcati.
Buongiorno, lei  poliziotto?
La cadenza era straniera, sempre dell'Est.
Vicequestore aggiunto Ardig, responsabile squadra Omicidi della Mobile di Milano, si qualific nuovamente, esibendo il tesserino identificativo e sventolando il mandato di comparizione per Piero Turconi.
La badante non fece una piega e non si present neppure. Esamin sommariamente il documento.
Io non capire.
Non importa, lei non deve capire. Le ho detto chi sono e che devo vedere l'avvocato Turconi. Non deve capire altro. Chiaro?
Il tono era duro.
L'assistente domiciliare traccheggi.
L'avvocato sta riposando.  debole. Non riceve visite.
Si esprimeva in un italiano nettamente migliore rispetto alla giovane collega.
E si rivolgeva anche lei con un tono duro, che non ammetteva repliche.
Questo mandato mi autorizza a disturbarlo. Pochi minuti e me ne vado.
La donna lo scrut meditabonda.
Aspetti qui.
Lo lasci in compagnia della pi giovane collaboratrice e scompar nuovamente in corridoio per qualche minuto.
Quando rientr aveva un'espressione corrugata.
Venga, l'avvocato la riceve.  malato. Debole. Non lo stanchi.
Si incamminarono nuovamente lungo il corridoio e raggiunsero l'ultima porta sulla sinistra.
La camera da letto dell'anziano legale sembrava una stanza ospedaliera. Dalla finestra, socchiusa, filtrava poca luce.
Due ampi armadi dominavano le pareti alla destra e alla sinistra della porta d'ingresso.
Al centro della stanza, al posto di un letto matrimoniale, come ci si attenderebbe di trovare in una camera da letto, c'era un letto di tipo ospedaliero, di quelli inclinabili con un apposito telecomando a filo.
Due bombole erano appoggiate ai piedi del letto, mentre un macchinario elettronico, collegato con una fascia stretta intorno all'avambraccio dell'allettato, monitorava l'andamento dei parametri vitali del degente.
Ardig si concentr sull'uomo al centro di questa fase della sua indagine.
L'avvocato Turconi sembrava un lumicino ormai sul punto di spegnersi. Magro, con la pelle raggrinzita e pochi capelli bianchi, radi, spettinati.
Lo sguardo assente, nel braccio sinistro una flebo.
Era aggiornato sui problemi di salute dell'ex penalista.
Tuttavia ignorava che fossero di questa gravit.
Si gir verso l'assistente, parlando con voce bassa.
 lucido? Mi pu capire?
Rispose in maniera contraddittoria: prima annu, quindi scosse la testa.
Prima di ripetere:  molto debole.
Non lo affaticher.
Si avvicin al letto.
L'avvocato reclin la testa nella sua direzione.
Percepiva la presenza di uno sconosciuto.
Si present.
Il legale gli sorrise con aria innocente.
Poi biascic qualche parola con un tono di voce quasi impercettibile.
Cosa posso fare per lei?
Il poliziotto titub.
Non voleva parlare davanti alla badante, per la donna restava inchiodata a un metro da lui.
Signora potrebbe lasciarci soli per qualche minuto?
Olga, mi chiamo Olga.
Benissimo, Olga, potrebbe uscire, per favore?
L'assistente domiciliare rivolse un'occhiata al datore di lavoro.
Vai pure, sussurr.
Restarono soli.
 polacca.  al mio servizio da dieci anni. Mi vuole bene, spieg Turconi. Quasi orgoglioso.
Il responsabile della Omicidi si sentiva a disagio: si era preparato per un interrogatorio, chiaramente un interrogatorio pi soft nei confronti di un malato, ma pur sempre un interrogatorio.
In questo caso, per...
Mai nella sua carriera di poliziotto si era trovato a dover torchiare una persona in condizioni cos gravi.
Eppure seguendo il suo filo di Arianna era arrivato fin l e a questo punto non poteva fare finta di nulla.
Tir fuori una foto di Micheletti.
Conosce quest'uomo?
Gli occhi di Turconi, per un secondo, brillarono.
Mi aiuti a sollevarmi, chiese gentilmente.
Ardig non aveva esperienza con i malati o con gli anziani.
Per un secondo lo fiss interdetto.
Fu l'avvocato a sbloccare l'impasse.
Usi quello.
Indicava il telecomando. Una sorta di joystick era posto al centro dell'apparecchio.
Manovr verso l'alto la levetta e il letto cominci a sollevarsi lentamente nella parte sotto la schiena del degente.
Torn a sedersi.
Allora, lo conosce?
Un vecchio cliente.
A me risulta che fosse un vecchio amico di sua figlia. Uno che lasciava sulla sua tomba dei girasoli.
Sul volto del legale si disegn una smorfia tirata.
 ben informato.
Ho fatto il mio lavoro.
Non le dir nulla di quello che vuol sapere, replic con una durezza inaspettata il vecchio.
E lei non pu fare nulla per farmi collaborare.
Ardig rimase di sasso. Senza parole.
L'anziano ne approfitt.
Ho poco da vivere. Se questa si pu chiamare vita. E non ho pi nulla da temere...
La giustizia per..., tent di ribattere il giovane commissario.
Di quale giustizia parla?, si alter il legale, seppur sempre con voce bassa e affaticata.
Il capo della Omicidi non fece in tempo a controbattere.
Dalla porta si era affacciata Olga, con un'espressione minacciosa.
Ora basta, aveva detto che non lo avrebbe affaticato.
Tent il tutto per tutto.
Solo un'ultima domanda. Le dice nulla il nome di Marcello Noferini?
L'ex penalista irrigid i lineamenti e digrign i denti.
Non profer parola.
Lo sguardo sembrava penetrante come una lama.
Commissario, basta. Non vede che l'avvocato  stanco?
Si rese conto di non avere alternative.
Va bene, tolgo il disturbo.
Mentre si alzava lanci un'occhiata verso la cassettiera riposta a fianco alla porta.
Sul pannello erano appoggiate diverse fotografie.
Salut l'avvocato e si gir verso la porta.
Avanz con passi lenti per poter visionare meglio le foto.
Nella prima, in bianco e nero, si vedeva una famiglia, con genitori quarantenni e figli adolescenti, davanti a una ringhiera, forse in un terrazzo. Una foto datata, pi o meno di fine anni Sessanta o gi di l.
A seguire una foto di una donna, cinquantenne, con un gatto in braccio: una foto a colori, anche in questo caso vecchiotta. Forse degli anni Ottanta.
Quindi altre due istantanee incorniciate.
La prima, quella di una giovane studentessa con un libro in mano, con colori pi sfocati, doveva risalire ai primi anni Settanta.
La seconda, di un giovane, trentenne, in toga, doveva collocarsi verso la fine anni Ottanta.
Varcando la porta not un'ultima istantanea.
La pi recente.
Immortalava l'avvocato Turconi, almeno settantenne, insieme a un uomo corpulento, pi giovane, sui 40 anni, intenti a esaminare un fascicolo davanti a uno schedario.
Ripercorse il lungo corridoio, sempre scortato da Olga, e si ritrov alla porta.
Scese le scale a piedi.
La sensazione di torpore, che lo aveva assalito mentre concludeva il veloce scambio di battute con l'anziano legale, cominciava a svanire.
Metteva a fuoco l'accaduto, realizzando di non aver raccolto nemmeno una delle risposte che cercava.
O forse s.
Cominci a ricomporre alcune delle sibilline frasi pronunciate dall'ex penalista.
Non le dir nulla di quello che vuol sapere... Non ho pi nulla da temere... Di quale giustizia mi parla?
I deliri sconnessi di un anziano malato o un'ammissione di responsabilit, quasi in sfacciato tono di sfida?
Aveva le idee ancora pi confuse.
Perilli lo attendeva a Palazzo di Giustizia per il consueto briefing riepilogativo.
Conged Pinton e gli altri agenti.
Vado in tribunale, faccio due passi. Tornate pure in ufficio.
Tagli per via Donizetti e si avvi verso Porta Vittoria.
Nella sua mente ronzavano mille domande.
Turconi poteva avere davvero una responsabilit per quelle morti? E per cosa potevano essergli serviti quei 650mila euro in contanti prelevati dal conto corrente?
Raggiunse l'entrata di via Freguglia ed entr nel Palazzo di Giustizia.
Esaurito il breve resoconto, sul rapido confronto con l'ex penalista, realizz che il sostituto procuratore aveva un'aria rilassata, come quella di chi si  appena tolto un macigno che lo assillava.
Ha fatto un viaggio a vuoto. Mi spiace. L'importante  che non ci siano strascichi. Ora piuttosto concentriamoci su Noferini. Ho una grande notizia: due volanti della Questura di Lucca lo stanno trasferendo qui.
Lo trasferiscono qui?
Lo stanno gi trasferendo. Il sospetto sar a San Vittore nel primo pomeriggio.
Rimase basito.
Il commissario rifer, quindi, degli ultimi aggiornamenti appena avuti da Santoni, sulla probabile, e non verificata, frequentazione di Viola Baccelli nello stabilimento balneare adiacente a quello di Noferini e compagni.
Ne terremo conto, comment il magistrato che mostrava chiari segni di impazienza all'idea di poter finalmente interrogare il tanto chiacchierato studioso di materie esoteriche. Probabilmente si era preparato molte domande e intendeva incalzare il sospetto.
Sembrava quasi euforico: il suo momento stava arrivando. Quell'indagine avrebbe fatto tornare a splendere la sua stella un po' ingrigita dopo l'insabbiamento della sua inchiesta sui fondi nelle banche estere.
Meno di due ore dopo arriv la telefonata tanto attesa.
Noferini, nonostante il viaggio, aveva dato la sua disponibilit per un confronto.
La notizia, tutto sommato, non sorprese Ardig.
Non persero tempo. Lasciarono l'ufficio e scesero nel parcheggio sotterraneo del tribunale. Salirono sull'auto di servizio del magistrato immettendosi nel traffico milanese.
Per arrivare allo storico penitenziario impiegarono una ventina di minuti.
Le possenti mura di San Vittore, grigie, intervallate con una striscia rossa, si vedevano da distanza notevole.
Si fecero lasciare in piazzale Aquileia e si incamminarono per viale Papiniano, costeggiando le mura carcerarie, quindi girarono in via degli Olivetani, raggiungendo l'entrata principale della casa di detenzione milanese.
Le formalit burocratiche per entrare furono piuttosto lente, anche se si trattava del capo della sezione Omicidi e di un magistrato. Mezz'ora dopo una guardia penitenziaria li fece accomodare in un saletta adibita ai colloqui.
Un tavolo di plastica al centro della tavola, tre sedie di plastica leggera gi predisposte e altrettanti bicchieri di carta collocati sul tavolo insieme a tre bottigliette, di plastica pure quelle.
Pareti bianche, due porte in ferro sui lati della stanza.
Attesero per alcuni minuti interminabili fino a quando dalla porta sul lato sinistro della stanza udirono rumori metallici. Di chiavistelli infilati in vecchie serrature.
La porta si spalanc.
Noferini entr per primo, quasi spintonato dall'agente che lo accompagnava.
Completo leggero, grigio scuro, camicia bianca leggermente stazzonata, barba di un giorno, una sorta di cenere, dovuta alla ricrescita, rendeva meno lucida la pelata.
L'aspetto appariva leggermente dimesso, per via dei primi giorni di detenzione.
Lo sguardo, con gli occhi neri, saettanti, accesi di una luce inquietante, era per sicuro, magnetico, quasi sprezzante.
La voce, stentorea, impostata, cristallina, emerse dalle profondit del suo fisico possente, accompagnata dal solito sorriso arrogante.
Dottore, non posso che ringraziarla.
Perilli, visibilmente colpito dalla tracotanza e dal carisma emesso da Noferini, abbocc immediatamente all'amo della provocazione.
Per cosa?
Per questa bella gita. No? Mi mancava Milano. Non avevo occasione di venirci da tempo. Lei mi ha dato l'opportunit di rivedere una citt che amo e che sento mia.
Veramente - continu ingenuamente il magistrato - a noi risulta il contrario. Ovvero che a Milano  gi venuto nelle scorse settimane.
Noferini rise divertito.
Soltanto per poche ore. Il tempo di fare una visita a un amico gallerista in via Pisacane e poi cenare da solo a Brera, nella vana attesa di un potenziale compratore di un dipinto in mio possesso. Avevo informato il commissario qui presente gi in precedenza, durante la nostra chiacchierata a Pietrasanta. E comunque le sto ripetendo notizie a lei gi note, avr gi controllato i miei spostamenti, non ho dubbi.
Aveva ragione.
Non siamo qui per questo, lo interruppe Ardig.
Commissario, mi fa piacere interloquire nuovamente con lei. Mi dovr scusare ma non ricordo il suo nome.
Bruno Ardig.
Ah, ecco. Ardig. Spero di non dimenticarlo. Purtroppo non dispongo di una buona capacit mnemonica con i nomi. E nemmeno per i visi.
Temo che invece dovremo metterla alla prova questa sua memoria.
Un altro sorriso.
Proviamo..., lo sfid Noferini.
Turconi. Chiara Turconi. Le dice nulla?
No. Dovrebbe?
Penso di s. Ma andiamo avanti. E Viola Baccelli?
Neppure.
L'espressione del volto rimaneva glaciale.
Nessun tremito.
Nessuna goccia di sudore.
Nessuna emozione.
Riproviamoci. Chiara Turconi e Viola Baccelli...
Spiacente, la luce non si  accesa. Ribadisco. Per i nomi...
Cerchi di fare uno sforzo di memoria, lo incalz il commissario.
Mi aiuti lei, mi dia un riferimento, una data.
Estate 1976. Una giovane studentessa uccisa nella pineta vicino a Torre del Lago. Venne trovata carbonizzata.
Oh... certo. Ricordo. La seconda vittima del Mostro della Pineta. Un delitto terribile. Ne parlavano tutti in spiaggia.
Si chiamava Viola Baccelli.
Ah, ecco, era lei quindi.
Proprio lei. La conosceva?
Lo escluderei.
Torniamo a Chiara Turconi.  sicuro di non ricordarla?
Mi ripeto. Il nome non mi dice nulla.
 morta anche lei nel 1976. Anche lei carbonizzata.
Macabra coincidenza. Sempre in Versilia?
No, a Milano. Qualche mese dopo. In una fredda notte di dicembre. Le ripeto: la conosceva?
Anch'io mi ripeto: no! Avrei dovuto conoscerla?
Era amica di Roberto Micheletti. O non si ricorda nemmeno di lui?
Una conoscenza estiva. Abbiamo frequentato lo stesso stabilimento balneare per un paio di anni a Marina di Pietrasanta.
Eravate anche compagni di corso all'universit, qui a Milano...
Abitavamo in zone diverse della citt. Ognuno aveva i suoi giri e le sue amicizie.
E lei che amicizie aveva? Alberto Annoni?
Lo vedevo ogni tanto. Un bicchiere di vino, una passeggiata sui Navigli. Ci siamo persi di vista velocemente.
E come mai? Avevate litigato?
No, semplicemente Alberto era rimasto indietro con gli esami fin dal primo anno e seguendo corsi diversi le occasioni per vedersi si sono diradate. Nulla di strano.
E Lorenzo Orrigoni?
Un'altra conoscenza estiva. Mai frequentato a Milano. Non mi ricordavo nemmeno chi fosse fino a quando...
Fino a quando non ha letto sui giornali che era morto...
Indovinato.
Ucciso come Annoni e Matteo Pozzi. Lui se lo ricorda?
Un'altra risata. Lugubre, quasi demoniaca.
Commissario. Me li ricordo tutti,  ovvio. Lei non si ricorda con chi passava le estati al mare quando aveva 18 anni?
Mi risponda.
Le ho risposto.
E Barassi? Un'altra occasionale conoscenza estiva?
Quasi. Non ho pi saputo nulla di lui per almeno quindici anni. Poi ci siamo incontrati, casualmente, ad Arezzo, a una fiera orafa. Da allora abbiamo intrattenuto sporadici rapporti di lavoro.
La voce di Ardig si alz improvvisamente.
Sporadici? Le ha telefonato almeno venti volte nelle due settimane precedenti al suo omicidio.
Noferini, ancora una volta, non si scompose.
Aveva urgenza di reperire denaro. Voleva piazzarmi alcuni preziosi. Ho rifiutato perch non ero interessato. Lui ha continuato a pressarmi con telefonate continue. Non si tratta di quel nuovo reato... come si chiama... stalking?, lo canzon ironicamente lo studioso.
Perilli assisteva impassibile al botta e risposta tra il giovane poliziotto e il glaciale studioso di materie esoteriche, incapace di intromettersi.
Per qualche istante nella stanza cal il silenzio.
Il responsabile della Omicidi non aveva coltivato nessuna illusione. Era sicuro che Noferini non si sarebbe fatto sfuggire una parola o un'allusione.
Tuttavia doveva proseguire.
Professore, mi aiuti a capire.
Volentieri, se  possibile.
La sua auto viene rubata a Lucca...
Ho sporto denuncia il giorno stesso del furto.
Lo so, mi lasci proseguire.
Prego.
Il ladro, o chi ne entra in possesso, la utilizza, come sappiamo dalle telecamere di sorveglianza, per sequestrare Pozzi a Malpensa e per pedinare, e presumibilmente freddare, Barassi sull'autostrada Brescia-Milano. Una delle vittime, Barassi appunto, ha delle frequenti conversazioni telefoniche con lei prima di essere ucciso...
Le ho gi spiegato...
Mi lasci finire, url Ardig.
Non le permetto di alzare la voce con me, commissario, rispose gelido Noferini.
Le ricordo che sono un onesto cittadino, fermato sulla base di prove che sembrerebbero ridicole anche all'ultimo studente di Giurisprudenza.
Questo lo vedremo. Posso continuare senza essere interrotto?
D'accordo.
Nel bagagliaio della sua attuale vettura, parcheggiata a Pietrasanta, abbiamo rinvenuto la pistola utilizzata per uccidere Barassi, la borsa con i preziosi che gli era stata sottratta e un libro, quello di Cusani, da cui qualcuno ha estrapolato delle frasi in volgare milanese seicentesco per scrivere delle rivendicazioni recapitate dopo ognuno dei delitti avente per vittima i suoi vecchi amici Annoni, Orrigoni e Pozzi.
L'antiquario sorrise, sembrava divertito.
Concludo ricordando che vicino al cadavere di ognuno di questi uomini abbiamo trovato un'immagine alterata della Pala dei Tre Arcangeli di Marco d'Oggiono, di cui lei ha una copia, quasi una gigantografia, proprio dietro alla sua scrivania.
Ha dimenticato qualcosa, commissario. La mia tesi di laurea sul marchese Ludovico Acerbi, aggiunse sarcastico.
Vero. Mettendo insieme tutti questi elementi lei cosa ne deduce?
Non devo essere io a trarre conclusioni.
Si sar pure fatto un'idea sul perch cinque suoi vecchi amici sono stati massacrati in meno di un mese. No?
Nessuna idea.
Ah, no? Strano.
Appoggi sul tavolo la foto della Grande Olanda trionfatrice nel torneo ferragostano degli stabilimenti balneari del 1976.
I giovani Annoni, Orrigoni, Pozzi, Barassi e Micheletti esultavano festanti insieme a Noferini.
Li guardi? Li vede? Lei  l'unico di questi ad essere ancora vivo, e ha il coraggio di dirmi che non ha nessuna idea?, sbott Ardig.
Commissario inizio a stancarmi. Se ha da dirmi qualcosa di serio lo faccia, altrimenti torno a godermi la mia splendida cella..., replic secco il satanista.
Va bene. Se ha cos fretta di tornare al fresco vorr dire che la disturber ancora per pochi minuti. Posso raccontarle una storia?
Soltanto se  capace di appassionarmi, sorrise sornione Noferini.
Proviamoci. Allora, la storia  ambientata nel 1976. Nell'estate del 1976 per la precisione. I protagonisti sono un gruppetto di studenti universitari, ventenni, tutti milanesi tranne uno, toscano, che per studiava a Milano insieme agli altri.
Piccolo il mondo..., lo interruppe il satanista.
Appunto, ma in questa storia i personaggi sono anonimi e irreali, anzi come direbbero nel cinema ogni riferimento a fatti o persone  puramente casuale.
Benissimo, vada avanti.
Perilli li guardava esterrefatto.
Non comprendeva il senso di quel teatrino.
I nostri giovani studenti, in particolare uno di loro, sono molto bravi a calcio, tanto da vantarsi di essere la versione versiliese della grande Olanda di Cruyff, e vincono persino il torneo degli stabilimenti balneari.
Per, mica male...
Giocano, si divertono, tutto normale. Finch una sera ne combinano una grossa. Conoscono una giovane studentessa fiorentina, che potremmo chiamare Viola, la stuprano e la uccidono, con una mazza, una spranga, qualcosa del genere.
Noferini alz la mano, come uno scolaro che desidera fermare il maestro.
Che la ragazza sia stata violentata ne siamo sicuri? Non poteva aver avuto dei rapporti consenzienti con alcuni di loro?
Ne dubito.
Ma non  sicuro, no?, lo sfid lo studioso.
OK, allora prendiamo per buona l'ipotesi dei rapporti consenzienti. In ogni caso i ragazzi, dopo l'orgia, la massacrano. Poi, per depistare le indagini, decidono di portare il corpo nella vicina Pineta di Torre del Lago e di bruciarlo, esattamente come aveva fatto un altro assassino due estati prima, in circostanze analoghe seppur non identiche. E l'obiettivo  raggiunto: tutti puntano su un mostro, i Carabinieri indagano, per non trovano nulla. Intanto le vacanze finiscono e i nostri giovani rientrano a Milano senza attirare nessun sospetto su di loro. E da quel momento in Versilia non si faranno mai pi vedere.
Un momento. Mi aiuti a capire: i nostri giovani sono considerati responsabili anche del precedente delitto a cui prima accennava?, chiese con un tono che mixava curiosit e divertimento l'esperto in dottrine esoteriche.
No, non credo. Le modalit sono diverse. E poi il leader del gruppetto, il testa-fina, il capo, definiamolo un avatar, in quell'estate del '74 si trova lontano, negli Stati Uniti, per diplomarsi in un college, diciamo nel Michigan.
Meglio in Pennsylvania, ammicc Noferini, alludendo alla sua esperienza personale di studente negli Usa.
Giusto, in Pennsylvania. Comunque, come stavo spiegando probabilmente non sono loro i responsabili del primo delitto di una ragazza belga, chiamiamola Janine. E nessuno li indaga o li sospetta neppure per il secondo. Cos tornano a Milano e riprendono a studiare. E non solo. I nostri ragazzi sono appassionati di esoterismo. Di occultismo. Approfondiscono, leggono. E fanno pratica. Messe nere, riti sabbatici, sacrifici di animali. Orge di gruppo.
L'ex docente rise nuovamente, divertito, pur senza interrompere.
Per qualcosa va storto - prosegu Ardig - una ragazza loro amica, presumibilmente anche lei coinvolta in questi riti demoniaci, rimane incinta. E l'aborto in quel periodo in Italia  ancora illegale. Non sappiamo bene cosa succeda: forse la giovane li ricatta, minaccia di raccontare tutto al suo influente genitore, un avvocato tra i pi importanti di Milano, o addirittura di denunciarli. Oppure non succede nulla di tutto questo: la sua fine  comunque segnata. Un altro rito satanico e la giovane viene uccisa, a coltellate, e bruciata.
Il commissario fece una beve pausa.
Lo studioso ne approfitt per commentare: Storia interessante, sono curioso di scoprire il finale.
Ci arrivo, mi dia tempo. Gli inquirenti non collegano l'omicidio di questa ragazza, chiamiamola Chiara, con quello avvenuto in Versilia qualche mese prima. Non c' Internet, non ci sono i computer, non c' grande comunicazione tra le Questure, non ci sono le tecniche scientifiche di investigazione di oggi. E poi siamo nel 1976. A Milano si uccide tutti i giorni. Le Brigate Rosse, le bande di Turatello e Vallanzasca. Le indagini arrancano e alla fine, inevitabilmente, si arenano. I nostri giovani amici riescono a farla nuovamente franca. Tuttavia due delitti cos ravvicinati sono troppi per non rischiare di attirare sospetti e pertanto decidono di perdersi di vista. Per sempre. Chiss, magari stringono anche un patto, un giuramento, di quelli con il sangue, indissolubili. Non si frequenteranno pi a Milano, non andranno mai pi in Versilia, faranno sparire ogni ricordo - foto, lettere, cartoline o altro - di quel periodo e non racconteranno nulla di quegli anni e della loro amicizia alle loro donne o ai loro figli. Nessuno di loro parler mai, perch nessuno vuol rischiare l'ergastolo. E cos le strade dei ragazzi si dividono per sempre e cala il silenzio sul loro passato.
Un piano perfetto, osserv Noferini.
Quasi perfetto.
Si scambiarono l'ennesimo sguardo di sfida.
Per pi di trent'anni - riprese Ardig - tutto fila liscio. I nostri giovani diventano adulti. Fanno carriere invidiabili, guadagnano soldi, qualcuno si sposa e ha figli, qualcuno si separa. Insomma gli alti e bassi della vita. E dimenticano il satanismo. Quasi tutti. Soltanto uno di loro, infatti, non perde n il pelo n il vizio.  il nostro avatar. Lui non cambia. Continua a frequentare ambienti esoterici, a studiare l'occulto, va addirittura negli Stati Uniti a conoscere i massimi profeti del satanismo americano. E quando torna in Italia ricomincia con i riti demoniaci. E non solo. Si mette in cerca di discepoli. E chiss magari ne trova gi nel corso degli anni Ottanta. Di sicuro sappiamo che nei primi anni Novanta trova un gruppetto di ventenni disposti a seguirlo. I ragazzi suonano insieme, musica dark metal, hanno una band e si chiamano gli Angeli di Lucifero.
Un'altra risata stopp il racconto.
E chi sarebbero questi Angeli di Lucifero?, chiese sempre pi sarcastico l'antiquario.
Giovani di buona famiglia, viziati, annoiati. Bulletti con i soldi. Alcuni di loro sono suoi studenti alla Statale di Milano, dove il nostro avatar  titolare di cattedra in una materia complementare. E il copione si ripete: messe nere, tombe profanate, orge di gruppo e sacrifici di animali. E altri due omicidi: questa volta, per, le vittime non sono studentesse, bens due misere prostitute straniere di cui non frega nulla a nessuno.
E quindi non succede niente?, butt l, sempre ironicamente, Noferini, con un tono falsamente ingenuo.
No. Questa volta siamo nel 1994, non nel 1976. Le tecniche di investigazione si sono evolute. L'informatica domina, i laboratori scientifici sfornano dati e indizi. E le indagini infilano la direzione giusta.
Perci questi giovani e il loro avatar vennero arrestati?
No. I quattro giovani vengono indagati e rischiano il rinvio a giudizio. La resa dei conti si starebbe avvicinando inesorabile, ma un inatteso colpo di scena cambia le carte in tavola. Una notte i ragazzi, dopo aver bevuto qualche birra di troppo e sotto effetto di stupefacenti, si mettono a correre su una strada impervia, su nel comasco, perdono il controllo della macchina e si schiantano in un burrone. Gli Angeli di Lucifero vanno dritti all'inferno, a bruciare insieme al loro Satana. E con la morte dei sospettati le indagini si fermano inevitabilmente. E il nostro avatar, ancora una volta, riesce a non essere nemmeno lambito da un sospetto.
La storia si fa sempre pi interessante, mi piace. Prosegua.
Passano gli anni e non succede nulla. O meglio qualcosa succede. Qualcosa che il nostro avatar evidentemente non aveva previsto. Uno dei ragazzi della Versilia, uno dei giocatori della Grande Olanda, ormai cinquantenne, comincia ad avere dei rimorsi. Quella studentessa uccisa a Milano, Chiara, inizia a tormentarlo di notte. Magari, chiss, ha saputo che nel frattempo un tumore si  portato via il fratello della giovane e che il cuore della madre ha ceduto al troppo dolore per la scomparsa dei suoi due figli. Potrebbe confessare l'atroce verit, ma non ha il coraggio:  sposato, ha una figlia adolescente, una posizione rispettabile, ha troppo da perdere.
Oppure non ha nessuna intenzione di farlo, sugger lo studioso.
Pu darsi. Comunque i rimorsi avanzano e cos il nostro pentito decide di far visita alla tomba di Chiara. Sempre pi spesso. E ogni volta lascia dei vistosi girasoli gialli nel vaso dei fiori. Finch...
Finch?
Un giorno il padre della vittima o qualche suo collaboratore - calc il termine collaboratore - nota i fiori e si insospettisce, cos fa mettere sotto controllo la lapide di Chiara e incappa in questo signore... Vuol provare a proseguire lei, professore?
Non sarei in grado, non sono in possesso degli elementi necessari.
Be'... da qui la nostra storia assume contorni pi sfocati. Ma possiamo ipotizzare che il padre di Chiara, un vecchio avvocato che combatte contro l'inesorabile avanzata di una malattia degenerativa letale, abbia raccolto lo sfogo dell'ex giocatore della Grande Olanda. E che una volta scoperta la verit abbia deciso di affidare i responsabili dell'omicidio della figlia non alla giustizia dei tribunali in cui aveva operato per tutta una vita, bens a una vendetta privata, crudele, senza scrupoli. Con tempi molto pi brevi rispetto a quelli processuali.
L'interrogato continuava a restare una sfinge.
Ardig concluse la sua arringa.
Non entro nei particolari, perch neppure io sono in possesso di tutti gli elementi necessari: ragionevolmente possiamo ritenere che l'anziano avvocato ingaggi alcuni sicari professionisti e decida di far uccidere tutti i componenti della Grande Olanda. Tutti, tranne uno. L'avatar, cui riserva un'altra forma di vendetta: far ricadere su di lui la colpevolezza di questi delitti, facendogli conseguentemente scontare una lunga pena detentiva. Chi ha eseguito questo incarico, per,  stato un po' maldestro, o precipitoso, nel portarlo a termine. E soprattutto non ha considerato che avremmo controllato alla perfezione i suoi alibi, i suoi movimenti bancari, i suoi tabulati telefonici. Suoi dell'avatar intendo dire.
Alibi che lo scagionano completamente, chios Noferini.
Non del tutto. Le indagini sono aperte, lo rintuzz il poliziotto.
Un'altra risata, l'ennesima.
Lei si illude, commissario.
Vedremo... forse possiamo ritenere che il nostro vecchio legale assetato di vendetta abbia comunque gi ottenuto il suo risultato. L'avatar  stato arrestato, il suo nome  finito su tutti i giornali. La sua immagine  distrutta e ha davanti anni di processi incerti e costosi, probabilmente di detenzione, senza contare la scontata gogna mediatica che dovr patire.
Noferini, per la prima volta, mostr fastidio, con un'espressione di disappunto e rabbia.
Una bella storia davvero. Peccato, mi pare di capire, che lei non abbia uno straccio di prova per dare dei nomi e dei cognomi ai protagonisti. Come ha detto all'inizio: Ogni riferimento a fatti e persone  da ritenersi del tutto casuale. Giusto?
Giustissimo.
E come si conclude la sua storia?
I cinque ormai ex ragazzi sono morti, la vendetta  compiuta. L'avatar rimarr qualche mese in carcere, poi avr la detenzione domiciliare e passer anni sotto processo. E con la nostra giustizia nulla  mai scontato...
E l'avvocato?, reag per la prima volta con un moto di stizza Noferini.
Ha 85 anni. E pochissimo da vivere, allarg le braccia Ardig.
Dunque i delitti resteranno impuniti.
Presumo di s. Non ci sono prove a carico del legale: telefonate, movimenti bancari. Niente. E l'avvocato non ha pi la lucidit mentale per collaborare con gli inquirenti. Si porter la sua verit nella tomba e l'inchiesta si arener. Come del resto  accaduto per le inchieste precedenti, per la morte di Viola, di Chiara, delle due prostitute straniere e dei componenti degli Angeli di Lucifero. Tutti delitti che resteranno impuniti.
Rifiat un secondo. Prima di sibilare minaccioso: E questo  il bello della nostra favoletta, potremmo dire la morale.
Quale morale?, sbott Noferini.
Il satanista cominciava finalmente a scomporsi.
In ogni favola c' una morale. Alla fine il nostro giovane commissario  a un bivio. Potrebbe continuare a indagare sul vecchio avvocato, scovare i suoi complici, trovare i veri assassini materiali di Annoni, Orrigoni, Pozzi, Barassi e aggiungiamo anche di Micheletti. Potrebbe...
Utilizza il condizionale, sottoline quasi intimorito l'antiquario toscano.
Devo utilizzarlo. Perch se il nostro commissario arrivasse davvero fino in fondo troverebbe la verit, ma forse non la giustizia.
Lei delira. Trovare la verit significa fare giustizia.  per questo che lei  pagato, non lo dimentichi.
Non sono d'accordo. In questo caso assicurare alla giustizia i veri assassini di Annoni e gli altri significherebbe scagionare l'avatar dalla responsabilit di questi cinque delitti che effettivamente non ha commesso.
Appunto. E non  questo che le impone di fare il suo dovere?
In teoria. Perch se facessi cos lascerei per sempre impuniti altri delitti altrettanto feroci: quelli di Viola, di Chiara, delle due prostitute dell'Est e ci aggiungo anche quelle dei quattro ragazzi degli Angeli di Lucifero. Come vede la verit e la giustizia non sempre coincidono e la bilancia della giustizia oscilla pericolosamente.
L'antiquario strinse i pugni.
Farebbe processare e forse condannare un innocente e lascerebbe degli assassini a piede libero?
Ribadisco: i piatti della bilancia della giustizia non sempre pesano dalla parte giusta. Personalmente preferirei veder marcire dietro le sbarre chi ha tolto la vita a quattro giovani ragazzine innocenti che non dei sicari pagati per liberarci di cinque figli di puttana che si erano tenuti dentro un segreto cos atroce per oltre trent'anni, continuando a fare la loro bella vita e le loro belle carriere come se niente fosse.
Non riesco a credere alle sue parole. Lei, commissario, non pu fare una simile scorrettezza.  un pubblico ufficiale. Lei, commissario, ha giurato...
Lasci perdere queste cazzate. E poi le ricordo che parliamo di una storia astratta. I personaggi sono irreali e non hanno interpreti nella realt. O sbaglio? Quindi, perch si accalora? Per una storiella inventata?
E quindi chi ha seminato morte e terrore in queste ultime settimane la far franca?, borbott ormai rassegnato Noferini.
Non abbiamo alcun elemento per identificarli. A meno che il demonio - ironizz - non ci mandi un segnale. Per tenderei a non contarci troppo...
Una dimostrazione di grande incompetenza da parte della Polizia e della Magistratura, brontol il sospettato, prima di afflosciarci sulla sedia.
Il silenzio cal nuovamente nella stanza per i colloqui.
Finalmente Perilli, ancora sbigottito, ritrov la parola.
Professore, se non ha altro da aggiungere...
Il satanista sembrava un vulcano sul punto di eruttare con la potenza deflagratoria con cui il Vesuvio aveva sommerso Pompei, Ercolano e Stabia.
Le vene del collo erano gonfie, il viso paonazzo.
Guardia - ordin il magistrato - riportatelo in cella.
Alzandosi Noferini incroci lo sguardo con quello di Ardig. Uno sguardo carico di odio, cattiveria, ira furiosa.
Se fossero stati soli lo avrebbe ammazzato.
Non aveva dubbi.
La tesi sull'Acerbi fu inserita - sibil, parlando quasi sottovoce - in un libro, dal titolo Milano e il Maligno, misteri sotto la Madonnina. Ne stamparono alcune centinaia di copie e di fatto nel giro di pochi anni divent introvabile.
Il poliziotto fece segno all'agente penitenziario di fermarsi.
E quindi?
Quelle poche persone che cercavano quel libro dovevano rivolgersi alle poche librerie di Milano specializzate in dottrine esoteriche. E le librerie, su prenotazione, chiamavano l'editore che aveva conservato una cinquantina di copie. Da quel che so l'ultima copia  stata richiesta alcuni mesi fa proprio qui a Milano. E dubito che a richiederla sia stato un vecchio morente.
I due uomini si guardarono negli occhi.
Il piatto della bilancia ora pendeva da una parte precisa.
Quella della verit.
Stava ad Ardig scegliere cosa fare.
Il satanista lo guard un'ultima volta.
Buon lavoro, commissario.
Noferini si avvi verso la porta, dandogli la schiena.
Portatelo via, conferm il sostituto procuratore.
Prima di girarsi verso il giovane responsabile della Omicidi.
Commissario, i miei complimenti.  riuscito a farlo parlare.
Ardig era crollato sulla sedia, esausto, svuotato, come un pugile dopo un incontro massacrante vinto all'ultima ripresa.
Ancora non credeva di esserci riuscito.
Afferr il bicchiere di carta e trangugi l'acqua tutta di un fiato. Dopo qualche istante riprese lucidit.
Come ho fatto a non pensarci, ha ragione Noferini... Turconi  un vecchio malato.  a letto da mesi. Non poteva essere lui a tirare le fila ai due killer serbi. Non poteva recarsi in banca a fare i prelievi. Lui  il mandante, il finanziatore. Markovic e Silobad sono i sicari. In mezzo c' un'altra figura, qualcuno che ha pianificato le mosse dei due serbi, che li ha istruiti, indirizzati e controllati.
Ha qualche sospetto?
Nessuno, ment.
L'ultima foto posta sul ripiano della camera da letto di casa Turconi si stamp nella mente di Ardig.
L'istantanea dell'avvocato che esamina un fascicolo con un collaboratore lo aveva allarmato fin dal primo istante.
Non riusciva a mettere a fuoco l'immagine.
Finalmente aveva visto il Minotauro cui stava dando la caccia da settimane.
Il filo di Arianna era quasi terminato.
Era tempo di sguainare la spada.
Ma un dubbio lo attanagliava: era giusto cercare la verit, quella verit?
Era meglio rincorrere il Minotauro e scagionare Noferini oppure...
Nell'ufficio non c'erano sedie per tutti.
Per la riunione operativa pi importante Ardig aveva voluto riunire tutta la sua squadra, compreso Santoni appena rientrato dalla Versilia.
Riepilog gli ultimi fatti, ovvero la visita a casa dell'avvocato Turconi e l'interrogatorio di Noferini.
Quindi cominci ad assegnare i rispettivi incarichi.
Voglio sapere tutto sulla situazione patrimoniale di Turconi. Trovate il commercialista che lo assisteva. Parlate con i direttori delle banche in cui aveva i conti. Dobbiamo sapere quanti soldi ha movimentato nell'ultimo anno. Anzi negli ultimi due anni. Occupatene tu, Lino - indic Velluti - e fatti aiutare da Sanna.
Larini e Zanella andranno al catasto. Verifichiamo eventuali alienazioni immobiliari compiute dal legale.
Gli agenti annuirono.
Pinton e Sinato invece si faranno il giro delle librerie. Precedenza a quelle che si occupano di magia ed esoterismo, dovrebbero essere tre o quattro. Poi ci allarghiamo alle altre. Le batterete tutte, se occorre. Bisogna scovare i nominativi di tutti quelli che hanno prenotato quel libro dove  inserita la tesi di laurea di Noferini.
Inspir per riprendere fiato. Poi concluse.
Massimo, tu invece devi trovare i nomi dei collaboratori dello studio legale Turconi, soprattutto quelli degli ultimi 15 anni. Da quando  morto suo figlio in poi.
A cosa sta pensando?, chiese Santoni ricorrendo al lei formale vista la presenza del magistrato.
Turconi ha perso tutti, non ha parenti e non ha eredi.  possibile che negli ultimi anni si sia affezionato a qualcuno estraneo alla sua cerchia familiare. Un avvocato del suo studio per esempio. Nella sua camera da letto ho intravisto una foto che ritrae l'avvocato, in ufficio, in compagnia di un collaboratore, sui 40 anni. Potrei sbagliarmi. Per la foto era vicino a quelle dei suoi cari. La moglie, i figli...
Capisco. Se non si trattasse di una persona cui tiene non conserverebbe la foto vicina a quelle dei suoi estinti pi cari, convenne Santoni.
Magari mi sbaglio, in ogni caso dobbiamo provarci, chios Ardig.
Prima di aggiungere: Ragazzi, mi raccomando. Veloci e senza errori. Forse questa  la volta buona.
Congedati i suoi uomini rimase da solo con Perilli che, senza battere ciglio, aveva firmato tutti i mandati necessari per gli accertamenti.
C' ancora una cosa che non mi  chiara. Anzi, due, osserv il magistrato.
Sentiamo.
Perch Turconi non ha fatto uccidere anche Noferini? Non sarebbe stato pi facile?
Facile s, ma evidentemente voleva farlo soffrire. A lungo.
Poteva rapirlo, come ha fatto con Pozzi. E poi torturarlo.
Sicuramente, per, viste le sue condizioni di salute, non poteva assistere di persona ai supplizi dell'odiato satanista. Cos, invece, anche da un letto avr potuto godersi l'arresto, vedendolo in tiv o leggendolo sui giornali.
Prendiamo per buona la sua ricostruzione. Allora perch lo hanno incastrato con prove cos palesi da risultare a tratti poco credibili?
Qui devo giocare d'azzardo. Presumibilmente i due serbi sono stati molto attenti fino a quando si  trattato di uccidere. Ma devono aver sottovalutato questo incarico per loro secondario. Consideriamo che era quello conclusivo e che magari erano gi stati pagati...
Credibile.
E la seconda curiosit?
Sempre prendendo per buona la sua ricostruzione possiamo ritenere che Annoni, Orrigoni e Pozzi sono stati uccisi con la spada del marchese Acerbi non solo per depistare la fase iniziale delle indagini, e far ricadere la responsabilit su una setta satanica, quanto per costruire il castello accusatorio che dovrebbe incastrare Noferini. E cos si spiegano le rivendicazioni con le immagini modificate della Pala dei tre Arcangeli di Marco d'Oggiono, le pergamene con le frasi del Cusani e via dicendo. Se cos fosse... perch uccidere Micheletti con un falso incidente stradale e Barassi con una pistola simulando una rapina? Non potevano freddare anche loro con la Vegas?
Posso tirare a indovinare. Personalmente propendo per l'ipotesi che Annoni, Orrigoni e Pozzi siano stati uccisi con la spada proprio perch avevano cognomi che risalivano alla Milano seicentesca, al periodo dell'Acerbi. E infatti dopo le morti di Annoni e Orrigoni siamo caduti nella trappola della vendetta del marchese. La mia impressione  che Micheletti, invece, sia stato ucciso per primo perch non rivelasse quanto forse aveva intuito o aveva saputo.
Perch non lo rivelasse a noi?
In primis a noi. Ma anche ai suoi ex amici. Se davvero si era reso conto di cosa stava bollendo in pentola  evidente che doveva essere tolto di mezzo per primo, altrimenti il piano sarebbe saltato. E dovevano farlo senza insospettire Annoni e gli altri, gente scafata, che stava sul chi vive.
Cos hanno scelto di simulare un incidente stradale provocato dal solito pirata.
E infatti - riprese Ardig - ritengo che nessuna delle vittime abbia fatto caso a quanto successo a Micheletti, salvo forse per il Barassi, e noi non ci siamo allarmati e non abbiamo collegato la sua morte agli omicidi successivi fino a quando  entrato in scena Noferini e abbiamo scoperto della Versilia.
E Barassi? Perch per lui niente Vegas?
Qualunque tipo di omicidio richiede un certo tipo di preparazione. Probabilmente avevano scoperto che Barassi si preparava a scappare. E non avevano tempo e modo per attuare la messa in scena della spada, cos lo hanno ucciso con una pistola. Era impensabile uccidere quattro persone con questo metodo,  chiaro che i superstiti avrebbero reagito, si sarebbero fatti trovare preparati. E infatti Barassi girava armato, pronto a sparare.
Un momento, potevano rapirlo in quell'area di sosta dell'autostrada e poi farcelo trovare a Milano, sventrato dalla Vegas, come  capitato con Pozzi, osserv il magistrato.
Mmm... s potevano. Ma possiamo dedurre che abbiano scelto di ucciderlo diversamente proprio per far ricadere la colpa su Noferini, lasciando poi nel bagaglio della sua vettura la pistola e la valigetta sottratta alla vittima.
Pazzesco. Se Micheletti si fosse rivolto a noi. O se lo avessero fatto Annoni, Orrigoni, Pozzi o Barassi, li avremmo salvati.
Gli unici a poterlo fare erano Micheletti, che forse non ha fatto in tempo o non ha voluto, e Barassi, che ha preferito tentare la fuga piuttosto che rivolgersi a noi. Gli altri non si sono resi conto di quanto accadeva. Annoni  stato il primo e non poteva farci nulla, idem per Pozzi che era appena sceso dall'aereo di ritorno dal Giappone e ignorava quanto era accaduto ai suoi ex sodali...
E Orrigoni? Sapeva sicuramente dell'omicidio Annoni e forse anche dell'incidente a Micheletti, obiett Perilli.
Senza dubbio sapeva di Annoni, ma se ignorava dell'incidente occorso a Micheletti non aveva ragione per agitarsi. Annoni poteva essere stato ucciso per mille altre ragioni, visto che frequentava ambienti non sempre cristallini. Cocaina, donne, lusso...
Forse per questo  stato scelto come primo bersaglio.
Immagino di s. Ha dato meno nell'occhio e non ha allarmato Orrigoni. Provo a mettermi nella loro testa: Annoni e Orrigoni dovevano essere gli ossi pi duri e quindi andavano eliminati per primi. Hanno optato per il pubblicitario perch con il suo cognome era perfetto per inscenare la recita della vendetta del marchese Acerbi, che invece sarebbe stata pi difficile con Orrigoni. Uccisi i primi due il resto  venuto di conseguenza. Sapevano che Pozzi era in Asia e che avrebbero potuto sorprenderlo al ritorno. Intanto, mandando le pergamene a Malerba, hanno innescato il pandemonio mediatico della vendetta del marchese Acerbi per gettare fumo negli occhi. E a quel punto restava solo Barassi.
Che avrebbe potuto denunciarli...
Non lo avrebbe fatto. Avrebbe dovuto ammettere il suo coinvolgimento in almeno un delitto tra quelli di Viola Baccelli e Chiara Turconi, senza nemmeno sapere per quale dei due era scattata questa sanguinosa vendetta. Alla fine avrebbe dovuto confessare la sua partecipazione a entrambi gli omicidi.
E l'ergastolo non glielo avrebbe evitato nessuno.
Appunto. E con un bel conto in banca, una moglie giovane e due bimbi piccoli il buon Barassi non aveva nessuna intenzione di ammuffire in galera. Ha deciso di rischiare, scegliendo la fuga a Caraibi. Se fosse salito su quel volo per Lisbona si sarebbe eclissato. Invece gli assassini sono stati pi veloci di lui. Con il senno di poi possiamo dire che era prevedibile: chiss da quanto lo tenevano d'occhio. Non aveva speranze di fuggire.
Una ricostruzione plausibile. Un'ultima cosa. Perch Noferini le ha dato quell'assist?
Per interesse. E per vendetta.
Non la seguo.
Noferini  consapevole che la sua vicenda processuale, nonostante le prove siano artificialmente costruite contro di lui e palesemente esagerate, potrebbe trascinarsi per anni, durante i quali lui si ritroverebbe quotidianamente nel tritacarne mediatico e giudiziario. Se invece prendessimo i colpevoli la sua posizione si chiarirebbe molto pi rapidamente.
Ma emergerebbero i sospetti su di lui per i due delitti del 1976, lo pungol il sostituto procuratore.
Sospetti, appunto. Nient'altro. Si tratta di storie vecchissime, senza alcun testimone oculare rimasto in vita. Mentre questi morti sono freschi. Mi creda, ha tutto da guadagnare, per la sua posizione processuale, se prendiamo i veri assassini di Annoni e degli altri.
E la vendetta?
Uno come Noferini  abituato a vincere sempre, ad aver ragione sugli altri. Chi lo ha incastrato si  mosso bene procurandogli un danno enorme, incalcolabile. La sua immagine di studioso, la sua reputazione, sono andate distrutte. Senza contare i giorni che sta trascorrendo in carcere e quelli che trascorrer. E non saranno pochi. Chiaro che voglia vendicarsi. Per questo ci ha fornito questo assist.
Noferini... che razza di uomo. Un vero demonio. Freddo, calcolatore. Se davvero ha sulla coscienza tutti quei morti, tutte quelle giovani vite....
Ardig si alz. Stanco, ma soddisfatto.
Ancora una cosa...
Dica, sbuff, un po' spazientito, il commissario.
Quel giornalista. Malerba. Da dove ha attinto tutte quelle informazioni su Ludovico Acerbi, tra cui il collegamento tra i cognomi delle vittime e i nemici del marchese, se il libro menzionato da Noferini era cos difficile da reperire?
Ha utilizzato Internet, suppongo, tagli corto Ardig senza mostrare segno di turbamento.
In realt la domanda di Perilli aveva colto nel segno.
Se lo chiedeva da settimane. Come aveva fatto Federico a sapere che gli Annoni erano i nemici giurati dell'Acerbi?
E dove aveva scoperto che Orrigoni aveva acquistato la palazzina di corso di Porta Romana dagli eredi del nobile?
E come faceva a sapere che l'accusatore del marchese nel procedimento penale a suo carico si chiamava Pozzi?
Avrebbero dovuto fare presto una bella chiacchierata...
...
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...
27. Milano, 7 luglio 2009.
...
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...
Con la paletta del Ministero dell'Interno esposta avrebbe potuto lasciare la macchina parcheggiata sul marciapiede o in un posto riservato ai residenti.
Se non c'era una reale urgenza lavorativa, per, preferiva rispettare le regole, anche quelle civiche e stradali, come dovrebbe fare ogni onesto cittadino.
Cos, con una buona dose di pazienza, Ardig si immise nelle tante vie che circondano i Navigli in cerca di un buco dove lasciare l'Alfa 159 di servizio.
Alla fine lo trov in via Pavia. Compil il Gratta e sosta di un'ora e si incammin verso il Naviglio pavese.
Le due stradine, le Alzaie, che correvano parallele al corso d'acqua, intervallate da alcuni ponti, erano pressoch deserte.
Pur avendo trascorso quasi tutta la sua vita a Milano, Ardig, come molti suoi concittadini, era abituato ad associare i Navigli alla calca e alla confusione che caratterizzavano quelle strette stradine nei giorni festivi, in particolare la sera.
Locali con tavolini, divanetti e sgabelli collocati direttamente sulla strada, viavai di camerieri, venditori ambulanti posizionati in ogni metro lasciato libero tra un bar e l'altro, musica ad alto volume, vociare assordante e in mezzo un fiume umano, compatto, di persone intente a sfilare lentamente in una lunga e interminabile processione.
Era questa l'immagine che il giovane commissario aveva dei Navigli, dove si era recato diverse volte, soprattutto nei primi anni della sua carriera, per ragioni di servizio, in cerca di malintenzionati o spacciatori.
Gir nell'Alzaia del Naviglio Pavese, il cuore della movida serale, e cominci a camminare davanti a saracinesche abbassate o a pub al cui interno intravedeva immigrati asiatici, addetti alle pulizie, indaffarati nel rimettere a nuovo banconi e tavoli in vista della successiva ressa serale.
Risal verso la Darsena.
Non aveva idea di dove si trovasse la libreria verso cui era diretto. Non si era neppure fatto dare l'indirizzo preciso da Pinton.
Semplicemente non aveva nessuna intenzione di trascorrere l'intera mattina in ufficio, in attesa di notizie dai suoi uomini impegnati nel ricostruire i movimenti patrimoniali dell'avvocato Turconi negli ultimi mesi.
E cos si era mosso in prima persona.
Ricordava che Vanner, nel loro ultimo incontro, aveva accennato a una libreria, proprio sui Navigli, dove aveva reperito il volume in cui era ospitata la tesi di laurea di Noferini dedicata alla figura del marchese Ludovico Acerbi.
Cammin per alcune centinaia di metri, fino a quando incontr una libreria. Generica, molto grande.
Best sellers in vetrina, libri commerciali sugli scaffali.
Chiese informazione a un commesso.
Acqua. Avevano pochi libri dedicati all'esoterismo e rimase stupito per la domanda.
Il marchese Ludovico Acerbi? Quello di cui si parla tanto per gli ultimi omicidi? Proprio lui?, domand a sua volta curioso il commesso.
Ringrazi e usc senza rispondere.
Sal la gradinata che portava in via San Gottardo, attravers la strada e and ad appoggiarsi sulla ringhiera in pietra che dava sulla Darsena, il vecchio porto fluviale di Milano, dove il Naviglio Grande si incrocia con il Naviglio Pavese.
Proprio su quel muretto, circa vent'anni prima, aveva scambiato dei romantici baci con la sua prima fidanzatina. Si rese conto di quanto tempo era passato.
Non andava sui Navigli da molto tempo, almeno cinque anni. Al posto dell'acqua e della fauna lacustre che popolava la Darsena, ovvero rane e paperotti, vide una distesa di terra, rifiuti e cemento.
Aveva letto sui giornali delle polemiche inerenti alla riqualificazione ambientale della Darsena: soltanto adesso comprendeva il danno ambientale arrecato a uno dei luoghi pi suggestivi della citt.
Si volt dirigendosi verso il Naviglio Grande, le cui Alzaie sono meno mondane e modaiole di quelle del Naviglio Pavese. Le tante enoteche e osterie disseminate nelle due stradine, ovviamente, erano chiuse.
Prese per l'Alzaia.
Pass davanti al celebre Brellin e alla caratteristica zona dei vecchi Lavatoi.
Imbocc uno dei ponti per recarsi dall'altra parte della strada. Mentre saliva gett un'occhiata distratta in una traversa laterale alla destra della scalinata.
All'angolo della strada c'era un negozio di commercio equo solidale.
Proseguendo con lo sguardo vide una vetrina.
Con un'insegna...
Si precipit gi alla scalinata, avvicinandosi alla via laterale, via Corsico.
L'insegna adesso era chiaramente leggibile.
L'angolo dell'Occulto.
Non era proprio una libreria.
In vetrina, oltre a libri e manuali, erano esposte miniature di elfi, draghi, guerrieri, poi talismani e ciondoli, bracciali e ancora piccole pietre preziose, forse quarzi, cui era abbinato un miracoloso potere taumaturgico.
Contro lo stress, contro il mal di testa, contro la sfortuna...
Varc la soglia. Una zaffata piacevole invest le sue narici. Era profumo di incenso, o di qualche analoga essenza arborea. Not diversi piccoli bracieri da cui si alzava una piccola colonna di fumo.
L'ambiente era poco illuminato, una musica strumentale in diffusione, un suono leggero, dominato da organi, arpe e archi, infondeva una sensazione di serenit.
Il negozio era pi grande di quanto si aspettasse.
Una scala a chiocciola portava a un ampio soppalco, convertito in libreria.
La parte inferiore, invece, era dedicata ai souvenir, alle pietre e a tutti gli altri oggetti esposti in vetrina.
Punt deciso verso la cassa dove un ragazzo, piercing al naso e una zampa artigliata tatuata sulla parte sinistra del collo, stava distrattamente lavorando con il computer.
Buongiorno, desidera?
Polizia, commissario Ardig, rispose mostrando il tesserino.
Il giovane impallid. Stava fumandosi una canna.
Il responsabile della Omicidi inspir con il naso, rumorosamente, proprio per farsi notare dal giovane.
Che si affrett a scusarsi.
Un secondo, torno subito.
And nel retro e rientr dopo qualche secondo.
Il rumore dello sciacquone del gabinetto arriv come un'eco lontana.
Ha buttato tutto?, domand Ardig assumendo un aria minacciosa.
Anche se in realt temeva di scoppiare a ridere.
Il ragazzo balbett timoroso.
Era tabacco. Non penser che...
Non mi prenda per scemo. Comunque, non sono qui per questo.
Il giovane tir un sospiro di sollievo.
Se posso aiutarla...
Spero di s. Cerco informazioni su un libro dedicato al marchese Ludovico Acerbi, un nobile vissuto nel Seicento che...
S, commissario, conosco la storia del marchese Acerbi. Con tutto quello che  successo nelle ultime settimane, ammicc il giovane, mostrando chiara volont collaborativa.
Benissimo, vedo che ha capito tutto. Come si chiama?
Tibaldi. Luca Tibaldi. Lavoro qui da tre anni.
Perfetto, Luca. Mi aiuti. Sto cercando un libro che ospita una parte, penso uno specifico capitolo, dedicato al marchese Acerbi.
Ho presente il libro cui si riferisce. Purtroppo non lo abbiamo qui. Per posso procurarglielo nel giro di qualche giorno rivolgendomi all'editore.
No, non mi occorre. Mi bastano delle informazioni.
Dica.
Voglio i nomi di chi vi ha richiesto le ultime copie del libro. Avrete preso dei nominativi per effettuare la prenotazione, no?
Penso di s, mi lasci controllare. Se non ricordo male ne abbiamo richiesta una copia proprio di recente.
Ardig sent l'adrenalina correre a mille.
Il commesso consult il computer.
Quest'anno abbiamo ricevuto una sola richiesta.
Quando?
Lo scorso 20 giugno. E il libro  arrivato il 26.
Un brivido scosse Ardig.
Il 20 giugno. Non era possibile.
I primi tre delitti erano gi stati commessi.
Noferini doveva essersi riferito a una richiesta precedente.
Scusi, ha il nome di chi ha effettuato la prenotazione?
Dario Vanner.
Gi, Vanner. Doveva immaginarselo.
Ecco dove aveva reperito la copia del libro che gli aveva consegnato.
Prima di questa richiesta ne avete ricevute altre?
Nel 2009, no.
E nei mesi prima?
Devo guardare nel file dell'anno scorso.
Pu farlo, cortesemente?
Un attimo.
L'attimo sembr durare un'eternit.
Ecco qui. L'anno scorso abbiamo ricevuto una sola richiesta. Risale al 22 ottobre. A nome Corrado Monti.
Un perfetto sconosciuto. Quel nome non gli diceva assolutamente niente.
Il commesso vedendolo silente e assorto nei suoi pensieri evit di disturbarlo.
Corrado Monti... Non ha per caso lasciato un recapito dove trovarlo? O un indirizzo?
Certamente. Ha lasciato un numero di cellulare 335...
Ardig si segn il numero con aria perplessa.
Commissario...
S?
Non so. Non ne sono sicuro. Non vorrei che...
Cosa?, ribatt infastidito il poliziotto.
Credo di ricordarmi di questo signore. Per, non sono certo... e non vorrei...
Il ragazzo esitava.
Non vorrebbe confondersi?
Esattamente. Lei  un poliziotto, un pubblico ufficiale. Non vorrei davvero combinare qualche casino. Magari mi sbaglio. Sono passati diversi mesi.
Facciamo cos - lo incoraggi il commissario - lei mi racconti quello che si ricorda e io prender il tutto con il massimo beneficio dell'inventario. E non la coinvolger in alcun modo. Non si preoccupi.
Il giovane prese fiato.
Era un uomo sulla cinquantina, robusto, un po' ciccione. Aveva la barba o comunque un pizzetto di quelli un po'... folti, stile ottocentesco.
Come mai era interessato a quel libro? Ne avete parlato?
Se non sbaglio aveva detto di essere un professore, mi pare di Storia.
Ricorda altro?
No. Cio. Era uno elegante, con il cappotto e il doppio petto. Parlava piano, molto garbato. Sembrava Cavour. Non so se mi capisce...
Credo di s. La ringrazio.
Nella passeggiata fino alla macchina ne approfitt, come era solito fare quando camminava, per riordinare le idee.
Per un attimo si sent come il povero don Abbondio.
Corrado Monti. Chi era costui?
Un professore?
Possibile. La bizzarra figura dell'Acerbi poteva essere oggetto delle attenzioni di uno studioso.
Non poteva escludere che questo Monti non c'entrasse nulla con la sua indagine.
Avrebbero comunque dovuto verificarlo.
Telefon a Sinato.
Smetti di girare per le librerie. Torna in ufficio - ordin brusco - e trovami tutto su un certo Corrado Monti, un professore, dovrebbe avere circa 45-50 anni. E controlla anche il suo cellulare. Ti mando il numero via sms.
Lo studio legale - spieg Santoni - di fatto  stato chiuso nel 2005, quando Turconi  stato colpito da un ictus.
 per questo che  cos malridotto?, domand Ardig con poco rispetto per l'anziano malato.
No, successivamente  subentrata una di quelle malattie degenerative che colpiscono gli anziani. E complicazioni cardiache e respiratorie. Da quel che ho capito l'avvocato potrebbe spirare da un giorno all'altro.
Mi dicevi dello studio...
S, ecco... Turconi aveva tre avvocati, un certo Sergio Premoli, che lo ha affiancato per una vita e ora  pensionato. Ha 75 anni e abita in viale Piave.
Uhm...  troppo vecchio. Quello ritratto nella foto con Turconi al massimo ne aveva 45. E la foto non avr pi di 8-10 anni. E gli avvocati?, domand speranzoso Ardig.
Sono due donne. Simona Geroldo, 58 anni, ora ha un suo studio, mentre Ines Ghepardi, oggi 66enne, ha smesso di esercitare da qualche anno.
Vicolo cieco.
Chi diavolo era l'uomo ritratto nella foto?
E il fantomatico professor Corrado Monti?
Tra i dipendenti delle studio legale c'era un certo Corrado Monti?
No, capo.
Allora non capisco.
Riepilog a beneficio di Santoni le ultime novit.
Ho chiesto a Sinato di fare tutti gli accertamenti su questo Monti. Ma capirai, soltanto in provincia di Milano ce ne sono una ventina...
Mi spiace capo, gli unici avvocati che lavoravano nello studio Turconi erano Premoli, la Geroldo e la Ghepardi. Oltre al figlio, ovviamente. E ai tanti giovani praticanti che saranno passati negli anni, prendendo poi le loro strade professionali. Poi c'erano le segretarie, Anna Boschin e Monica Piuri, e l'investigatore che utilizzavano per le indagini.
L'investigatore?
Un tale Mauro Braga. Ha cinquant'anni ed  titolare di un'agenzia investigativa a Como dove si  trasferito da alcuni anni.
Un campanello d'allarme trill nel cervello di Ardig.
Trovami tutto su questo Braga. In fretta. Se  un investigatore avr dovuto chiedere permessi e licenze in Questura.
Mentre ascoltava il resoconto di Velluti fremeva.
Il pentolone che avevano scoperchiato sembrava sul punto di straripare.
Dovevano saperne di pi su questo Braga.
Si impose di calmarsi e di prestare attenzione a quanto gli stava raccontando il sottoposto.
Nel 2007 l'avvocato ha venduto una serie di immobili di pregio a una societ con sede alle Bermuda. In tutto tre appartamenti, tutti situati nella zona vicina al tribunale: viale Majno, via Mozart e via Serbelloni.
Roba da 7-8mila euro al metro quadrato, osserv Ardig.
Anche qualcosa in pi. Ed erano tutti trilocali o attici.
Quanto avr raccolto? Due milioni di euro? Due e mezzo?
Circa.
Sui conti dell'avvocato non c'era traccia di cifre cos importanti, puntualizz il commissario.
Infatti. Sul primo conto ci saranno circa 200mila euro, sul secondo meno di 100mila.
E i soldi dove sono spariti? Non risultano prelievi oltre a quelli di circa 650mila di cui mi hai gi parlato.
Semplice, capo. Chi ha comprato quegli appartamenti li ha pagati in nero.
Chi li ha rilevati?
Come ti ho gi detto una societ off shore con sede nelle Bermuda, uno dei tanti paradisi fiscali irraggiungibili dai controlli.
E non c' traccia del pagamento, borbott il commissario.
Hanno fatto tutto a rigor di legge. Rogito notarile, passaggio di propriet, pagamento delle tasse e via dicendo. Nessuna anomalia, salvo il pagamento.
E avrebbero denunciato cifre cos alte per l'acquisto per poi doverci pagare le tasse?  assurdo.
 vero. Allora possiamo ipotizzare che gli appartamenti siano stati di fatto regalati. Rogito, tasse, notaio, tutto in regola. Salvo, appunto, il mancato pagamento. Di cui nessuno si sarebbe accorto, visto che il diretto interessato non ha sporto denuncia.
Folle, seppure plausibile. Li ha regalati. E perch?
Velluti non rispose.
Per toglierli dal patrimonio che avrebbe lasciato in eredit? In questo modo quelle case non potranno pi far parte del testamento, ragionava Ardig.
Un momento. L'avvocato non ha eredi diretti. I figli sono morti, non aveva fratelli. Non ci sono eredi che potevano rivendicare una quota di legittima dall'asse ereditario, lo rintuzz Velluti.
Hai ragione... e se fosse... Ipotizziamo che un paio di anni fa Turconi, dopo l'ictus, malato e bisognoso di cure, ancora lucido mentalmente, consapevole di non avere eredi cui lasciare il suo ingente patrimonio, abbia redatto un testamento olografo, di suo pugno, da affidare a un notaio che lo conserver fino alla sua morte.
Possibile, concord l'ispettore.
Tu, Lino, chi nomineresti tuo erede in quella situazione?
Non so... se fossi religioso potrei lasciare tutto alla Chiesa.
Ne dubito. Uno che ha perso due figli giovani non credo abbia conservato il dono della fede. E sulle pareti di casa sua non ho visto un crocifisso.
OK, allora a chi mi assiste in questi ultimi anni di malattia, per riconoscenza e per motivarla.
Uhm... la badante. Olga, una polacca. L'ho conosciuta, lui stravede per quella donna, me lo ha anche detto.
Un momento, Bruno. Se le vuole cos bene perch regala tre appartamenti a una societ off shore delle Bermuda?
Bella domanda. Dobbiamo saperne di pi di questa societ. Come si chiama?
Br.Ma. srl.
Scopri tutto il possibile.
Uscito Velluti fu il turno di Sinato.
Aveva lavorato a una velocit incredibile.
Capo, ci sono un po' di cose che non quadrano.
Ardig si accese una sigaretta, facendogli cenno di proseguire.
Il numero di cellulare che mi ha fornito  inesistente. Risulta disattivato dallo scorso 8 luglio. Ma non immaginer mai a chi era intestato...
A Corrado Monti?
No, a Turconi.
Cazzo.
Appunto.
Dunque Monti lavora per l'avvocato?
Eh no, capo... c' un problema.
Ovvero?
Ho controllato tutti i Corrado Monti che vivono sia in provincia di Milano che in Lombardia e... ci crede? Sono parecchi, eppure nessuno di loro ha un'et vicina ai 45 anni. Sono tutti giovani, al massimo un 32enne, oppure pensionati. Compreso l'unico insegnante, che di anni ne ha 67...
Non vuol dire nulla. Il nostro Corrado Monti potrebbe essere piemontese o emiliano. O abitare in Basilicata, osserv scettico Ardig.
Certamente, convenne altrettanto scettico Sinato.
Senti, vai avanti con le indagini e vediamo un po' se salta fuori qualcosa.
Veramente qualcosa  gi saltato fuori, aggiunse l'agente.
Ovvero?
Questo numero, stando ai verbali degli interrogatori a Noferini condotti dai colleghi bresciani,  lo stesso del fantomatico Attilio Olivetti, il potenziale acquirente che lo contatt invitandolo a cena a Milano, la sera del delitto Annoni, e che poi svan nel nulla.
Ardig salut la notizia con un pesante pugno sbattuto sul tavolo...
Nell'attesa di ulteriori novit il commissario si concentr, pi che altro per ingannare il tempo, nella lettura del libro lasciatogli la settimana precedente da Vanner, o meglio sul capitolo dedicato alla figura del marchese Acerbi, descritta dal giovane laureando Marcello Noferini.
Ne emergeva il ritratto di un uomo intelligente, ambizioso, pragmatico e carismatico, ma anche bizzoso, collerico, privo di scrupoli e con un carattere a dir poco spigoloso: carattere che gli procurava, soprattutto con il passare degli anni, nemici su nemici.
Lo stesso Noferini ventilava poi l'ipotesi che il marchese, pur essendo un uomo di legge, fosse un amante delle scienze, dalla medicina, della fisica, e avesse approfondito la conoscenza delle dottrine magiche e occulte, avvalendosi anche della collaborazione di uno studioso egiziano conosciuto durante la sua esperienza a Napoli.
Leggendo non si accorse del veloce trascorrere delle ore.
Erano gi passate le 16 quando Santoni e Velluti si presentarono insieme alla porta del responsabile della Omicidi.
Mauro Braga - esord Santoni - nato a Milano il 13 agosto 1961, libero professionista,  il figlio di Fausto Braga, stimato e apprezzato investigatore privato milanese, per decenni collaboratore dell'avvocato Turconi.
Ah..., si limit a commentare laconicamente Ardig.
Per farla breve, Braga padre, ex funzionario di Polizia negli anni della Guerra, nei primi anni Sessanta si congeda e apre una delle prime agenzie investigative dell'epoca. E per anni lui e l'avvocato lavorano insieme, anzi molte delle vittorie in tribunale del penalista sembra siano state propiziate dal meticoloso lavoro investigativo del segugio. Che per scompare prematuramente, nel 1977, per un cancro ai polmoni. Era anche lui un grande fumatore, alluse Santoni, riferendosi al vizio del fumo del commissario.
Da quel che ho intuito Fausto Braga, a sua volta vedovo, lascia orfano il figlio adolescente e Turconi, che ha appena perso la figlia Chiara come ben sappiamo, diviene il tutore del ragazzino e lo adotta. L'altro figlio, quello che diventer avvocato e morir anche lui di tumore, ha la stessa et, dunque i due adolescenti crescono come due fratelli.
E seguono le orme dei rispettivi genitori, uno come legale e l'altro come investigatore, aggiunse Ardig.
E possiamo immaginare che fossero anche amici oltre che affiatati colleghi, chios Santoni.
Comincio a capire. Il figlio di Turconi si ammala, muore prematuramente, e Mauro Braga diventa l'unica persona su cui riversare affetto per l'avvocato e sua moglie. Infine scompare anche la moglie e a Turconi resta soltanto questo ragazzo.
Quindi  lui l'erede del patrimonio che lascer l'avvocato?, domand Santoni.
Non credo, intervenne Velluti fino a quel momento silente.
Ardig e Santoni voltarono lo sguardo sull'esperto ispettore.
La societ delle Bermuda che ha acquistato gli immobili venduti nel 2007 dall'avvocato, la Br.Ma. srl, appartiene proprio a Braga:  l'amministratore unico.
Giusto - rilev il commissario - se fosse l'erede testamentario non avrebbe avuto senso alienargli quegli immobili che avrebbe comunque ricevuto.
Dagli atti, per, risulta che la societ caraibica - riprese Velluti - ha venduto qualche mese dopo gli stessi immobili a terzi, trasferendo il ricavato, attraverso una serie di bonifici a banche svizzere.
E quei soldi, poi, ci scommetto, saranno finiti in qualche conto cifrato di nuovo alle Bermuda, alle Cayman o in qualche altro paradiso fiscale, lo anticip Ardig.
Temo proprio di s, capo. Anche perch Braga da qualche anno ha preso la cittadinanza svizzera e vive a Lugano.
Non abitava a Como?, sbott il commissario.
No, a Como ha un'attivit, un'agenzia investigativa. La residenza  oltre confine, concluse Velluti.
Dobbiamo rischiare il tutto per tutto, ragion Ardig.
I suoi uomini lo guardarono.
Ho paura che questo Braga sia gi uccel di bosco. In ogni caso dobbiamo provare a intercettarlo. Volo da Perilli per aggiornarlo e farmi dare i mandati necessari. Voi preparate la squadra.
Dici che  lui? Il nostro uomo intendo?
Penso di s, questa storia degli immobili mi pare... un momento? Non abbiamo una sua foto?
Certo capo, me ne stavo scordando, si giustific Santoni mentre passava il fascicolo della Questura, contenente le autorizzazioni per la licenza all'attivit investigativa e il porto d'armi.
Ardig tent disperatamente di mettere a fuoco l'immagine dell'uomo ritratto nella foto vista sulla credenza della camera da letto di Turconi con la piccola istantanea che si trovava davanti.
Inutile.
Aveva visto quella foto troppo velocemente e non aveva messo a fuoco i particolari.
Si concentr sulla descrizione fatta dal commesso della libreria sui Navigli.
Un uomo corpulento, con qualche chilo di troppo, e un pizzetto foltissimo.
Braga era glabro, anche se piuttosto robusto.
Che fosse lui il fantomatico Corrado Monti?
Il magistrato fu collaborativo.
Firm tutte le autorizzazioni necessarie, limitandosi soltanto a pregare Ardig di informare i colleghi della Questura di Como dell'operazione in corso.
Precauzione inutile.
Il commissario aveva gi contattato telefonicamente il capo della Mobile lariana, suggerendogli di inviare un paio di uomini in borghese per tenere discretamente sotto controllo l'agenzia di Braga.
Alle 18,30 si ritrovarono in piazza San Sepolcro.
Ardig, Santoni, Pinton, Sinato e Zanella.
Salirono sulle due Alfa di servizio e a sirene spiegate si gettarono nel traffico dirigendosi verso San Siro, per imboccare l'autostrada dei Laghi.
Velluti sarebbe rimasto in ufficio, a continuare le ricerche insieme a Sanna.
La volante dei colleghi comaschi li aspettava all'uscita di Como Monte Olimpino, la penultima prima del confine svizzero.
Ad attenderli, oltre a due agenti, c'era anche il commissario Silvano Finazzi, il capo della Mobile lariana.
Concordarono velocemente come agire, indossarono i giubbotti antiproiettile e ripartirono.
L'agenzia investigativa di Braga aveva sede nella parte nord del capoluogo, nella zona vicina al lungo lago.
Le strade erano congestionate dal traffico, i marciapiedi affollati di passanti. Lasciarono le auto nel parcheggio adiacente allo stadio Sinigaglia e proseguirono a piedi.
L'insegna era anonima. Due vetrine, con l'interno celato da alcune normali tende da ufficio.
Erano le 19,20. L'orario di chiusura si avvicinava.
Finazzi sarebbe entrato da solo.
La camicia, grigio scura, copriva il giubbotto antiproiettile. Conosceva Braga e la sua impiegata, quindi non avrebbe insospettito particolarmente l'uomo.
Rimase nell'ufficio meno di un minuto.
Quando usc sul suo volto era dipinta la delusione.
La segretaria sostiene che il suo titolare  andato in vacanza all'estero.
Dove?, grugn rabbioso Ardig.
Non lo sa. Le ha detto che era stressato e voleva staccare la spina. Non gli ha comunicato n una meta n un recapito. L'attivit dell'agenzia viene portata avanti da un collaboratore, un tale Ravelli, un ex carabiniere. Lo conosco e mi pare un bravo ragazzo.
Questa volta Ardig non accus nessun calo dell'adrenalina. Era preparato a un buco dell'acqua.
Non si era mai illuso sul fatto che Braga fosse rimasto alla sua scrivania, in paziente attesa del loro arrivo.
La sua fuga, d'altronde, confermava i loro sospetti.
Erano arrivati al Minotauro.
Ma l'antro del mostro era deserto.
Lo avrebbero cercato nella sua abitazione di Lugano, anche se non aveva dubbi sul fatto che avrebbero trovato il nido vuoto.
L'uccellino ha gi preso il volo, sentenzi lapidario il commissario, incrociando lo sguardo sconsolato di Santoni.
Passarono dalla Questura di Como, per concordare le operazioni di sorveglianza dell'ufficio dell'investigatore e la trasferta svizzera, di cui si sarebbe occupato lo stesso commissario Finazzi, quindi rientrarono a Milano.
Durante il tragitto in autostrada Ardig non disse una parola.
Si era isolato nei suoi pensieri. Foschi pensieri.
L'avvocato Turconi non era nelle condizioni fisiche di poter essere spinto a collaborare.
E non c'era nemmeno troppo tempo per sperare in un suo clamoroso ravvedimento: probabilmente il suo cervello si sarebbe spento nel giro di pochi giorni.
Markovic e Silobad erano spariti e nelle tasche, presumibilmente, avevano circa 200mila euro a testa.
Una cifra sufficiente a garantire loro almeno un paio di anni di tranquilla e protetta latitanza.
Con quel denaro due cos, ne era abbastanza convinto, si sarebbero messi in affari: droga, prostitute, armi.
Avevano soltanto l'imbarazzo della scelta.
Quanto a Braga, a questo punto era palese che l'investigatore aveva gi tagliato la corda: magari si trovava in qualche isoletta dei Tropici, con un paio di milioni di euro depositati su qualche conto sicuro e inarrivabile, protetto dalle autorit locali, corruttibili con poche migliaia di dollari.
Aveva dipanato tutto il filo di Arianna, srotolandolo fino all'ultimo centimetro ed era arrivato a un vicolo cieco.
Una strada senza uscita.
L'unica consolazione  che senza altri colpevoli il conto l'avrebbe pagato tutto Noferini, cui sarebbe stata addossata la responsabilit di tutti i delitti.
Il rebus verit o giustizia era risolto.
Un sms lo distolse da queste amare riflessioni.
Ciao. News? Messicano stasera? Facciamo alle 23?
Malerba. Beato lui che non aveva tutti questi problemi.
Stava facendo bene il suo lavoro, al giornale lo riempivano tutti di complimenti, la sua popolarit era alle stelle e aveva pure conquistato quella splendida ragazza, l'avvocato Romeo.
Voleva mandarlo a quel paese.
Cambi idea repentinamente.
Due passi e una birra lo avrebbero aiutato a calmarsi un po'. Accett l'invito dell'amico giornalista, quindi si prepar psicologicamente per l'ennesima riunione con il sostituto procuratore.
Soltanto un aspetto, in tutta questa vicenda, lo consolava, almeno parzialmente: la lunga scia di sangue si era interrotta.
Si trovarono direttamente in piazza Cavour, sotto il Palazzo dell'Informazione.
Mentre attendeva l'amico cronista vide uscire Beppe Brigante: si erano conosciuti un paio di anni prima.
Il vecchio caporedattore esit un attimo, squadrandolo, prima di allargarsi in un cordiale saluto.
Commissario, come va?
Ho visto giorni migliori. E lei?
Tutto bene, grazie. Mi pare di capire che l'indagine  in dirittura d'arrivo.
Non posso risponderle, lo sa.
Certo che lo so, mi saluti il Questore.
Sar fatto.
Federico fu uno degli ultimi a uscire.
Ciao Bruno. Scusa ma ero di lunga stasera.
Non preoccuparti, lo salut il poliziotto mentre gettava sul marciapiede il mozzicone di sigaretta e lo spegneva calpestandolo.
Dove andiamo?
Ti andrebbe una paella?, propose il cronista.
Perch no? Non la mangio da tanto.
C' un ristorante spagnolo non lontano, possiamo andarci anche a piedi.
Va bene.
Presero per via Turati, svoltarono in piazza Stati Uniti e da l in piazza Repubblica, un enorme slargo, a forma quasi quadrata, con al centro uno degli incroci pi trafficati della citt.
Proseguirono diretti verso la stazione Centrale e deviarono verso i bastioni di Porta Venezia, passando sotto la sopraelevata stradale.
Dall'altro lato della strada c'era il Pussy Pussy, il night gestito dal mafioso russo che Ardig era andato a interrogare qualche settimana prima.
Fuori dal locale c'era appostato il ciclopico buttafuori cui il commissario aveva fracassato il labbro quella notte non lontana.
L'energumeno li guard in cagnesco mentre passavano.
Il poliziotto e il cronista erano cos impegnati nella loro conversazione che neppure se ne accorsero. Svoltarono in una stradina ed entrarono nel locale spagnolo.
Si fecero portare uno stuzzichino, ovvero i tradizionali grissini corti con la salsa piccante, una maionese condita con l'aglio bianco, e una caraffa da un litro di sangria.
Dopo quasi mezz'ora giunse una pentolona, colma di paella di carne e pesce. Divorarono avidamente la gustosa pietanza, ordinando anche una seconda caraffa di sangria.
Tra una forchettata di riso, un bocconcino di pollo e un gamberetto speziato Ardig relazion l'amico di tutti gli sviluppi delle ultime ore, dall'infruttuosa chiacchierata con l'avvocato Turconi all'interrogatorio di Noferini fino alla fallimentare spedizione a Como, dimenticandosi soltanto di citare il nome del professor Corrado Monti.
Per concludere la cena ordinarono due bicchieri, a testa, di crema catalana, una crema al whisky molto dolce e alcolica.
A questo punto da dove riparti?, chiese Malerba, facendo ondeggiare il liquido denso dentro al secondo bicchierino consecutivo.
Non so. Braga  sparito, i due serbi figurati, saranno gi su Marte. E l'ipotetico Corrado Monti...
Come hai detto?
Cosa?, chiese Ardig.
L'ultimo nome.
Corrado Monti.
Corrado Monti? Il professor Corrado Monti?, domand il cronista strabuzzando gli occhi.
Proprio lui, rispose confuso Ardig, stupito della reazione dell'amico.
Come hai fatto a saperlo?
Cosa? In che senso come ho fatto a saperlo? Te l'ho gi detto, sono stato in una libreria sul Naviglio Grande dove....
No, non hai capito... chi te lo ha detto che era lui a passarmi le dritte sul marchese Acerbi?
Le dritte su Acerbi? Aspetta... Mi stai dicendo che lo conosci? Che conosci Corrado Monti?, si inalber improvvisamente il capo della Omicidi.
Bruno, sei impazzito?  ovvio che lo conosco, no?
Un momento, calma, resettiamo e raccontami tutto per bene.
No, prima fammi capire tu.
OK, hai ragione.
Il commissario raccont nuovamente della sua visita alla libreria sui Navigli e inform l'amico della descrizione fattagli dal commesso.
Mah... s... somiglia al professor Monti che ho conosciuto io. Robusto, con il pizzetto folto, i modi garbati.
Spiegami bene.
Questa volta fu il cronista a ricordare le telefonate con il docente, le sue spiegazioni sui collegamenti tra le casate Annoni, Orrigoni, Pozzi e il marchese.
Ardig lo guard incredulo.
Ecco svelata la fonte tanto misteriosa quanto ben informata da cui attingeva il reporter.
Non hai un suo numero di cellulare?
Certo, per da qualche giorno  irraggiungibile.
Fammi vedere.
Il giornalista smanett sulla rubrica.
Ecco qui 335...
 il numero che ha lasciato anche alla libreria. Deve averlo disattivato da qualche giorno.
Per questo non lo trovavo.
E ovviamente non sai dove abitasse, vero?
Ovviamente no.
Dobbiamo passare in ufficio, devo farti vedere una foto. Subito.
Del professor Monti?
Di un'altra persona... di muoviti.
Quando si alzarono compresero di avere entrambi la testa che girava.
Da anni Ardig non beveva cos tanto.
Si trov quasi in difficolt nel momento in cui digit il codice pin del suo bancomat davanti alla cassiera.
Uscirono e il commissario ne approfitt per accendersi una sigaretta.
L'aria fresca della sera inizi a restituirgli sobriet.
Era quasi l'una. La lunga passeggiata che li attendeva fino a piazza Cavour, rifletteva, gli avrebbe fatto smaltire l'alcool ingurgitato.
Attraversarono la strada.
Malerba, allegro, gli fece una delle sue battute per deviare dall'argomento professionale.
Non mi hai pi detto nulla. E con quella bella topa della Castol...
Non fece in tempo a finire la frase.
Con la coda dell'occhio Ardig vide l'amico accasciarsi a terra con un urlo.
Comprese che una montagna umana gli si era abbattuta addosso, colpendolo alla schiena, e stava nuovamente per avventarsi su di lui.
Istintivamente fece per reagire, ma sent il braccio sinistro stretto in una morsa terribile.
Avvert l'arto che si girava in una torsione innaturale, mentre veniva spinto contro il muro di fronte.
Senza nemmeno accorgersene, vedendo la parete avvicinarsi rapidamente, sollev le gambe andando ad appoggiare i piedi sul cemento, all'altezza di un metro.
Pieg le ginocchia e sfrutt l'effetto molla dando una fortissima spinta all'indietro: l'avversario, sbilanciato, schiacciato dal suo peso, perse l'equilibrio, cadendo malamente sulla schiena e urtando violentemente sul marciapiede.
L'uomo moll la stretta e il poliziotto ne approfitt per liberare il braccio un istante prima che finisse spezzato, quindi si rialz fulmineamente e quasi in trance sferr due fortissimi rapidi calci in successione centrando l'antagonista nella zona toracica.
Soltanto a quel punto realizz pienamente cosa stava accadendo.
Il colosso che lo aveva aggredito e si stava tenendo una mano sul petto era il buttafuori del Pussy Pussy, quello che aveva colpito, ferendolo, qualche settimana prima con il calcio della pistola.
Il secondo aggressore doveva essere un altro bodyguard, altrettanto palestrato e, dopo aver rifilato un paio di calcioni al fianco al povero Malerba, crollato a terra dolorante, si stava lanciando addosso a lui con la furia di un giocatore di rugby impegnato in un placcaggio.
Fece un balzo indietro, evitando l'avversario.
Si guard intorno cercando di elaborare il da farsi.
Non c'era nessuno che potesse aiutarlo.
E non poteva affrontare a mani nude quei due bestioni, che avrebbero potuto spezzargli non solo le braccia ma anche il collo.
La paura si mischi all'adrenalina. Maled di non avere la pistola.
Indietreggi ancora, con un altro balzo rapido, evitando di farsi travolgere nuovamente dal bestione, quindi si gett di lato, raccogliendo una bottiglia di birra abbandonata sul marciapiede. La spezz contro il muro brandendola verso l'energumeno che si arrest.
Non era molto alto, ma doveva pesare almeno cento chili.
Ruot lo sguardo sull'altro, il buttafuori del Pussy Pussy che aveva colpito con i calci e che nel frattempo si era rialzato.
Un lampo saett nell'oscurit. Aveva appena estratto la lama di un coltello a serramanico.
Lo sguardo era accecato dal dolore e dalla rabbia.
Le cose si stavano mettendo male. Malissimo.
Fermo, sono un poliziotto, non peggiorare la situazione, gli url disperatamente.
E inutilmente.
Sbirro di merda, ti ammazzo, gli replic contro il russo, prima di scaraventarsi con la foga di un toro che aggredisce la muleta rossa del matador.
Erano troppo vicini per scansarsi.
Cerc di evitare il colpo.
Non fece in tempo.
La sua retina inquadr l'istante in cui la lama lucente affondava nella sua giacca all'altezza proprio del cuore.
Cacci un urlo per puro istinto, anche se non avvert dolore.
Per reazione, altrettanto istintivamente, con la mano destra affond i cocci della bottiglia nel fianco sinistro del nerboruto. Che a sua volta emise un grido disumano, come una belva ferita.
Il bestione si accasci come un elefante colpito dalla lancia di un cacciatore. La ferita non doveva essere profonda, pur essendo piuttosto larga, anche se il sangue fluiva abbondante, inzuppando la maglietta.
Soltanto in quell'attimo realizz completamente di non provare dolore. Spaventato port la mano al petto, tastando ansioso in cerca della ferita.
Rimase incredulo.
La lama aveva perforato il tessuto della giacca proprio all'altezza della tasca interna, finendo la sua corsa contro il tesserino professionale, rivestito in spessa pelle dura, trapassandolo e andandosi ad arrestare contro il portafoglio, a sua volta perforato solo nella prima parte ripiegata.
Nonostante il violento colpo inferto da distanza ravvicinata la lama non era riuscita ad arrivare alla carne.
Un miracolo.
Il secondo aggressore, spaventato dalle urla dei clienti del locale che avevano assistito alla fulminea rissa da dietro le vetrate, si dimen a gambe, lasciando il complice a terra in una pozza di sangue che iniziava ad allargarsi in maniera preoccupante.
Temendo comunque una possibile reazione del buttafuori, nonostante la ferita, Ardig gli assest un altro violento calcio nel petto, sotto lo sguardo incredulo e scosso dei clienti, quindi, scavalcandolo, corse immediatamente da Malerba, che rantolava a terra, cercando di muoversi.
Gir il giornalista sul fianco, tranquillizzandosi immediatamente. Si era preso un paio di violenti calci all'altezza delle costole ma non sembrava avere nulla di rotto.
I clienti del locale lo fissavano terrorizzati.
Sono un poliziotto, si qualific.
Prese il cellulare e chiam in ufficio.
Rispose Larini.
Mi hanno aggredito. Malerba  contuso. Manda subito una volante e un'ambulanza a questo indirizzo...
Il russo mugolava dal dolore.
La ferita sembrava pi seria del previsto.
Un cameriere aveva portato alcuni tovaglioli: tra gli avventori del locale spagnolo c'era un medico, che intervenne premendo il panno sul fianco dell'aggressore, per limitare l'emorragia.
Federico, nel frattempo, stava tentando di rialzarsi.
Era dolorante e choccato, ma tutto sommato stava bene.
I soccorsi arrivarono qualche minuto dopo.
I barellieri, dopo aver prestato i primi soccorsi al russo, lo caricarono sulla lettiga. Uno degli agenti giunto sul posto lo segu sull'ambulanza.
In ospedale identificatelo e piantonatelo, deve rispondere di aggressione a pubblico ufficiale, rissa e qualche altro reato, si raccomand il commissario.
Larini, invece, fece accomodare Malerba sul sedile posteriore dell'auto di servizio: partirono in direzione del vicino pronto soccorso dell'ospedale Fatebenefratelli.
Tra radiografie e medicazioni il cronista rimase dentro all'area del primo soccorso pi di un'ora.
Tempo che Ardig occup per spiegare, in una serie di telefonate - al Questore, al capo della Mobile e al sostituto procuratore di turno quella notte - la dinamica dell'aggressione subita.
Soltanto a quel punto si rese conto di essere miracolosamente illeso, aveva soltanto un dolore acuto all'avambraccio, causato dalla torsione patita.
Verso le tre lasciarono il presidio ospedaliero per tornare in piazza Cavour.
Meglio che non guidi, lascia qui la macchina, ti riporto a casa io con la mia, sugger il poliziotto.
Il reporter, ancora sotto choc, non obiett nulla.
Lo accompagn fin dentro l'abitazione.
Federico non aveva riportato contusioni gravi.
Soltanto delle ecchimosi sul fianco e alla scapola sinistra.
Gli avevano fasciato il torace con un bendaggio rigido dopo averlo cosparso di Lasonil, una pomata che avrebbe facilitato l'assorbimento del trauma.
Avrebbe dovuto tenere la medicazione per qualche giorno. Si accomodarono sul divano.
Mi vuoi spiegare chi diavolo erano?
Ardig sorrise, prima di raccontare quanto accaduto la notte in cui era andato al Pussy Pussy a interrogare Mustnyak, per avere qualche ragguaglio in pi sulla figura di Orrigoni.
Grandioso. Tu fai il bullo con il distintivo e spacchi la faccia ai malcapitati buttafuori e chi le prende poi  il sottoscritto?, comment ironico Federico.
Mi spiace, davvero.
Cazzo, potevano ammazzarci. Perch non gli hai sparato?
Perch non ero armato. Mica giro con la pistola quando non sono in servizio.
Il giornalista fece una smorfia di disprezzo.
Di, ti lascio riposare.
Si alz accarezzando Ottone.
Soltanto in quel momento si ricord della cosa pi importante che aveva in mente fino all'istante prima di venire aggrediti.
Hai pazienza qualche minuto?
Perch?, chiese dubbioso l'inviato della Voce Lombarda.
Fammi fare una telefonata.
Larini rispose in fretta.
Sono da Malerba, in via Vincenzo Monti, portami qui alla svelta il fascicolo su Braga, quello con la sua foto.
Cos'altro c' ancora?, si lament Federico.
Un ultimo sforzo. Devo farti vedere quella foto di cui ti ho detto prima.
Venti minuti dopo Larini si accomodava in salotto, scrutato con aria sospetta da Ottone. Apr il fascicolo passando al superiore la foto di Mauro Braga.
Ardig la mostr a Malerba.
Lo conosci?
Il cronista mise a fuoco la piccola foto tessera.
Senza pizzetto. Con qualche anno in meno. E qualche chilo in meno.
 lui,  il professor Monti.
Come immaginavo. Adesso  tutto chiaro, sentenzi laconico il capo della Omicidi.
Anche l'ultimo tassello del puzzle era collocato nella sua posizione. Il mosaico, ora, era completo.
Braga, alias Monti, alias Olivetti, oltre ad aver abilmente manovrato i due killer serbi, facendo loro uccidere le cinque vittime designate, disseminando prove su prove per incastrare Noferini, aveva utilizzato la fame di scoop di Malerba e la sua indubbia potenza mediatica per depistare ulteriormente le indagini, aumentando la credibilit della pista che portava ai delitti compiuti da una setta per eseguire una vendetta ordita quattro secoli prima dal marchese Ludovico Acerbi.
Un'altra prova che avrebbe dovuto appesantire la posizione di Noferini.
Tutto filava.
E a questo punto era persino in grado di rivelare al comandante della stazione dei Carabinieri di Poasco i nomi degli autori della profanazione della tomba di Chiaravalle: Markovic e Silobad.
Conged Larini e chiuse la porta a chiave.
Malerba lo fiss stupito.
Non vai a casa?
No, stanotte resto da te. Hai preso troppe botte. Non si sa mai. Meglio che non rimani solo.
Federico, complice il potente antidolorifico ingerito, aveva troppo sonno per discutere: si trascin in camera, gettandosi sul letto.
Ardig si spost in cucina, sollev la tapparella e usc sul balcone per fumarsi una sigaretta.
Milano dormiva silenziosa, sotto un cielo stellato, in una notte calda ma gradevole.
Tra una boccata e l'altra prov a rilassarsi, lasciando scaricare l'adrenalina e la tensione accumulate nella rissa.
Sorrise, beffardo e sadico, pensando al ciclopico buttafuori russo di cui ignorava il nome.
Nel giro di poche settimane gli aveva fracassato prima il labbro e uno zigomo, poi gli aveva squarciato un fianco e rifilato tre calcioni e, dulcis in fundo, gli avrebbe fatto regalare un soggiorno nelle patrie galere per qualche annetto.
Mica male...
...
.
...
28. Milano, 8 luglio 2009.
...
.
...
La caffettiera gorgogliava. Gir la manopola del gas prima che il liquido nero, bollente, fuoriuscisse.
Torn a concentrarsi sulla tavola. Scodelle, posate, due piatti, crostata, biscotti, barattolo di marmellata, yogurt e zuccheriera.
Si sentiva come un cameriere di un grande albergo, meticoloso nel preparare tutto alla perfezione prima dell'arrivo di clienti esigenti.
La sua colazione, generalmente, consisteva in una tazza di caff. Nulla di pi.
Del resto il suo frigo era sempre desolatamente vuoto.
Difficile avere biscotti o marmellata se non fai mai la spesa...
Raramente gli era capitato di apparecchiare una tavola con tanta dovizia.
Ottone, strisciandosi voluttuosamente sulle sue caviglie, richiam la sua attenzione: anche lui voleva la sua colazione.
Apr alcuni sportelli della credenza.
Ecco le scatolette. Bocconcini di manzo e pollo.
Tir la linguetta metallica e scoperchi l'involucro versando i maleodoranti bocconcini nella ciotola di plastica appoggiata ai piedi del tavolo.
Il vecchio felino miagol, come per incitarlo a velocizzare l'operazione. Quindi si gett vorace sulla pappa.
Guard l'orologio. Le 8,20.
Doveva assolutamente sbrigarsi e rientrare in ufficio.
Santoni e Velluti stavano rastrellando il maggior numero di informazioni possibili su Mauro Braga e sull'alias da lui utilizzato, Corrado Monti.
Decise di andare a svegliare Malerba.
Il cronista ronfava della grossa e russava come una locomotiva.
Fede... Fede... svegliati!
Che c'?
La voce impastata dal sonno, i riflessi lenti.
Ti ho preparato il caff, vieni in cucina.
A fatica il giornalista si alz. Non aveva una bella cera.
Si tast l'area dello sterno, con una smorfia di dolore.
Come va?
Male. Mi sento intontito...
 l'effetto degli antidolorifici.
...e ho mal di testa.
 l'effetto della sangria e della crema catalana.
No,  l'effetto delle botte che ho preso per colpa tua. Accidenti a te, rispose Federico.
Bene, vedo che almeno la memoria ti funziona ancora, rise il poliziotto.
Si trasferirono in cucina, dove Ottone stava finendo il primo pasto della sua giornata.
Gli ho dato una scatoletta, lo inform Ardig.
Hai fatto bene.
Spazzarono via gli yogurt e un paio di fette di crostata al lampone. Passarono al caff.
Come ti senti?, chiese apprensivo il commissario.
Dolorante e pesto, comunque mi sembra tutto OK.
Oggi non vai al giornale?
Vediamo, magari scrivo da casa.
Fede... mi spiace. Davvero. Ho rischiato di farti ammazzare. Ti chiedo scusa.
Va be'... lascia stare. Non potevi immaginare una cosa del genere.
Il capo della Omicidi abbozz un'espressione poco convinta.
Piuttosto quello che hai ferito?
Ho sentito prima il mio agente in ospedale. Niente di grave, un taglio superficiale. Dovr rispondere di una bella sfilza di capi d'imputazione. Vedrai che si beccher una condanna di quattro o cinque anni.
E l'altro? Quello che mi ha colpito?
Lo hanno fermato poco dopo. Non era armato. Peraltro anche lui deve rispondere di aggressione a pubblico ufficiale.
Finirono il caff.
Aggressione di pubblico ufficiale... col cazzo... aggressione di misero giornalista, bofonchi Malerba.
Ti ripeto, mi spiace. Davvero. Ho avuto veramente paura che ti ammazzassero. O meglio che ci ammazzassero.
Saremmo diventati famosi. Ci avrebbero dedicato articoloni sui giornali, sdrammatizz Federico.
E ci avrebbero menzionato anche a Porta a Porta. Magari avrebbero fatto rivedere quella puntata in cui hai parlato cos tanto, lo canzon ironicamente il commissario.
Improvvisamente Malerba si fece serio.
Pensieroso. Come se una nuvola nera avesse di colpo offuscato il sole.
Ti sarai mica offeso?, domand, premuroso, Ardig.
Federico rimase silenzioso. E concentrato.
Poi, come colto da un raptus, balz dalla sedia.
Dove vai?
Ritorn dopo qualche istante brandendo il telefonino.
Aspetta... forse... s, eccolo qui.
Mostr al responsabile della Omicidi il display illuminato.
C'era il testo di un sms.
Efficace, sintetico e preciso.  andato benissimo. Complimenti dottor Malerba. Un caro saluto. Corrado Monti.
Proveniva da un numero non registrato in memoria.
347-943...
Un secondo numero di Braga, osserv Ardig con poco entusiasmo.
Non mi sembri molto convinto...
Avr disattivato anche questo numero. Ci scommetto quello che vuoi. Comunque ti ringrazio, dopo in ufficio lo faccio controllare.
Continuarono a parlare ancora per qualche minuto.
Poi si salutarono.
Malerba torn a dormire.
Ardig pass da casa, per una rapida doccia.
Telefon in ufficio, dove trov Scalise, cui affid il compito di verificare il nuovo numero di cellulare di Braga appena recuperato.
Anche se lo avr gi disattivato, aggiunse laconico.
Quindi si avvi verso il tribunale, dal magistrato competente, per riferire con precisione dell'aggressione subita la notte precedente.
Del tribunale vide soltanto il parcheggio.
La telefonata di Scalise lo raggiunse un secondo prima di scendere dalla macchina.
Capo... il numero  attivo. Abbiamo il segnale.
Cosa?
 cos, i tecnici stanno rilevando il segnale. In pochi minuti dovrebbero essere in grado di localizzare la cella da cui trasmette.
Arrivo. Raduna Santoni, Velluti e tutti gli altri.
Mentre si immetteva in via Larga avvert il sostituto procuratore titolare del fascicolo per l'aggressione che avrebbe ritardato.
Il segnale arriva dalla zona della vecchia Fiera, da viale Berengario, a ridosso dell'angolo di via Monte Amiata, assicur il tecnico della Questura.
Zona residenziale, edifici di prestigio e molto costosi, aggiunse Velluti.
Rientrarono nell'ufficio di Ardig.
Scalise stamp delle mappe stradali dell'area.
Se non sbaglio qui c' un hotel. Bello, elegante, rispettabile, frequentato da manager, professionisti legati alla Fiera, rilev pertinente Santoni.
Un albergo..., medit pensieroso il superiore.
Che sia il rifugio del nostro uomo?
Pu darsi. Mandiamo due auto in borghese nei dintorni, a distanza di almeno cinquanta metri dall'angolo con via Amiata e da questo hotel.
Ingrandirono le immagini della zona con i dettagli di Google earth.
Guard Pinton.
Tu vai qui, in piazza Amendola. Ti metti sul marciapiedi, passeggi, fingi di parlare al cellulare, ti muovi. Non perdere di vista il tratto tra l'albergo e via Amiata, dove mi sembra ci sia un portone di un condominio. Non perdiamoci nessuno di quelli che esce.
Si gir verso Scalise.
Tu vai qui, verso piazza Arduino, dall'altro lato di via Berengario.
Fiss Velluti.
Un'altra macchina qui, nello spiazzo di via Amiata. Non si sa mai.
I sottoposti annuirono.
Ragazzi, occhio. Forse  un falso allarme come quello di Como, ma non possiamo fare cazzate. Questo  un investigatore, abituato a diffidare della propria ombra. E non sappiamo se e da quale finestra possa guardare la strada.
Altre disposizioni?, chiese Pinton.
No, dobbiamo soltanto sorvegliare i due portoni. Se vedete uscire qualcuno che possa somigliare a Braga lo seguite, in quattro, con due macchine, e vi mandiamo immediatamente rinforzi. Nessuna iniziativa personale. Vi ricordo che si tratta soltanto di un sospetto e non abbiamo prove nei suoi confronti.
Gli agenti uscirono rapidamente.
Il mandato veramente lo abbiamo, obiett Santoni.
Per  soltanto un sospetto che dobbiamo interrogare.
Il vice lo guard dubbioso.
Ardig aveva il cervello in totale fibrillazione.
Accese una sigaretta e la consum con delle tirare lunghissime, senza quasi aspirare.
Poi prese il telefono e chiam il centralino.
Passami la Buoncostume.
Commissario Ardig, c' il commissario Garella?
Attese qualche secondo in linea.
Bruno, vecchio filibustiere...
Pietro, perdonami. Ho i secondi contati.
Come posso aiutarti?
Ho un ricercato pericoloso da stanare, quasi sicuramente armato. Potrebbe alloggiare in un hotel del centro. Devo entrare per tastare il terreno, senza dare nell'occhio. Mi serve una copertura.
E io cosa posso fare?
Voglio una bella donna, che mi accompagni. E deve sembrare una... di quelle di lusso. Da albergo di classe.
Il collega rise soltanto per un istante.
Poi si fece serio.
Ho la persona giusta.
Lo sapevo, sei un grande. Hai capito? Mi serve bella, tirata e non volgare.
Figa, ma non troppo troia, sintetizz Garella.
Bravo, in quanto  pronta?
Mezz'ora.
Perfetto, passiamo noi a prenderla.
Santoni lo scrutava perplesso.
Massimo.
Pronto.
Io mi devo infilare l dentro. Tu resti fuori, per strada, e coordini il tutto. E niente colpi di testa.
Parcheggiarono il coup della Honda, preso nel garage della Questura, a pochi metri dall'hotel, in mezzo agli alberi sul marciapiede.
Ardig, completo leggero, color cenere scura e camicia nera, ai piedi scarpe eleganti nere al posto delle adorate e comodissime Clarks, impugnava nella mano sinistra un leggero bagaglio, contenente in realt un piccolo arsenale e alcune sofisticate diavolerie tecnologiche per intercettazioni ambientali.
La mano destra, abbellita con un vistoso anello dorato preso dal magazzino insieme a un Rolex, era saldamente ancorata a quella di una ragazza abbastanza alta, castana, capelli lunghi fino alle spalle, lisci, un bel visino, occhi marroni con sguardo profondo, come la scollatura che si intravedeva nell'abbondante dcollet, esaltato da un top bianco, aderente, portato sopra a una gonna leggera nera e a dei sandali con tacco vertiginoso. Vanessa Tropeano, una 29enne sovrintendente calabrese, abituata, per esigenze professionali, a farsi passare per un'accompagnatrice o altro, aveva nascosto la pistola nella borsetta.
Dai loro nuovi documenti risultava che Franco Sartirana era un 36enne libero professionista residente a Varese e che Marina Perugini era una 28enne impiegata residente a Busto Arsizio.
Chiesero una stanza matrimoniale e allungarono le rispettive carte d'identit al portiere, intento a squadrarli con curiosit.
Due giovani varesini nella vicina Milano: per lavoro, in vacanza o semplicemente in trasferta dai rispettivi compagni?
Dai documenti risultava che entrambi erano celibi eppure qualcosa, in quei due, suggeriva al portiere che si trattava di una coppia clandestina, disposta a sborsare 250 euro a notte pur di avere un luogo riservato a disposizione.
Ardig approfitt della studiata lentezza del portiere per guardarsi intorno.
La hall si estendeva in un salotto di una sessantina di metri quadrati, arredato con tappeti, piante e una decina tra divani e poltrone di lusso.
Dall'altro lato c'era il bancone del bar e una postazione Internet. Non c'erano n clienti n facchini.
Una nuova occhiata del portiere nella generosa scollatura di Vanessa lo convinse che doveva tentare la mossa azzardata pianificata con la collega.
Ti sei dimenticata il computer portatile. Dove hai la testa?
Oh...  vero, cinguett lei giulivamente.
Con la classica aria da oca.
Ardig, poco cavallerescamente, le lanci le chiavi della macchina, quindi and a sedersi su un divanetto, arraffando un quotidiano.
Con espressione accigliata. Poi la redargu bonariamente.
Mia cara, fa troppo caldo, non torno alla macchina nemmeno se mi sommergi d'oro. Ti aspetto qui.
Lei rivolse uno sguardo supplichevole al portiere.
Ho paura di non riuscire a sbloccare l'antifurto. Gentilmente mi aiuterebbe lei?
L'uomo, con gli occhi sempre incollati alla scollatura, titub.
Veramente, sono da solo e non potrei...
Per favore, la prego, mi accompagna alla macchina e torniamo. Un minuto appena, ammicc civettuola, sbattendo le ciglia.
Il portiere si guard intorno, valutando la situazione.
Non c'erano altri clienti.
Poteva prendersi un minuto di pausa.
Accenn a un s con la testa e aggir il bancone con aria sorridente. Non aveva occhi che per Vanessa, o meglio per il suo fondoschiena e le sue gambe.
Lei lo prese maliziosamente sotto un braccio e si avviarono all'esterno.
Il commissario non perse un secondo, si port dietro il bancone e inizi a esaminare il registro clienti.
In tutto erano occupate soltanto quattro camere.
Scorse velocemente i nomi.
Due coppie di stranieri.
Un uomo da solo, Filippo Lagan.
E un'altra coppia: Catarina Bokolova e Paolo Rossi.
Un nome stracomune, famoso, per via del calciatore e del comico. Un nome che passa inosservato.
Stava per lasciare la postazione quando, con grande sorpresa, vide due carte d'identit inserite nelle apposite fessure.
La prima era di Lagan, 62 anni, commerciante di Matera.
La seconda era proprio quella di Rossi, 51 anni, imprenditore di Piacenza. Stempiato e liscio in viso.
Comunque riconoscibile: Mauro Braga.
Riguard i numeri delle stanze: erano alla 24, al secondo piano. Torn ad accomodarsi sul divano.
L'agente Tropeano e il portiere rientrarono soltanto una trentina di secondi pi tardi.
Presero le chiavi. Stanza 16.
 al primo piano?, chiese Ardig.
S, ha le finestre sul retro, silenziosa e tranquilla.
Ne preferirei una al secondo.  possibile?
Abbiamo solo la 26, per... vede... ha il frigo bar rotto.
Non importa, va benissimo.
Salirono in stanza.
La porta dall'altro lato del corridoio era contrassegnata proprio da un vistoso 24 in massicci caratteri bronzei.
Il commissario gett la borsa sul letto per estrarre un piccolo walkie-talkie.
Regol l'auricolare e lo sintonizz.
Santoni era gi in ascolto.
Si rese conto di essere emozionato.
Massimo,  qui. Nella stanza di fronte alla mia.  lui.
L'ispettore rispose con un fischio.
Come ci regoliamo. Attiviamo i Nocs?
C' un problema. Non  solo.  con una donna, penso bulgara.
Quindi?
Fammi ragionare. Intanto facciamo circondare l'albergo, con discrezione. Metti macchine e uomini ovunque. Poi... s, di, contatta i Nocs, meglio farli intervenire...
Un rumore di porta sbattuta lo fece sobbalzare.
Anche la Tropeano si era girata verso il corridoio.
Aspetta...
Socchiuse leggermente la porta.
Intravide due persone che si allontanavano sulle scale.
Per un secondo vide i capelli rasati, non proprio pelati, di un uomo, illuminati dalla lampada del corridoio.
Usc dalla stanza con passo felpato, facendo segno alla collega di non seguirlo.
Allung il passo dirigendosi verso le scale.
L'uomo stava salutando il portiere e brandiva un documento: aveva appena ritirato la carta d'identit.
Scese un paio di gradini.
Braga, uscendo, si gir, notandolo.
Incrociarono gli sguardi. Fu quasi come presentarsi.
Addio incognito, addio sorpresa. Imprec mentalmente.
Altro che far circondare l'edificio e lasciare ai Nocs la patata bollente. Il piano era andato a farsi fottere.
E Braga avendolo visto, era gi in pre allarme.
Comprese di aver sbagliato.
Non avrebbe dovuto varcare la porta.
Decise in un istante cosa fare. Gracchi nel walkie-talkie.
Massimo  uscito, occhio!
Visto, rispose Pinton, posizionato sul lato opposto della strada.
Attese ancora un paio di secondi prima di uscire sul marciapiede. Lanci un'occhiata veloce nella direzione in cui si era avviata la coppia.
La voce di Pinton lo anticip.
Stanno salendo in macchina. La Mercedes scura.
Guard tra gli alberi: una potente berlina metalizzata, di un grigio tendente al nero, stava facendo manovra per scendere dal marciapiede direttamente sulla strada.
La vettura tedesca gli pass davanti.
Il conducente volt lo sguardo verso l'entrata dell'hotel, sgamandolo nuovamente.
Maled il suo comportamento da novellino.
Ormai Braga non poteva avere pi dubbi.
Si stava dirigendo verso il centro di Milano, verso piazza Buonarroti.
Ardig si mosse verso l'auto di Sinato.
Ancora la voce di Pinton nell'auricolare.
Sta curvando nella rotonda, viene verso di me.
Cazzo, imprec Ardig.
Sinato stava arrivando con una Punto chiara.
La Mercedes transitava sull'altra corsia: Braga lo fissava ancora.
Non potevano seguirlo con quell'auto ormai bruciata.
Con la coda dell'occhio vide una sagoma argentata chiara. Pinton, con l'Alfa 156, si era fermato dall'altro lato della carreggiata.
Attravers la strada come un matto, incurante del traffico, facendo inchiodare le macchine, come succede nei film d'azione di Hollywood.
Sal al volo e l'agente part sgommando, bruciando le gomme sull'asfalto di viale Eginardo.
Costeggiarono il recinto della vecchia Fiera campionaria. Pochi secondi dopo erano all'incrocio tra via Colleoni e viale Scarampo, in coda, bloccati dietro tre vetture ferme al semaforo rosso.
Il sospetto, anzi il ricercato, era passato in extremis con il verde e stava involandosi a forte velocit verso il semaforo successivo, verde anche quello.
L'ultimo semaforo urbano: da l in poi la strada si incanalava in un sottopassaggio non pedonale che sbucava nel raccordo che portava alla sopraelevata delle Autostrade.
Se Braga fosse riuscito a uscire dal loro raggio visivo avrebbe avuto la possibilit di seminarli.
Al termine del raccordo si diramano infatti tre uscite: una per Torino, una per i Laghi, l'altra per Venezia, senza contare uno svincolo che riconduce nella rete urbana, nel quartiere periferico di Roserio.
Quattro diverse opzioni.
Troppe. Rischiavano di perderlo.
Videro la vettura tedesca allontanarsi e sparire poi nel sottopasso.
Ardig afferr il lampeggiante e lo colloc sul tettuccio.
Pinton non si fece dire una parola.
Ingran la marcia, sal sul marciapiede, scavalcandolo, scese nella corsia opposta evitando per miracolo un frontale, super l'incrocio obbligando gli altri automobilisti a frenare e rientr nella sua corsia, ancora sgombra per via del rosso.
Acceler, passando dalla prima alla terza in pochi secondi.
Nella sfortuna di dover improvvisare un inseguimento automobilistico aveva avuto la fortuna di ritrovarsi al volante il migliore dei suoi agenti, per quanto concerneva la guida.
Pinton, per riflessi, abilit e pura incoscienza, primeggiava in ogni corso di guida veloce. Un mancato pilota di corse, che ora sfrecciava all'impazzata nel traffico pomeridiano della metropoli pi trafficata del bel Paese.
Uscirono dal sottopassaggio sgasando come pazzi, abbagliando ai veicoli che li precedevano.
Il percorso ondulato complicava la vista.
La Mercedes era sparita.
Proseguirono verso la salita della sopraelevata, ignorando l'unica possibile uscita, quella che conduceva verso viale Certosa, verso la zona del cimitero Maggiore.
La corsia di sorpasso era libera, Pinton, sfiorando in maniera preoccupante il muro di cemento alla loro sinistra, era gi a oltre i 160 all'ora.
La curva, quasi a gomito, era preceduta da una lunga serie di inquietanti strisciate nere sul guard rail.
Ardig si allacci la cintura.
L'agente trevigiano, per avere maggiore controllabilit e trazione, scal dalla quinta alla quarta, intorno ai 130, mandando a pi di 5000 giri il potente motore dell'Alfa, rallent a 120 e dipinse una curva perfetta. Sfiorarono il muretto disegnando una traiettoria degna del miglior Schumacher dei tempi d'oro.
Il capo della Omicidi si stup: erano usciti dalla curva senza schiantarsi come la logica, la dinamica e la fisica avrebbero portato a credere.
Come in trance, l'autista infil la terza facendo sobbalzare il motore a 7000 giri: l'Alfa schizz come un missile, complice la leggera discesa, e usc dalla sopraelevata immettendosi nella parte finale del raccordo.
Un ultimo colpo di gas mentre rimetteva la quarta, sempre sui 6-7000 giri, e la macchina vol sui 190.
La strada deviava a sinistra, ma le quattro corsie, con le ultime due libere, permettevano di correre.
Pinton rallent leggermente, sempre in quarta, e usc dalla curva.
Lo snodo delle autostrade era davanti.
Della Mercedes nessuna traccia.
Non  uscito per Venezia, avrebbe dovuto rallentare e lo avremmo visto, sentenzi Pinton mentre salivano sul cavalcavia che portava al bivio per Torino, a sinistra, e i Laghi, dritto.
Vai sui Laghi, ordin Ardig d'impulso, senza nemmeno sapere il perch.
A quasi 180 la 156 divor l'ultima salita e si gett nella discesa del cavalcavia.
Un'ampia visuale della Milano-Laghi si apr davanti a loro. Eccola!
La Mercedes li precedeva di quasi un chilometro.
Vagli sotto, url Ardig.
Pinton acceler nuovamente, port la vettura nuovamente sui 190 prima di lanciare la quinta.
Il giovane commissario scrut preoccupato il contagiri.
Si chiedeva come avessero fatto a non grippare il motore, tenuto costantemente intorno ai 6000 giri.
L'agente, intuendo i suoi pensieri, lo rasseren.
Adesso lo lasciamo rifiatare. Il motore intendo dire. Questa macchina  pesante, per una volta che  lanciata non fatica a reggere i 200.
La strada era dritta, a quattro corsie.
Ardig ne approfitt per chiamare Santoni al cellulare.
Lo stiamo inseguendo, siamo sulla Milano-Laghi, ci avviciniamo al casello di Milano Nord. Mobilita i rinforzi. Blinda tutte le prossime uscite. Ti aggiorno.
La barriera di Milano Nord si avvicinava, avevano recuperato terreno sulla Mercedes, che distava ora soltanto quattro o cinquecento metri.
Braga rallent vistosamente per infilarsi nella porta Telepass, dove c' il limite di trenta all'ora, per non andare a cozzare contro la sbarra automatica.
Pinton fu costretto a fare altrettanto.
Varcarono la porta Telepass a distanza immutata, circa quattrocento metri.
La Mercedes stava deviando sulla destra.
Attento, vanno all'uscita di Arese.
Si lanciarono verso la stretta uscita, con una lunga curva a gomito che immetteva in un bivio.
Un boschetto sulla sinistra ostruiva la visuale, non riuscivano a vedere i fuggitivi.
Sul lato destro, che immetteva in un ponte che passava sopra l'autostrada per portare poi a Rho non c'era traccia della vettura.
Sinistra, ordin Ardig.
Vista.
La berlina scura stava gi uscendo dalla serpentina che aggirava un distributore di benzina, con lavaggio auto, sfociando a una rotonda.
Vai, vai!
L'Alfa ringhi nuovamente, con il motore a 5-6000 mila giri.
Arrivarono alla rotonda e presero a sinistra, direzione Garbagnate.
Una zona che, rifletteva Ardig, l'investigatore doveva ben conoscere: aveva svolto dei sopralluoghi al cimitero di Castellazzo e l aveva cercato, presumibilmente, qualcosa sui quattro ragazzi componenti degli Angeli di Lucifero, nel tentativo di reperire un'altra prova da addossare su Noferini.
Costeggiarono i mastodontici e decadenti capannoni degli ex stabilimenti dell'Alfa Romeo, girarono a destra e presero un lungo rettilineo che conduceva a Garbagnate.
Alti palazzoni e case popolari si intravedevano sulla sinistra, nel raggio di visuale non ostruito dai capannoni dell'Alfa.
Dove va?, chiese stizzito Pinton, impegnato a far volare l'Alfa a 160 all'ora.
Richiam Santoni: Siamo usciti dall'autostrada. Siamo tra Arese e Garbagnate.  diretto a est.
Accese il navigatore collocato sul cruscotto.
Sfruttando la maggior potenza del motore e la superba guida dell'agente avevano recuperato terreno: la Mercedes ormai era a meno di duecento metri.
Arrivarono a una rotonda.
Stava immettendosi un camion. Braga lo oltrepass al pelo. Il pesante mezzo, accortosi tardivamente dell'accorrente auto della polizia, con sirena e lampeggiante accesi, stava ormai impegnando la rotonda.
Pinton pigi sul freno piantando una brusca frenata, evitando uno schianto che sarebbe stato devastante.
L'Alfa si ferm a meno di due metri dall'autoarticolato che, a sua volta, si blocc ostruendo la rotonda.
Cazzo, via, togliti, url Ardig, smanacciando con la paletta del ministero dell'Interno.
L'autista, dimostrando buoni riflessi, ripart completando la manovra.
Ripartirono sgommando e tirando le marce.
Avevano perso una trentina di secondi.
La Mercedes era scomparsa.
La strada si immetteva in un sottopassaggio, anche se c'era una corsia laterale.
Il responsabile della Omicidi aguzz la vista.
Non gli sembrava di vedere nessuna vettura scura.
Sono scesi nel tunnel, accelera.
La 156 sembrava un missile.
Il motore al massimo dei giri e in sottofondo un rumore terrificante da competizione automobilistica che li assordava.
Si imbucarono nel sottopassaggio e lo attraversarono in un lampo. Risalirono sulla strada, che costeggiava una zona commerciale, giunsero all'ennesima rotonda e intravidero la Mercedes, a circa un chilometro, che scollinava un'altra sopraelevata. Pinton acceler.
 una strada provinciale, porta a Senago, lo inform il superiore.
Un altro camion, una betoniera, stava percorrendo la salita, lenta.
Tentarono un primo sorpasso, ma un veicolo proveniente dall'altra corsia li ostacol.
Qualche secondo dopo ritentarono e finalmente Pinton riusc a sorpassare il pesante mezzo involandosi in discesa.
La Mercedes aveva superato un'altra rotonda svoltando a sinistra, verso l'Ospedale di Garbagnate.
Era lontana, almeno un chilometro, e la corsia questa volta era trafficata: la videro superare un'altra rotonda, svoltando a destra, verso Senago e quindi deviare nuovamente a sinistra verso l'Ospedale.
Che cazzo fanno?, imprec Ardig, fremente.
Questa volta Pinton non riusciva a districarsi in sorpassi veloci.
Seguirono il percorso preso da Braga e svoltarono verso il nosocomio passando in una via stretta, fitta di alberi, per giungere poi a uno slargo che immetteva nel parcheggio esterno dell'Ospedale Salvini.
Ardig vide una macchia scura entrare nel presidio ospedaliero, dopo aver oltrepassato la sbarra d'accesso della portineria.
Rallenta, non facciamo cazzate!
Con il lampeggiante acceso, dopo aver spento la sirena, arrivarono alla sbarra.
Il portiere l'aveva gi alzata: Ardig dall'interno dell'abitacolo gli rivolse una domanda.
L'auto che  entrata prima di noi? Dove  andata?
Al pronto soccorso.
Ripartirono.
L'Ospedale di Garbagnate Milanese, lo intuirono appena entrati, si estendeva su un'area enorme.
I padiglioni ospedalieri formavano una vera e propria cittadella ed erano circondati da un bosco piuttosto fitto e selvaggio, un'appendice del parco delle Groane, il grande polmone verde della zona nord dell'hinterland milanese.
Vagarono un minuto per i viali, fino a quando non notarono la Mercedes accostata vicino a un capannone. Sportelli chiusi, un passeggero a bordo, non sul lato del guidatore.
Scesero con le pistole in pugno.
Era la donna, la Bokolova.
Inerme, la testa reclinata. Morta.
L'ha uccisa, constat Pinton.
Si avvicinarono con tutti i sensi all'erta.
Dell'uomo non c'era traccia: forse li teneva sotto tiro da uno dei boschetti alle loro spalle.
Non avevano il giubbotto antiproiettile e comunque, se fosse stato un bravo tiratore, da breve distanza avrebbe potuto mirare alla testa.
Alcuni inservienti, spaventati alla vista delle armi spianate, assistevano alla scena da prudente distanza.
Ardig si avvicin allo sportello.
Il finestrino era chiuso. Lo apr delicatamente.
Un forte odore di medicinale intercett le sue narici.
Cominci a capire.
La donna non presentava ferite: tast il collo in cerca di una vena. Pulsava.
Era viva. Era narcotizzata.
Sulle gambe aveva ancora il batuffolo di ovatta imbevuto di cloroformio.
Pinton, sempre teso, lo guard interdetto.
L'ha narcotizzata o l'ha obbligata a narcotizzarsi. Cos per qualche ora non potr darci informazioni. E lui guadagna tempo.
Dove sta andando a piedi? Non immagina che lo braccheremo?, domand l'agente.
Ha un piano di riserva. Non  venuto fin qui a casaccio.
Torn alla macchina, apr il bagagliaio e prese il giubbotto antiproiettile, infilandolo alla svelta.
Entro nel boschetto e provo a stanarlo. Tu resta qui, chiama Santoni e fai mandare tutti i rinforzi. Avvertite i Carabinieri locali. E chiama Velluti, spiegagli dove siamo: dobbiamo capire dove sta andando.
Capo... rischia di farsi impallinare l dentro...
Marco, obbedisci agli ordini.
Il sottoposto annu.
Il commissario si infil tra gli alberi, senza sapere neppure quale direzione seguire.
Prov ad andare a logica. Puntando a ovest.
Andando a est sarebbe ritornato verso l'entrata, nel punto in cui, tra poco, si sarebbero concentrati poliziotti e Carabinieri.
Uno come Braga non si sarebbe infilato da solo nella trappola che stavano predisponendo.
Le scarpe eleganti, strette e dure, non erano affatto adatte per una corsa tra radici, muschio, pietre e terra dura.
Rimpianse le sue adorate Clarks.
Avanz il pi velocemente possibile. Era consapevole del rischio che correva. Non aveva copertura, non vedeva nulla o quasi intorno a lui.
Ogni istante temeva di sentire esplodere un colpo.
Aveva il fiato grosso e sentiva colare il sudore.
Prosegu per alcuni minuti, alla fine percep rumori di auto e traffico. Il bosco terminava su una strada, probabilmente il proseguimento di quella che avevano percorso per raggiungere l'ospedale.
Le reti di recinzione erano tagliate o distrutte in diversi punti. Braga poteva essere uscito da l.
Si affacci sulla strada, perplesso.
Ne approfitt per rifiatare. E riflettere.
Braga non era n un ragazzino n uno sportivo allenato.
A piedi non poteva andare lontano.
Che avesse una macchina nascosta da qualche parte?
No, impossibile, non poteva sapere di essere gi braccato. Stava improvvisando un piano di fuga alternativo.
Chiam Velluti. L'esperto ispettore era gi al lavoro.
Il bosco dell'ospedale  immenso. Potrebbe aver scelto di nascondersi. Ci vorrebbe tutta la giornata per trovarlo, esord il sottoposto.
Non ha senso, lo staneremmo comunque.
Qualche nascondiglio nella struttura? Un sotterraneo, un deposito?, sugger con il suo tipico accento pugliese.
Possibile, per cos si sarebbe chiuso in trappola da solo e anche in questo caso sarebbe solo questione di ore. No, per me  uscito. Ma per andare dove? Che voglia rubare una macchina?
Capo... a un chilometro c' la stazione ferroviaria. Anzi sono sue stazioni, entrambe vicine all'ospedale.
Che stazioni?
Quelle delle Ferrovie Nord, la Milano-Saronno, che poi si snoda in direzione Varese e Como.
Cazzo... Como, dove ha l'agenzia investigativa e sicuramente degli appoggi.  l che  diretto. Vuol prendere un treno e andare l. A che ora  il prossimo treno?
Sono le 16,54...  alle 17,03. C' un treno per Saronno ogni quarto d'ora. Poi a Saronno bisogna cambiare e prendere la coincidenza per Varese o Como.
Prov a fare un rapido calcolo mentale.
Il treno delle 17,03 era impossibile, quello successivo delle 17,18 era alla portata di Braga.
OK vado alla stazione di Garbagnate. Che strada seguo?
Un momento, le stazioni sono due. Garbagnate centro e Garbagnate Serenella. Quest'ultima  leggermente pi vicina e soprattutto, secondo me...
Velluti esit.
Di, forza, dimmi.
 la stazione secondaria, c' meno gente. Fossi in lui punterei su quella.
Hai ragione, vado l. Indicami la strada.
Utilizzando Google maps e Google earth Velluti indirizz il superiore che torn a una rotonda, infilando una via chiusa dove c'erano due giovani prostitute appostate dopo qualche metro.
Vedendolo armato si spaventarono.
Decise di approfittarne puntandogli l'arma.
 passato un uomo di qui?
Una delle due, bionda, mascellona, piuttosto robusta, tutt'altro che bella, rispose senza esitazione con un buon italiano.
Passato da poco, di corsa, afferm indicando il fondo della strada.
Grazie.
Rinfrancato dalla dritta trov nuova energia e si mise a correre. Prosegu nella via, alberata da entrambi i lati.
Sulla sinistra c'era un complesso fatiscente: una fornace di mattoni, con tanto di ciminiera.
Sulla destra un maneggio e dei prati.
Dopo circa duecento metri intravide il suo uomo.
Avanzava lento, quasi barcollando.
L'afa, la fatica e i chili di troppo avevano prosciugato le sue energie.
Anche Ardig, per la verit, si sentiva cotto, ma l'adrenalina lo spingeva a continuare. Recuper alcune decine di metri al fuggiasco, che si gir sentendolo arrivare.
Il Minotauro, che aveva inseguito per settimane, in un labirinto di indizi, depistaggi e omicidi, era l, a poche decine di metri da lui. Claudicante, insicuro, come un toro ferito, eppure ancora pi pericoloso per il matador.
Sblocc la sicura della pistola: un gesto che non aveva pi compiuto, in servizio, da oltre cinque anni, da quando, suo malgrado, era stato coinvolto nel primo e unico conflitto a fuoco della sua carriera.
Non aveva mai colpito un uomo: metro dopo metro, avanzando verso il suo bersaglio, cap che quel giorno non avrebbe avuto alternative.
Braga, ansimante, si era gi fermato per prendere la mira. Scart riparandosi dietro a un albero dall'ampio tronco.
Sent la detonazione del primo colpo, che non colp nemmeno la corteccia dell'arbusto, disperdendosi chiss dove. Rimase coperto, in attesa.
Il detective non sparava pi, forse stava attendendo che il poliziotto si decidesse a mettere fuori il naso.
Avvert un rumore di passi pesanti.
Il Minotauro si stava muovendo.
Doveva sbloccare la situazione.
Azzard un'occhiata velocissima.
Deserto.
Sulla strada non c'era nessuno.
Un'altra occhiata.
Idem.
Qualche secondo ancora e una terza velocissima occhiata.
Nulla.
Evidentemente il Minotauro si era allontanato.
Usc cautamente dal riparo.
Non c'era anima viva.
Dove si era cacciato? Nella fornace abbandonata?
Maledizione, andarlo a cercare in quel labirinto significava esporsi a un rischio troppo alto.
E per cosa, poi?
Per catturare un assassino e scagionarne uno ancora pi pericoloso come Noferini?
Mentalmente si ritrov a soppesare i due piatti della bilancia.
Verit o giustizia?
No, non poteva fermarsi. Non toccava a lui decidere quale fosse il confine tra verit e giustizia.
Doveva proseguire e prendere il Minotauro.
Avanz lentamente, con tutti i sensi in massima tensione.
Percorse una trentina di metri.
La via era una strada chiusa, bloccata dai binari della ferrovia. Sulla destra vide l'imbocco di un sottopassaggio pedonale.
Un brivido gli corse lungo la schiena.
Un sotterraneo, il nascondiglio ideale del Minotauro.
Il suo destino stava per compiersi.
La paura cominci a penetrarlo.
Sottile, gelida, velenosa, come un serpente strisciante.
Se fosse sceso in quel buco si sarebbe trovato faccia a faccia con l'uomo responsabile di cinque omicidi.
Ma il killer sarebbe stato nettamente in vantaggio e avrebbe potuto freddarlo prima ancora di vederlo.
Prese un lungo respiro e si rassegn.
Si era sempre domandato, guardando i film sulle battaglie dei Romani o quelle medievali, cosa provassero quei guerrieri consapevoli di andare incontro a morte quasi sicura, quelli schierati nelle prime file, dove l'urto tra i due eserciti produce gli effetti pi letali.
Si era chiesto come facessero a non scappare, a non arretrare, davanti a un destino crudele e segnato.
Adesso lo comprendeva.
Tuttavia avanzava, come un automa.
Non c'era alcuna ragione per correre un simile rischio.
Poteva chiamare i rinforzi e nel giro di cinque minuti l'area sarebbe stata circondata e Braga non avrebbe potuto scappare.
Bastava attendere qualche minuto. Solo qualche minuto.
Questa, per, era la sua caccia grossa: aveva inseguito il Minotauro lungo il labirinto di indizi e ora toccava a lui scendere nell'antro e affrontarlo.
Arriv davanti alla scalinata, la canna della pistola rivolta verso il sottopasso.
Appoggi il piede sul primo gradino.
Gli occhi fissi sull'entrata.
Due fendenti alle scapole lo fecero sobbalzare.
Un leggero rumore arriv successivamente, come un'eco flebile. Avvert una sensazione di urto violento, doloroso, traumatico.
Si ritrov catapultato per terra, qualche metro in avanti, sui gradini.
La faccia aveva sbattuto male sul cemento, la schiena mandava fitte acute e la pistola era rimbalzata a qualche metro di distanza.
Non riusciva a realizzare cosa fosse accaduto.
Faticosamente alz la testa e guard sotto il collo.
Non vedeva sangue. A tentoni cerc di toccarsi la schiena, dove avvertiva dolore.
In quell'istante realizz: il giubbotto antiproiettile aveva trattenuto i due colpi che gli avevano sparato alla schiena.
Lungo l'asfalto, alla sua sinistra, vide allungarsi minacciosa un'ombra.
Il Minotauro era alle sue spalle: non lo aveva atteso nel sotterraneo, ma si era nascosto da qualche parte, in attesa che lui, come un imbecille, si cacciasse da solo in trappola.
Era stato un ingenuo e ora avrebbe pagato quella sua leggerezza con la vita.
La sera prima era stato miracolato, il fendente del buttafuori russo non gli aveva spappolato il cuore arrestandosi contro il tesserino e il portafoglio.
Ma i miracoli non si ripetono due volte.
Stava per essere abbattuto, stava per morire.
L'ombra cambi forma, allungandosi sulla destra.
Mauro Braga gli stava puntando la pistola addosso, verso la testa.
Con la forza della disperazione tent di strisciare in avanti, verso la sua Beretta che vedeva troppo lontana.
Il colpo, fortissimo, esplose in quell'attimo.
Come un tuono.
Non sent dolore, non sent l'urto, non sent nulla.
Soltanto il potente suono della detonazione che assordava i suoi timpani.
E una sensazione di paura che diventava quasi liberatoria. Era finito, era stato ammazzato.
Eppure, si rese conto, era ancora vivo e non sentiva dolore, inspiegabilmente.
L'ombra al suo fianco sembr ingigantirsi, sempre di pi. Poi ud un altro colpo, secco, come quello di un sacco pesante che crolla a terra.
Vide la testa ovale di Braga rimbalzare sul cemento, quasi al suo fianco.
Oscill il collo verso sinistra.
Pi indietro vedeva un rivolo di sangue scorrere.
Una voce lontana lo richiam.
Commissario, commissario.
Comprese di essere ancora vivo.
Due mani forti lo ribaltarono.
Si ritrov disteso, appoggiato sulla schiena, lo sguardo rivolto verso un cielo azzurro, senza nuvole.
Non avvertiva dolore, se non quello alla schiena.
Possibile che non lo avesse colpito?
Commissario, sta bene?, ripeteva la voce ossessionante.
Lo stava tastando sul petto.
Mi ha... mi ha sparato... la testa, balbett Ardig.
Va tutto bene, commissario, non  ferito.
Quella frase ebbe un effetto rigenerante, potentissimo, come se due mani, salde, robuste, lo avessero afferrato, mentre stava precipitando nel vuoto, riportandolo tra i vivi.
A coprire parzialmente il cielo c'era il viso di un giovane, sorridente.
Marco Pinton.
Si appoggi sui gomiti, stava riacquisendo lucidit.
Pinton... cos' accaduto? E Braga?
L'ho colpito, commissario, stava per ucciderla. Credo... credo sia morto.
Il dolore alla schiena era ancora pungente e complessivamente si sentiva tutto pesto.
Perdeva sangue da un'arcata sopracigliare e aveva anche delle escoriazioni al mento e al naso, dovute alla brusca caduta.
Ma era vivo. Proprio cos, era vivo.
Ed era felice di esserlo.
Si abbandon sul terreno per riprendere le forze.
Punt gli occhi verso il cielo, azzurrissimo, e scoppi in una fragorosa risata.
Per 36 anni era soltanto esistito, soltanto in quel momento aveva compreso cosa significasse sentirsi vivi.
L'euforia della forza della vita gli fece scordare il dolore e l'affaticamento accumulato.
Pinton stava maneggiando il collo del detective.
 andato. Porca puttana, l'ho ucciso. L'ho colpito alla schiena e devo averlo centrato al cuore. Non ho potuto prendere la mira. Le stava sparando. Non  che adesso..., esit ansioso.
Marco, stava per uccidermi. Di cosa hai paura? Ti prenderai un encomio. Avrai le foto sui giornali. Sei un eroe. E mi toccher pagarti il caff per il resto della vita.
Risero entrambi, una risata liberatoria, per scaricare la tensione.
Qualche minuto dopo arrivarono Santoni con gli altri agenti e il maresciallo Donati, il comandante della stazione dei Carabinieri di Garbagnate, con alcuni suoi uomini.
Il corpo di Braga venne ricoperto con un telo di plastica.
Ardig, dopo aver bevuto dell'acqua zuccherata, fu in grado di rialzarsi e muovere qualche passo.
Il medico legale dell'Ospedale di Garbagnate, accorso sulla scena criminis, lo visit. I proiettili sparati da Braga, impattando contro il giubbotto antiproiettile, avevano comunque provocato due vaste ecchimosi sulle scapole.
Niente di grave, anche se quei lividi avrebbero tenuto compagnia al giovane commissario per qualche giorno.
Nel frattempo Pinton lo relazion.
Qualche minuto dopo averlo visto entrare nel boschetto aveva deciso di seguirlo, disubbidendo agli ordini, affidando la Bokolova a due infermieri appena sopraggiunti.
Era arrivato fino alla strada e da l fino alla rotonda, dove era incappato nelle due prostitute, spaventate: si era qualificato come un poliziotto e aveva ricevuto le indicazioni necessarie per continuare l'inseguimento.
Aveva proseguito giungendo in fondo alla strada proprio nel momento in cui Braga stava impugnando la pistola, abbassandola in direzione della testa del commissario.
Capo, in due giorni ti sei giocato due vite. Adesso - lo avvert ridendo Santoni - te ne restano soltanto cinque.
Ci star attento, di, riaccompagnami a Milano.
Passarono in Questura, per informare il Questore, il capo della Mobile e il magistrato Perilli di quanto successo.
Lasci che le maggiori congratulazioni fossero per il giovane Pinton e alla fine fu libero di tornare a casa.
Non aveva nessuno ad aspettarlo, il frigo era vuoto e le sigarette stavano finendo.
Chiese a Santoni di aspettarlo di sotto per qualche minuto. Sal, si fece una doccia, si cambi e scese di nuovo.
Ritorn in macchina. Santoni lo guard stupito.
Dove andiamo?
Da Malerba.
Si fece lasciare al portone di via Monti e citofon.
Il giornalista lo fece salire.
Lo accolse con tono concitato.
Bruno! Hai sempre il cellulare spento! Sono due ore che ti cerco. Non so cosa scrivere, ho saputo che a Garbagnate...
Alz la mano per zittirlo.
Ti propongo uno scambio.
Sentiamo.
Un'intervista esclusiva al responsabile della Omicidi. Sei ancora in tempo con la pagina. No?
Sicuro.
Allora?
Accetto, a qualsiasi condizione.
Due condizioni. La prima: prendi il lasonil e le bende e mi aiuti a spalmarmi la schiena...
Malerba rise.
Se  solo la schiena...
Tranquillo, non sei il mio tipo.
E la seconda?
Ti lascio il tempo per scrivere, poi mi cucini una cofanata di insalata di riso e ci scoliamo una cassa di birre.
Il cronista and verso il frigorifero.
Lo fiss e sorrise.
Purch non arrivi qualche altro gorilla muscoloso a pestarci come ieri sera...
...
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...
EPILOGO. Milano, settembre 2009.
...
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...
L'estate era agli sgoccioli.
Ancora pochi giorni e avrebbe ceduto il testimone all'autunno.
Eppure il caldo continuava a opprimere i milanesi.
Si girava con la camicia con le maniche rimboccate e i condizionatori restavano accesi nelle abitazioni e negli uffici.
Le vacanze erano ormai un ricordo sbiadito.
Il generale Agosto, come da consuetudine, si era portato via un anno di lavoro, di pensieri e di affanni.
Nessuno, sotto l'ombrellone, aveva pi parlato di quei tre poveri disgraziati, Annoni, Orrigoni e Pozzi, massacrati a colpi di spada, nessuno si era pi chiesto di quel Barassi assassinato in quell'area di sosta della Milano-Brescia o di quel Micheletti travolto sul suo scooter in Corvetto.
Nessuno pareva ricordarsi dello spettro del marchese Ludovico Acerbi.
Nessuno stava pi a domandarsi il perch di quei delitti.
Le ferie, magicamente, avevano spazzato via la paura e cancellato il sangue.
E con la morte di Braga era calato il definitivo sipario su questa tragica vicenda.
L'ex investigatore si era portato tutti i suoi segreti nella tomba.
Markovic e Silobad continuavano ad essere dei super ricercati, al momento irreperibili.
L'anziano avvocato Turconi stava lentamente smettendo di combattere la sua battaglia: soltanto le macchine, ormai, lo tenevano attaccato alla vita terrena, nonostante il suo cervello ormai fosse spento irreversibilmente.
In mancanza di prove, e di sopravvissuti, l'inchiesta era arenata.
Tuttavia molte domande attendevano ancora una risposta.
Le indagini condotte nei giorni successivi al conflitto a fuoco al termine del quale Mauro Braga era stato ucciso avevano consentito al magistrato di ritenere che il defunto detective fosse, plausibilmente, il mandante e l'organizzatore dei cinque omicidi, materialmente eseguiti da Markovic e Silobad.
La testimonianza di Catarina Bokolova, la giovane donna che, suo malgrado, aveva condiviso il disperato tentativo di fuga di Braga, non aveva contribuito a fare concreti passi avanti.
Avevano appurato che la ragazza, una bulgara, gi implicata in un'inchiesta sulla prostituzione, aveva conosciuto l'uomo alcuni mesi prima in un topless bar di Como dove lavorava come lap dancer. Avevano una relazione occasionale e non aveva mai saputo quale attivit svolgesse Braga e quale fosse la sua reale fonte di reddito.
Non era neppure a conoscenza delle ragioni per cui, l'8 luglio, l'aveva costretta a seguirlo nella fuga da Milano fino all'ospedale di Garbagnate dove, minacciandola, l'aveva costretta a narcotizzarsi per impedirle di fornire qualsiasi possibile informazione che facilitasse la sua cattura.
Proprio la ragazza, inconsapevolmente, aveva per permesso ad Ardig di rispondere ad almeno una domanda, ovvero per quale ragione Braga, pur immaginando di essere ricercato, non fosse espatriato.
Era restato a Milano per convincere la ragazza a seguirlo all'estero e alla fine c'era riuscito: quel giorno, nell'hotel in cui si erano rifugiati, stavano pianificando i dettagli per un viaggio in Messico.
Un viaggio di sola andata presumibilmente.
Senza imputati da portare alla sbarra non sarebbe stato celebrato alcun processo, almeno fino a quando non fossero stati arrestati i due serbi.
La morte dell'ex investigatore e l'irreperibilit di Markovic e Silobad, infatti, aveva di fatto portato le indagini a un vicolo cieco: non erano stati trovati elementi concreti per imputare un ruolo di pianificatore o finanziatore dei delitti alla figura dell'avvocato Turconi.
Difficilmente la memoria del legale sarebbe stata macchiata con l'accusa postuma di essere il regista di cinque omicidi.
L'unico possibile testimone di questa tragica vicenda, Marcello Noferini, non aveva mai aperto bocca, limitandosi ad attendere di essere scarcerato per insufficienza di prove a suo carico.
Conseguentemente n Viola Baccelli n la stessa Chiara Turconi avrebbero mai avuto giustizia, come del resto i quattro ragazzi, gli Angeli di Lucifero, periti nell'incidente del 1995.
Senza prove o testimonianze da parte da parte di Turconi o Braga, ormai entrambi impossibilitati a collaborare, non ci sarebbe mai stata la possibilit di avere riscontri sulla responsabilit di Noferini sui delitti delle due giovani ragazze carbonizzate nel 1976, su quelli delle due prostitute uccise dagli Angeli di Lucifero negli anni Novanta e sull'anomalo schianto in cui avevano perso la vita i quattro giovani satanisti quattordici anni prima.
Noferini formalmente restava l'unico indagato: era stato scarcerato, pur venendo sottoposto alla misura restrittiva degli arresti domiciliari, ma non per le accuse di omicidio per cui era entrato in carcere a luglio.
Accertamenti successivi della Guardia di Finanza avevano portato alla scoperta di opere di grande valore, di provenienza illecita, ospitate nel suo magazzino.
Doveva rispondere di ricettazione e associazione a delinquere.
Un'ulteriore mazzata sulla sua reputazione gi distrutta.
Dopo la sua carriera di studioso, ormai compromessa, rischiava di veder andare in fumo anche quella di antiquario.
Intanto la moglie, inorridita dallo scandalo che lo aveva travolto, aveva deciso di mollarlo.
Alla fine l'ex satanista era stato l'unico a pagare un prezzo, seppur di immagine, in tutta questa sanguinosa vicenda.
Ma difficilmente avrebbe pagato per le tante giovani vite che si era rubato.
Alle famiglie degli assassinati venne raccontata una versione dei fatti con molti omissis. La mancanza di prove inconfutabili indusse Perilli e Ardig a non rovinare il ricordo dei vari Annoni, Orrigoni & Co.
Alle vedove, ai figli e ai congiunti non venne fatta menzione del presunto e non dimostrabile coinvolgimento dei loro cari nei delitti delle giovani Viola e Chiara.
Semplicemente fu spiegato loro che Braga, per ragioni dettate forse dalla follia, aveva scelto di uccidere i ragazzi che, trent'anni prima, avevano condiviso con lui un'esperienza oscura in una setta satanista. Un movente debole e persino poco credibile, tuttavia in pochi avevano voglia di approfondire questa torbida vicenda.
La verit ufficiale dell'inchiesta venne affidata alla penna di Malerba, attraverso un'intervista concordata con il sostituto procuratore Perilli.
Pinton, decorato con un encomio per il coraggio e l'intraprendenza con cui aveva salvato la vita al commissario Ardig, aveva vinto il concorso per diventare ispettore: avrebbe preso il posto di Velluti che, per accontentare la moglie, aveva chiesto il trasferimento nel commissariato della natia Brindisi.
Ardig, chiuse le indagini, si era concesso la bellezza di quattro giorni consecutivi di vacanza, in montagna, tra camminate e scalate di roccia.
E appena rimesso piede a Milano si era rituffato a capofitto nel lavoro, alla caccia di un assassino che, nel giro di una settimana, aveva ucciso a coltellate prima un pusher tunisino nei giardini di Conca dei Navigli poi un tossico vicino al centro sociale Conchetta.
Alla fine, dopo quasi un mese, con la collaborazione della Narcotici, era riuscito a mettere le manette ai polsi a un altro spacciatore, albanese, che aveva freddato i due malcapitati per un regolamento di conti e per dare una lezione a concorrenti e clienti, in modo da imporsi, con la violenza, sul mercato dello spaccio nella zona dei Navigli.
Malerba, esaurita la sbornia di scoop estivi, aveva davvero staccato la spina: insieme a Lucrezia era stato per due settimane all'isola d'Elba.
Sole, mare, coccole, intimit, cenette a lume di candela e un articoletto in prima pagina.
Alla vigilia di Ferragosto un sub milanese era deceduto, travolto da un acqua-scooter mentre riemergeva da un'immersione, e Brigante non aveva perso tempo nel farlo lavorare. Il piccolo inconveniente professionale, comunque, non aveva guastato il clima idilliaco tra di loro.
La loro frequentazione era diventata una storia.
Federico aveva finalmente dimenticato Silvia e il suo cuore pulsava impazzito per la bella avvocatessa.
Per la prima volta, in tanti anni di carriera giornalistica, gli era pesato dover tornare a lavorare...
Milano, cimitero di Chiaravalle, ottobre 2009
Le giornate iniziavano ad accorciarsi.
La temperatura si stava abbassando.
Ancora un paio d'ore e i muratori avrebbero completato l'opera di restauro, iniziata il giorno precedente, della lapide della vecchia cappella funeraria e avrebbero lasciato quel camposanto.
Lavorare tra croci e lumini era a dir poco deprimente!
Stavano per prendersi una breve pausa e riporre gli attrezzi quando videro arrivare un giovanotto sui 35 anni, con la faccia imbronciata e un'espressione astiosa: tra le mani un voluminoso fagotto di stoffa.
Ad accompagnarlo, un coetaneo, alto, con il pizzetto fine e i capelli tagliati da marine.
Puntavano verso di loro.
Li osservarono, un po' stupiti.
Quello con l'aria pi dura si rivolse al capomastro: Buongiorno, sono il vicequestore Bruno Ardig.
Brand il tesserino identificativo, prima di comunicare ad alta voce: Dobbiamo inserire - indic il sepolcro scoperchiato - alcuni degli oggetti trafugati dall'interno della cappella, abbiamo le autorizzazioni della Procura della Repubblica di Milano.
I manovali lo osservarono scettici. Senza contraddirlo.
Come volete. Possiamo aiutarvi?
Il giovane investigatore scosse la testa.
No, anzi, se volete prendervi una piccola pausa.
Gli aveva letteralmente letto nei pensieri.
I tre muratori non si fecero pregare: afferrarono sigarette, telefonini e bottiglie d'acqua e si allontanarono da quei due taciturni sbirri.
Ardig attese che fossero scomparsi dietro il portico, si infil nel terriccio sporco di cemento e si protese verso il sepolcro. Una cavit vuota, dentro c'erano solo muffa, polvere e ragnatele.
Fede, passami il pacco.
L'amico giornalista gli allung l'involucro.
Il commissario tolse il panno che lo ricopriva: una spada scintillante, tirata a lucido dai tecnici della Scientifica, abbacin la vista dei due uomini, riflettendo la pallida luce crepuscolare di quel sole autunnale.
Con il braccio destro appoggi delicatamente la Vegas sulla parete posteriore.
Poi si fece passare il secondo involucro.
Questa volta si mosse in maniera pi misurata e attenta.
Con la mano sinistra sembrava impugnare un sasso nero, con la destra sparpagli dei frammenti grigio-scuri sul terreno pietroso della tomba.
Attese che la polvere si depositasse, poi si pieg nuovamente, collocando al centro anche quella che sembrava una pietra scura e che invece era un teschio vecchio di secoli.
Lanci un'occhiata a quelle orbite vuote, che non fronteggiava da quel torrido giorno di giugno, quando le aveva incontrate per la prima volta sui gradini della cappella dell'Annunciazione, nella chiesa di Sant'Antonio Abate, nel pieno centro di Milano.
Malerba lo affianc silenzioso.
Videro i manovali che stavano rientrando, per cementare il coperchio e chiudere per sempre quel sepolcro profanato quattro mesi prima.
I resti polverosi delle ossa del marchese Ludovico Acerbi e la sua spada erano tornati dove avevano alloggiato negli ultimi quattro secoli.
Prima di andarsene, gettarono un'ultima occhiata alla dimora dove il bizzoso nobile seicentesco avrebbe ripreso il suo eterno sonno, si batterono un pugno all'altezza del petto e sibilarono a bassa voce: Requiescat in pacem Diavolo di Porta Romana.
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FINE.
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NOTA DELL'AUTORE.
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I fatti narrati e i personaggi descritti in questo romanzo sono totalmente inventati e partoriti dalla mente dell'Autore.
Ogni riferimento a fatti e persone  da intendersi pertanto come puramente casuale.
Nel libro vengono citati personaggi esistenti (come Bruno Vespa e la sua trasmissione Porta a Porta) o eventi contemporanei di dominio pubblico come le vicende processuali del delitto di Garlasco o la storia delle Bestie di Satana, per rendere pi credibile e realistica la trama descritta dall'Autore.
Il commissariato della Polizia di Stato ubicato a Milano in piazza San Sepolcro, a Palazzo Castani, denominato Commissariato zona Centro, non  la sede della squadra Omicidi: anche in questo caso si tratta di una scelta dell'Autore per rendere pi fluida la trama.
Il marchese Ludovico Acerbi  un nobile milanese realmente vissuto nel Diciassettesimo secolo, passato effettivamente alla storia come il Diavolo di Porta Romana, appellativo attribuitogli dal popolo, che identific in questo ricchissimo senatore e giureconsulto l'impersonificazione del Maligno a causa di alcuni suoi comportamenti bizzarri e inquietanti, ma non solo.
Non risulta comunque da nessun documento storico che abbia avuto incarichi durante il periodo emergenziale della peste e che abbia mai avuto una responsabilit nelle punizioni inflitte agli untori: anche in questo caso si tratta di una forzatura dell'Autore per rendere pi fruibile la storia raccontata.
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FINE.